Forza Italia ha aperto il cammino di una nuova storia italiana. La sua nascita e la sua costituzione come soggetto politico hanno modificato l’assetto istituzionale e l’impianto culturale della democrazia repubblicana, chiamando a una nuova stagione di vitalità le grandi tradizioni democratiche e liberali della nazione e proponendo alla società un inedito orizzonte di valori e di comportamenti.
Forza Italia non nasce da una precedente organizzazione politica o da un costituito sistema dottrinale. Nasce dall’appello di un uomo, Silvio Berlusconi, direttamente rivolto ad un corpo elettorale nel quale rischiava di aprirsi un enorme vuoto storico-politico di rappresentanza. Forza Italia si costituisce come risposta alla crisi dei partiti della Prima Repubblica; come reazione ad una possibile deriva illiberale del sistema politico; come offerta di rappresentanza all’area dei moderati nel quadro di una nuova democrazia dell’alternanza; come proposta di governo per realizzare una seconda modernizzazione italiana.
Una svolta nella storia d’Italia
Agli inizi degli anni Novanta del XX secolo l’Italia si trovò sospesa nel vortice di una pericolosa crisi istituzionale e ideale. La caduta del Muro di Berlino, con la fine della guerra fredda e dell’era delle contrapposizioni ideologiche; il sempre più evidente anacronismo del nostro sistema politico-amministrativo, lasciato per troppo tempo senza riforme e senza ricambio; l’acutizzarsi nel contesto europeo della crisi degli Stati-nazione e del loro assetto centralistico: l’insieme di questi mutamenti creò nella società italiana l’emergenza di due rotture storiche. La prima fu quella, chiesta attraverso i referendum, di un rapporto diretto tra il voto dei cittadini e l’elezione dei propri rappresentanti, dagli Enti locali, al Parlamento, all’Esecutivo. Gli italiani sentivano di dover aprire la gabbia nella quale era stata compressa la loro sovranità popolare. Una decisiva richiesta di libertà e democrazia: la quale, però, sconfessando il vecchio sistema dei partiti, poteva anche aprire la strada a pulsioni antipolitiche. La seconda fu quella evocata dall’esplosione di una vera e propria “questione settentrionale”.
Le società del Nord pretendevano una più stretta relazione, di tipo federale, tra produzione delle risorse e gestione del potere di spesa. Si trattava anche in questo caso di una legittima rivendicazione di modernizzazione del sistema: che però, se non fosse stata gestita con equilibrio, rischiava di produrre i germi di una frattura dell’unità nazionale. Una terza grave rottura istituzionale era stata infine messa in campo dalle iniziative della procura di Milano che, strumentalizzando le prime due spinte popolari, finì per incanalare il sacrosanto desiderio di punire la corruzione politica in un vero e proprio processo a cinquant’anni di democrazia, usando in modo unilateralmente mirato l’avviso di garanzia come strumento di eliminazione degli avversari politici. Ben presto l’alleanza tra parte della magistratura e dei media con la sinistra politica avrebbe prodotto una seria alterazione dell’equilibrio tra i poteri e dello Stato di diritto, aprendo la strada ad un vera e propria crisi istituzionale.
L’Italia di quegli anni aveva dunque di fronte a sé tre vie per governare la transizione: quella referendaria, quella federalista, quella giustizialista. Ma non si trattava di vie politicamente mature: sembrava piuttosto prevalere un inquietante caos di progetti e di sperimentazioni. Ebbene Forza Italia nasce per dare forza storica alle prime due vie componendo, oltre il caos, un nuovo credibile equilibrio politico del Paese. E per impedire alla terza di dar corpo, attraverso il
circuito procure-media-sinistra, ad una deriva illiberale del sistema. La scesa in campo di Silvio Berlusconi non contribuisce dunque soltanto a fondare un partito. La sua strategia di alleanze volta a recuperare i filoni portanti della democrazia italiana e a dare piena costituzionalizzazione alle spinte della Lega e all’evoluzione della nuova destra, propone al Paese tre grandi obiettivi democratici: evitare che il governo diventi pertinenza irreversibile della sinistra demo-cristiana e dei postcomunisti come pure un certo sistema di potere desiderava; superare lo storico ostracismo politico-culturale verso la destra; modificare l’antiquata idea di un centro politico immobile e conservatore. La nascita di Forza Italia, dunque, segna l’effettivo inizio della democrazia dell’alternanza e della Seconda Repubblica. Una svolta nella storia d’Italia.
Dalla prima vittoria elettorale del 1994 alla seconda del 2001 questo percorso è stato reso accidentato da fattori interni ed esterni. Da una parte l’inevitabile instabilità delle alleanze nei primi anni della transizione, dall’altra l’aggressiva reazione di una parte rilevante dei poteri istituzionali e politici minacciati dal nuovo corso. Ma, a dieci anni dalla sua nascita, la nuova storia politica rappresentata da Forza Italia è ormai definitivamente affermata sulla scena nazionale e internazionale. La novità di questa storia è il primo, più importante manifesto della nostra identità. La vittoria elettorale di uno schieramento maggioritario composto da un’alleanza di partiti costituiva, infatti, un evento assolutamente inedito nella storia italiana del Novecento. Di più: nessuno, in tutta la nostra esperienza unitaria, si era mai trovato a comporre un governo, com’è accaduto per la prima volta a Berlusconi, come diretta conseguenza di un voto popolare. Non accadde nemmeno a Depretis, il quale divenne presidente del Consiglio in una Camera che aveva sorretto Minghetti e, solo dopo averla sciolta, sfruttò la posizione di potere per ottenere la maggioranza alle nuove elezioni. Non soltanto dunque all’Italia repubblicana degli ultimi cinquant’anni, ma anche all’Italia monarchica e prefascista, era mancata quella libera competizione democratica tra maggioranze e minoranze in lotta per alternarsi al governo. Circostanza questa che, a ragione, fece sostenere a Giuseppe Maranini come in Italia non si fosse mai affermato un vero Stato liberale e, in fondo, neanche un vero sistema parlamentare “a causa della perenne incertezza sulla sede del centro di gravità del potere, ora attratto dall’assemblea, ora captato dal primo ministro”. Forza Italia è dunque il soggetto artefice della democrazia dell’alternanza e dell’ affermazione di un compiuto Stato liberale.
Partito della democrazia liberale
La nostra concezione della democrazia si basa in primo luogo sul rapporto diretto tra corpo elettorale e premier. Inoltre essa punta a restituire piena efficienza e centralità al Parlamento, istituzione fondamentale della produzione legislativa e del confronto quotidiano tra Esecutivo e Opposizione così come tra Esecutivo e Società. Il Capo dell’Esecutivo deve godere del potere di nominare i ministri e sciogliere le Camere. Ove il suo ruolo non coincidesse con quello del Capo dello Stato a quest’ultimo non possono spettare diretti poteri politici ma, sul modello della Corona britannica, esclusivi compiti di rappresentanza dell’unità della nazione e dello Stato. La nostra concezione della democrazia si basa inoltre sulla semplificazione del rapporto tra Cittadino e Amministrazione attraverso il superamento dei bizantinismi burocratici che, nell’era storica degli Stati nazionali e in particolare nella tradizione italiana, hanno compresso la vita produttiva e l’iniziativa sociale, e la stessa efficacia dell’azione di governo, vincolandole a procedure soffocanti. Una dialettica democratica moderna deve articolarsi in un continuo interscambio di informazioni e di decisioni tra strutture istituzionali e politiche snelle ed efficienti e una società civile forte, organizzata in comunità e associazioni che acquistino sempre maggiori responsabilità nella gestione della cosa pubblica. Finora il nostro sistema si è caratterizzato solo lungo l’asse di mediazione partiti-Stato-sindacati. Il tempo che avanza chiede invece nuove configurazioni di legittimità anche lungo il percorso individui-comunità-governo. Anche perché la complessità e la velocità delle moderne reti di comunicazione economiche, finanziarie, scientifiche rendono del tutto anacronistici i vecchi sistemi di mediazione e di decisione che, se non resi più agili, espongono le democrazie al rischio di impotenza di fronte alla dinamicità dei centri di decisione extraistituzionali.
Per Forza Italia il concetto di potere fa leva su due parole-chiave: consenso e responsabilità. Il primo per evocare la necessità di un costante riferimento al vero sovrano della cosa pubblica che è il popolo. Il secondo per rendere trasparenti le alternative programmatiche poste di fronte al Paese da ciascun soggetto politico, impedendo che un sistema opaco e consociativo confonda meriti e demeriti in un’indistinta recita oligarchica. Solo il consenso e la responsabilità, del resto, rendono possibile il controllo di ogni potere.
L’equilibrio dei poteri
Tale filosofia deve ispirare la condotta di ogni potere dello Stato. L’equilibrio tra il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario, che è il segreto di ogni sana democrazia, si può garantire solo attraverso il permanente rispetto delle reciproche autonomie e il rigetto di ogni impropria invasione di campo. Nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica in Italia si sono verificati evidenti fenomeni di usurpazione delle prerogative del potere Legislativo da parte del potere Giudiziario che hanno prodotto gravi squilibri nell’armonia democratica. Forza Italia considera proprio dovere storico e istituzionale ricondurre la democrazia italiana nell’alveo di un normale equilibrio sistemico. D’altra parte è del tutto evidente che in una democrazia liberale, accanto alla distinzione dei poteri, deve vigere un trasparente sistema di controllo e di verifica di ogni singolo potere: nessuno, infatti, può trovarsi in una condizione di “irresponsabilità”. Il liberalismo nasce, appunto, per difendere il singolo cittadino e la comunità da eventuali abusi di qualsiasi potere: politico, militare, economico, giudiziario, religioso che sia. Ebbene, sotto questo profilo, se per ciò che attiene all’Esecutivo e al Legislativo, nonostante incompiutezze ancora evidenti, il criterio di responsabilità viene comunque garantito dal periodico e sanzionante giudizio popolare, non così si può dire per il potere Giudiziario per il quale regna un regime di autoreferenzialità: il potere giudiziario, in Italia, si controlla da sé medesimo. I nostri padri costituenti scelsero una terza via tra i sistemi che sottopongono la magistratura al controllo popolare e quelli che la legano al controllo dell’Esecutivo. Proseguire lungo questa strada è possibile solo alla condizione di individuare nuove forme di indirizzo e controllo parlamentare capaci di superare l’autoreferenzialità dell’ordine giudiziario. Fino ad allora l’Italia non sarà una compiuta democrazia liberale.
Un sistema politico fondato sull’alternanza richiede, infine, la reciproca legittimazione, ideale e politica, tra i partiti che si contendono il consenso degli elettori. Perciò il rifiuto di ogni demonizzazione e delegittimazione morale dell’avversario, esito di mentalità totalitarie e integraliste, deve essere considerato il primo tra i valori fondamentali di uno Stato liberale.
Forza Italia si riconosce nella Costituzione italiana e ad essa dichiara sicura fedeltà. Ciò non significa ovviamente che essa vada considerata un totem inviolabile: se così si pensasse si violerebbero lo spirito e la lettera della stessa Costituzione che, altrimenti, non avrebbe previsto precisi percorsi per la propria riformabilità. In particolare Forza Italia ritiene che alcuni principi di fondo contenuti nella sua prima parte, in specie quelli relativi alle filosofie sociali e lavoristiche, risentano del tempo in cui sono stati scritti, ispirandosi più a valori collettivistici e corporativi, estranei alle tradizioni liberali e democratiche, che al primato della persona fondamento di ogni società autenticamente libera.
Partito della società
Forza Italia è partito-programma e non partito-pigliatutto. Partito del fare e non partito delle chiacchiere. Partito della gente e non partito-apparato. Nasce come strumento di una generale riforma della politica. Per raccogliere la protesta contro la partitocrazia e costruire un nuovo modello di trasparenza politica tra elettore ed eletto. Per rappresentare il superamento del vecchio partito di massa con un più moderno e semplice sistema di organizzazione della vita politica e di comunicazione con l’opinione pubblica. Per imporre la moralità del fare contro la il teatrino delle oligarchie inamovibili. Forza Italia non dovrà mai diventare strumento di nomenklature autoreferenziali. Dovrà essere sempre in grado di aprirsi, nelle differenti stagioni politiche, alle correnti più dinamiche della realtà sociale, garantendo una permanente rappresentanza della società civile. La libera circolazione delle idee e il rifiuto di ogni cristallizzazione di potere, a livello nazionale e locale, costituiscono l’essenza stessa della sua identità di partito aperto.
La nostra visione della politica è lontana da concezioni populiste, di destra e di sinistra, che immaginano di dover difendere una presunta purezza del popolo anche attraverso l’espulsione dal sistema dei suoi “nemici”, ricorrendo ad un uso demagogico della piazza. Sono atteggiamenti, questi, contro i quali ci battiamo in nome di una solenne difesa della sovranità popolare e dei suoi istituti di rappresentanza. Saremo sempre con il Parlamento e contro l’uso politico della piazza. Difenderemo sempre l’autonomia e la pluralità della società civile contro ogni autoinvestitura alla “rappresentanza morale” del popolo di qualsiasi soggetto istituzionale e politico. Riforma della politica come recupero del suo valore di servizio per il cittadino, e difesa della politica come una delle più nobili e indispensabili manifestazioni della vita umana, sono per noi facce della stessa medaglia di valori.
Partito della libertà
Per la prima volta, con Forza Italia, la libertà è stata posta come verità in se stessa, non legittimata da alcuna tesi confessionale o ideologica che limiti l’interezza del suo spazio spirituale, civile, politico, economico, culturale. Nella nostra visione del mondo la libertà è tale se opera in ogni dimensione della vita umana. Se si fonda cioè sui diritti della persona umana cui il Cristianesimo ha dato un fondamento eterno e il Liberalismo un orizzonte politico. Da questo punto di vista Forza Italia sente di avere profonde radici nella storia politica italiana: soprattutto in quell’antifascismo liberale che, promosso da culture diverse, si è poi unitariamente ritrovato nel pensiero di Benedetto Croce: “la libertà è per sé, più che il futuro ha l’eterno” o in quello di Nicola Abbagnano: “La libertà è assoluta, incondizionata, non può subire limitazioni, non ha gradi”. In questi stessi sentimenti si sono via via riconosciuti uomini come Sturzo, Giovanni Amendola, Turati, Matteotti, Salvemini, Rosselli. Fu dinanzi alla drammatica scelta tra fascismo e comunismo che si accese in Europa la fiaccola della libertà. E questa fiaccola fu determinante non solo durante la resistenza al fascismo ma anche dopo la guerra: nella resistenza al comunismo guidata da De Gasperi, Einaudi, Saragat, Pacciardi che tra il ‘43 e il ’48 portarono l’Italia dal disastro alla democrazia e nel ’49 la condussero nella comunità delle nazioni democratiche occidentali.
Partito antitotalitario
Antifascista, anticomunista, antifondamentalista. Identità queste che, declinate insieme, segnano una svolta nella storia d’Italia. Per troppo tempo, infatti, la parola anticomunismo ha fatto fatica a penetrare nel vocabolario condiviso della nazione. E ancora oggi essa non viene da tutti accettata come orizzonte comune della nostra democrazia. Perfino i partiti che hanno difeso la libertà italiana dalla massiccia presenza del comunismo, hanno finito poi per accettare che solo l’antifascismo restasse a fondamento ideologico “ufficiale” della Repubblica. Tale anomalia, presente solo in Italia tra tutti i Paesi occidentali, ha lontane radici storiche in quello che si potrebbe definire “il paradosso di Yalta”. Per il fatto di aver infine combattuto il nazismo assieme agli alleati, e di aver partecipato al tavolo dei vincitori, l’Unione Sovietica è stata da vaste correnti intellettuali e politiche europee emendata d’ufficio dal crimine di essere uno Stato totalitario. Analogamente, in Italia, la circostanza che i comunisti avessero partecipato alla Resistenza e sottoscritto la Costituzione ha fatto dimenticare una grande verità etico-politica: se è vero che ogni democratico è naturalmente un antifascista non è detto che ogni antifascista sia altrettanto naturalmente un democratico.
Questo equivoco ha inquinato per lungo tempo la cultura italiana e la stessa interpretazione della storia nazionale per la quale, giustamente da più parti, viene invocata un’opera di revisione; soprattutto perché “l’ideologia dell’antifascismo” che su tale equivoco è stata costruita ha nascosto come l’intima costituzione di ogni democrazia liberale non possa che essere ispirata all’intransigente rifiuto di ogni sistema oppressivo della libertà. In particolare di quei sistemi tirannici che, nel XX secolo, hanno popolato di gulag e di lager le terre d’Europa.
Partito antistatalista
La libertà dei moderni nella quale noi crediamo non è solo libertà nello Stato ma anche libertà dallo Stato. Incessante opera di protezione del singolo dall’invadenza di ogni Leviatano. In coerenza con il più classico pensiero liberale, da John Locke a Benjamin Constant ad Alexis de Tocqueville, noi pensiamo che i diritti dell’uomo siano antecedenti e superiori rispetto a quelli dello Stato. Facciamo nostre le parole di Alcide De Gasperi: “Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato”. Questa convinzione non ci distanzia solo dai fautori dello statalismo giacobino che vede nell’Assemblea il padrone e nell’individuo il suddito, ma anche dagli alfieri di quello “Stato provvidenziale” che dovrebbe regolare e tutelare “dalla culla alla tomba” la vita di ogni essere umano. Questa politica, oltre a essere irrealizzabile, è la principale responsabile di vizi ideologici assai diffusi come il primato attribuito all’assistenza rispetto al rischio e all’iniziativa personale o come l’espandersi del pansindacalismo, vizi che deresponsabilizzano l’individuo rispetto alla cosa pubblica, deprivandolo delle sue qualità: delle sue facoltà come delle sue proprietà. Perché è l’individuo il vero proprietario dello Stato. Il potere svolge infatti solo un compito di servizio, la funzione di amministratore fiduciario e temporaneo dei beni pubblici, in nome e per conto dell’unico loro effettivo titolare: il cittadino.
Il nostro liberalismo punta a promuovere valori di segno diametralmente opposto a quelli statalisti e pansindacali: il primato dell’ iniziativa individuale, l’etica della responsabilità, il riconoscimento della famiglia come cellula base della società, il senso della tradizione, la predisposizione ad affrontare con coraggio ogni problema della vita, il patriottismo. E ancora: buon carattere, onestà, senso del dovere, spirito di sacrificio, tolleranza e rispetto per gli altri, impulso a migliorare se stessi, fiducia nel futuro, parsimonia. Sono queste le virtù che nascono nella società civile e che sono alla base di ogni crescita economica e morale. Se esse hanno anche un suono “antiquato” è solo perché il potere statale, comprimendo la società, le ha represse e costrette nell’oblio.
Partito interclassista
promotore del liberalismo sociale
Il nostro progetto sociale rifiuta le antiche ricette redistributive o assistenzialiste ma non propone, come qualcuno sostiene, il cosiddetto “liberismo selvaggio”. La “centralità della persona” che è la filosofia-chiave della nostra visione del mondo suggerisce un modello diverso. Per noi il primo motore della società sta nella libertà: libertà per l’individuo di far valere il proprio talento, libertà di rischiare e di intraprendere sul mercato senza vincoli burocratici, libertà di poter godere nel mercato delle più ampie chances di vita. E’ la via che storicamente si è definita come “economia sociale di mercato”. In questo quadro la libertà di chi sta meglio (di poter produrre liberamente ricchezza) e la libertà di chi è rimasto indietro (di poter aspirare a nuovi traguardi sociali) stanno per noi sullo stesso piano: quello di una società che ha per finalità la promozione umana.
Da questa filosofia discende il carattere interclassista di Forza Italia. Imprenditori e lavoratori, ceti abbienti e ceti disagiati, che diverse ideologie hanno voluto mettere in antagonismo, partecipano di un unico universo culturale: quello di una società che lavori a estendere, a tutti i livelli, la libera scelta dell’individuo, allontanando il maggior numero di cittadini dalla soglia della necessità. La nostra convinzione è la medesima che muoveva Ludwig Erhard, padre dell’economia sociale di mercato: “E’ incomparabilmente più utile conseguire l’incremento del benessere mediante l’espansione economica anziché volerlo ricavare da una sterile lotta per una diversa distribuzione del reddito nazionale. È molto più facile accordare a ciascuno una fetta più grossa di una torta che diventa sempre più grande che non voler trarre profitto da una lite per la divisione di una piccola torta perché, in questo caso, il vantaggio di uno deve essere sempre pagato dallo svantaggio di un altro”.
Lo spartiacque tra liberalismo e socialismo sta tutto nei differenti compiti assegnati allo Stato. “L’uomo liberale” sosteneva Einaudi “pone la cornice, traccia i limiti dell’operare economico, l’uomo socialista indica e ordina le maniere dell’operare”. E aggiungeva una considerazione particolarmente importante: “Ogni passo compiuto sulla via che va dalla legislazione di cornice a quella dirigistica è un passo verso la perdita della libertà”. Per questo stesso motivo Forza Italia rifiuta la traduzione del concetto di solidarietà nel concetto di assistenza statale. La concezione assistenziale dello Stato porta infatti al formarsi di legislazioni elefantiache che volendo regolamentare tutto finiscono per soffocare la libera iniziativa e illudendosi di incoraggiare il singolo distruggono quella libertà contrattuale che pure è prevista nel codice civile. Se un numero crescente di contratti è giudicato di interesse pubblico viene perciò sottratto alla libera decisione dei contraenti. La solidarietà sociale, che è un dovere per ogni democrazia liberale, deve essere considerata esclusiva della sfera etica mentre sul terreno giuridico deve piuttosto operare il concetto di sussidiarietà, l’obbligatorio intervento dello Stato, a diversi livelli, quando il soggetto più direttamente coinvolto su una determinata questione, non riuscisse a risolverla con i propri mezzi.
Mercato ed equità sociale non sono affatto concetti antagonisti come hanno voluto credere un certo cattolicesimo sociale e l’ortodossia di sinistra. Sono, al contrario concetti gemelli. Non si dà mercato in espansione dove non agiscano strumenti di solidarismo e di sussidiarietà. Non si dà vera solidarietà, viceversa, dove venga irrigidita o limitata la libertà del mercato. Risulta per altro sempre più comprovata, sopratutto di fronte alla forza del modello americano, che oggi la tutela dei più deboli e la lotta contro la nuova povertà passano essenzialmente per gli incentivi alla potenzialità d’impresa, per il superamento delle rigidità sindacali, per l’affermazione della filosofia della flessibilità, per la revisione dei sistemi previdenziali. Il nostro liberalismo non è dunque selvaggio, ma sociale. È lo statalismo, al contrario, a rivelarsi sempre più classista e oligarchico.
La società della libera scelta
Forza Italia si propone l’obiettivo di una seconda modernizzazione italiana, dopo quella che negli anni Cinquanta e Sessanta proiettò definitivamente l’Italia fuori dall’era bellica. Negli scorsi decenni infatti il nostro Stato sociale ha progressivamente smarrito la sua forza propulsiva, burocratizzandosi e creando zone di privilegio sociale e sindacale che contraddicono le finalità di equilibrio per le quali era nato. Esso produce ormai un livellamento verso il basso di prestazioni e servizi, e non riesce più a promuovere verso l’alto chi sta indietro nella scala sociale. Forza Italia lavora, viceversa, per un nuovo grande modello sociale, da costruire in Italia e in Europa: il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society. Quest’ultima si potrebbe anche definire come la società della libera scelta. Una società dove la responsabilità della gestione sociale è affidata anche ai corpi intermedi della comunità. Una società nella quale il livello privato e il livello statale cooperino e competano nell’offerta di servizi formando, insieme, un unico sistema pubblico all’interno del quale sia la più plurale e libera possibile la scelta dei cittadini e delle famiglie.
Non meno Stato più mercato, dunque, come si diceva negli anni Ottanta: ma Stato necessario e società responsabile. L’equazione che chi governa le moderne società europee deve risolvere è la seguente: come mantenere in piedi il carattere universale della tutela sociale riuscendo, nel contempo, a innalzare la qualità e l’efficienza dei servizi. Ebbene, le comunità umane non hanno fino a oggi trovato altro strumento per accrescere la qualità di qualsiasi sistema che far ricorso alla gara, alla concorrenza, all’emulazione. La soluzione del problema sta dunque nella costruzione di un Sistema Misto generalizzato nel quale il cittadino possa avere, appunto, piena “libertà di scelta” (con buoni scuola o buoni salute) tra una pluralità competitiva di offerte, private e statali. Il che vuol dire l’esatto contrario che privatizzare i servizi sociali: significa, al contrario, far entrare, a pieno titolo, nelle regole del sistema pubblico anche l’offerta privata, chiamando a intervenire imprese, cooperative, mondo del no-profit. Si determinerebbe così, tra l’altro, un pieno coinvolgimento della società nella gestione dei servizi, accrescendo la responsabilità di tutti verso il “bene comune” mentre finora è accaduto esattamente l’opposto.
Del tutto diversa dai modelli immaginati e praticati dalla sinistra è la nostra concezione dell’imposizione fiscale. Essa non può e non deve avere come compito prioritario la “redistribuzione della ricchezza” quanto piuttosto “l’orientamento dei consumi” e in luogo di indirizzarsi sulle persone fisiche deve avere come oggetto le cose. L’imposizione deve essere concepita come una metodica per favorire la crescita della ricchezza non come una sorta di punizione o di pegno feudale da versare per pagarsi il diritto all’esistenza. Il principio che fu all’origine della democrazia americana, “no taxation without representation” definisce l’imposizione fiscale come una cifra da attribuire allo Stato in cambio delle prestazioni sociali che esso si impegna a fornire ai suoi amministrati. Non già come una sorta di prelievo forzoso per guadagnarsi il ruolo di cittadino.
Forza Italia lavora per fare dell’Italia una moderna società aperta.
Non esiste una “terza via” tra capitalismo e socialismo. La società
del libero mercato, del libero scambio, della libera circolazione delle
idee é l’unica società che abbia saputo conseguire insieme la diffusione della libertà e quella del benessere.
Partito nazionale e federale
L’orgoglio del sentirsi e sapersi italiani si coniuga per Forza Italia con l’aspirazione a realizzare un definitivo compimento storico del Risorgimento. Diceva Carlo Cattaneo: “La vera scienza della società deve fondare quella sola unità che è compatibile con la conservazione delle distinzioni”. La nostra Costituzione aveva già concepito la nascita di Enti autonomi capaci di una propria attività legislativa. Occorre ora promuovere il completamento di questo disegno costituzionale ampliandone la portata in relazione alle trasformazioni e ai bisogni della società moderna. All’interno di questo orizzonte sentiamo di dover riattualizzare quelle tendenze federaliste, cattoliche e laiche, che già nel Risorgimento si opposero alla configurazione centralista e autoritativamente unitaria dello Stato e che, purtroppo, furono poi dimenticate per tutta la nostra storia nazionale. Lo Stato-nazione va considerato come uno soltanto dei cerchi nei quali si costituisce la vita politica e giuridica del popolo italiano; in una nuova interdipendenza dei poteri con le Regioni, i Comuni, le Province da una parte, e le istituzioni europee, atlantiche e internazionali dall’altra. In questo quadro decade la figura di quello Stato nazionalista che rese possibili le guerre e il fascismo e determinò la divisione ineguale dell’Italia tra Nord e Sud, facendo sorgere la questione meridionale.
Oltre la vecchia ideologia anti-italiana
La nostra nuova storia politica cambia il segno dell’ideologia che si è affermata nel secondo dopoguerra sotto l’egemonia prodotta dal compromesso storico tra la cultura di tre sinistre: quella cattolica dossettiana, quella azionista gobettiana e quella comunista gramsciana. Esse, pur partendo da ispirazioni assai diverse, hanno finito per assumere analisi del tutto convergenti sul “caso italiano” immaginando che l’Italia potesse diventare il laboratorio di una Terza via che, attraverso il fatidico “nuovo modello di sviluppo”, superasse insieme i difetti del regime capitalistico e del socialismo reale. Il cattocomunismo trovava la sua colonna sonora nella denuncia del mercato e dello spirito capitalista come antitetici alla promozione umana. Tutti i mali del Paese venivano comunque spiegati, con Gobetti, stigmatizzando lo spirito degli italiani considerato conformista e servile. Perciò gran parte del nostro establishment culturale, caso unico in tutti i Paesi occidentali, ha fatto e fa ancora gran vanto di dichiararsi “anti-italiano”. Ed è altrettanto significativo che diversi commentatori di sinistra abbiano battezzato Berlusconi come un “arci-italiano”, pensando con ciò di offenderlo.
Quest’ideologia è all’origine delle più gravi distorsioni della nostra vita nazionale. La prima è il deficit di riformismo. Nella perenne ricerca di un modello sociale alternativo, i tratti dell’utopia e del profetismo non potevano che prevalere su quelli del realismo e del gradualismo. La seconda è la debolezza del nostro capitalismo e della nostra società civile. La cultura del mercato, assieme a quella del rischio individuale e dell’innovazione è stata costantemente vilipesa. La terza è la diffidenza verso il popolo. I cittadini italiani sono stati costantemente trattati come un popolo bue al quale impedire di ripetere l’errore di innamorarsi di un tiranno. Di modo che la totale delega ai partiti e ai loro apparati, e il contenimento-controllo della società civile sembravano le uniche medicine capaci di evitare altre ricadute.
L’ideologia delle tre sinistre era vista dai suoi sostenitori come il fondamento stesso della democrazia; perciò distinguersi da essa significava collocarsi su un piano eversivo. L’equazione che ha imperato per decenni in Italia era semplice: destra = antidemocrazia. Con l’avvento del maggioritario, la storia ha ristabilito l’ordine naturale delle cose e le tre sinistre si sono unite, oltre che culturalmente, anche politicamente, nell’Ulivo. Ciò spiega perché il centro sinistra ancora oggi trovi la sua unità solo intorno all’esigenza di “resistere alla destra”. Ed anche perché la reciproca legittimazione è così difficile da raggiungere. La nuova storia politica di Forza Italia non viene vista solo come una normale antistesi politica: ma come il rovesciamento di un’intera cultura storica.
In effetti la nostra identità si colloca esattamente agli antipodi della vecchia ideologia. Perciò la parola libertà, campeggia fin dall’inizio sulle nostre insegne come recupero di una visione aperta della società, segnale di un nuovo tempo storico della Repubblica.
Le fonti della nostra identità
Viverse sono dunque le fonti che formano la base della nostra identità. Ci muoviamo innanzitutto nella grande area dell’umanesimo cristiano e laico, l’area che ha ispirato le tradizioni politico-culturali più importanti della storia del Paese. Nel solco del pensiero e dell’opera di De Gasperi e Einaudi, dell’ispirazione federale e liberale di Cattaneo e di Sturzo, dell’universo laico e socialista che da Salvemini porta fino a Calamandrei, Maranini, Ugo La Malfa, Malagodi, Saragat, Craxi. Ci muoviamo, altresì, lungo i sentieri di un antico patriottismo civile. Quell’amore per la terra e la nazione, invocato da Dante ed esaltato da Manzoni, che per troppo tempo è stato rifiutato in nome di un astratto internazionalismo ideologico. Da ciascuno di questi filoni sentiamo di aver acquisito una porzione di cultura politica. Ma non ci sentiamo solo eredi di antiche tradizioni: ci sentiamo anche protagonisti, come già affermato, di una nuova storia politica e culturale. Una storia che propone all’umanesimo cristiano e all’umanesimo laico di tornare a camminare insieme, riscrivendo i confini di una comune etica pubblica. Una storia che, per questo, non sentiamo solo politica ma anche etica, culturale e perfino spirituale.
Cattolici e laici: una nuova storia italiana
Finora il nostro sistema politico ha seguito orizzonti diversi. La Dc non è certo stata solo quel partito confessionale che molti oggi comodamente dipingono. Al contrario, bisogna saper riconoscere che la storia di quel partito, valutata nel suo insieme, rappresenta una lezione di equilibrio storico e di educazione democratica tuttora attuale. In ogni caso la storia della sua leadership nazionale si è obiettivamente configurata nell’amara separazione culturale tra i destini dei laici e quelli dei cattolici. Questi due mondi hanno a più riprese collaborato al governo del Paese e anche proficuamente; ma lo hanno fatto attraverso ripetuti compromessi politici, mai raggiungendo la condivisione di una comune etica pubblica. Tanto che in Italia, unico Paese al mondo, i concetti di laico e di cattolico sono da sempre letti come espressione di opposte identità politiche. Quest’anomalia tutta italiana di governi composti da forze antagoniste sul piano dei valori é stata determinata da molteplici fattori storici (primo fra tutti il fattore K) ma certamente è stata favorita dall’oscuramento del cattolicesimo liberale da parte del cosiddetto “cattolicesimo democratico” che trovava più strette parentele nelle filosofie marxiste e gramsciane che in quelle del liberalismo.
La nuova storia intrapresa da Forza Italia si colloca invece in continuità con quelle tradizioni occidentali nelle quali il liberalismo politico e sociale è stato culla di collaborazione non solo politica, ma anche etica, tra laici e cattolici. Stiamo dunque costruendo un soggetto politico inedito per la storia d’Italia. Un soggetto che si propone l’unione di tre grandi aree politico-culturali: quella del cattolicesimo liberale e popolare, quella dell’umanesimo laico, liberale e repubblicano, quella del liberal-socialismo.
Partito di centro
liberal-popolare e liberal-socialista
Non si adatta, dunque, per Forza Italia la definizione di
partito di centro-destra. Siamo piuttosto un nuovo partito di centro, liberal-popolare e liberal-socialista; alleato con la destra moderata e aperto alla cultura della sinistra riformista. Ed è proprio tale modello italiano ad aver dato un significativo contributo alla recente svolta del Partito popolare europeo che prevede, appunto, la promozione in tutta Europa dell’alleanza tra centro riformista e destra conservatrice. L’ispi-razione cristiana non viene smarrita: ma all’interno di un più generale riferimento all’umanesimo laico e cristiano il nuovo Ppe si apre al contributo di forze precedentemente distinte se non distanti. Le grandi famiglie europee alternative alla socialdemocrazia, popolari, liberali e conservatrici, possono così ritrovarsi unite in un comune sentiero di programmi e di valori. Forza Italia lavora per rafforzare sempre più questa strada, ribadendo la propria convinta adesione al Ppe.
L’inedita storia rappresentata da Forza Italia è dunque anche la via per dare piena e definitiva soluzione alla vexata quaestio nazionale: la questione romana. E, con essa, all’antica contrapposizione laici-cattolici che, fin dall’Unità d’Italia, pesa sulla nostra vita pubblica. È una via, infatti, che ribadendo il grande valore della laicità dello Stato si colloca in opposizione sia al confessionalismo politico che al laicismo indifferentista o, peggio, nichilista.
Il progresso: individuo e bene comune
La riaffermazione della laicità dello Stato è, per noi, l’affermazione di un liberalismo positivo. Non visto, cioè, solo come un insieme di procedure slegate da qualsivoglia riferimento etico. Soprattutto in tempi segnati da un enorme sviluppo tecnologico che ci porta ai confini della “creazione artificiale”, il progresso non può essere interpretato soltanto come il cammino di un’illimitata espansione dei diritti individuali (come un certo laicismo vuole) ma anche come la necessaria difesa del bene comune e della coesione civile. Sosteniamo con forza, come uno dei capisaldi di una società aperta, la libertà della ricerca. Nello stesso tempo riteniamo indispensabile la valutazione della politica democratica in ordine alle applicazioni sociali delle sue conquiste. Ne consegue che Forza Italia combatte ogni posizione ideologica che vede nella tecnologia e nelle molteplici innovazioni che essa produce una realtà negativa e anti-umana. La società tecnologica non è un superamento dell’uomo, semmai rappresenta un ampliamento delle sue potenzialità. I media, Internet, la televisione, le sempre più creative acquisizioni della ricerca, sono l’esempio lampante di come la tecnologia contribuisca alla dilatazione della libertà umana, sviluppando un modello di società basato sulla comunicazione diffusa e sul continuo miglioramento delle condizioni della vita. La ricerca e la tecnologia sono dunque, in sé, veicoli di libertà. Il problema sta semmai nel loro uso e nella loro finalizzazione sociale. Come sempre nella storia del mondo il rischio per l’uomo non viene mai dallo sviluppo, può venire piuttosto dall’uso che di esso si decide di fare. In sé la modernità, infatti, non è né buona né cattiva; cattivo o buono può essere solo il suo “governo”, l’applicazione sociale che l’uomo decide di fare delle sue stesse conquiste. Dunque, per Forza Italia, il progresso consiste nell’equilibrio che una società deve continuamente preservare tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, tra la soddisfazione dei bisogni individuali, anche tramite l’evoluzione scientifica, e la tenuta della coesione civile. La sinistra è statalista in economia e liberista nell’etica. Ne viene fuori un modello di società davvero inquietante. Noi ci sentiamo, viceversa, liberali sia nell’economia che nell’etica. In nessuno dei due casi la nostra filosofia è quella del “lasciar fare”: ma appunto di trovare, di volta in volta, il punto di equilibrio più convincente tra le legittime aspirazioni dell’individuo e l’ordinato evolversi della società.
Forza Italia è un partito aconfessionale e al suo interno viene garantita piena libertà di coscienza su tutte le questioni inerenti a problemi religiosi e morali, comunque posti. Forza Italia riconosce il ruolo storico e spirituale svolto dalla Chiesa cattolica e la validità per la Repubblica dei patti lateranensi. Forza Italia apprezza e valorizza anche il ruolo che l’ispirazione cristiana ha svolto nella formazione del temperamento italiano e nelle qualità costitutive delle nostre famiglie e del nostro popolo.
La centralità della persona
La libertà di coscienza del singolo sui temi religiosi e morali non significa rinunciare ad un quadro di valori comune a tutti i nostri aderenti che si misura nella condivisione di una fondamentale filosofia politica: la centralità della persona. Non a caso il primato assegnato all’essere umano e alla sua libertà costituisce un motivo di intima profonda vicinanza, se non di identità, tra pensiero cristiano e pensiero liberale. Ed è d’altra parte la prima ragione di contrasto con tutte le altre ideologie che nella storia hanno, di volta in volta, voluto proporre all’umanità diverse “centralità”. Quella della Classe voluta dal marxismo - leninismo; quella della Razza predicata dal nazismo; quella dello Stato praticata da diversi modelli autoritari di destra e di sinistra, e fatta propria dalla logica della realpolitik; quella della Natura più di recente diffusa dall’ecologismo fondamentalista.
Alcune di queste filosofie sono state all’origine di inauditi crimini contro l’umanità. Ma anche laddove non si oltrepassa il confine del crimine, ogni aggressione alla libertà e all’autonomia della persona rappresenta in ogni caso una distruttiva alterazione di quell’ordine del Bene e del Male che ci è stato tramandato nei secoli come bussola del comportamento umano. L’indisponibilità della vita umana a qualsivoglia potere statale, politico, militare, giudiziario, religioso è per noi legge fondamentale della vita pubblica. Su questa bussola si fonda il concetto di Occidente. Si tratta di una lunga strada di pensieri e di valori che, muovendo dall’insegnamento di Cristo e di Socrate, attraversa la rivoluzione umanista di San Tommaso aprendo così la strada al Rinascimento, ai secoli delle grandi scoperte scientifiche e geografiche e a quelli della rivoluzione industriale, per approdare alla filosofia pubblica moderna di cui Locke, Tocqueville e Constant sono stati i principali interpreti. Si tratta di un ininterrotto filo storico-culturale che riconosce all’uomo, attraverso la ricerca e l’intelligente intraprendenza, il potere creativo sulla Terra perché egli è imago Dei, fatto a immagine e somiglianza di Dio. Non c’è alcun contrasto tra fede e ragione, tra morale e scienza lungo questa strada: l’unico limite che si pone all’uomo è proprio quello di riconoscere il proprio limite, di non potersi sostituire a Dio. Esattamente il crimine che i totalitarismi del XX secolo hanno commesso di fronte all’umanità.
Europa e Stati Uniti: l’Occidente è uno
Questo filo storico-culturale è il fondamento dell’identità europea. Esso è stato messo in discussione dal pensiero di Rousseau e dalla Rivoluzione Francese. Aver sostituito al Dio tradizionale la dea Ragione e un “essere supremo” del quale la Politica sarebbe l’esecutrice materiale, ha oltraggiato sia il senso del limite dell’uomo che la libertà dell’individuo. Il Novecento, infine, ha annichilito ogni politica e ogni cultura umanista, decretando la morte di Dio e gettando la stessa idea d’Europa nel baratro del disumano. Perciò, all’inizio del XXI secolo, se l’Europa vuole garantirsi un futuro politico e spirituale ha il dovere di riaffermare solennemente il fondamento più profondo della sua identità: quell’umanesimo cristiano e laico che ha costruito, e reso grande e ammirata nel mondo, la sua immensa civiltà. Forza Italia è dunque un partito europeista non solo perché lavora attivamente alla costruzione di un’Unione protagonista della politica mondiale ma soprattutto perché si impegna a ricostruirne l’identità lungo le linee-guida della sua grande tradizione: il sentiero storico che si chiama Occidente.
Forza Italia assegna grande valore al concetto di Occidente, come espressione della civiltà liberale e cristiana. Vediamo nella rivoluzione americana l’evento-chiave della filosofia pubblica liberale che si contrappone alla rivoluzione giacobina di Parigi. La Costituzione di Filadelfia ha celebrato la libertà come valore assoluto e primario della vita umana. L’Ottocento europeo non ha potuto fare altrettanto perché, sulla scorta del giacobinismo, ha sofferto l’avvento di un nazionalismo aggressivo il cui esito finale è stata la grande crisi dell’Europa culminata nella prima guerra mondiale. Una guerra senza ragione che pose le basi di due terribili avventure politiche: il nazismo e il comunismo.
Il nostro “occidentalismo” non riposa, dunque, su ciò che certa sinistra crede sia l’Occidente: e cioè soltanto un aggressivo complesso militare-industriale. Occidente è per noi quella tavola di valori che fonda l’ordine naturale della vita sull’autonomia del soggetto, sulla libertà della persona e sulla pari dignità della donna. Ebbene, nonostante l’Europa abbia negli ultimi secoli rischiato a più riprese di allontanarsi da questa tavola di valori, non c’è dubbio che la sua identità sia nata dalla stessa culla teorica che ha generato gli Stati Uniti. Perciò è errato affermare che gli Occidenti siano due, quello europeo e quello americano. L’Occidente è uno: e non a caso gli Stati Uniti sono intervenuti in Europa due volte, la prima per difendere la libertà del mondo, la seconda per impegnarsi nella costruzione di un ordine internazionale fondato sulla pace e sulla democrazia. La comunità atlantica è stata il fondamento della comunità europea. Adenauer, Schumann, De Gasperi ebbero chiara l’idea che Europa e Stati Uniti potessero tornare a costituire un’unità di civiltà e che questa civiltà fosse la sola a poter salvare il mondo dalla tirannia e avviarlo sulla via del progresso economico e civile. L’unità dell’Occidente si consolidò poi con la guerra fredda, quando Stati Uniti ed Europa occidentale si esposero al rischio della distruzione nucleare pur di non permettere che le truppe sovietiche varcassero il confine dell’Elba e dell’Adriatico. Le nazioni europee, lacerate dalle guerre del Novecento, ritrovarono così assieme agli Stati Uniti l’antica comune civiltà.
Forza Italia si definisce a pieno titolo come partito occidentale. E su queste basi comprende il destino dell’Italia come Paese occidentale. Un eventuale isolazionismo americano rispetto all’Europa sarebbe un incomprensibile errore storico. Ma un eventuale isolazionismo europeo rispetto a Washington segnerebbe l’inizio di un’autentica debacle politica, economica e culturale del nostro continente. In ogni caso determinerebbe una grave frattura all’interno di ciò che chiamiamo Occidente con gravi ripercussioni sull’intera storia del pianeta. Nella nostra visione del mondo Europa e Stati Uniti sono legate dallo stesso destino.
Oltre Yalta: il nuovo equilibrio mondiale
Il mondo del XXI secolo deve saper andare oltre Yalta. Ma non per tornare indietro, agli anni Trenta del secolo scorso, quando il prevalere di sentimenti antiamericani, anticapitalisti e antigiudaici portò l’Europa verso il disastro. Andare oltre Yalta significa costruire le regole di un nuovo equilibrio mondiale democratico capace di governare un pianeta che dopo il 1989 è mutato nei suoi assetti di fondo. Anche perché, come l’11 settembre ha dimostrato, se la guerra fredda è finita, si è aperta un’altra severa minaccia per il mondo. Essa nasce dall’inedita combinazione di fondamentalismo, biotecnologia e terrorismo. Non è uno scontro tra civiltà: ma certo è una “nuova guerra” di difesa della civiltà. Un tempo il confronto era tra democrazia e totalitarismo oggi esso si snoda lungo la difesa o la negazione dei valori fondativi dell’Occidente e chiama a un nuovo dialogo con il mondo islamico al quale si chiede di battersi con noi contro il fondamentalismo terrorista e di mostrarsi capace di una storica evoluzione verso il sistema democratico.
A questo fine lavoriamo perché l’Unione europea sappia crescere come soggetto politico unitario, protagonista di primo piano della scena mondiale. Raggiunto l’obiettivo della moneta unica e della riunificazione politica tra Ovest e Est si può far più vicino il sogno dei Padri Fondatori: un continente unito dall’Atlantico agli Urali che sappia ricomprendere nei suoi confini la Russia e che si presenti come un’affidabile sponda di dialogo verso quei Paesi del mondo islamico che vogliono incamminarsi lungo la via della democrazia. In questo quadro l’Unione europea non può infine non prendere atto della necessità di aprire la porta della propria casa comune all’unica democrazia liberale presente nell’area del medio-oriente: quella d’Israele.
Forza Italia lavora perciò affinché l’Europa possa parlare al mondo attraverso una sola autorevole voce politica e possa dotarsi di una propria autonoma politica di difesa e di sicurezza, con la costituzione di un esercito dell’Unione. Tale autonomia non può essere in alcun modo vista come lo strumento per tornare a un ordine mondiale basato su un “bipolarismo antagonista” nei confronti degli Stati Uniti con l’Europa chiamata, sia pure con forme e contenuti diversi, a sostituire la vecchia Urss; bensì come la leva, in partnership con gli Usa, per poter assumere autonome responsabilità politiche e militari rispetto alla sicurezza del mondo cui finora l’Europa non è stata in grado di attendere, sempre facendo conto sulla forza di Washington.
L’alleanza delle democrazie
Il nuovo equilibrio mondiale richiede che le nazioni libere del pianeta si ritrovino in una comune carta di principi e di valori costitutiva di una rinnovata “alleanza delle democrazie”. L’obiettivo deve essere quello di riuscire a muoversi in sintonia entro tutte quelle organizzazioni internazionali che, a partire dall’Onu, si rivelano utili per il dialogo tra tutti i popoli del mondo ma non possono essere guidate da comuni opzioni etico-politiche. La nuova fase mondiale apertasi con l’11 settembre pretende, viceversa, una comune assunzione di responsabilità di tutte le democrazie del pianeta. La logica della deterrenza che aveva ben governato l’era della guerra fredda non è più sufficiente. Essa era una logica di conservazione dello status quo, volta essenzialmente a impedire e irretire ogni azione distruttiva. Questa logica, contro il nuovo terrorismo internazionale non funziona più, perché esso colpisce in modo imprevisto, asimettrico e non è un’entità statualmente riconoscibile. Può allora rivelarsi necessario anche agire per prevenire ogni violazione della sicurezza internazionale e della libertà dei popoli. Il recente passato ci ha inoltre mostrato come concetti finora sconosciuti al diritto internazionale come quello di “ingerenza umanitaria” possono rivelarsi decisivi nel mondo di oggi per tutelare la vita, la libertà e la dignità degli esseri umani. Occorre allora una nuova comune definizione dei valori e delle strategie che devono guidare le democrazie in questa nuova emergenza storica.
L’Unione europea può svolgere un ruolo decisivo nella definizione del nuovo ordine mondiale a condizione che sappia scrollarsi di dosso un’antica pigrizia diplomatica ed etica che, al contrario di quanto può sembrare, contraddice la proverbiale saggezza delle sue tradizioni, perché non è prova di saggezza chiudere gli occhi di fronte ai mutamenti del mondo, restando legati a schemi mentali superati dagli eventi. Anche a questo fine non ci sembra utile immaginare nazioni-guida dell’Unione, quasi a formare un ristretto club di privilegiati. Forza Italia intende promuovere con decisione ogni iniziativa volta verso questi traguardi e ritiene che l’Italia debba esaltare in ogni circostanza la propria storica vocazione ad essere un permanente “ponte” di dialogo tra le civiltà e fattore attivo di soluzione delle controversie. Lavoriamo per unire, non per dividere i popoli e gli Stati d’Europa. Lavoriamo per unire, non per dividere l’Europa dagli stati Uniti.
Non c’è pace senza libertà
Per Forza Italia la parola pace rappresenta un valore supremo e universale. Sappiamo però che essa, disgiunta dalla parola libertà, cessa perfino di essere un valore. Ci può essere pace, infatti, anche nel silenzioso deserto delle dittature o nella resa incondizionata ai loro ricatti. Proprio per questo quel pacifismo assoluto che negli anni Ottanta gridava “meglio rossi che morti”, e che ancor oggi diffonde la medesima ideologia, si rivela come una sorta di movimento amorale perché finisce per colpire al cuore ogni etica democratica, rovesciando secoli di pensiero progressivo che avevano insegnato il contrario: che é meglio morire piuttosto che vivere da schiavi. Questa cultura, distinguendo la pace dalla libertà, la riduce a un feticcio senz’anima, considerandola un generico scudo protettivo, valido anche per chi esercita violenza, oppressione e ingiustizia. L’oppressore e la vittima non possono, in nessun modo, esser considerati sullo stesso piano: e il diritto alla legittima difesa può e deve irrompere nella storia umana a difendere risolutamente la pace violata. Anche ricorrendo quando ogni altra azione diplomatica si riveli inutile, e dopo aver fatto della pazienza la propria estrema virtù, all’uso della forza. Rinunciare infatti a un diritto di resistenza, a un intervento umanitario, alla prevenzione del terrorismo come di ogni altro atto di concreta minaccia della sicurezza, può significare mettere a repentaglio proprio la pace e la libertà. Questa etica della responsabilità è spesso difficile da capire anche perché richiede, a volte, decisioni faticose e dolorose. Ma è l’unica che possa difendere la nostra libertà e, alla fine, perciò stesso, la vita e la pace. Perciò Forza Italia la considera tra i fondamenti della propria identità.
Il dialogo tra le civiltà: rispetto reciproco
La medesima etica ci guida anche nel dialogo con le altre civiltà. Un gigantesco equivoco ha finora condizionato parte della cultura europea: l’equivoco dell’Altro. A causa del perdurare di un infelice complesso di colpa figlio della “sindrome coloniale”. A causa dell’ egemonia delle teorie post-moderne favorevoli al “meticciato culturale”. A causa della non del tutto sopita influenza dell’ideologia terzomondista, che giustificava ogni atto di violenza compiuto in nome della “liberazione nazionale”. A causa di tutto ciò gran parte della cultura europea ha finito per credere che il “multiculturalismo”, destino inevitabile delle nostre terre, dovesse coincidere con una sorta di nostra abdicazione identitaria.
La verità è che negli ultimi decenni, abbiamo coltivato una sola delle due facce del sistema di valori occidentale: l’amore per l’altro. L’esaltazione del dialogo, della tolleranza, del rispetto per le sue culture e le sue religioni. Abbiamo invece colpevolmente trascurato l’altra: l’amore per noi stessi. Lo studio e l’affermazione della nostra identità, della nostra storia, la passione per la nostra etica pubblica e per le nostre religioni. Ebbene, l’una faccia senza l’altra non regge. Perché senza amore e rispetto per se stessi non è possibile alcun vero dialogo con l’Altro. Le due facce della medaglia devono, per noi, essere guardate assieme: la volontà di dialogo con le altre civiltà del mondo, l’amore per l’altro, lo spirito di amicizia e di comprensione, la ricerca dell’integrazione devono coniugarsi con una permanente e convinta richiesta di reciprocità. Anche di fronte ai massicci fenomeni di immigrazione, l’accoglienza verso chi cerca la nostra terra come speranza di un futuro migliore è doverosa. Ma altrettanto doveroso é pretendere rispetto per la nostra cultura, la nostra religione, le nostre tradizioni, le nostre leggi.
Contro il relativismo culturale:
la superiorità delle democrazie
Le società occidentali vivono oggi una sorta di eclissi di valori. Ebbene Forza Italia combatte apertamente uno degli esiti di questo processo: quello che viene definito “relativismo culturale” per il quale le differenti civiltà, culture e costumi morali vengono messi sullo stesso piano di valore, arrivando addirittura a sostenere, ad esempio, che pratiche come l’infibulazione dovrebbero anche da noi essere giudicate legittime solo perché corrispondenti a una determinata mentalità diversa dalla nostra. In queste concezioni non vediamo solo l’insorgere di un pericoloso regresso civile ma anche un concreto pericolo politico. Lungo questa via, infatti, si può anche arrivare a equiparare i diversi ordinamenti politici considerando alla fine “trascurabile” la differenza di valore tra gli Stati democratici e quelli totalitari. In fondo, anche questi ultimi si fondano soltanto su culture diverse dalle nostre! Così ragionando si contraddice l’idea stessa che la democrazia e la libertà siano valori universali, fondativi della convivenza umana. Forza Italia non pensa che esistano civiltà antropologicamente superiori ad altre. Ma ritiene che il sistema democratico-liberale debba essere senz’altro considerato superiore a qualsiasi altro attuale modello politico e che la libertà dell’uomo sia un valore universale. Superiore a qualsiasi altro valore, fondativo di qualsiasi altro valore. Non ne consegue certo che la democrazia debba essere imposta con le armi: ma certamente sentiamo come un dovere battersi, con ogni mezzo politico e culturale, perché essa un giorno trionfi in tutto il mondo. E la rotta della libertà sia infine seguita da tutte le civiltà del pianeta.
Non c’è pace senza sviluppo:
la globalizzazione del benessere
Non c’è pace senza libertà. Ma non c’è pace anche senza sviluppo. Facciamo perciò nostre le parole con le quali Paolo VI concluse la “Populorum Progressio”: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Per Forza Italia la lotta per ridurre le diseguaglianze economiche tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri del pianeta non è solo doverosa dal punto di vista etico e sociale: essa è anche la più grande chance di aprire una nuova era di benessere e di sicurezza per tutti. Sicurezza e sviluppo sono concetti siamesi. E più debole la sicurezza di ciascuno senza lo sviluppo di tutti, ma non é possibile lo sviluppo di tutti, specie delle economie più arretrate, senza la difesa della sicurezza globale. Per questi stessi motivi Forza Italia reputa sterile la discussione, pur assai diffusa, se essere a favore o contro la globalizzazione. La storia dell’umanità è un ininterrotto percorso di globalizzazione, una continua espansione dei commerci, della comunicazione, dell’interdipendenza tra i popoli del pianeta: ebbene questo sentiero ha sempre prodotto un costante incremento del benessere per tutti. Ciò è stato particolarmente vero per gli ultimi due secoli, ed è ancora più vero ai nostri giorni. Non la redistribuzione della ricchezza, ma la sua crescita è da sempre alla base del superamento delle soglie di povertà. Il che non significa che non occorra prevedere un governo della globalizzazione orientato alla solidarietà e alla sussidiarietà: ma vuol dire che ancor più decisivo, per le aree arretrate, è studiare nuovi investimenti per implementare la produzione di ricchezza. Se invece la globalizzazione viene considerata un nuovo Moloch distruttivo, espressione impalpabile di un moderno Impero neanche la solidarietà potrà mai essere operativa perché il suo dispiegarsi implica comunque l’accettazione dell’interdipendenza. Le uniche vere politiche no-global sono, infatti, il protezionismo e l’autarchia che non consentono alcuna solidarietà.
Globalizzazione e libertà devono invece procedere di pari passo. Esiste una profonda incompatibilità tra dittatura e globalizzazione. E, tra le due, solo la seconda, garantendo la più totale diffusione di ogni conoscenza umana, può aiutare a liberare l’umanità dal bisogno e dal dolore.
La doppia faccia dell’ecologismo
Tante ragazze e ragazzi sono ancora indotti a inseguire ideologie negative che ripropongono radicali antagonismi rispetto alla civiltà del libero mercato. Particolare diffusione hanno avuto negli ultimi anni le teorie ecologiste che oppongono alla “centralità della persona” la “centralità della natura”. Per alcune frange politiche si tratta solo di una furba riproposizione del marxismo. Cambiare l’ordine dei fattori perché il prodotto non cambi: al concetto di sfruttamento dell’uomo sull’uomo sostituisce infatti quello di sfruttamento dell’uomo sulla natura, ma i nemici restano sempre gli stessi: il mercato, il capitalismo, gli USA.
Nell’ecologismo contemporaneo vivono però anche pensieri importanti per la civilizzazione umana. L’ecologismo mostra cioè una doppia faccia: da una parte propone al mondo una significativa rivoluzione etica, dall’altra le sue correnti fondamentaliste espongono tutti noi al rischio di una grave regressione. La rivoluzione etica riguarda il concetto di responsabilità. Nelle società moderne il calcolo delle conseguenze delle nostre azioni comincia ad assumere un valore decisivo rispetto alle epoche precedenti. Ancora fino a qualche decennio fa si pensava di doversi far carico al massimo dei destini della generazione successiva, dei propri figli, dei propri nipoti. Poi ci avrebbero pensato i posteri. Nel lungo periodo saremo tutti morti, diceva Keynes. Le più recenti rivoluzioni scientifico-industriali hanno invece prodotto un’enorme svolta filosofica: grazie alla rivoluzione tecnologica gli uomini del XXI secolo possono davvero cambiare i connotati della Terra. Questa novità muta drasticamente il senso della nostra responsabilità nei confronti del mondo imponendoci di privilegiare le scelte reversibili su quelle irreversibili. Da questo punto di vista non possiamo non dirci ecologisti.
La regressione culturale nasce invece dal fondamentalismo ecologico e da quella che si può chiamare l’ideologia della paura. Siamo di fronte a un pensiero tragico: per imporsi esso deve fare in modo che la gente presti più ascolto alle profezie di sventura che a quelle di progresso: al punto di proporre “sospensioni della libertà” in nome della presunta salvezza della Terra. Se gli uomini non saranno capaci di autolimitarsi bisognerà imporre loro una dittatura ecologica! Ebbene, quando un pensiero tragico si sposa a un movimento di centinaia di migliaia di militanti, gli esiti possono essere disastrosi. Attraverso il fondamentalismo ecologico torna a suonare la campana filosofica che da sempre accompagna in modo distruttivo il dibattito sul progresso: l’umanesimo negativo. Non si lotta per un’immagine positiva dell’umano, ma soltanto per salvarsi dal disumano, dalla catastrofe. Il fondamentalismo ecologico immagina una restrizione dei confini dell’avventura umana, un ritorno indietro della civiltà. Da qui derivano il misticismo naturistico e l’esaltazione della paura che ampiamente circolano in alcuni di questi movimenti.
L’ambientalismo blu
Un ambientalismo liberale (non verde ma blu come il colore dell’acqua, primo elemento della vita umana) dovrebbe rendersi protagonista di una radicale svolta: diventare un modello positivo di società. Non solo predire il Male. Ma rendere credibile il Bene. L’unico ambientalismo positivo é quello capace di rispondere alla domanda se sia possibile una società ecologica che produca un nuovo balzo in avanti della civiltà, una nuova rivoluzione industriale e non solo un mesto “ritorno indietro” dell’avventura umana. Ma il fondamentalismo ecologico non ha fiducia nell’uomo: anzi vede proprio l’uomo come il vero nemico della Terra. Così la paura toglie qualsiasi spazio alla speranza, perché viceversa é ancora una volta solo l’uomo con la sua libertà di ricercare, di scoprire, di creare a poter cambiare le cose. Noi non pensiamo che l’umanità stia attraversando l’ultimo stadio della sua evoluzione, come del resto da sempre ogni pensiero negativo annuncia. Non si tratta dunque di arrestare lo sviluppo, rimpiangendo il buon tempo antico. Il vero “progresso” consiste e sempre consisterà nell’eterno lavoro dell’uomo umano per superare positivamente le contraddizioni che il progresso stesso ha prodotto.
Il pensiero positivo
Forza Italia si sente parte di quell’arco di forze politiche e culturali che, in tutti i tempi, hanno proposto agli uomini di far propria la logica del pensiero positivo. Ogni critica globale del reale ha sempre condotto gli esseri umani in un vicolo cieco. L’ottimismo delle azioni positive, invece, è sempre stata la bandiera dei pionieri, degli innovatori, di tutti coloro che nella storia hanno usato la loro creatività per migliorare il mondo. “Piuttosto che maledire il buio è meglio accendere una candela” diceva un grande poeta cinese, Lao-Tse. E’ questa la nostra filosofia. E sentiamo come un irrinunciabile dovere proporla ai più giovani, soprattutto in tempi attraversati da culture nichiliste che li invitano a non credere in nulla, a considerare l’esistenza umana, noiosa o spensierata che per ciascuno sia, come un involucro privo di senso da trascorrere nel disincanto o nel cinismo oppure inseguendo sempre più sofisticate anestesie atte a lenire il disagio di vivere. Questa cultura del nulla si presenta con il marchio del nuovo e dell’anticonformismo ma è in realtà il colpo di coda che il decrepito mondo delle ideologie esercita sull’umanità: se non hai creduto in noi, non credere più in nulla.
Capacità di credere capacità di creare
Nella nostra visione del mondo la vita è un dono da scartare con pazienza. Uno stato di grazia da consumare in serena creatività. Riuscire a renderla più ricca attraverso la libertà, l’amore, l’intelligenza e l’arte significa realizzare il proprio personale miracolo. E’ la creatività umana il valore dei valori. L’uomo creativo, l’uomo che crede in se stesso e negli altri, sarà in grado di oltrepassare sia il dolore che la povertà, così come sarà capace di trasformare la gioia e la ricchezza in traguardi non soltanto privati. Non nasciamo uguali, ma nasciamo liberi: e ciascuno di noi può scegliere quale atteggiamento tenere nei confronti della vita, positivo o negativo. Compito della politica, al quale Forza Italia si sente particolarmente legata, è quello di costruire una società che permetta a tutti di avere pari opportunità di partenza per costruire, come meglio desidera, il proprio personale sentiero di felicità. E’ importante partecipare ed è importante vincere, ma è più importante ancora giocare bene. I traguardi raggiunti dipenderanno poi dal caso, dalla fortuna, dalle personali capacità di ciascuno.
Particolare importanza assume per Forza Italia, a questo proposito, il libero espandersi delle energie femminili. Il movimento di ascesa sociale e culturale delle donne è in atto da più di un secolo. Tuttavia si manifesta ancora, da parte di molti, un forte impaccio nel prendere atto di tale ascesa, tanto da far sì che permangano ancora veri e propri “santuari maschili” dai quali le donne sono escluse.
Per il talento contro il conformismo
Questo universo di valori propone di fatto all’ideologia italiana il rovesciamento di alcuni dei suoi più consolidati luoghi comuni. L’immagine del nostro carattere nazionale, diffusa anche nel mondo, ha finora oscillato tra due estremi: da una parte l’italiano dell’arte di arrangiarsi, che confonde l’onestà con l’ingenuità, debole con i forti e forte con i deboli, dedito alla continua ricerca di espedienti per sopravvivere. Dall’altra l’italiano vincente, e anche cinico, che si eleva con furbizia oltre la quotidianità. Insomma, o i personaggi resi celebri da Alberto Sordi o quelli ispirati ad un perenne dannunzianesimo spirituale. O quaquaraqua o superuomini. Secondo la vecchia ideologia italiana la vita si gioca solo in una permanente roulette tra Intrigo e Fortuna. Il merito è categoria sconosciuta. Chi è vittima di un insuccesso è tenuto a distanza, con falso pietismo. Chi eccelle è invece adulato con malcelata invidia. Capita raramente che gli italiani siano disposti ad ammettere che qualcuno, con il proprio talento, si sia meritato qualcosa. Quando Forza Italia sostiene la Creatività contro il Pansindacalismo, la Meritocrazia in luogo della Mediocrità, il Coraggio contro il Conformismo intende anche contribuire a costruire e diffondere nel mondo un’altra immagine del nostro essere italiani, una nuova fiducia nelle qualità del nostro popolo.
Anche per questo, a differenza della sinistra, Forza Italia non chiede agli intellettuali e agli artisti burocratiche fedeltà né li invita a farsi costruttori di ennesimi integralismi ideologici. Il rapporto di militanza tra cultura e politica è un rapporto d’altri tempi che ha più spesso creato “professionisti dell’odio” che uomini spiritualmente elevati. Forza Italia crede in una civiltà dell’amore e della creatività, non in una dell’invidia e dell’odio. Perciò invita gli uomini di cultura ad avere come unica stella polare la creatività italiana, la sua diffusione e il suo sviluppo nel mondo. Del resto è proprio nelle diverse terre del sapere che si stanno disegnando le nuove frontiere del nostro futuro.
Questa è la rotta che indichiamo agli italiani. E’ la rotta di chi crede nella libertà. Politica, civile, economica. Di chi é convinto che la libertà di pensiero, di religione e di parola siano un valore universale. E che siano parimenti fondamentali il diritto al lavoro e ad una giusta retribuzione, il diritto alla proprietà, il diritto per le famiglie di scegliere l’educazione dei propri figli, quello, infine, per ciascun cittadino, di eleggere i propri governanti. Questi sono i nostri valori comuni, quel che chiamiamo il nostro sistema liberale e democratico. Valori che pensiamo possano essere condivisi da tutti gli uomini della Terra. Non bisogna mai dimenticare che la libertà e il benessere, che per noi oggi appaiono scontati, sono stati conquistati dai nostri padri al prezzo di grandi sofferenze. E non è purtroppo affatto detto che, per trasmetterli ai nostri figli, non si sia anche noi costretti a combattere ancora. Guai insomma a pensare che tutto sia già scritto, che la storia sia finita. Essa è sempre lì davanti agli uomini, aperta a ogni esito. Scriverla in un modo o nell’altro dipende solo da noi.Forza Italia ha aperto il cammino di una nuova storia italiana. La sua nascita e la sua costituzione come soggetto politico hanno modificato l’assetto istituzionale e l’impianto culturale della democrazia repubblicana, chiamando a una nuova stagione di vitalità le grandi tradizioni democratiche e liberali della nazione e proponendo alla società un inedito orizzonte di valori e di comportamenti.
Forza Italia non nasce da una precedente organizzazione politica o da un costituito sistema dottrinale. Nasce dall’appello di un uomo, Silvio Berlusconi, direttamente rivolto ad un corpo elettorale nel quale rischiava di aprirsi un enorme vuoto storico-politico di rappresentanza. Forza Italia si costituisce come risposta alla crisi dei partiti della Prima Repubblica; come reazione ad una possibile deriva illiberale del sistema politico; come offerta di rappresentanza all’area dei moderati nel quadro di una nuova democrazia dell’alternanza; come proposta di governo per realizzare una seconda modernizzazione italiana.
Una svolta nella storia d’Italia
Agli inizi degli anni Novanta del XX secolo l’Italia si trovò sospesa nel vortice di una pericolosa crisi istituzionale e ideale. La caduta del Muro di Berlino, con la fine della guerra fredda e dell’era delle contrapposizioni ideologiche; il sempre più evidente anacronismo del nostro sistema politico-amministrativo, lasciato per troppo tempo senza riforme e senza ricambio; l’acutizzarsi nel contesto europeo della crisi degli Stati-nazione e del loro assetto centralistico: l’insieme di questi mutamenti creò nella società italiana l’emergenza di due rotture storiche. La prima fu quella, chiesta attraverso i referendum, di un rapporto diretto tra il voto dei cittadini e l’elezione dei propri rappresentanti, dagli Enti locali, al Parlamento, all’Esecutivo. Gli italiani sentivano di dover aprire la gabbia nella quale era stata compressa la loro sovranità popolare. Una decisiva richiesta di libertà e democrazia: la quale, però, sconfessando il vecchio sistema dei partiti, poteva anche aprire la strada a pulsioni antipolitiche. La seconda fu quella evocata dall’esplosione di una vera e propria “questione settentrionale”.
Le società del Nord pretendevano una più stretta relazione, di tipo federale, tra produzione delle risorse e gestione del potere di spesa. Si trattava anche in questo caso di una legittima rivendicazione di modernizzazione del sistema: che però, se non fosse stata gestita con equilibrio, rischiava di produrre i germi di una frattura dell’unità nazionale. Una terza grave rottura istituzionale era stata infine messa in campo dalle iniziative della procura di Milano che, strumentalizzando le prime due spinte popolari, finì per incanalare il sacrosanto desiderio di punire la corruzione politica in un vero e proprio processo a cinquant’anni di democrazia, usando in modo unilateralmente mirato l’avviso di garanzia come strumento di eliminazione degli avversari politici. Ben presto l’alleanza tra parte della magistratura e dei media con la sinistra politica avrebbe prodotto una seria alterazione dell’equilibrio tra i poteri e dello Stato di diritto, aprendo la strada ad un vera e propria crisi istituzionale.
L’Italia di quegli anni aveva dunque di fronte a sé tre vie per governare la transizione: quella referendaria, quella federalista, quella giustizialista. Ma non si trattava di vie politicamente mature: sembrava piuttosto prevalere un inquietante caos di progetti e di sperimentazioni. Ebbene Forza Italia nasce per dare forza storica alle prime due vie componendo, oltre il caos, un nuovo credibile equilibrio politico del Paese. E per impedire alla terza di dar corpo, attraverso il
circuito procure-media-sinistra, ad una deriva illiberale del sistema. La scesa in campo di Silvio Berlusconi non contribuisce dunque soltanto a fondare un partito. La sua strategia di alleanze volta a recuperare i filoni portanti della democrazia italiana e a dare piena costituzionalizzazione alle spinte della Lega e all’evoluzione della nuova destra, propone al Paese tre grandi obiettivi democratici: evitare che il governo diventi pertinenza irreversibile della sinistra demo-cristiana e dei postcomunisti come pure un certo sistema di potere desiderava; superare lo storico ostracismo politico-culturale verso la destra; modificare l’antiquata idea di un centro politico immobile e conservatore. La nascita di Forza Italia, dunque, segna l’effettivo inizio della democrazia dell’alternanza e della Seconda Repubblica. Una svolta nella storia d’Italia.
Dalla prima vittoria elettorale del 1994 alla seconda del 2001 questo percorso è stato reso accidentato da fattori interni ed esterni. Da una parte l’inevitabile instabilità delle alleanze nei primi anni della transizione, dall’altra l’aggressiva reazione di una parte rilevante dei poteri istituzionali e politici minacciati dal nuovo corso. Ma, a dieci anni dalla sua nascita, la nuova storia politica rappresentata da Forza Italia è ormai definitivamente affermata sulla scena nazionale e internazionale. La novità di questa storia è il primo, più importante manifesto della nostra identità. La vittoria elettorale di uno schieramento maggioritario composto da un’alleanza di partiti costituiva, infatti, un evento assolutamente inedito nella storia italiana del Novecento. Di più: nessuno, in tutta la nostra esperienza unitaria, si era mai trovato a comporre un governo, com’è accaduto per la prima volta a Berlusconi, come diretta conseguenza di un voto popolare. Non accadde nemmeno a Depretis, il quale divenne presidente del Consiglio in una Camera che aveva sorretto Minghetti e, solo dopo averla sciolta, sfruttò la posizione di potere per ottenere la maggioranza alle nuove elezioni. Non soltanto dunque all’Italia repubblicana degli ultimi cinquant’anni, ma anche all’Italia monarchica e prefascista, era mancata quella libera competizione democratica tra maggioranze e minoranze in lotta per alternarsi al governo. Circostanza questa che, a ragione, fece sostenere a Giuseppe Maranini come in Italia non si fosse mai affermato un vero Stato liberale e, in fondo, neanche un vero sistema parlamentare “a causa della perenne incertezza sulla sede del centro di gravità del potere, ora attratto dall’assemblea, ora captato dal primo ministro”. Forza Italia è dunque il soggetto artefice della democrazia dell’alternanza e dell’ affermazione di un compiuto Stato liberale.
Partito della democrazia liberale
La nostra concezione della democrazia si basa in primo luogo sul rapporto diretto tra corpo elettorale e premier. Inoltre essa punta a restituire piena efficienza e centralità al Parlamento, istituzione fondamentale della produzione legislativa e del confronto quotidiano tra Esecutivo e Opposizione così come tra Esecutivo e Società. Il Capo dell’Esecutivo deve godere del potere di nominare i ministri e sciogliere le Camere. Ove il suo ruolo non coincidesse con quello del Capo dello Stato a quest’ultimo non possono spettare diretti poteri politici ma, sul modello della Corona britannica, esclusivi compiti di rappresentanza dell’unità della nazione e dello Stato. La nostra concezione della democrazia si basa inoltre sulla semplificazione del rapporto tra Cittadino e Amministrazione attraverso il superamento dei bizantinismi burocratici che, nell’era storica degli Stati nazionali e in particolare nella tradizione italiana, hanno compresso la vita produttiva e l’iniziativa sociale, e la stessa efficacia dell’azione di governo, vincolandole a procedure soffocanti. Una dialettica democratica moderna deve articolarsi in un continuo interscambio di informazioni e di decisioni tra strutture istituzionali e politiche snelle ed efficienti e una società civile forte, organizzata in comunità e associazioni che acquistino sempre maggiori responsabilità nella gestione della cosa pubblica. Finora il nostro sistema si è caratterizzato solo lungo l’asse di mediazione partiti-Stato-sindacati. Il tempo che avanza chiede invece nuove configurazioni di legittimità anche lungo il percorso individui-comunità-governo. Anche perché la complessità e la velocità delle moderne reti di comunicazione economiche, finanziarie, scientifiche rendono del tutto anacronistici i vecchi sistemi di mediazione e di decisione che, se non resi più agili, espongono le democrazie al rischio di impotenza di fronte alla dinamicità dei centri di decisione extraistituzionali.
Per Forza Italia il concetto di potere fa leva su due parole-chiave: consenso e responsabilità. Il primo per evocare la necessità di un costante riferimento al vero sovrano della cosa pubblica che è il popolo. Il secondo per rendere trasparenti le alternative programmatiche poste di fronte al Paese da ciascun soggetto politico, impedendo che un sistema opaco e consociativo confonda meriti e demeriti in un’indistinta recita oligarchica. Solo il consenso e la responsabilità, del resto, rendono possibile il controllo di ogni potere.
L’equilibrio dei poteri
Tale filosofia deve ispirare la condotta di ogni potere dello Stato. L’equilibrio tra il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario, che è il segreto di ogni sana democrazia, si può garantire solo attraverso il permanente rispetto delle reciproche autonomie e il rigetto di ogni impropria invasione di campo. Nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica in Italia si sono verificati evidenti fenomeni di usurpazione delle prerogative del potere Legislativo da parte del potere Giudiziario che hanno prodotto gravi squilibri nell’armonia democratica. Forza Italia considera proprio dovere storico e istituzionale ricondurre la democrazia italiana nell’alveo di un normale equilibrio sistemico. D’altra parte è del tutto evidente che in una democrazia liberale, accanto alla distinzione dei poteri, deve vigere un trasparente sistema di controllo e di verifica di ogni singolo potere: nessuno, infatti, può trovarsi in una condizione di “irresponsabilità”. Il liberalismo nasce, appunto, per difendere il singolo cittadino e la comunità da eventuali abusi di qualsiasi potere: politico, militare, economico, giudiziario, religioso che sia. Ebbene, sotto questo profilo, se per ciò che attiene all’Esecutivo e al Legislativo, nonostante incompiutezze ancora evidenti, il criterio di responsabilità viene comunque garantito dal periodico e sanzionante giudizio popolare, non così si può dire per il potere Giudiziario per il quale regna un regime di autoreferenzialità: il potere giudiziario, in Italia, si controlla da sé medesimo. I nostri padri costituenti scelsero una terza via tra i sistemi che sottopongono la magistratura al controllo popolare e quelli che la legano al controllo dell’Esecutivo. Proseguire lungo questa strada è possibile solo alla condizione di individuare nuove forme di indirizzo e controllo parlamentare capaci di superare l’autoreferenzialità dell’ordine giudiziario. Fino ad allora l’Italia non sarà una compiuta democrazia liberale.
Un sistema politico fondato sull’alternanza richiede, infine, la reciproca legittimazione, ideale e politica, tra i partiti che si contendono il consenso degli elettori. Perciò il rifiuto di ogni demonizzazione e delegittimazione morale dell’avversario, esito di mentalità totalitarie e integraliste, deve essere considerato il primo tra i valori fondamentali di uno Stato liberale.
Forza Italia si riconosce nella Costituzione italiana e ad essa dichiara sicura fedeltà. Ciò non significa ovviamente che essa vada considerata un totem inviolabile: se così si pensasse si violerebbero lo spirito e la lettera della stessa Costituzione che, altrimenti, non avrebbe previsto precisi percorsi per la propria riformabilità. In particolare Forza Italia ritiene che alcuni principi di fondo contenuti nella sua prima parte, in specie quelli relativi alle filosofie sociali e lavoristiche, risentano del tempo in cui sono stati scritti, ispirandosi più a valori collettivistici e corporativi, estranei alle tradizioni liberali e democratiche, che al primato della persona fondamento di ogni società autenticamente libera.
Partito della società
Forza Italia è partito-programma e non partito-pigliatutto. Partito del fare e non partito delle chiacchiere. Partito della gente e non partito-apparato. Nasce come strumento di una generale riforma della politica. Per raccogliere la protesta contro la partitocrazia e costruire un nuovo modello di trasparenza politica tra elettore ed eletto. Per rappresentare il superamento del vecchio partito di massa con un più moderno e semplice sistema di organizzazione della vita politica e di comunicazione con l’opinione pubblica. Per imporre la moralità del fare contro la il teatrino delle oligarchie inamovibili. Forza Italia non dovrà mai diventare strumento di nomenklature autoreferenziali. Dovrà essere sempre in grado di aprirsi, nelle differenti stagioni politiche, alle correnti più dinamiche della realtà sociale, garantendo una permanente rappresentanza della società civile. La libera circolazione delle idee e il rifiuto di ogni cristallizzazione di potere, a livello nazionale e locale, costituiscono l’essenza stessa della sua identità di partito aperto.
La nostra visione della politica è lontana da concezioni populiste, di destra e di sinistra, che immaginano di dover difendere una presunta purezza del popolo anche attraverso l’espulsione dal sistema dei suoi “nemici”, ricorrendo ad un uso demagogico della piazza. Sono atteggiamenti, questi, contro i quali ci battiamo in nome di una solenne difesa della sovranità popolare e dei suoi istituti di rappresentanza. Saremo sempre con il Parlamento e contro l’uso politico della piazza. Difenderemo sempre l’autonomia e la pluralità della società civile contro ogni autoinvestitura alla “rappresentanza morale” del popolo di qualsiasi soggetto istituzionale e politico. Riforma della politica come recupero del suo valore di servizio per il cittadino, e difesa della politica come una delle più nobili e indispensabili manifestazioni della vita umana, sono per noi facce della stessa medaglia di valori.
Partito della libertà
Per la prima volta, con Forza Italia, la libertà è stata posta come verità in se stessa, non legittimata da alcuna tesi confessionale o ideologica che limiti l’interezza del suo spazio spirituale, civile, politico, economico, culturale. Nella nostra visione del mondo la libertà è tale se opera in ogni dimensione della vita umana. Se si fonda cioè sui diritti della persona umana cui il Cristianesimo ha dato un fondamento eterno e il Liberalismo un orizzonte politico. Da questo punto di vista Forza Italia sente di avere profonde radici nella storia politica italiana: soprattutto in quell’antifascismo liberale che, promosso da culture diverse, si è poi unitariamente ritrovato nel pensiero di Benedetto Croce: “la libertà è per sé, più che il futuro ha l’eterno” o in quello di Nicola Abbagnano: “La libertà è assoluta, incondizionata, non può subire limitazioni, non ha gradi”. In questi stessi sentimenti si sono via via riconosciuti uomini come Sturzo, Giovanni Amendola, Turati, Matteotti, Salvemini, Rosselli. Fu dinanzi alla drammatica scelta tra fascismo e comunismo che si accese in Europa la fiaccola della libertà. E questa fiaccola fu determinante non solo durante la resistenza al fascismo ma anche dopo la guerra: nella resistenza al comunismo guidata da De Gasperi, Einaudi, Saragat, Pacciardi che tra il ‘43 e il ’48 portarono l’Italia dal disastro alla democrazia e nel ’49 la condussero nella comunità delle nazioni democratiche occidentali.
Partito antitotalitario
Antifascista, anticomunista, antifondamentalista. Identità queste che, declinate insieme, segnano una svolta nella storia d’Italia. Per troppo tempo, infatti, la parola anticomunismo ha fatto fatica a penetrare nel vocabolario condiviso della nazione. E ancora oggi essa non viene da tutti accettata come orizzonte comune della nostra democrazia. Perfino i partiti che hanno difeso la libertà italiana dalla massiccia presenza del comunismo, hanno finito poi per accettare che solo l’antifascismo restasse a fondamento ideologico “ufficiale” della Repubblica. Tale anomalia, presente solo in Italia tra tutti i Paesi occidentali, ha lontane radici storiche in quello che si potrebbe definire “il paradosso di Yalta”. Per il fatto di aver infine combattuto il nazismo assieme agli alleati, e di aver partecipato al tavolo dei vincitori, l’Unione Sovietica è stata da vaste correnti intellettuali e politiche europee emendata d’ufficio dal crimine di essere uno Stato totalitario. Analogamente, in Italia, la circostanza che i comunisti avessero partecipato alla Resistenza e sottoscritto la Costituzione ha fatto dimenticare una grande verità etico-politica: se è vero che ogni democratico è naturalmente un antifascista non è detto che ogni antifascista sia altrettanto naturalmente un democratico.
Questo equivoco ha inquinato per lungo tempo la cultura italiana e la stessa interpretazione della storia nazionale per la quale, giustamente da più parti, viene invocata un’opera di revisione; soprattutto perché “l’ideologia dell’antifascismo” che su tale equivoco è stata costruita ha nascosto come l’intima costituzione di ogni democrazia liberale non possa che essere ispirata all’intransigente rifiuto di ogni sistema oppressivo della libertà. In particolare di quei sistemi tirannici che, nel XX secolo, hanno popolato di gulag e di lager le terre d’Europa.
Partito antistatalista
La libertà dei moderni nella quale noi crediamo non è solo libertà nello Stato ma anche libertà dallo Stato. Incessante opera di protezione del singolo dall’invadenza di ogni Leviatano. In coerenza con il più classico pensiero liberale, da John Locke a Benjamin Constant ad Alexis de Tocqueville, noi pensiamo che i diritti dell’uomo siano antecedenti e superiori rispetto a quelli dello Stato. Facciamo nostre le parole di Alcide De Gasperi: “Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato”. Questa convinzione non ci distanzia solo dai fautori dello statalismo giacobino che vede nell’Assemblea il padrone e nell’individuo il suddito, ma anche dagli alfieri di quello “Stato provvidenziale” che dovrebbe regolare e tutelare “dalla culla alla tomba” la vita di ogni essere umano. Questa politica, oltre a essere irrealizzabile, è la principale responsabile di vizi ideologici assai diffusi come il primato attribuito all’assistenza rispetto al rischio e all’iniziativa personale o come l’espandersi del pansindacalismo, vizi che deresponsabilizzano l’individuo rispetto alla cosa pubblica, deprivandolo delle sue qualità: delle sue facoltà come delle sue proprietà. Perché è l’individuo il vero proprietario dello Stato. Il potere svolge infatti solo un compito di servizio, la funzione di amministratore fiduciario e temporaneo dei beni pubblici, in nome e per conto dell’unico loro effettivo titolare: il cittadino.
Il nostro liberalismo punta a promuovere valori di segno diametralmente opposto a quelli statalisti e pansindacali: il primato dell’ iniziativa individuale, l’etica della responsabilità, il riconoscimento della famiglia come cellula base della società, il senso della tradizione, la predisposizione ad affrontare con coraggio ogni problema della vita, il patriottismo. E ancora: buon carattere, onestà, senso del dovere, spirito di sacrificio, tolleranza e rispetto per gli altri, impulso a migliorare se stessi, fiducia nel futuro, parsimonia. Sono queste le virtù che nascono nella società civile e che sono alla base di ogni crescita economica e morale. Se esse hanno anche un suono “antiquato” è solo perché il potere statale, comprimendo la società, le ha represse e costrette nell’oblio.
Partito interclassista
promotore del liberalismo sociale
Il nostro progetto sociale rifiuta le antiche ricette redistributive o assistenzialiste ma non propone, come qualcuno sostiene, il cosiddetto “liberismo selvaggio”. La “centralità della persona” che è la filosofia-chiave della nostra visione del mondo suggerisce un modello diverso. Per noi il primo motore della società sta nella libertà: libertà per l’individuo di far valere il proprio talento, libertà di rischiare e di intraprendere sul mercato senza vincoli burocratici, libertà di poter godere nel mercato delle più ampie chances di vita. E’ la via che storicamente si è definita come “economia sociale di mercato”. In questo quadro la libertà di chi sta meglio (di poter produrre liberamente ricchezza) e la libertà di chi è rimasto indietro (di poter aspirare a nuovi traguardi sociali) stanno per noi sullo stesso piano: quello di una società che ha per finalità la promozione umana.
Da questa filosofia discende il carattere interclassista di Forza Italia. Imprenditori e lavoratori, ceti abbienti e ceti disagiati, che diverse ideologie hanno voluto mettere in antagonismo, partecipano di un unico universo culturale: quello di una società che lavori a estendere, a tutti i livelli, la libera scelta dell’individuo, allontanando il maggior numero di cittadini dalla soglia della necessità. La nostra convinzione è la medesima che muoveva Ludwig Erhard, padre dell’economia sociale di mercato: “E’ incomparabilmente più utile conseguire l’incremento del benessere mediante l’espansione economica anziché volerlo ricavare da una sterile lotta per una diversa distribuzione del reddito nazionale. È molto più facile accordare a ciascuno una fetta più grossa di una torta che diventa sempre più grande che non voler trarre profitto da una lite per la divisione di una piccola torta perché, in questo caso, il vantaggio di uno deve essere sempre pagato dallo svantaggio di un altro”.
Lo spartiacque tra liberalismo e socialismo sta tutto nei differenti compiti assegnati allo Stato. “L’uomo liberale” sosteneva Einaudi “pone la cornice, traccia i limiti dell’operare economico, l’uomo socialista indica e ordina le maniere dell’operare”. E aggiungeva una considerazione particolarmente importante: “Ogni passo compiuto sulla via che va dalla legislazione di cornice a quella dirigistica è un passo verso la perdita della libertà”. Per questo stesso motivo Forza Italia rifiuta la traduzione del concetto di solidarietà nel concetto di assistenza statale. La concezione assistenziale dello Stato porta infatti al formarsi di legislazioni elefantiache che volendo regolamentare tutto finiscono per soffocare la libera iniziativa e illudendosi di incoraggiare il singolo distruggono quella libertà contrattuale che pure è prevista nel codice civile. Se un numero crescente di contratti è giudicato di interesse pubblico viene perciò sottratto alla libera decisione dei contraenti. La solidarietà sociale, che è un dovere per ogni democrazia liberale, deve essere considerata esclusiva della sfera etica mentre sul terreno giuridico deve piuttosto operare il concetto di sussidiarietà, l’obbligatorio intervento dello Stato, a diversi livelli, quando il soggetto più direttamente coinvolto su una determinata questione, non riuscisse a risolverla con i propri mezzi.
Mercato ed equità sociale non sono affatto concetti antagonisti come hanno voluto credere un certo cattolicesimo sociale e l’ortodossia di sinistra. Sono, al contrario concetti gemelli. Non si dà mercato in espansione dove non agiscano strumenti di solidarismo e di sussidiarietà. Non si dà vera solidarietà, viceversa, dove venga irrigidita o limitata la libertà del mercato. Risulta per altro sempre più comprovata, sopratutto di fronte alla forza del modello americano, che oggi la tutela dei più deboli e la lotta contro la nuova povertà passano essenzialmente per gli incentivi alla potenzialità d’impresa, per il superamento delle rigidità sindacali, per l’affermazione della filosofia della flessibilità, per la revisione dei sistemi previdenziali. Il nostro liberalismo non è dunque selvaggio, ma sociale. È lo statalismo, al contrario, a rivelarsi sempre più classista e oligarchico.
La società della libera scelta
Forza Italia si propone l’obiettivo di una seconda modernizzazione italiana, dopo quella che negli anni Cinquanta e Sessanta proiettò definitivamente l’Italia fuori dall’era bellica. Negli scorsi decenni infatti il nostro Stato sociale ha progressivamente smarrito la sua forza propulsiva, burocratizzandosi e creando zone di privilegio sociale e sindacale che contraddicono le finalità di equilibrio per le quali era nato. Esso produce ormai un livellamento verso il basso di prestazioni e servizi, e non riesce più a promuovere verso l’alto chi sta indietro nella scala sociale. Forza Italia lavora, viceversa, per un nuovo grande modello sociale, da costruire in Italia e in Europa: il passaggio dal Welfare State alla Welfare Society. Quest’ultima si potrebbe anche definire come la società della libera scelta. Una società dove la responsabilità della gestione sociale è affidata anche ai corpi intermedi della comunità. Una società nella quale il livello privato e il livello statale cooperino e competano nell’offerta di servizi formando, insieme, un unico sistema pubblico all’interno del quale sia la più plurale e libera possibile la scelta dei cittadini e delle famiglie.
Non meno Stato più mercato, dunque, come si diceva negli anni Ottanta: ma Stato necessario e società responsabile. L’equazione che chi governa le moderne società europee deve risolvere è la seguente: come mantenere in piedi il carattere universale della tutela sociale riuscendo, nel contempo, a innalzare la qualità e l’efficienza dei servizi. Ebbene, le comunità umane non hanno fino a oggi trovato altro strumento per accrescere la qualità di qualsiasi sistema che far ricorso alla gara, alla concorrenza, all’emulazione. La soluzione del problema sta dunque nella costruzione di un Sistema Misto generalizzato nel quale il cittadino possa avere, appunto, piena “libertà di scelta” (con buoni scuola o buoni salute) tra una pluralità competitiva di offerte, private e statali. Il che vuol dire l’esatto contrario che privatizzare i servizi sociali: significa, al contrario, far entrare, a pieno titolo, nelle regole del sistema pubblico anche l’offerta privata, chiamando a intervenire imprese, cooperative, mondo del no-profit. Si determinerebbe così, tra l’altro, un pieno coinvolgimento della società nella gestione dei servizi, accrescendo la responsabilità di tutti verso il “bene comune” mentre finora è accaduto esattamente l’opposto.
Del tutto diversa dai modelli immaginati e praticati dalla sinistra è la nostra concezione dell’imposizione fiscale. Essa non può e non deve avere come compito prioritario la “redistribuzione della ricchezza” quanto piuttosto “l’orientamento dei consumi” e in luogo di indirizzarsi sulle persone fisiche deve avere come oggetto le cose. L’imposizione deve essere concepita come una metodica per favorire la crescita della ricchezza non come una sorta di punizione o di pegno feudale da versare per pagarsi il diritto all’esistenza. Il principio che fu all’origine della democrazia americana, “no taxation without representation” definisce l’imposizione fiscale come una cifra da attribuire allo Stato in cambio delle prestazioni sociali che esso si impegna a fornire ai suoi amministrati. Non già come una sorta di prelievo forzoso per guadagnarsi il ruolo di cittadino.
Forza Italia lavora per fare dell’Italia una moderna società aperta.
Non esiste una “terza via” tra capitalismo e socialismo. La società
del libero mercato, del libero scambio, della libera circolazione delle
idee é l’unica società che abbia saputo conseguire insieme la diffusione della libertà e quella del benessere.
Partito nazionale e federale
L’orgoglio del sentirsi e sapersi italiani si coniuga per Forza Italia con l’aspirazione a realizzare un definitivo compimento storico del Risorgimento. Diceva Carlo Cattaneo: “La vera scienza della società deve fondare quella sola unità che è compatibile con la conservazione delle distinzioni”. La nostra Costituzione aveva già concepito la nascita di Enti autonomi capaci di una propria attività legislativa. Occorre ora promuovere il completamento di questo disegno costituzionale ampliandone la portata in relazione alle trasformazioni e ai bisogni della società moderna. All’interno di questo orizzonte sentiamo di dover riattualizzare quelle tendenze federaliste, cattoliche e laiche, che già nel Risorgimento si opposero alla configurazione centralista e autoritativamente unitaria dello Stato e che, purtroppo, furono poi dimenticate per tutta la nostra storia nazionale. Lo Stato-nazione va considerato come uno soltanto dei cerchi nei quali si costituisce la vita politica e giuridica del popolo italiano; in una nuova interdipendenza dei poteri con le Regioni, i Comuni, le Province da una parte, e le istituzioni europee, atlantiche e internazionali dall’altra. In questo quadro decade la figura di quello Stato nazionalista che rese possibili le guerre e il fascismo e determinò la divisione ineguale dell’Italia tra Nord e Sud, facendo sorgere la questione meridionale.
Oltre la vecchia ideologia anti-italiana
La nostra nuova storia politica cambia il segno dell’ideologia che si è affermata nel secondo dopoguerra sotto l’egemonia prodotta dal compromesso storico tra la cultura di tre sinistre: quella cattolica dossettiana, quella azionista gobettiana e quella comunista gramsciana. Esse, pur partendo da ispirazioni assai diverse, hanno finito per assumere analisi del tutto convergenti sul “caso italiano” immaginando che l’Italia potesse diventare il laboratorio di una Terza via che, attraverso il fatidico “nuovo modello di sviluppo”, superasse insieme i difetti del regime capitalistico e del socialismo reale. Il cattocomunismo trovava la sua colonna sonora nella denuncia del mercato e dello spirito capitalista come antitetici alla promozione umana. Tutti i mali del Paese venivano comunque spiegati, con Gobetti, stigmatizzando lo spirito degli italiani considerato conformista e servile. Perciò gran parte del nostro establishment culturale, caso unico in tutti i Paesi occidentali, ha fatto e fa ancora gran vanto di dichiararsi “anti-italiano”. Ed è altrettanto significativo che diversi commentatori di sinistra abbiano battezzato Berlusconi come un “arci-italiano”, pensando con ciò di offenderlo.
Quest’ideologia è all’origine delle più gravi distorsioni della nostra vita nazionale. La prima è il deficit di riformismo. Nella perenne ricerca di un modello sociale alternativo, i tratti dell’utopia e del profetismo non potevano che prevalere su quelli del realismo e del gradualismo. La seconda è la debolezza del nostro capitalismo e della nostra società civile. La cultura del mercato, assieme a quella del rischio individuale e dell’innovazione è stata costantemente vilipesa. La terza è la diffidenza verso il popolo. I cittadini italiani sono stati costantemente trattati come un popolo bue al quale impedire di ripetere l’errore di innamorarsi di un tiranno. Di modo che la totale delega ai partiti e ai loro apparati, e il contenimento-controllo della società civile sembravano le uniche medicine capaci di evitare altre ricadute.
L’ideologia delle tre sinistre era vista dai suoi sostenitori come il fondamento stesso della democrazia; perciò distinguersi da essa significava collocarsi su un piano eversivo. L’equazione che ha imperato per decenni in Italia era semplice: destra = antidemocrazia. Con l’avvento del maggioritario, la storia ha ristabilito l’ordine naturale delle cose e le tre sinistre si sono unite, oltre che culturalmente, anche politicamente, nell’Ulivo. Ciò spiega perché il centro sinistra ancora oggi trovi la sua unità solo intorno all’esigenza di “resistere alla destra”. Ed anche perché la reciproca legittimazione è così difficile da raggiungere. La nuova storia politica di Forza Italia non viene vista solo come una normale antistesi politica: ma come il rovesciamento di un’intera cultura storica.
In effetti la nostra identità si colloca esattamente agli antipodi della vecchia ideologia. Perciò la parola libertà, campeggia fin dall’inizio sulle nostre insegne come recupero di una visione aperta della società, segnale di un nuovo tempo storico della Repubblica.
Le fonti della nostra identità
Viverse sono dunque le fonti che formano la base della nostra identità. Ci muoviamo innanzitutto nella grande area dell’umanesimo cristiano e laico, l’area che ha ispirato le tradizioni politico-culturali più importanti della storia del Paese. Nel solco del pensiero e dell’opera di De Gasperi e Einaudi, dell’ispirazione federale e liberale di Cattaneo e di Sturzo, dell’universo laico e socialista che da Salvemini porta fino a Calamandrei, Maranini, Ugo La Malfa, Malagodi, Saragat, Craxi. Ci muoviamo, altresì, lungo i sentieri di un antico patriottismo civile. Quell’amore per la terra e la nazione, invocato da Dante ed esaltato da Manzoni, che per troppo tempo è stato rifiutato in nome di un astratto internazionalismo ideologico. Da ciascuno di questi filoni sentiamo di aver acquisito una porzione di cultura politica. Ma non ci sentiamo solo eredi di antiche tradizioni: ci sentiamo anche protagonisti, come già affermato, di una nuova storia politica e culturale. Una storia che propone all’umanesimo cristiano e all’umanesimo laico di tornare a camminare insieme, riscrivendo i confini di una comune etica pubblica. Una storia che, per questo, non sentiamo solo politica ma anche etica, culturale e perfino spirituale.
Cattolici e laici: una nuova storia italiana
Finora il nostro sistema politico ha seguito orizzonti diversi. La Dc non è certo stata solo quel partito confessionale che molti oggi comodamente dipingono. Al contrario, bisogna saper riconoscere che la storia di quel partito, valutata nel suo insieme, rappresenta una lezione di equilibrio storico e di educazione democratica tuttora attuale. In ogni caso la storia della sua leadership nazionale si è obiettivamente configurata nell’amara separazione culturale tra i destini dei laici e quelli dei cattolici. Questi due mondi hanno a più riprese collaborato al governo del Paese e anche proficuamente; ma lo hanno fatto attraverso ripetuti compromessi politici, mai raggiungendo la condivisione di una comune etica pubblica. Tanto che in Italia, unico Paese al mondo, i concetti di laico e di cattolico sono da sempre letti come espressione di opposte identità politiche. Quest’anomalia tutta italiana di governi composti da forze antagoniste sul piano dei valori é stata determinata da molteplici fattori storici (primo fra tutti il fattore K) ma certamente è stata favorita dall’oscuramento del cattolicesimo liberale da parte del cosiddetto “cattolicesimo democratico” che trovava più strette parentele nelle filosofie marxiste e gramsciane che in quelle del liberalismo.
La nuova storia intrapresa da Forza Italia si colloca invece in continuità con quelle tradizioni occidentali nelle quali il liberalismo politico e sociale è stato culla di collaborazione non solo politica, ma anche etica, tra laici e cattolici. Stiamo dunque costruendo un soggetto politico inedito per la storia d’Italia. Un soggetto che si propone l’unione di tre grandi aree politico-culturali: quella del cattolicesimo liberale e popolare, quella dell’umanesimo laico, liberale e repubblicano, quella del liberal-socialismo.
Partito di centro
liberal-popolare e liberal-socialista
Non si adatta, dunque, per Forza Italia la definizione di
partito di centro-destra. Siamo piuttosto un nuovo partito di centro, liberal-popolare e liberal-socialista; alleato con la destra moderata e aperto alla cultura della sinistra riformista. Ed è proprio tale modello italiano ad aver dato un significativo contributo alla recente svolta del Partito popolare europeo che prevede, appunto, la promozione in tutta Europa dell’alleanza tra centro riformista e destra conservatrice. L’ispi-razione cristiana non viene smarrita: ma all’interno di un più generale riferimento all’umanesimo laico e cristiano il nuovo Ppe si apre al contributo di forze precedentemente distinte se non distanti. Le grandi famiglie europee alternative alla socialdemocrazia, popolari, liberali e conservatrici, possono così ritrovarsi unite in un comune sentiero di programmi e di valori. Forza Italia lavora per rafforzare sempre più questa strada, ribadendo la propria convinta adesione al Ppe.
L’inedita storia rappresentata da Forza Italia è dunque anche la via per dare piena e definitiva soluzione alla vexata quaestio nazionale: la questione romana. E, con essa, all’antica contrapposizione laici-cattolici che, fin dall’Unità d’Italia, pesa sulla nostra vita pubblica. È una via, infatti, che ribadendo il grande valore della laicità dello Stato si colloca in opposizione sia al confessionalismo politico che al laicismo indifferentista o, peggio, nichilista.
Il progresso: individuo e bene comune
La riaffermazione della laicità dello Stato è, per noi, l’affermazione di un liberalismo positivo. Non visto, cioè, solo come un insieme di procedure slegate da qualsivoglia riferimento etico. Soprattutto in tempi segnati da un enorme sviluppo tecnologico che ci porta ai confini della “creazione artificiale”, il progresso non può essere interpretato soltanto come il cammino di un’illimitata espansione dei diritti individuali (come un certo laicismo vuole) ma anche come la necessaria difesa del bene comune e della coesione civile. Sosteniamo con forza, come uno dei capisaldi di una società aperta, la libertà della ricerca. Nello stesso tempo riteniamo indispensabile la valutazione della politica democratica in ordine alle applicazioni sociali delle sue conquiste. Ne consegue che Forza Italia combatte ogni posizione ideologica che vede nella tecnologia e nelle molteplici innovazioni che essa produce una realtà negativa e anti-umana. La società tecnologica non è un superamento dell’uomo, semmai rappresenta un ampliamento delle sue potenzialità. I media, Internet, la televisione, le sempre più creative acquisizioni della ricerca, sono l’esempio lampante di come la tecnologia contribuisca alla dilatazione della libertà umana, sviluppando un modello di società basato sulla comunicazione diffusa e sul continuo miglioramento delle condizioni della vita. La ricerca e la tecnologia sono dunque, in sé, veicoli di libertà. Il problema sta semmai nel loro uso e nella loro finalizzazione sociale. Come sempre nella storia del mondo il rischio per l’uomo non viene mai dallo sviluppo, può venire piuttosto dall’uso che di esso si decide di fare. In sé la modernità, infatti, non è né buona né cattiva; cattivo o buono può essere solo il suo “governo”, l’applicazione sociale che l’uomo decide di fare delle sue stesse conquiste. Dunque, per Forza Italia, il progresso consiste nell’equilibrio che una società deve continuamente preservare tra passato e futuro, tra tradizione e innovazione, tra la soddisfazione dei bisogni individuali, anche tramite l’evoluzione scientifica, e la tenuta della coesione civile. La sinistra è statalista in economia e liberista nell’etica. Ne viene fuori un modello di società davvero inquietante. Noi ci sentiamo, viceversa, liberali sia nell’economia che nell’etica. In nessuno dei due casi la nostra filosofia è quella del “lasciar fare”: ma appunto di trovare, di volta in volta, il punto di equilibrio più convincente tra le legittime aspirazioni dell’individuo e l’ordinato evolversi della società.
Forza Italia è un partito aconfessionale e al suo interno viene garantita piena libertà di coscienza su tutte le questioni inerenti a problemi religiosi e morali, comunque posti. Forza Italia riconosce il ruolo storico e spirituale svolto dalla Chiesa cattolica e la validità per la Repubblica dei patti lateranensi. Forza Italia apprezza e valorizza anche il ruolo che l’ispirazione cristiana ha svolto nella formazione del temperamento italiano e nelle qualità costitutive delle nostre famiglie e del nostro popolo.
La centralità della persona
La libertà di coscienza del singolo sui temi religiosi e morali non significa rinunciare ad un quadro di valori comune a tutti i nostri aderenti che si misura nella condivisione di una fondamentale filosofia politica: la centralità della persona. Non a caso il primato assegnato all’essere umano e alla sua libertà costituisce un motivo di intima profonda vicinanza, se non di identità, tra pensiero cristiano e pensiero liberale. Ed è d’altra parte la prima ragione di contrasto con tutte le altre ideologie che nella storia hanno, di volta in volta, voluto proporre all’umanità diverse “centralità”. Quella della Classe voluta dal marxismo - leninismo; quella della Razza predicata dal nazismo; quella dello Stato praticata da diversi modelli autoritari di destra e di sinistra, e fatta propria dalla logica della realpolitik; quella della Natura più di recente diffusa dall’ecologismo fondamentalista.
Alcune di queste filosofie sono state all’origine di inauditi crimini contro l’umanità. Ma anche laddove non si oltrepassa il confine del crimine, ogni aggressione alla libertà e all’autonomia della persona rappresenta in ogni caso una distruttiva alterazione di quell’ordine del Bene e del Male che ci è stato tramandato nei secoli come bussola del comportamento umano. L’indisponibilità della vita umana a qualsivoglia potere statale, politico, militare, giudiziario, religioso è per noi legge fondamentale della vita pubblica. Su questa bussola si fonda il concetto di Occidente. Si tratta di una lunga strada di pensieri e di valori che, muovendo dall’insegnamento di Cristo e di Socrate, attraversa la rivoluzione umanista di San Tommaso aprendo così la strada al Rinascimento, ai secoli delle grandi scoperte scientifiche e geografiche e a quelli della rivoluzione industriale, per approdare alla filosofia pubblica moderna di cui Locke, Tocqueville e Constant sono stati i principali interpreti. Si tratta di un ininterrotto filo storico-culturale che riconosce all’uomo, attraverso la ricerca e l’intelligente intraprendenza, il potere creativo sulla Terra perché egli è imago Dei, fatto a immagine e somiglianza di Dio. Non c’è alcun contrasto tra fede e ragione, tra morale e scienza lungo questa strada: l’unico limite che si pone all’uomo è proprio quello di riconoscere il proprio limite, di non potersi sostituire a Dio. Esattamente il crimine che i totalitarismi del XX secolo hanno commesso di fronte all’umanità.
Europa e Stati Uniti: l’Occidente è uno
Questo filo storico-culturale è il fondamento dell’identità europea. Esso è stato messo in discussione dal pensiero di Rousseau e dalla Rivoluzione Francese. Aver sostituito al Dio tradizionale la dea Ragione e un “essere supremo” del quale la Politica sarebbe l’esecutrice materiale, ha oltraggiato sia il senso del limite dell’uomo che la libertà dell’individuo. Il Novecento, infine, ha annichilito ogni politica e ogni cultura umanista, decretando la morte di Dio e gettando la stessa idea d’Europa nel baratro del disumano. Perciò, all’inizio del XXI secolo, se l’Europa vuole garantirsi un futuro politico e spirituale ha il dovere di riaffermare solennemente il fondamento più profondo della sua identità: quell’umanesimo cristiano e laico che ha costruito, e reso grande e ammirata nel mondo, la sua immensa civiltà. Forza Italia è dunque un partito europeista non solo perché lavora attivamente alla costruzione di un’Unione protagonista della politica mondiale ma soprattutto perché si impegna a ricostruirne l’identità lungo le linee-guida della sua grande tradizione: il sentiero storico che si chiama Occidente.
Forza Italia assegna grande valore al concetto di Occidente, come espressione della civiltà liberale e cristiana. Vediamo nella rivoluzione americana l’evento-chiave della filosofia pubblica liberale che si contrappone alla rivoluzione giacobina di Parigi. La Costituzione di Filadelfia ha celebrato la libertà come valore assoluto e primario della vita umana. L’Ottocento europeo non ha potuto fare altrettanto perché, sulla scorta del giacobinismo, ha sofferto l’avvento di un nazionalismo aggressivo il cui esito finale è stata la grande crisi dell’Europa culminata nella prima guerra mondiale. Una guerra senza ragione che pose le basi di due terribili avventure politiche: il nazismo e il comunismo.
Il nostro “occidentalismo” non riposa, dunque, su ciò che certa sinistra crede sia l’Occidente: e cioè soltanto un aggressivo complesso militare-industriale. Occidente è per noi quella tavola di valori che fonda l’ordine naturale della vita sull’autonomia del soggetto, sulla libertà della persona e sulla pari dignità della donna. Ebbene, nonostante l’Europa abbia negli ultimi secoli rischiato a più riprese di allontanarsi da questa tavola di valori, non c’è dubbio che la sua identità sia nata dalla stessa culla teorica che ha generato gli Stati Uniti. Perciò è errato affermare che gli Occidenti siano due, quello europeo e quello americano. L’Occidente è uno: e non a caso gli Stati Uniti sono intervenuti in Europa due volte, la prima per difendere la libertà del mondo, la seconda per impegnarsi nella costruzione di un ordine internazionale fondato sulla pace e sulla democrazia. La comunità atlantica è stata il fondamento della comunità europea. Adenauer, Schumann, De Gasperi ebbero chiara l’idea che Europa e Stati Uniti potessero tornare a costituire un’unità di civiltà e che questa civiltà fosse la sola a poter salvare il mondo dalla tirannia e avviarlo sulla via del progresso economico e civile. L’unità dell’Occidente si consolidò poi con la guerra fredda, quando Stati Uniti ed Europa occidentale si esposero al rischio della distruzione nucleare pur di non permettere che le truppe sovietiche varcassero il confine dell’Elba e dell’Adriatico. Le nazioni europee, lacerate dalle guerre del Novecento, ritrovarono così assieme agli Stati Uniti l’antica comune civiltà.
Forza Italia si definisce a pieno titolo come partito occidentale. E su queste basi comprende il destino dell’Italia come Paese occidentale. Un eventuale isolazionismo americano rispetto all’Europa sarebbe un incomprensibile errore storico. Ma un eventuale isolazionismo europeo rispetto a Washington segnerebbe l’inizio di un’autentica debacle politica, economica e culturale del nostro continente. In ogni caso determinerebbe una grave frattura all’interno di ciò che chiamiamo Occidente con gravi ripercussioni sull’intera storia del pianeta. Nella nostra visione del mondo Europa e Stati Uniti sono legate dallo stesso destino.
Oltre Yalta: il nuovo equilibrio mondiale
Il mondo del XXI secolo deve saper andare oltre Yalta. Ma non per tornare indietro, agli anni Trenta del secolo scorso, quando il prevalere di sentimenti antiamericani, anticapitalisti e antigiudaici portò l’Europa verso il disastro. Andare oltre Yalta significa costruire le regole di un nuovo equilibrio mondiale democratico capace di governare un pianeta che dopo il 1989 è mutato nei suoi assetti di fondo. Anche perché, come l’11 settembre ha dimostrato, se la guerra fredda è finita, si è aperta un’altra severa minaccia per il mondo. Essa nasce dall’inedita combinazione di fondamentalismo, biotecnologia e terrorismo. Non è uno scontro tra civiltà: ma certo è una “nuova guerra” di difesa della civiltà. Un tempo il confronto era tra democrazia e totalitarismo oggi esso si snoda lungo la difesa o la negazione dei valori fondativi dell’Occidente e chiama a un nuovo dialogo con il mondo islamico al quale si chiede di battersi con noi contro il fondamentalismo terrorista e di mostrarsi capace di una storica evoluzione verso il sistema democratico.
A questo fine lavoriamo perché l’Unione europea sappia crescere come soggetto politico unitario, protagonista di primo piano della scena mondiale. Raggiunto l’obiettivo della moneta unica e della riunificazione politica tra Ovest e Est si può far più vicino il sogno dei Padri Fondatori: un continente unito dall’Atlantico agli Urali che sappia ricomprendere nei suoi confini la Russia e che si presenti come un’affidabile sponda di dialogo verso quei Paesi del mondo islamico che vogliono incamminarsi lungo la via della democrazia. In questo quadro l’Unione europea non può infine non prendere atto della necessità di aprire la porta della propria casa comune all’unica democrazia liberale presente nell’area del medio-oriente: quella d’Israele.
Forza Italia lavora perciò affinché l’Europa possa parlare al mondo attraverso una sola autorevole voce politica e possa dotarsi di una propria autonoma politica di difesa e di sicurezza, con la costituzione di un esercito dell’Unione. Tale autonomia non può essere in alcun modo vista come lo strumento per tornare a un ordine mondiale basato su un “bipolarismo antagonista” nei confronti degli Stati Uniti con l’Europa chiamata, sia pure con forme e contenuti diversi, a sostituire la vecchia Urss; bensì come la leva, in partnership con gli Usa, per poter assumere autonome responsabilità politiche e militari rispetto alla sicurezza del mondo cui finora l’Europa non è stata in grado di attendere, sempre facendo conto sulla forza di Washington.
L’alleanza delle democrazie
Il nuovo equilibrio mondiale richiede che le nazioni libere del pianeta si ritrovino in una comune carta di principi e di valori costitutiva di una rinnovata “alleanza delle democrazie”. L’obiettivo deve essere quello di riuscire a muoversi in sintonia entro tutte quelle organizzazioni internazionali che, a partire dall’Onu, si rivelano utili per il dialogo tra tutti i popoli del mondo ma non possono essere guidate da comuni opzioni etico-politiche. La nuova fase mondiale apertasi con l’11 settembre pretende, viceversa, una comune assunzione di responsabilità di tutte le democrazie del pianeta. La logica della deterrenza che aveva ben governato l’era della guerra fredda non è più sufficiente. Essa era una logica di conservazione dello status quo, volta essenzialmente a impedire e irretire ogni azione distruttiva. Questa logica, contro il nuovo terrorismo internazionale non funziona più, perché esso colpisce in modo imprevisto, asimettrico e non è un’entità statualmente riconoscibile. Può allora rivelarsi necessario anche agire per prevenire ogni violazione della sicurezza internazionale e della libertà dei popoli. Il recente passato ci ha inoltre mostrato come concetti finora sconosciuti al diritto internazionale come quello di “ingerenza umanitaria” possono rivelarsi decisivi nel mondo di oggi per tutelare la vita, la libertà e la dignità degli esseri umani. Occorre allora una nuova comune definizione dei valori e delle strategie che devono guidare le democrazie in questa nuova emergenza storica.
L’Unione europea può svolgere un ruolo decisivo nella definizione del nuovo ordine mondiale a condizione che sappia scrollarsi di dosso un’antica pigrizia diplomatica ed etica che, al contrario di quanto può sembrare, contraddice la proverbiale saggezza delle sue tradizioni, perché non è prova di saggezza chiudere gli occhi di fronte ai mutamenti del mondo, restando legati a schemi mentali superati dagli eventi. Anche a questo fine non ci sembra utile immaginare nazioni-guida dell’Unione, quasi a formare un ristretto club di privilegiati. Forza Italia intende promuovere con decisione ogni iniziativa volta verso questi traguardi e ritiene che l’Italia debba esaltare in ogni circostanza la propria storica vocazione ad essere un permanente “ponte” di dialogo tra le civiltà e fattore attivo di soluzione delle controversie. Lavoriamo per unire, non per dividere i popoli e gli Stati d’Europa. Lavoriamo per unire, non per dividere l’Europa dagli stati Uniti.
Non c’è pace senza libertà
Per Forza Italia la parola pace rappresenta un valore supremo e universale. Sappiamo però che essa, disgiunta dalla parola libertà, cessa perfino di essere un valore. Ci può essere pace, infatti, anche nel silenzioso deserto delle dittature o nella resa incondizionata ai loro ricatti. Proprio per questo quel pacifismo assoluto che negli anni Ottanta gridava “meglio rossi che morti”, e che ancor oggi diffonde la medesima ideologia, si rivela come una sorta di movimento amorale perché finisce per colpire al cuore ogni etica democratica, rovesciando secoli di pensiero progressivo che avevano insegnato il contrario: che é meglio morire piuttosto che vivere da schiavi. Questa cultura, distinguendo la pace dalla libertà, la riduce a un feticcio senz’anima, considerandola un generico scudo protettivo, valido anche per chi esercita violenza, oppressione e ingiustizia. L’oppressore e la vittima non possono, in nessun modo, esser considerati sullo stesso piano: e il diritto alla legittima difesa può e deve irrompere nella storia umana a difendere risolutamente la pace violata. Anche ricorrendo quando ogni altra azione diplomatica si riveli inutile, e dopo aver fatto della pazienza la propria estrema virtù, all’uso della forza. Rinunciare infatti a un diritto di resistenza, a un intervento umanitario, alla prevenzione del terrorismo come di ogni altro atto di concreta minaccia della sicurezza, può significare mettere a repentaglio proprio la pace e la libertà. Questa etica della responsabilità è spesso difficile da capire anche perché richiede, a volte, decisioni faticose e dolorose. Ma è l’unica che possa difendere la nostra libertà e, alla fine, perciò stesso, la vita e la pace. Perciò Forza Italia la considera tra i fondamenti della propria identità.
Il dialogo tra le civiltà: rispetto reciproco
La medesima etica ci guida anche nel dialogo con le altre civiltà. Un gigantesco equivoco ha finora condizionato parte della cultura europea: l’equivoco dell’Altro. A causa del perdurare di un infelice complesso di colpa figlio della “sindrome coloniale”. A causa dell’ egemonia delle teorie post-moderne favorevoli al “meticciato culturale”. A causa della non del tutto sopita influenza dell’ideologia terzomondista, che giustificava ogni atto di violenza compiuto in nome della “liberazione nazionale”. A causa di tutto ciò gran parte della cultura europea ha finito per credere che il “multiculturalismo”, destino inevitabile delle nostre terre, dovesse coincidere con una sorta di nostra abdicazione identitaria.
La verità è che negli ultimi decenni, abbiamo coltivato una sola delle due facce del sistema di valori occidentale: l’amore per l’altro. L’esaltazione del dialogo, della tolleranza, del rispetto per le sue culture e le sue religioni. Abbiamo invece colpevolmente trascurato l’altra: l’amore per noi stessi. Lo studio e l’affermazione della nostra identità, della nostra storia, la passione per la nostra etica pubblica e per le nostre religioni. Ebbene, l’una faccia senza l’altra non regge. Perché senza amore e rispetto per se stessi non è possibile alcun vero dialogo con l’Altro. Le due facce della medaglia devono, per noi, essere guardate assieme: la volontà di dialogo con le altre civiltà del mondo, l’amore per l’altro, lo spirito di amicizia e di comprensione, la ricerca dell’integrazione devono coniugarsi con una permanente e convinta richiesta di reciprocità. Anche di fronte ai massicci fenomeni di immigrazione, l’accoglienza verso chi cerca la nostra terra come speranza di un futuro migliore è doverosa. Ma altrettanto doveroso é pretendere rispetto per la nostra cultura, la nostra religione, le nostre tradizioni, le nostre leggi.
Contro il relativismo culturale:
la superiorità delle democrazie
Le società occidentali vivono oggi una sorta di eclissi di valori. Ebbene Forza Italia combatte apertamente uno degli esiti di questo processo: quello che viene definito “relativismo culturale” per il quale le differenti civiltà, culture e costumi morali vengono messi sullo stesso piano di valore, arrivando addirittura a sostenere, ad esempio, che pratiche come l’infibulazione dovrebbero anche da noi essere giudicate legittime solo perché corrispondenti a una determinata mentalità diversa dalla nostra. In queste concezioni non vediamo solo l’insorgere di un pericoloso regresso civile ma anche un concreto pericolo politico. Lungo questa via, infatti, si può anche arrivare a equiparare i diversi ordinamenti politici considerando alla fine “trascurabile” la differenza di valore tra gli Stati democratici e quelli totalitari. In fondo, anche questi ultimi si fondano soltanto su culture diverse dalle nostre! Così ragionando si contraddice l’idea stessa che la democrazia e la libertà siano valori universali, fondativi della convivenza umana. Forza Italia non pensa che esistano civiltà antropologicamente superiori ad altre. Ma ritiene che il sistema democratico-liberale debba essere senz’altro considerato superiore a qualsiasi altro attuale modello politico e che la libertà dell’uomo sia un valore universale. Superiore a qualsiasi altro valore, fondativo di qualsiasi altro valore. Non ne consegue certo che la democrazia debba essere imposta con le armi: ma certamente sentiamo come un dovere battersi, con ogni mezzo politico e culturale, perché essa un giorno trionfi in tutto il mondo. E la rotta della libertà sia infine seguita da tutte le civiltà del pianeta.
Non c’è pace senza sviluppo:
la globalizzazione del benessere
Non c’è pace senza libertà. Ma non c’è pace anche senza sviluppo. Facciamo perciò nostre le parole con le quali Paolo VI concluse la “Populorum Progressio”: “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”. Per Forza Italia la lotta per ridurre le diseguaglianze economiche tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri del pianeta non è solo doverosa dal punto di vista etico e sociale: essa è anche la più grande chance di aprire una nuova era di benessere e di sicurezza per tutti. Sicurezza e sviluppo sono concetti siamesi. E più debole la sicurezza di ciascuno senza lo sviluppo di tutti, ma non é possibile lo sviluppo di tutti, specie delle economie più arretrate, senza la difesa della sicurezza globale. Per questi stessi motivi Forza Italia reputa sterile la discussione, pur assai diffusa, se essere a favore o contro la globalizzazione. La storia dell’umanità è un ininterrotto percorso di globalizzazione, una continua espansione dei commerci, della comunicazione, dell’interdipendenza tra i popoli del pianeta: ebbene questo sentiero ha sempre prodotto un costante incremento del benessere per tutti. Ciò è stato particolarmente vero per gli ultimi due secoli, ed è ancora più vero ai nostri giorni. Non la redistribuzione della ricchezza, ma la sua crescita è da sempre alla base del superamento delle soglie di povertà. Il che non significa che non occorra prevedere un governo della globalizzazione orientato alla solidarietà e alla sussidiarietà: ma vuol dire che ancor più decisivo, per le aree arretrate, è studiare nuovi investimenti per implementare la produzione di ricchezza. Se invece la globalizzazione viene considerata un nuovo Moloch distruttivo, espressione impalpabile di un moderno Impero neanche la solidarietà potrà mai essere operativa perché il suo dispiegarsi implica comunque l’accettazione dell’interdipendenza. Le uniche vere politiche no-global sono, infatti, il protezionismo e l’autarchia che non consentono alcuna solidarietà.
Globalizzazione e libertà devono invece procedere di pari passo. Esiste una profonda incompatibilità tra dittatura e globalizzazione. E, tra le due, solo la seconda, garantendo la più totale diffusione di ogni conoscenza umana, può aiutare a liberare l’umanità dal bisogno e dal dolore.
La doppia faccia dell’ecologismo
Tante ragazze e ragazzi sono ancora indotti a inseguire ideologie negative che ripropongono radicali antagonismi rispetto alla civiltà del libero mercato. Particolare diffusione hanno avuto negli ultimi anni le teorie ecologiste che oppongono alla “centralità della persona” la “centralità della natura”. Per alcune frange politiche si tratta solo di una furba riproposizione del marxismo. Cambiare l’ordine dei fattori perché il prodotto non cambi: al concetto di sfruttamento dell’uomo sull’uomo sostituisce infatti quello di sfruttamento dell’uomo sulla natura, ma i nemici restano sempre gli stessi: il mercato, il capitalismo, gli USA.
Nell’ecologismo contemporaneo vivono però anche pensieri importanti per la civilizzazione umana. L’ecologismo mostra cioè una doppia faccia: da una parte propone al mondo una significativa rivoluzione etica, dall’altra le sue correnti fondamentaliste espongono tutti noi al rischio di una grave regressione. La rivoluzione etica riguarda il concetto di responsabilità. Nelle società moderne il calcolo delle conseguenze delle nostre azioni comincia ad assumere un valore decisivo rispetto alle epoche precedenti. Ancora fino a qualche decennio fa si pensava di doversi far carico al massimo dei destini della generazione successiva, dei propri figli, dei propri nipoti. Poi ci avrebbero pensato i posteri. Nel lungo periodo saremo tutti morti, diceva Keynes. Le più recenti rivoluzioni scientifico-industriali hanno invece prodotto un’enorme svolta filosofica: grazie alla rivoluzione tecnologica gli uomini del XXI secolo possono davvero cambiare i connotati della Terra. Questa novità muta drasticamente il senso della nostra responsabilità nei confronti del mondo imponendoci di privilegiare le scelte reversibili su quelle irreversibili. Da questo punto di vista non possiamo non dirci ecologisti.
La regressione culturale nasce invece dal fondamentalismo ecologico e da quella che si può chiamare l’ideologia della paura. Siamo di fronte a un pensiero tragico: per imporsi esso deve fare in modo che la gente presti più ascolto alle profezie di sventura che a quelle di progresso: al punto di proporre “sospensioni della libertà” in nome della presunta salvezza della Terra. Se gli uomini non saranno capaci di autolimitarsi bisognerà imporre loro una dittatura ecologica! Ebbene, quando un pensiero tragico si sposa a un movimento di centinaia di migliaia di militanti, gli esiti possono essere disastrosi. Attraverso il fondamentalismo ecologico torna a suonare la campana filosofica che da sempre accompagna in modo distruttivo il dibattito sul progresso: l’umanesimo negativo. Non si lotta per un’immagine positiva dell’umano, ma soltanto per salvarsi dal disumano, dalla catastrofe. Il fondamentalismo ecologico immagina una restrizione dei confini dell’avventura umana, un ritorno indietro della civiltà. Da qui derivano il misticismo naturistico e l’esaltazione della paura che ampiamente circolano in alcuni di questi movimenti.
L’ambientalismo blu
Un ambientalismo liberale (non verde ma blu come il colore dell’acqua, primo elemento della vita umana) dovrebbe rendersi protagonista di una radicale svolta: diventare un modello positivo di società. Non solo predire il Male. Ma rendere credibile il Bene. L’unico ambientalismo positivo é quello capace di rispondere alla domanda se sia possibile una società ecologica che produca un nuovo balzo in avanti della civiltà, una nuova rivoluzione industriale e non solo un mesto “ritorno indietro” dell’avventura umana. Ma il fondamentalismo ecologico non ha fiducia nell’uomo: anzi vede proprio l’uomo come il vero nemico della Terra. Così la paura toglie qualsiasi spazio alla speranza, perché viceversa é ancora una volta solo l’uomo con la sua libertà di ricercare, di scoprire, di creare a poter cambiare le cose. Noi non pensiamo che l’umanità stia attraversando l’ultimo stadio della sua evoluzione, come del resto da sempre ogni pensiero negativo annuncia. Non si tratta dunque di arrestare lo sviluppo, rimpiangendo il buon tempo antico. Il vero “progresso” consiste e sempre consisterà nell’eterno lavoro dell’uomo umano per superare positivamente le contraddizioni che il progresso stesso ha prodotto.
Il pensiero positivo
Forza Italia si sente parte di quell’arco di forze politiche e culturali che, in tutti i tempi, hanno proposto agli uomini di far propria la logica del pensiero positivo. Ogni critica globale del reale ha sempre condotto gli esseri umani in un vicolo cieco. L’ottimismo delle azioni positive, invece, è sempre stata la bandiera dei pionieri, degli innovatori, di tutti coloro che nella storia hanno usato la loro creatività per migliorare il mondo. “Piuttosto che maledire il buio è meglio accendere una candela” diceva un grande poeta cinese, Lao-Tse. E’ questa la nostra filosofia. E sentiamo come un irrinunciabile dovere proporla ai più giovani, soprattutto in tempi attraversati da culture nichiliste che li invitano a non credere in nulla, a considerare l’esistenza umana, noiosa o spensierata che per ciascuno sia, come un involucro privo di senso da trascorrere nel disincanto o nel cinismo oppure inseguendo sempre più sofisticate anestesie atte a lenire il disagio di vivere. Questa cultura del nulla si presenta con il marchio del nuovo e dell’anticonformismo ma è in realtà il colpo di coda che il decrepito mondo delle ideologie esercita sull’umanità: se non hai creduto in noi, non credere più in nulla.
Capacità di credere capacità di creare
Nella nostra visione del mondo la vita è un dono da scartare con pazienza. Uno stato di grazia da consumare in serena creatività. Riuscire a renderla più ricca attraverso la libertà, l’amore, l’intelligenza e l’arte significa realizzare il proprio personale miracolo. E’ la creatività umana il valore dei valori. L’uomo creativo, l’uomo che crede in se stesso e negli altri, sarà in grado di oltrepassare sia il dolore che la povertà, così come sarà capace di trasformare la gioia e la ricchezza in traguardi non soltanto privati. Non nasciamo uguali, ma nasciamo liberi: e ciascuno di noi può scegliere quale atteggiamento tenere nei confronti della vita, positivo o negativo. Compito della politica, al quale Forza Italia si sente particolarmente legata, è quello di costruire una società che permetta a tutti di avere pari opportunità di partenza per costruire, come meglio desidera, il proprio personale sentiero di felicità. E’ importante partecipare ed è importante vincere, ma è più importante ancora giocare bene. I traguardi raggiunti dipenderanno poi dal caso, dalla fortuna, dalle personali capacità di ciascuno.
Particolare importanza assume per Forza Italia, a questo proposito, il libero espandersi delle energie femminili. Il movimento di ascesa sociale e culturale delle donne è in atto da più di un secolo. Tuttavia si manifesta ancora, da parte di molti, un forte impaccio nel prendere atto di tale ascesa, tanto da far sì che permangano ancora veri e propri “santuari maschili” dai quali le donne sono escluse.
Per il talento contro il conformismo
Questo universo di valori propone di fatto all’ideologia italiana il rovesciamento di alcuni dei suoi più consolidati luoghi comuni. L’immagine del nostro carattere nazionale, diffusa anche nel mondo, ha finora oscillato tra due estremi: da una parte l’italiano dell’arte di arrangiarsi, che confonde l’onestà con l’ingenuità, debole con i forti e forte con i deboli, dedito alla continua ricerca di espedienti per sopravvivere. Dall’altra l’italiano vincente, e anche cinico, che si eleva con furbizia oltre la quotidianità. Insomma, o i personaggi resi celebri da Alberto Sordi o quelli ispirati ad un perenne dannunzianesimo spirituale. O quaquaraqua o superuomini. Secondo la vecchia ideologia italiana la vita si gioca solo in una permanente roulette tra Intrigo e Fortuna. Il merito è categoria sconosciuta. Chi è vittima di un insuccesso è tenuto a distanza, con falso pietismo. Chi eccelle è invece adulato con malcelata invidia. Capita raramente che gli italiani siano disposti ad ammettere che qualcuno, con il proprio talento, si sia meritato qualcosa. Quando Forza Italia sostiene la Creatività contro il Pansindacalismo, la Meritocrazia in luogo della Mediocrità, il Coraggio contro il Conformismo intende anche contribuire a costruire e diffondere nel mondo un’altra immagine del nostro essere italiani, una nuova fiducia nelle qualità del nostro popolo.
Anche per questo, a differenza della sinistra, Forza Italia non chiede agli intellettuali e agli artisti burocratiche fedeltà né li invita a farsi costruttori di ennesimi integralismi ideologici. Il rapporto di militanza tra cultura e politica è un rapporto d’altri tempi che ha più spesso creato “professionisti dell’odio” che uomini spiritualmente elevati. Forza Italia crede in una civiltà dell’amore e della creatività, non in una dell’invidia e dell’odio. Perciò invita gli uomini di cultura ad avere come unica stella polare la creatività italiana, la sua diffusione e il suo sviluppo nel mondo. Del resto è proprio nelle diverse terre del sapere che si stanno disegnando le nuove frontiere del nostro futuro.
Questa è la rotta che indichiamo agli italiani. E’ la rotta di chi crede nella libertà. Politica, civile, economica. Di chi é convinto che la libertà di pensiero, di religione e di parola siano un valore universale. E che siano parimenti fondamentali il diritto al lavoro e ad una giusta retribuzione, il diritto alla proprietà, il diritto per le famiglie di scegliere l’educazione dei propri figli, quello, infine, per ciascun cittadino, di eleggere i propri governanti. Questi sono i nostri valori comuni, quel che chiamiamo il nostro sistema liberale e democratico. Valori che pensiamo possano essere condivisi da tutti gli uomini della Terra. Non bisogna mai dimenticare che la libertà e il benessere, che per noi oggi appaiono scontati, sono stati conquistati dai nostri padri al prezzo di grandi sofferenze. E non è purtroppo affatto detto che, per trasmetterli ai nostri figli, non si sia anche noi costretti a combattere ancora. Guai insomma a pensare che tutto sia già scritto, che la storia sia finita. Essa è sempre lì davanti agli uomini, aperta a ogni esito. Scriverla in un modo o nell’altro dipende solo da noi.