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Togliatti? Un riformista. Parola di Macaluso

LIBERAL FONDAZIONE
di Giuseppe Bedeschi
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23«Tra passione e ragione» avrebbe potuto intitolarsi l’ultimo libro di Emanuele Macaluso (50 anni nel Pci, Rubbettino): nel quale (a me così almeno pare) la passione contraddice quasi sempre la ragione. 
Intendiamoci: è un libro bellissimo, questo di Macaluso, sia per la freschezza (in quanto non indulge mai alla retorica o agli ideologismi nebulosi, dai quali sono contristati quasi tutti i libri di ex-dirigenti comunisti) con cui ritrae persone e situazioni, sia per lo sforzo di comprensione sincero che compie verso la storia del Pci nel secondo dopoguerra. L’autore è stato, come è noto, uno dei massimi esponenti dell’ala cosiddetta «migliorista», poi «riformista», del partito (insieme a Napolitano, Chiaromonte, Bufalini, ecc.): cioè di un gruppo o di una corrente che si è mossa sempre, direi, per «linee interne», ovvero si è caratterizzata per analisi dissonanti sì rispetto alla linea ufficiale, ma in modo felpato, con un linguaggio ellittico, comprensibile solo dagli addetti ai lavori, e senza dare mai una battaglia politica forte, decisa, che mettesse in discussione, eventualmente, anche la sua permanenza nel partito. Le ragioni di questa timidità (e, in fondo, impotenza) politica emergono bene dalla valutazione che, in questo libro, Macaluso dà della figura e dell’opera di Togliatti: il quale ebbe il merito decisivo, a suo avviso, di fare del Pci qualcosa di radicalmente diverso non solo dal partito leninista, ma anche dal partito di Gramsci e delle Tesi di Lione: «il partito nuovo, la via democratica, la democrazia progressiva, il ruolo attribuito ai partiti (non solo al Partito), al Parlamento, alle riforme, costituiscono una visione dell’egemonia che è diversa anche da quella che ci ha consegnato Gramsci con i suoi Quaderni del carcere… Togliatti traduce questa visione in un’iniziativa e in un’azione politica che coinvolgono milioni di persone e ne modificano nei fatti il rapporto con la democrazia». 
In questo modo, però, Togliatti viene iscritto d’autorità alla corrente «riformista». E il suo «legame di ferro» con l’Urss, e la sua esaltazione quotidiana della democrazia «nuova», della «democrazia sovietica»? A Macaluso queste cose sono ben presenti, naturalmente. Ma egli risponde: se Togliatti avesse spezzato quel «legame di ferro», sarebbe sorto in Italia un altro partito comunista filosovietico, e avremmo avuto un’Italia peggiore di quella che abbiamo avuto. E così, a Macaluso, i conti tornano. Più spregiudicate, invece, le pagine dedicate a Berlinguer, il quale, dice Macaluso, nonostante tutti gli strappi dall’Urss, all’identità comunista non seppe e non volle rinunciare: fino a ipotizzare quella «terza via», fumosa sì, ma chiarissima su un punto: che la socialdemocrazia e il capitalismo dovevano essere condannati come il Male Assoluto. D’altro canto, di «berlinguerismo» il Pci rimase sempre profondamente imbevuto, tanto che nel marzo del 1989, al XVIII Congresso del Partito, il nuovo gruppo dirigente (formato da Occhetto, D’Alema, Mussi, Veltroni, ecc.), «tentò un colpaccio, con la cancellazione di tutti i riformisti» dalla direzione; e tale «colpaccio non andò in porto per pochissimi voti». Ciò, naturalmente, spiega molte cose: l’estrema difficoltà che le posizioni «riformiste» incontrano anche oggi nel partito post-comunista, la loro fragilità, la loro mancanza di slancio ideale e di forza politica. Ma davvero i Napolitano, i Macaluso ecc. non hanno nessuna responsabilità in ciò? Davvero essi non potevano condurre una battaglia più dura, più forte, più decisa? 

Emanuele Macaluso, 50 anni nel Pci, Rubbettino, 250 pagine, 10 euro
 

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