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Fu rivoluzione, non resistenza

LIBERAL FONDAZIONE
di Mauro Canali
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23L’uccisione da parte delle Ss tedesche alle Fosse ardeatine di 335 persone, il 23 marzo del 1944, pur non risultando l’episodio più sanguinoso del periodo dell’occupazione tedesca - altre stragi vi furono molto più cruente - fu seguito tuttavia come nessun altro episodio della Resistenza da polemiche e strascichi giudiziari che non si sono mai placati e che verosimilmente ben difficilmente si placheranno. Le polemiche presero lo spunto dall’episodio che aveva fornito il pretesto ai tedeschi di compiere la strage e cioè dall’attentato terroristico di via Rasella condotto da un gruppo di Gap romani ventiquattro ore prima e che aveva provocato la morte di trentadue poliziotti altoatesini che stavano rientrando in caserma dopo una giornata di esercitazioni. All’azione dei Gap, diretti da Carlo Salinari, presero parte Franco Calamandrei, Carla Capponi, Franco Ferri, Marisa Musu, Pasquale Balsamo e altri, ma chi attivò la micidiale bomba fu Rosario Bentivegna. Parteciparono inoltre all’azione con funzioni di copertura, tra gli altri, Raul Falcioni e Guglielmo Blasi, che un mese più tardi avrebbero tradito, passando al servizio della banda Koch e consentendo l’arresto di molti componenti dei Gap. La reazione dei tedeschi fu feroce. È noto che vennero vagliate diverse soluzioni di rappresaglia, alcune direttamente suggerite da Berlino, che prevedevano la distruzione di interi quartieri attorno a via Rasella, ma infine si ripiegò sull’uccisione di 335 prigionieri politici, detenuti a Regina Coeli. Chi diresse l’operazione di rappresaglia fu Herbert Kappler, capo delle Ss a Roma. Si iniziò col prelevare dei detenuti politici, per passare poi, poiché non erano sufficienti a raggiungere la cifra decisa, agli ebrei, che furono settantacinque, per concludere con alcuni detenuti comuni. Si utilizzò un solo criterio discriminatorio: furono scelti solo uomini. In un primo momento venne compilata una lista di 320 nomi, ai quali Kappler, alla notizia della morte di un trentatreesimo soldato, aggiunse altri dieci, mentre altri cinque finirono nella lista per fretta, per eccesso di zelo e smania di distinguersi da parte delle autorità carcerarie di Regina Coeli. Un eccesso di zelo che costò caro a Donato Carretta, allora direttore del carcere di Regina Coeli, il quale, nel dopoguerra, finì linciato a morte dalla folla inferocita. Tra i 335 finirono naturalmente molti elementi di spicco del movimento antifascista, come Pilo Albertelli, Giuseppe Cordero di Montezemolo e Gioacchino Gesmundo. I prigionieri, condotti, sulla via Ardeatina, furono massacrati all’interno di alcune vecchie cave di argilla, la cui entrata fu fatta poi saltare. Anche se la notizia della rappresaglia consumata venne data dagli stessi tedeschi poche ore dopo il massacro, si dovette attendere la liberazione di Roma per recuperare e dare sepoltura ai cadaveri straziati. L’orribile strage consumata dai tedeschi provocò una forte divisione all’interno della Giunta militare del Cln. I democristiani per bocca di Spataro non solo disapprovarono l’azione di via Rasella, ma cercarono di imporre la regola che da allora qualsiasi operazione dovesse essere prima avallata dalla Giunta. La condanna dell’azione da parte delle altre forze politiche costituenti la Giunta militare fu unanime. Ad Amendola, che confermava agli altri membri la paternità dell’attentato, sia i socialisti, per bocca della Benzoni, che i democristiani fecero notare immediatamente la probabilità del ricorso alla rappresaglia da parte dei tedeschi. In particolare la Dc riprendeva le posizioni espresse «a caldo», all’indomani dell’eccidio, dall’Osservatore Romano, il quale aveva stigmatizzato l’attentato di via Rasella e la conseguente tragica rappresaglia, spostando le responsabilità sugli autori dell’azione partigiana indicati quasi come i veri e unici colpevoli del successivo massacro consumato nelle cave sull’Ardeatina. I comunisti si trovarono isolati nel sostenere l’opportunità dell’azione; in un comunicato pubblicato alcuni giorni dopo precisarono che essa era una azione di guerra e che tra i fucilati per rappresaglia non ve ne era alcuno responsabile dell’azione stessa. Il Pci avvertiva i tedeschi che le azioni sarebbero continuate fino a quando i tedeschi non avessero riconosciuto di fatto a Roma lo stato di «città aperta». Anche se con il comunicato si cercava di rappresentare una resistenza colpita dalla rappresaglia ma sempre all’offensiva, i successivi sviluppi dell’attività partigiana rivelarono tuttavia che le tragiche e prevedibili conseguenze dell’azione di via Rasella, disapprovata dalla maggioranza della popolazione romana, avevano seriamente menomato la volontà d’iniziativa dei combattenti. Da allora, e fino alla liberazione, si contarono infatti pochissime azioni dei Gap. Se prima di via Rasella le azioni gappiste erano state una cinquantina, dopo via Rasella esse furono appena tre. Non solo, ma la necessaria stasi che seguì alla strage delle Fosse ardeatine provocò tra gli elementi dei Gap un allentamento dei rapporti, che consentì alla banda Koch di mettere le mani su un paio di loro, appunto Guglielmo Blasi e Raul Falcioni, entrambi con responsabilità di capo gruppo, che presero a collaborare e consentirono lo scompaginamento del Gap centrale, il più attivo fino ad allora nella lotta a nazisti e fascisti. Calamandrei, alla notizia del loro tradimento, riconoscerà che i due «non avrebbero dovuto mai essere capigruppo; abbiamo peccato nella scelta degli uomini». È curioso come Paolo Spriano, che pure si mostra molto pignolo nell’elencare i nomi di noti e meno noti «resistenti», sui gappisti di via Rasella, di cui fornisce puntualmente i nomi, mostri alcune incertezze, elencando correttamente tra i presenti Raul Falcioni, ma non accennando alla sua successiva carriera di delatore nella banda Koch, e ignorando del tutto il nome di Guglielmo Blasi, che era invece elemento importante della resistenza romana. Come se fornendo questo dettaglio, lo storico del Pci temesse di scalfire il «mito» costruito dal partito attorno ai sedici di via Rasella. 
Le polemiche, che si accesero all’indomani della liberazione, e che i vari processi ai persecutori alimentarono costantemente, verterono attorno a pochi ma essenziali nodi, alcuni d’ordine morale altri più di carattere politico. Sull’opportunità dell’azione che aveva provocato la rappresaglia, come si è visto, indirizzarono le loro critiche sin dai giorni della tragedia alcune forze politiche più orientate a Roma alla ipotesi «attesista». Costoro ritenevano inutile l’azione per due ordini di motivi: perché era abbastanza prevedibile la feroce reazione tedesca e perché, con lo sbarco ad Anzio degli Alleati, si profilava ormai imminente la liberazione di Roma. Erano posizioni che avevano trovato una eco nello schieramento moderato del Cln e che si giovavano dell’autorevolissima sponda rappresentata dalle posizioni del Vaticano. A costoro il Pci replicava che proprio l’apertura del fronte così vicina alla capitale rendeva indispensabile un’accentuazione della pressione partigiana per rendere più insicure le retrovie delle forze germaniche, che ignorando lo stato di «città aperta» avevano trasformato Roma in un crocevia intenso di truppe, armi e vettovagliamento per sostenere la difesa del fronte di Cassino e ancor più di Anzio. In effetti, inviti rivolti dal Pci a insorgere erano stati lanciati con insistenza soprattutto dopo lo sbarco di Anzio. Dove i partiti moderati trovavano forti ragioni alle loro argomentazioni era nella valutazione politica che essi facevano circa lo spirito di scarsa combattività diffuso tra la popolazione romana. Una considerazione che trova forti testimonianze a favore anche nelle memorie dei protagonisti, e soprattutto in quello straordinario documento che è La vita indivisibile, il diario di quel periodo di Franco Calamandrei, in cui balza evidente la condizione d’isolamento in cui operavano i Gap a Roma. Venivano cioè a mancare nella capitale quelle condizioni che avevano reso efficace, e talvolta micidiale, l’azione gappista nelle grandi città settentrionali, dove i nuclei partigiani di città operavano concertando le azioni con i raggruppamenti e le grosse formazioni partigiane circostanti alle città. Da questo punto di vista, Roma era un caso particolare, poiché se si fa eccezione per alcune formazioni partigiane operative ai Castelli, bisognava giungere nell’Appennino abruzzese-marchigiano per trovare bande partigiane discretamente operative ed efficienti. Del resto era una situazione abbastanza chiara anche al gruppo dirigente del Pci, e che risalta chiaramente in quell’altro documento preziosissimo, anche se di parte, che sono le Lettere a Milano di Giorgio Amendola, allora rappresentante del Pci in seno alla Giunta militare romana. Dunque in queste condizioni, ben note anche ai responsabili politici del Pci, è giusto chiedersi se fosse strategicamente valida un’azione di così vasta ripercussione, che, come era facilmente prevedibile, avrebbe provocato da parte tedesca una feroce reazione, alla quale sarebbe stato difficile rispondere adeguatamente, vista la vita stentata che conducevano i gruppi della resistenza romana. L’evidente grado d’isolamento della resistenza nella capitale giustificava obiettivi così ambiziosi? Non si pone in discussione la legittimità morale dell’azione, né tanto meno le responsabilità dell’eccidio delle Fosse ardeatine, che un certo «revisionismo» interessato vorrebbe attribuire ai Gap di via Rasella, confondendo le responsabilità del combattente che rischia la vita nell’azione, con il massacratore di innocenti. Si vuole sottolineare l’opportunità politica dell’attentato, che in realtà ebbe come effetto non solo lo smantellamento dei nuclei romani della resistenza, ma un’ulteriore mortificazione del già basso livello di combattività della popolazione, tanto che un tentativo di sciopero per il 21 aprile veniva prima rinviato e poi si rivelava un fiasco, con conseguenze anche pericolose per i militanti comunisti che vi si erano impegnati. Un altro tema su cui si è accanito il dibattito sulle responsabilità riguarda la conoscenza o meno da parte dei partigiani della regola applicata dai tedeschi della liquidazione di dieci avversari per ogni soldato tedesco ucciso. Non vi è dubbio che, ancorché i resistenti avessero saputo dell’entità della rappresaglia a cui si sarebbero abbandonati i tedeschi, la responsabilità del massacro continuerebbe a ricadere su chi lo attuò. Come ha giustamente osservato Gabriele Ranzato, «soggiacere al ricatto delle rappresaglie implicava la fine di ogni resistenza armata»; e ancora: «La legittimità dell’atto di guerra compiuto fu non tanto di natura giuridica quanto di natura morale, come lo è quella di qualsiasi azione violenta diretta ad abbattere una tirannide che abbia il monopolio della legittimità politica». 
Sono argomentazioni condivisibili in linea generale, ma Ranzato non può ignorare che, nel caso specifico, la cultura politica a cui si ispiravano i gappisti che parteciparono all’azione di via Rasella, non era certo improntata all’esaltazione dei principi di democrazia, si lottava cioè per abbattere una tirannide con la riserva psicologica di sostituirla in prospettiva con la dittatura del proletariato. Il diario di Calamandrei è molto chiaro al riguardo; la sua evidente ammirazione delle opere teoriche di Stalin, come Questioni del leninismo, di cui egli, come scrisse con enfasi, respirava «con un senso di riposo la logica rarefatta», la coscienza che egli stesse combattendo per l’affermazione di un regime comunista, («quello solo che interessa è che esistono nell’aevum presente determinati problemi, per i quali si propongono determinate soluzioni, che sono comuniste, e per attuare le quali noi lavoriamo»), le successive perplessità sulla svolta annunciata da Togliatti a Salerno rivelano come i nuclei romani dei Gap, soprattutto quelli centrali, composti per lo più da intellettuali, operassero ideologicamente su una linea di rigida ortodossia staliniana, che forse impedì loro una valutazione più «politica» circa l’opportunità dell’operazione. È bene ricordare che l’azione di via Rasella precedeva di qualche giorno il ritorno in Italia di Togliatti, che giungeva con un progetto di «svolta» che avrebbe consentito di lasciarsi alle spalle le posizioni massimaliste fino ad allora sostenute dal Pci, cioè l’accettazione da parte del partito comunista della collaborazione con il governo di Badoglio e con le altre forze politiche moderate. V’è da chiedersi se con il clima politico nuovo portato da Togliatti, più attento alle esigenze di collaborazione con le forze democratiche e moderate, l’azione sarebbe stata concepibile. Alessandro Portelli ha scritto di recente a proposito della strage delle Fosse Ardeatine, che «nessuna regola obbligava i nazisti a effettuarla», e che «la cosiddetta regola dei “dieci italiani per un tedesco” non era mai stata enunciata o applicata espressamente in Italia», e infine «che nessun proclama tedesco durante l’occupazione di Roma comminava rappresaglie per azioni contro gli occupanti». Tutto questo è vero, ma così espresso è anche molto discutibile. Era infatti noto che, in altre parti dell’Europa occupata, la barbarie repressiva nazista si era espressa proprio con l’applicazione della regola del «dieci per uno», e quindi non era assolutamente legittimo escludere a priori, di fronte a un’azione che si prevedeva così cruenta, che i tedeschi potessero applicarla anche in Italia. Non sfuggiva certo ai gappisti quale significato simbolico avrebbe rappresentato per gli occupanti un’azione così audace, portata nel cuore di una città nella quale fino ad allora si erano sentiti relativamente al sicuro. La regola del «dieci per uno» sebbene non fosse stata mai applicata era ben nota ai dirigenti gappisti. Pochi giorni prima dell’attentato di via Rasella era stato ucciso il giovane Giorgio Labò. In quella circostanza, commentando la notizia per lui particolarmente triste - avevano per alcuni mesi condiviso l’abitazione - Calamandrei accostava la notizia dell’uccisione da parte dei partigiani «del tedesco di Piazza dei Mirti» con «la notizia della fucilazione “per atti di violenza” di dieci detenuti politici dei tedeschi: fra questi è Giorgio». La possibilità di una rappresaglia da parte dei tedeschi era quindi ben presente nei pensieri e nelle preoccupazioni dei partigiani, ma si dava per scontato che le responsabilità morali di essa ricadessero sulle spalle di chi la compiva. 
La vis polemica, che sin da subito dopo la liberazione di Roma, accompagnò la querelle sulle responsabilità delle Fosse ardeatine, si alimentò generalmente di argomenti e di fini estranei alla ricerca della verità storica. Si trattava il più delle volte della continuazione a parole, insulti e iniziative giudiziarie, della precedente «guerra civile» combattuta con le armi. Si arrivò a tentare di spacciare mere invenzioni come quella di un fantomatico avviso, con cui i tedeschi avrebbero promesso la rinuncia alla rappresaglia se si fossero spontaneamente consegnati i responsabili dell’assalto di via Rasella. Si utilizzò in modo sconcio, pur di denigrare i combattenti di via Rasella, l’eroica morte del carabiniere Salvo D’Acquisto. La fuga dal carcere militare del Celio di Kappler, i recenti processi a Priebke e Haas, hanno ogni volta riaperto le vecchie ferite e dato la stura a nuove polemiche. Insomma l’argomento non sembra voler trovare pace in una definitiva sistemazione storiografica. Occorre precisare che anche nella storiografia di sinistra alcuni atteggiamenti sembrano indicare al riguardo la persistenza di una sorta di complesso, a nostro avviso storiograficamente immotivato, che ne rivela dannosi pregiudizi e ritardi. In alcuni recenti lavori, autorevoli studiosi e uomini di cultura sono tornati a esaminare, talvolta fornendo preziose testimonianze autobiografiche, con spirito più distaccato le vicende di via Rasella e delle Fosse ardeatine. Ciò ha permesso di verificare come a sinistra, in una certa storiografia di stampo tradizionale, il vecchio vizio di ignorare volutamente i lavori che si collocano, anche se di poco, fuori del coro non sia mai morto. Facciamo nostre le critiche che, qualche anno fa, Giovanni Berardelli dalle colonne del Corriere della Sera, aveva rivolto a Ranzato, che, nel suo lavoro sulla Resistenza romana apparso nel Dizionario della Resistenza, aveva trascurato di segnalare nell’ampia bibliografia che seguiva il suo lavoro opere recenti di studiosi del cui rigore e valore non è dato dubitare, ma che evidentemente, per Ranzato, non erano del tutto in linea con l’interpretazione «scolastica» dell’evento resistenziale. Berardelli segnalava a titolo d’esempio opere come Via Rasella di Aurelio Lepre, La Resistenza in convento di Enzo Forcella e di Attentato e Rappresaglia di Elisa e Alberto Benzoni.
 

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