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Caccia alle streghe. McCarthy o Stalin?

LIBERAL FONDAZIONE
di Alberto Indelicato
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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numero_23_bigTre formule hanno caratterizzato il mondo uscito dalla seconda guerra mondiale: «cortina di ferro», «guerra fredda» e «caccia alle streghe». La prima, che faceva parte del linguaggio propagandistico dei governi occidentali, fu lanciata il 5 marzo 1946 da Churchill nel discorso di Fulton, Missouri («una cortina di ferro è scesa da Stettino a Trieste»), anche se era già stata usata durante la guerra dalla radio tedesca. L’espressione «guerra fredda» apparteneva al linguaggio politico sia dell’Urss e dei suoi satelliti che degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali dal 1949 suoi alleati nella Nato. Naturalmente ognuno dei due schieramenti attribuiva quanto in essa vi era di negativo alla parte avversa, accusata di averla provocata e di fomentarla in vario modo: gli uni non solo con iniziative quali la soppressione delle libertà democratiche, l’instaurazione di dittature comuniste, la persecuzione degli avversari e dei «deviazionisti» nell’Europa orientale, ma anche e principalmente con azioni in campo internazionale come il blocco di Berlino e più tardi l’aggressione della Corea del Sud; gli altri con attività propagandistiche radiofoniche, con il riarmo (o meglio il mancato disarmo in Europa dopo il 1945), la pretesa persecuzione dei movimenti pacifisti e l’esclusione dei partiti comunisti dai governi di cui essi avevano fatto parte subito dopo la guerra (come in Francia e in Italia). L’espressione «cortina di ferro», pur senza cadere in disuso, andò perdendo la sua importanza man mano che i Paesi comunisti europei aprivano per ragioni economiche le loro frontiere ai turisti e agli uomini d’affari, anche se non alle idee occidentali. È probabilmente più interessante l’espressione «caccia alle streghe». Göbbels, se fosse stato vivo, l’avrebbe giudicata geniale e probabilmente sarebbe morto d’invidia per non averla inventata lui. Essa, infatti, in tre parole aveva una forza evocativa straordinaria. La parola caccia richiamava un animale, magari debole e comunque indifeso, costretto a fuggire perché braccato da un persecutore senza pietà deciso a sopprimerlo senza una ragione se non quella della pura forza e della crudeltà. E il perseguitato era accusato non soltanto di una colpa che non aveva commesso, ma di qualcosa d’inesistente, dato che le streghe non esistevano ed erano soltanto il prodotto del fanatismo, dell’ignoranza e della superstizione. La formula riusciva così a condannare i pretesi persecutori e ad assolvere ed esaltare le pretese vittime. La metafora trovò una rappresentazione inequivocabile e indubbiamente possente nel dramma di Arthur Miller The crucible (Il crogiolo). In esso si poneva in evidenza il fanatismo e l’isteria del popolo della città di Salem, istigato dai cacciatori di pretese «streghe», povere donne accusate di malefici e destinate innocenti al rogo. Il dramma apparve e fu rappresentato nel 1953. Negli otto anni precedenti negli Stati dell’Europa orientale occupati dall’Armata rossa erano stati arrestatati e condannati a morte tutti gli uomini politici antinazisti non comunisti: liberali, democratici e contadini. Pochi erano riusciti a fuggire in Occidente. Prima ancora della fine della seconda guerra mondiale e di Jalta, nel marzo 1945 (a Washington c’era ancora Roosevelt), i capi non comunisti della resistenza polacca, invitati per negoziati a Mosca, erano spariti nel nulla. Soltanto il 3 maggio Molotov aveva annunciato che erano stati arrestati per «attività ostile all’Armata rossa». Furono processati, confessarono le colpe più incredibili e furono condannati a morte. In Romania, in Ungheria, in Bulgaria furono dapprima i dirigenti liberali e democratici a essere accusati e processati per crimini mai commessi. I processi contro gli oppositori, conclusi spessissimo con condanne a morte o pene pesantissime di prigione, furono preceduti da campagne «popolari» nelle fabbriche, negli uffici, nelle pubbliche piazze, sulla stampa, alla radio. I cittadini chiedevano a gran voce pene esemplari per i «traditori» ancor prima che questi fossero presentati a una corte di giustizia. Frequentemente gli accusati confessavano crimini completamente inverosimili: alto tradimento, intelligenza con Stati occidentali, spionaggio. Decine di migliaia di cittadini furono arrestati e imprigionati o mandati in campi di concentramento senza alcuna parvenza di processo. Ai ragazzi appartenenti a classi dichiarate antisociali, vale a dire alla borghesia, fu precluso l’accesso alle scuole superiori. Dopo il 1948 furono arrestati e processati i membri in disgrazia degli stessi partiti comunisti che erano ormai al potere senza l’ingombro dei partiti «servili» come i socialisti, costretti a fondersi con i primi o soppressi, e i partiti contadini o «democratici antifascisti». Nel 1949 furono processati tra gli altri Rajk in Ungheria, Slànsky in Cecoslovacchia, Petkov in Bulgaria, Patrascanu in Romania. In Polonia, Gomulka fu arrestato ma mai processato. Nell’Urss intanto era in pieno svolgimento la lotta contro il «sionismo» e il «cosmopolitismo», culminata nel 1952 con gli arresti dei medici ebrei, accusati di aver ucciso alcuni alti dirigenti e di voler usare lo stesso trattamento a Stalin. 
Il proverbiale marziano o più semplicemente un curioso che tra cinquant’anni dovesse chiedersi che cosa fosse la famosa «caccia alle streghe» degli anni Quaranta e Cinquanta del Ventesimo secolo riterrebbe evidente che si trattava di ciò che avveniva nell’Europa centrale e orientale e resterebbe sbalordito nell’apprendere che essa invece aveva caratterizzato la vita quotidiana degli Stati Uniti. E con non minore meraviglia avrebbe saputo che anche in Occidente c’erano raffinati intellettuali, autorevoli giornali e partiti politici anche non comunisti (come il Partito socialista italiano) che consideravano «legittimo» e anzi doveroso ciò che avveniva in Europa orientale e scandalosa la «spietata caccia alle streghe» negli Stati Uniti. È in questo completo rovesciamento della realtà che si ritrova uno degli aspetti della genialità della formula. Un altro tratto di genialità consistette nell’associare la «caccia alle streghe» al nome del senatore Joseph McCarthy, vale a dire a personalizzare una situazione estremamente complessa. Non importava che l’uomo politico repubblicano fosse apparso relativamente tardi sulla scena dove si svolgeva quel «dramma americano», a cui peraltro avevano già partecipato sia il potere esecutivo che quello legislativo. Sin dal 1938, infatti, negli Stati Uniti erano state emanate norme per impedire e perseguire la lotta politica condotta con mezzi violenti e l’attività a favore di Stati ostili. Lo Smith Act del 1940 aveva precisato e confermato quelle disposizioni, che erano state approvate dall’opinione pubblica in generale e dagli ambienti «liberal» vicini al partito democratico al potere con Roosevelt. Specialmente entusiasta si era mostrato il partito comunista, che sperava di vederle utilizzate contro i fascisti e i trotskisti. Quando nel 1950 undici membri del Pc degli Stati Uniti furono condannati in base a quella legge, McCarthy non ebbe nulla a che fare con quel processo per la semplice ragione che egli non era un giudice, ma un senatore e quindi la sua attività si svolgeva nell’ambito di una commissione senatoriale creata anch’essa dal 1938: la House on un-american activities committee (Huac). In seno a quest’organo egli svolse una parte importante soltanto nel 1953, il che significa anzitutto che casi clamorosi come quello dei Rosenberg, malgrado la voluta confusione, non sono riferibili al fenomeno chiamato «maccartismo». La celebre coppia fu, infatti, smascherata nel 1950, processata e condannata l’anno seguente. Il collegamento con McCarthy viene fatto, oltre che per l’identità della loro imputazione con la materia indagata dall’Huac (lo spionaggio e il tradimento a favore dell’Unione Sovietica) anche per la contemporaneità - l’anno 1953 - tra l’esecuzione della loro condanna a morte, ritardata a seguito di vari appelli, e il «lancio» nazionale del senatore repubblicano, che mai si era occupato di loro. 
Fu proprio il caso Rosenberg che diede luogo a manifestazioni di isteria popolare in tutta l’Europa. Esse, presentate come spontanee, erano in realtà organizzate dai vari partiti comunisti, specie quello francese e quello italiano, a loro volta manovrati dall’Unione Sovietica. Lo scopo di tale mobilitazione, a cui si associarono per ingenuità o per opportunismo anche personalità indipendenti, non era tanto di salvare la vita ai due coniugi quanto di far passare certi messaggi e di affermare certi principi. Si voleva convincere l’opinione pubblica che in realtà i Rosenberg erano perseguitati non perché avessero commesso atti di spionaggio, ma perché comunisti e da ciò discendeva il messaggio principale: gli Stati Uniti erano un Paese antidemocratico in cui si perseguitavano la libertà di opinione e di manifestazione del pensiero. Il secondo messaggio, corollario del primo, era che tale comportamento liberticida era una conseguenza logica e inevitabile del sistema capitalistico. Terzo messaggio: soltanto distruggendo il sistema capitalistico si sarebbe potuto realizzare la libertà della società e dell’individuo. Detto per inciso, malgrado la campagna organizzata in loro favore, non fu mai dubbia sin dall’inizio la colpevolezza dei Rosenberg e non tanto o non soltanto per le confessione e la documentata denuncia di David Greenglass, fratello di Ethel Rosenberg.
Sino all’elezione di Roosevelt (novembre 1932) gli Stati Uniti non avevano riconosciuto l’Unione Sovietica, sebbene la grave carestia provocata dal «comunismo di guerra» leniniano fosse stata superata soltanto per l’aiuto umanitario di una organizzazione nordamericana. Il riconoscimento dell’Urss nel 1933 fu un atto di semplice realismo; tuttavia non doveva passare molto tempo prima che, fatte salve tutte le differenza tra i rispettivi regimi, Washington e Mosca si trovassero d’accordo nella valutazione di alcuni aspetti inquietanti della situazione internazionale: l’avvento di Hitler in Germania e la guerra civile spagnola. Questa «affinità» cominciò a manifestarsi anzitutto tra gli ambienti intellettuali e il partito comunista degli Stati Uniti, che era stato sino allora un movimento insignificante. Tuttavia il maggior numero, per non dire la totalità, dei volontari americani nelle brigate internazionali proveniva dalle fila di quel partito e la loro partecipazione alla guerra civile suscitò ammirazione e orgoglio (e forse anche un certo complesso di colpa) negli ambienti liberal che parteggiavano naturalmente per il governo repubblicano. I comunisti d’altronde avevano dato un giudizio favorevole al New Deal rooseveltiano, il che li aveva accreditati come non più avversari del sistema e dunque alleati accettabili. In qualche località vi fu addirittura una «fusione» politica sotto l’etichetta di un Fronte popolare tra i democratici e i comunisti, che giunsero ad avere centomila iscritti. Per mezzo di queste alleanze essi divennero influenti in seno al partito democratico di certi Stati, come il Michigan, il Wisconsin e la California. È abbastanza facile (e desolante) notare, come ha fatto qualche storico, che la fascinazione dell’intellighenzia e di parte del mondo politico statunitense, e non solo di quello, avveniva proprio negli anni in cui si celebravano i grandi processi di Mosca e imperversava il terrore staliniano in tutta l’Unione Sovietica. 
Durante i due anni che seguirono il patto di non aggressione e di spartizione germano-sovietico ci fu un certo raffreddamento anche perché i comunisti, secondo le direttive del Comintern, attaccarono la politica rooseveltiana di aiuti militari alla Gran Bretagna dettata, a loro avviso, da spirito imperialista, come imperialista era la guerra germano-britannica. Essi accusarono addirittura Roosevelt, specie dopo la sua condanna dell’attacco sovietico alla Finlandia, di essere fascista. La comprensibile delusione dei progressisti nei loro confronti durò sino all’attacco germanico all’Unione Sovietica. Fu allora che questa, piuttosto che essere considerata, qual era, un Paese costretto a difendersi da un’aggressione, fu vista ed esaltata come una nazione che si era eroicamente votata a soccorrere il mondo libero. In queste condizioni i comunisti si ritrovarono vicini ai progressisti nel chiedere che fossero forniti aiuti militari e d’altro genere all’Urss, come già si faceva per la Gran Bretagna, e anzi che gli stessi Stati Uniti entrassero nel conflitto accanto ai sovietici. Fu così che dopo il 7 dicembre 1941 i comunisti, pur restando una formazione numericamente poco importante, divennero parte integrante del mondo politico ufficiale, anche perché rappresentavano il grande alleato che in Europa sosteneva il peso maggiore dello sforzo bellico. Lo scioglimento del Comintern nel maggio del 1943 aveva poi avuto lo scopo di mostrare che i partiti comunisti non dipendevano più da una potenza straniera; quello statunitense era perciò legittimato a partecipare non soltanto alla vita politica (cosa che aveva sempre fatto, sia pure con scarsissimo successo), ma pure alle attività di governo. Molti iscritti al partito erano già entrati a far parte di uffici governativi, anche in posti di responsabilità. D’altra parte l’alleanza con l’Unione Sovietica aveva diffuso la convinzione che gli interessi di Washington non sarebbero più potuti divergere da quelli di Mosca, fondati com’erano gli uni e gli altri su principi di giustizia e di libertà. I sacrifici che nella lotta contro la Germania l’Urss aveva sopportato e continuava a sopportare suscitavano nei dirigenti statunitensi molta «comprensione» per le esigenze di sicurezza che essa avanzava per assicurarsi quella che i suoi esponenti chiamavano l’«amicizia» degli Stati vicini, e non soltanto di quelli che si erano schierati con l’Asse. L’«amicizia» significava, infatti, quanto meno una politica estera e interna di dipendenza da Mosca. Già nel luglio 1942 eventuali riserve nel Dipartimento di Stato nei confronti delle richieste sovietiche erano viste con molto sfavore; Harry Hopkins criticò un funzionario che aveva espresso dei dubbi su una politica di eccessiva fiducia nell’Urss, accusandolo di appartenere alla «cricca antisovietica».
Anche per l’influenza di alcuni consiglieri (ma non soltanto per essa), Roosevelt era estremamente ben disposto verso le richieste sovietiche; già allora disse: «Credo che se do a Stalin tutto quel che chiede e non gli chiedo nulla in cambio, egli non cercherà di compiere nessuna annessione e lavorerà con me per un mondo di democrazia e di pace». Non è chiaro se Roosevelt traesse questa sua convinzione, che conservò sino a Jalta e oltre, dal fatto che aveva finito per credere la sua stessa propaganda bellica o da ciò che si chiama wishful thinking o ancora dall’ingenuo calcolo che, dando egli stesso il buon esempio, questo sarebbe stato seguito da Stalin. Fatto sta che da quella convinzione derivò la politica detta di Jalta. Allorché, dopo la morte di Roosevelt e l’incontro di Potsdam, le intenzioni di Stalin furono chiare - il primo segno fu la sorte della Polonia con l’emarginazione del suo legittimo governo di Londra - si verificò uno strano fenomeno: mentre l’opinione pubblica generale diventava sempre più ostile verso l’Unione Sovietica e diffidente nei confronti del partito comunista americano, negli ambienti intellettuali permaneva il pregiudizio filosovietico degli anni precedenti. Il filocomunismo ne era una conseguenza, come apparve da uno degli argomenti invocati in difesa dei Rosenberg: se anche i due coniugi - si disse - avessero passato delle informazioni sull’arma atomica all’Urss, non si sarebbe potuto parlare di spionaggio o di tradimento perché l’Urss era stata ed era ancora alleata degli Stati Uniti; argomento questo inconsistente perché l’alleanza era finita con la vittoria e in ogni caso c’è spionaggio anche quando il beneficiario è un alleato. Esso tuttavia mostra che la sinistra democratica nordamericana aveva interpretato la solidarietà del tempo di guerra come un dato permanente e necessario da difendere a ogni costo. Espressione massima di siffatta linea di pensiero fu la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti dell’ex vice presidente di Roosevelt e poi segretario di Stato all’agricoltura Henry Wallace, al cui Partito progressista si associò nella campagna elettorale il partito comunista. Wallace, che ottenne soltanto il 2,3% dei voti popolari, preconizzava una politica favorevole a tutte le richieste sovietiche in Europa.
A quella sinistra democratica apparteneva tra gli altri Alger Hiss, un rooseveltiano le cui vicende suscitarono forse maggiore clamore di quella dei Rosenberg. Neanche di Hiss si occupò principalmente McCarthy; il grande inquisitore in seno all’Huac, presieduta dal senatore J. Parnell Thomas, fu nel 1948 un altro giovane senatore repubblicano: Richard Nixon. Alger Hiss era stato nel febbraio del 1945 membro della delegazione diplomatica statunitense a Jalta al seguito del segretario di stato Edward Stettinius e, al termine dell’incontro, aveva fatto parte di un gruppo ristretto di quattro diplomatici che avevano continuato a Mosca le discussioni con i sovietici. (I documenti sovietici parlano di un loro uomo nella delegazione statunitense a Jalta e a Mosca). Egli era stato poi nominato segretario generale della Conferenza di San Francisco che creò l’Onu e infine nel 1947 nominato presidente del Fondo Carnegie per la pace. Stranamente sulle sue nomine non aveva influito il fatto che il suo nome fosse incluso in una lista di agenti sovietici fornita da Igor Guzenko, una spia di Mosca passata in Occidente nel 1945. Nel 1948 un giornalista della rivista Time, Whittaker Chambers, ex-comunista pentito, rivelò alla commissione senatoriale d’inchiesta di aver fornito ai sovietici per conto di Hiss informazioni riservate. Ma Hiss, laureato a Harvard, brillante, colto, faceva parte degli ambienti sociali e intellettuali che contavano e la denuncia di Chambers, un giornalista di umili origini, bravo ma considerato instabile (aveva tentato di suicidarsi), non venne neanche presa in considerazione. Interrogato dall’Huac, Hiss in un primo momento negò addirittura di averlo mai conosciuto, ma commise l’errore di querelarlo per calunnia. Chambers, malgrado l’apparenza modesta, non era uno sprovveduto e in tribunale esibì le copie, che aveva conservate, dei documenti e dei microfilm consegnatigli da Hiss sin dal 1938 perché li passasse ai sovietici. Risultò che erano stati scritti da lui o con la sua macchina per scrivere o a mano. Hiss fu condannato a cinque anni di detenzione per falsa testimonianza (lo spionaggio era caduto in prescrizione). Nella commissione per le attività antiamericane, Nixon, senatore dal 1946, era stato durissimo nel suo interrogatorio, ma - come si è detto - l’Huac non era un organo giudiziario e Hiss, che continuava a negare, se la cavò con la sola condanna per il caso Chambers. Tuttavia i suoi amici continuarono per anni a sostenere che egli era innocente e che c’era stata una congiura contro di lui perché rooseveltiano e liberal, ma nel 1996 i documenti sovietici venuti alla luce confermarono pienamente l’accusa. Fu soltanto nel 1950 che McCarthy cominciò a farsi notare. Di origini modeste, cattolico, reduce di guerra, egli era stato eletto nel 1946 senatore del Wisconsin per il partito repubblicano. Tra i suoi sostenitori e finanziatori c’era, benché democratico, Joseph Kennedy, il cui figlio Robert fu un suo collaboratore. Anche il futuro presidente John fu un suo ammiratore. Fu in un comizio nel febbraio di quell’anno che McCarthy lanciò una pubblica accusa che metteva in causa anche i democratici al potere da diciotto anni, se non altro perché avevano dato prova di negligenza: l’amministrazione - affermò - e in particolare il Dipartimento di Stato (dove aveva lavorato Hiss) era piena di comunisti, molti dei quali esercitavano attività spionistiche a favore dell’Unione Sovietica. Tutto l’establishment si mobilitò contro di lui, sfidandolo a fare dei nomi invece che delle accuse generiche. Egli rispose convocando i sospetti e facendoli interrogare dalla commissione di cui era diventato presidente. Anzitutto egli chiedeva a ogni interrogato se fosse membro o simpatizzante del partito comunista. Naturalmente questo non era un reato, ma poiché diversi casi di spionaggio (compreso quello dei Rosenberg) avevano rivelato che era il partito comunista a fornire le spie per i sovietici, la domanda era particolarmente insidiosa per funzionari statali o altre persone che potevano venire a conoscenza di notizie riservate. Molti invocarono il V emendamento della Costituzione, ma il rifiuto di rispondere alimentò il sospetto che avessero da nascondere qualcos’altro che l’appartenenza al partito comunista. McCarthy però voleva andare più in là e dimostrare che c’era una vera e propria cospirazione comunista. Nel suo discorso egli aveva parlato di 250 funzionari infedeli al Dipartimento di Stato. Citò pochi nomi, ma è un fatto che un terzo dei funzionari posti sotto inchiesta credettero opportuno dimettersi alla chetichella. L’idea che ci fosse una cospirazione era certamente esagerata; era vero però che spie sovietiche si erano infiltrate in varie amministrazioni. Oltre a Hiss, nel Dipartimento di Stato c’erano Larry Duggan reclutato da Hede Massing, un comunista austriaco emigrato che convinse vari altri, tra cui Noel Field anch’egli funzionario, a lavorare per il Kgb e che tentò pure di reclutare Hiss, ma scoprì che questi era già attivo per conto suo. Rapporti degli ambasciatori statunitensi venivano regolarmente passati ai sovietici. Altre spie si trovavano nel Dipartimento della difesa e del tesoro, come Harold Glasser o Harry Dexter White, assistente segretario del tesoro, che successivamente Truman nominò direttore del Fondo monetario internazionale. Erano spie almeno tre membri della Camera dei rappresentanti, tra cui Samuel Dickstein. Non mancavano i giornalisti, in genere di testate democratiche, come I.F. Stone (The Nation), Michael Straight (The New Republic) e il premio Pulitzer Walter Duranty che, corrispondente da Mosca negli anni Trenta per il New York Times, era riuscito a ignorare lo sterminio dei contadini ucraini. McCarthy denunciò anche sindacalisti e industriali come Alexander Hammer e specialmente personalità del mondo del cinema, su cui l’Huac indagava dal 1947. Il 90% dei registi, soggettisti, produttori e attori - egli affermò - svolgevano praticamente propaganda comunista o quanto meno evitavano accuratamente qualunque accenno poco favorevole all’Urss. La Screen actors guild era controllata dai comunisti, come pure la Indipendent citizen commission of the arts, science and professions. Benché nel fondo egli avesse ragione (dopo il 1945 non ci furono film anticomunisti e la stessa Ninotchka del 1939, in cui peraltro la satira era stata molto blanda, fu duramente criticata per il suo antisovietismo), il suo fu un errore tattico perché la corporazione del cinema era molto forte. È vero che le accuse di McCarthy portarono all’esclusione e alla disoccupazione alcuni di coloro che si erano rifiutati di testimoniare o avevano negato, contro l’evidenza, di essere comunisti, ma è anche vero che non furono sospese le norme dello Stato di diritto e dell’indipendenza della magistratura. Nessuno fu interrogato senza l’assistenza di un legale, nessuno andò in prigione senza una previa sentenza, nessun partito fu posto fuori legge. Fu dall’ambiente cinematografico che partì la riscossa, da un canto con una campagna contro coloro che avevano scelto di collaborare con la commissione senatoriale, indicati come pecore nere e segnalati al pubblico disprezzo (tra loro il regista Elia Kazan e gli attori John Wayne e Ronald Reagan), e con forti pressioni su altri - Robert Taylor, Barbara Stanwyck, Bette Davis, Lana Turner - perché si rifiutassero di rispondere all’Huac; dall’altro con la denuncia del maccarthismo a opera degli organi di stampa progressisti, i quali sostenevano che l’Huac aveva infangato soltanto degli innocenti: di nessuno degli inquisiti - si affermò - McCarthy aveva potuto provare la colpevolezza. Ciò poteva valere per una parte della gente di cinema e anche per i militari e i politici (compreso il generale Marshall e lo stesso Truman) che il senatore in seguito chiamò imprudentemente in causa, ma non per funzionari e giornalisti, le responsabilità di alcuni dei quali furono provate subito e confermate negli anni Novanta, quando i telegrammi dell’ambasciata sovietica intercettati e decifrati durante e dopo la guerra (The Venona secrets, 1996) e la corrispondenza del partito comunista con Mosca (The secret world of american communism, 1995) furono resi pubblici.
Uno dei casi in cui il duello tra McCarthy e i liberal fu più violento fu quello di Gustav Duran, la cui accusa - scrisse The New Republic - «è una prova della follia e della paura insensata dei rossi». In effetti Duran aveva combattuto nella guerra civile spagnola e in essa si era distinto nella purga di trotskisti e anarchici, per cui i suoi difensori, tra cui suo cognato, il giornalista ed ex funzionario del Dipartimento di Stato Michael Straight, proclamarono che il suo interrogatorio equivaleva a un’apologia del franchismo. Nel 1963 tuttavia anche Straight confessò di essere stato una spia e denunciò il famoso critico d’arte britannico Anthony Blunt come suo reclutatore. Più clamoroso fu il caso di Owen Lattimore, un famoso sinologo, direttore della scuola di relazioni internazionali alla Johns Hopkins University, già consigliere di Roosevelt sulle questioni dell’Estremo Oriente. Nel 1944 egli aveva accompagnato il vice presidente Wallace in Cina e nell’Unione Sovietica e aveva lavorato nell’Office of war information. Lattimore fu denunciato dopo la conquista della Cina da parte dei comunisti, che egli - si sospettò - aveva segretamente aiutato dando loro informazioni riservate. Tuttavia l’accusa di McCarthy, corroborata da due comunisti pentiti - Luis Budenz e Friede Utley - non convinse gli altri membri della commissione, che non soltanto assolsero Lattimore, ma ebbero parole dure per McCarthy. Questi rispose accusandoli di essere «strumenti di Stalin». Due anni dopo tuttavia un secondo comitato, presieduto dal senatore democratico Pat Mc Carran, concluse la sua indagine affermando che «Lattimore era stato un cosciente strumento della cospirazione sovietica». I democratici, a cominciare da Truman, tentarono in tutti i modi di distruggere l’immagine di McCarthy, accusandolo di demagogia e insinuando che egli fosse antisemita e xenofobo e che volesse creare un partito autoritario o addirittura fascista. Erano accuse infondate, sia perché egli aveva molti sostenitori ebrei, sia perché non fece nulla per creare un suo partito o fondare una corrente. In realtà fu proprio il suo partito che riuscì a neutralizzarlo. Vi contribuì anche la sua vita sregolata - era alcolizzato - che l’avrebbe portato a morte prematura nel maggio 1957. Un’altra accusa era più vicina al vero: quella di aver sfruttato la paura degli americani. Ma quella paura non era ingiustificata, né era stata inventata da lui; essa era la conseguenza dell’allarme suscitato dai progressi sovietici nel campo dell’arma atomica, indubbiamente accelerati dal tradimento di Fuchs e della sua organizzazione. La paura era anche conseguenza della sconfitta di Ciang Kai Scek e della guerra di Corea. Non fu per una semplice coincidenza che la potenza di McCarthy fu abbattuta dopo la morte di Stalin e l’armistizio di Panmunjom. Nel gennaio 1953 aveva assunto la presidenza degli Stati Uniti il repubblicano Dwight Eisenhower. McCarthy, però, non cessò gli attacchi all’amministrazione, anche se essa era ormai nelle mani dei suoi compagni di partito. Il nuovo presidente incaricò Nixon, suo vice-presidente, di denunciare pubblicamente i metodi spregiudicati del collega (che li aveva appresi proprio da lui). Nixon lo attaccò alla televisione, un mezzo che McCarthy era stato il primo a saper sfruttare a scopo propagandistico. Seguirono gli interventi dei democratici, secondo i quali il suo modo di vivere non era consono a un senatore. Stanco e malato, egli si difese molto male quando in Senato fu presentata una risoluzione in cui lo si accusava di non aver cooperato con un sottocomitato che indagava sulla sua vita privata e di aver insultato un generale. La risoluzione fu approvata con 67 voti contro 22. La sua parabola era durata poco più di quattro anni.
A Joseph McCarthy sono state dedicate molte biografie, sino a qualche anno addietro negative. Dopo il 1990, anche per le rivelazioni dei documenti sovietici, il giudizio è stato in parte corretto. Per non parlare di quelle incondizionatamente favorevoli, le biografie pubblicate negli ultimi anni, pur sottolineando i difetti caratteriali e le esagerazioni dell’uomo politico, hanno confermato che molti delle persone indagate dall’Huac lavoravano coscientemente o talvolta ingenuamente per i servizi d’informazione sovietici, sia pure, come a proposito di Lattimore dissero i suoi amici, in base a un «patriottismo non tradizionale». Alcuni degli stessi antichi avversari, se hanno continuato a negare la teoria della «cospirazione», hanno dovuto ammettere che molte denunce di McCarthy avevano un indubbio fondamento. Sarebbe stato d’altronde difficile sostenere il contrario quando dall’apertura degli archivi sovietici è risultato che nell’amministrazione statunitense nel 1941 il Kgb aveva 221 suoi agenti e altrettanti operavano per conto del Gru, lo spionaggio militare.
 

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