
Siamo in piena Hildegarde-Renaissance: poche personalità del («buio»? «luminoso»?) Medioevo sono state negli ultimi mesi biografate, interpretate, tradotte e attualizzate come lei, con esiti differenti. Il personaggio, certo, è di quelli dinanzi ai quali si sfugge a stento dalla tentazione del gioco di prestigio fra lo spirituale e lo psicologico. Donna, nobildonna, badessa, mistica, missionaria, profetessa; e medichessa, alchimista, naturalista… «Maga»?
L’hanno rivisitata in prospettiva esoterica e in prospettiva femminista, ed era inevitabile che accadesse. Hanno pubblicato più volte brani dei suoi scritti sulle virtù «magiche» delle erbe e delle gemme, contribuendo così a quella confusione che già esiste sulle cose medievali e di aggravar la quale nessuna persona di buon senso sentirebbe davvero il bisogno (ma bisogna fare i conti con il sottobosco desolante della semicultura e dell’improvvisazione massmediale). Certo, era una donna straordinaria: riuscì a far paura anche al suo sovrano, al Barbarossa, che rimproverò di aver provocato uno scisma in seno alla Chiesa; e Dio sa se ce ne voleva, a intimidire il gran Federico. Qualcuno ha paragonato il timore reverenziale del Barbarossa per Ildegarda con quello che a quanto pare provava Adolf Hitler per Therese Neumann, la contadina bavarese stigmatizzata che i nazisti avrebbero voluto perseguitare e che il Führer proibì sempre di disturbare. Ma i paragoni non servono mai a nulla, specie quelli di questo genere: Federico era un grande imperatore profondamente cristiano, Hitler un ateo superstizioso. Vissuta fra 1098 e 1179, Ildegarda proveniva dalla bassa nobiltà di rango «ministeriale». Monaca benedettina fino dai 15 anni, fondò monasteri e redasse libri straordinari, tra cui il Liber Scivias nel quale descriveva le visioni dalle quali era visitata fin dall’infanzia. Fu naturalmente guardata con sospetto da alcuni prelati per il suo spirito profetico: ma solida garanzia le fu nientemeno che il parere di Bernardo di Clairvaux. Si deve ora al lavoro straordinariamente attento e approfondito di due studiose davvero illustri, Marta Cristiani e Michela Pereira, se la Mondadori mette a nostra disposizione nei Meridiani il testo latino con traduzione a fronte del Liber divinum operum, dedicato alla storia della salvezza, al termine del quale ci s’imbatte in una descrizione della fine del mondo che lascia senza fiato. Il libro di Claudia Salvatori, scrittrice e sceneggiatrice esperta anche di Caterina da Siena, si accampa invece tra i generi pericolosi ma stimolanti del romanzo storico e/o della biografia romanzata in prima persona, con un’evidente volontà d’identificazione. Forse, in esperienze come queste, il rischio principale è l’ombra del gender history, che purtroppo non è ancora passato di moda e i postumi del quale comunque saranno un po’ come l’uranio impoverito, continueranno a nuocere per generazioni. L’auspicio è che la lettura del romanzo-biografia della Salvatori giovi ad accendere interessi e sia guida alla lettura del testo edito dalla Cristiani e dalla Pereira.
Ildegarda di Bingen, Il Libro delle opere divine, a cura di Marta Cristiani e Michela Pereira, Mondadori, CLXXII-1318 pagine, 49 euro;
Claudia Salvatori, Ildegarda. Badessa, visionaria, esorcista, Mondadori, 196 pagine, 17 euro