
Con questo lavoro, che, diciamo subito, rappresenta un importante contributo alla conoscenza del secondo dopoguerra in Italia, Viktor Zaslavsky continua quell’indagine sui guasti dello stalinismo nel movimento comunista occidentale in generale e italiano in particolare, che aveva già avviato nel 1997, insieme a Elena Aga Rossi, con il Togliatti e Stalin. Quello di Zaslavsky è un compito che si presenta storiograficamente arduo e complesso, perché deve fare i conti con una «mitografia» del Pci dura a essere scalfita, a causa delle sedimentazioni che nel corso di un cinquantennio i migliori intellettuali italiani, passati attraverso l’esperienza della militanza politica nel Pci, hanno contribuito a formare. E se ricco è stato il passato contributo agiografico di costoro all’affermazione del costume e dei metodi staliniani in seno al partito comunista, non altrettanto generosa si presenta in loro, come stigmatizza giustamente l’autore, l’autocritica successiva, poiché il più delle volte essi hanno preferito l’imbarazzato silenzio al duro viatico della presa di coscienza e della esplicita denuncia della grande tragedia intellettuale e morale vissuta. «Miti» talmente radicati nel terreno politico della sinistra italiana fondati sulla specificità del comunismo italiano, sulla «via italiana al socialismo», sull’antistalinismo togliattiano, che, malgrado la mole di documentazione che sta vedendo la luce dagli archivi russi, che propone una verità opposta, riescono ancora a fare argine, fortunatamente con sempre minore efficacia, nei confronti dei tentativi di un’analisi più meditata.
E questa di Zaslavsky si presenta come una delle analisi tra le più meditate dello stalinismo, condotta saldamente sul terreno documentale e oggettivo. Abbiamo trovato di grande interesse l’analisi della politica staliniana nel Mediterraneo e il ruolo affidato al Pci dopo l’apostasia titoina. Ricca di suggestioni risulta anche l’interpretazione del conflitto tra Tito e l’Urss, che portò la Jugoslavia alla fuoruscita dal Cominform, e che era stata sempre interpretata dalla storiografia italiana di sinistra, et pour cause, come un generoso tentativo da parte del gruppo dirigente comunista serbo-jugoslavo di percorrere una via nazionale nella costruzione di un modello comunista, una via nazionale che respingeva il modello sovietico, con l’evidente scopo di enfatizzare l’attuabilità di una strategia delle «vie nazionali al socialismo» svincolata da Mosca. Ora Zaslavsky ci spiega che in realtà i documenti emersi dagli archivi sovietici inducono a una lettura diversa della scomunica di Tito da parte di Mosca, che venne provocata piuttosto dalle ambizioni jugoslave di svolgere nell’Europa Sud-orientale un ruolo di potenza regionale, svincolato da Mosca, e indirizzato a creare un clima di instabilità nei Paesi balcanici e medio-danubiani limitrofi alla repubblica titoina, con mire espansionistiche e aggressive, che confliggeva con la più complessa strategia sovietica che prevedeva la stabilità dell’assetto geopolitico del Mediterraneo orientale. Circa gli ormai accertati finanziamenti sovietici al Pci, Zaslavsky si limita a sollevare dubbi, alla luce della loro entità e durata, sulla reale indipendenza del Pci da Mosca nel condurre una propria politica nazionale.
Viktor Zaslavsky, Lo stalinismo e la sinistra italiana. Dal mito dell’Urss alla fine del comunismo 1945-1991, Mondadori, 271 pagine, 17,50 euro