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Il maestro della storia globale

LIBERAL FONDAZIONE
di Franco Cardini
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23Taardará mucho tiempo en nacer, si es que nace, / 
un andaluz tan claro, tan rico de aventura. / 
Yo canto su elegancia con palabras que gimen
Y recuerdo una brisa triste por los olivos.
Federico Garcia Lorca 

Mentre lo accompagnavamo a piedi quel piovigginoso venerdì del febbraio scorso, ed eravamo in tanti, attraverso la sua campagna pisana diretti al rettangolo fuorimano di un piccolo cimitero, continuavo a vivere come se stessi fuori di me, come se mi stessi osservando in disparte, magari su un poggiolo vicino. Il panorama intorno terra bagnata, alberi ancora spogli, foschia lontana: i rumori mi giungevano smorzati dalla strada vicina eppur invisibile. Camminavo come su una nube di cotone, come in una specie di sogno; e quel che stavamo facendo, io e gli altri, non mi pareva la realtà. Non era possibile. Non era lui, non era Marco che accompagnavamo al luogo del suo riposo estremo. La gente come Marco non muore. Non ho mai amato Ugo Foscolo. Lo ammiro, questo sì. Era un filologo e uno stilista formidabile. Ma quel giorno, che vi debbo dire, sarà stata la campagna toscana con i suoi funerei eppur affascinanti cipressi, sarà stata la circostanza, mi tornavano continuamente in mente due suoi versi, fra i pochi che mi sono rimasti in mente dopo un massacrante corso che sull’argomento ebbe a tenere nel lontano anno accademico ’60-’61, a noialtri malcapitati studenti dell’Università di Firenze, il foscoliano e foscolista Walter Binni. Li cito così, a mente, come li ricordo, senza controllarli: magari li sbaglio. Il primo appartiene appunto a I Sepolcri: «Sol chi non lascia eredità d’affetti - poca gioia ha dell’urna»; il secondo al sonetto In morte del fratello Giovanni: «Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo - di gente in gente, me vedrai seduto - su la tua pietra, o fratel mio, piangendo - il fior de’ tuoi gentili anni caduto». 
«Eredità d’affetti». Nato nella sua Pisa nel 1946, cinquantotto anni fa, Marco Tangheroni ci ha lasciati là l’11 febbraio del 2004 per raggiungere quella patria celeste alla quale tendeva forse con un desiderio a lungo tenuto nascosto almeno da trentacinque anni. Se n’è andato, oserei dire, quando ha voluto lui; o è stato chiamato comunque in un giorno speciale, in modo che la data stessa di quello che noialtri cristiani chiamavamo un tempo il vero dies natalis annunziasse gloriosamente e festosamente l’inizio della sua vita vera. Il giorno di Nostra Signora di Lourdes. In uno scritto vergato nel paese dove viveva, Asciano Pisano, nel 2002, egli aveva lasciato cadere questa frase: «Quanto, Madonnina mia, prima di un esame clinico per sapere se devo sottopormi all’ennesima operazione (la venticinquesima o la trentesima) e ti prego intensamente, e mi pare che mi sorridi, perché poi la risposta è sconfortante?». La Madre e Regina ha aspettato il giorno della Sua festa d’inverno per rispondere al Suo cavaliere. Parlo così, e mi viene normale, con commozione ma senza retorica, perché Marco è stato davvero, come Bernardo di Clairvaux, un Cavaliere della Vergine. E, al pari del suo collega Antonius Blok, il cavaliere de Il Settimo Sigillo, per trentacinque anni ha silenziosamente giocato a scacchi con la Morte. Amavamo il capolavoro di Ingmar Bergman, Marco e io; come amavamo Il Signore degli Anelli di John R.R. Tolkien. Ne parlavamo spesso, con studenti di gruppi giovanili che si mettevano insieme saltuariamente, con quattro soldi, e con i quali - e con l’aiuto di un vecchio amico, l’editore Giovanni Volpe - continuammo per alcuni anni a organizzare anche dei bei corsi di Lecturae Dantis. Erano cenacoli minoritari, attorno ai quali il clima politico di quegli anni proiettava l’ombra d’un che di segreto, di quasi iniziatico. Ma né Marco, né io abbiamo mai amato l’esoterismo, per quanto ci sia sovente capitato di far qualche tratto della nostra strada intellettuale accanto a esoteristi di questa o di quella osservanza. Quel che noi cercavamo, l’oggetto della nostra Queste, era sempre, comunque e soltanto la luce della Tradizione cattolica. Ne ha lasciata davvero tanta, Marco, di eredità d’affetti. L’abbiamo visto bene tutti, fra il 12 e il 13 febbraio, quando ci siamo riuniti per dargli l’ultimo addio che, per i migliori fra noi, sarà un arrivederci. L’ho guardato in viso l’ultima volta nel pomeriggio del 12, nella chiesa della Spina, un prezioso reliquiario gotico di marmo lì sulla riva sinistra dell’Arno. Aveva sul volto segnato dalla lunga malattia, ma ormai disteso, un sorriso lontano: non c’era ancora sul suo volto traccia visibile del passaggio della morte. Ho spontaneamente pensato che, nella Chiesa cattolica, l’arrestarsi o il ritardare della decomposizione fisica è un segno della santità del defunto. La mattina del 13, riuniti prima al freddo nel cortile dell’edificio della Sapienza, il Rettorato universitario, e quindi sotto le volte della chiesa di San Frediano, abbiamo reso omaggio al Maestro, allo studioso celebre e onorato nel mondo, e quindi al fratello in Cristo; poi, nel pomeriggio, lo abbiamo accompagnato al suo paese e l’abbiamo umilmente deposto per terra, come lui voleva. C’erano la moglie, le figlie, i parenti, i molti amici di sempre, gli allievi, i colleghi; c’erano i suoi sodali di «Alleanza Cattolica» con il loro stendardo; c’erano anche, magari in disparte, molti personaggi addirittura famosi, che si mantevano con discrezione nell’ombra e che preferivano salutare da lontano, senza farsi notare, l’uomo che avevano amato e l’uomo di studio che avevano ammirato.
«Su la tua pietra, o fratel mio». Parlavamo poco, quando ci vedevamo, della sua malattia. Solo sobri, pudichi cenni. Pochi tratti geniali sono disposto a riconoscere a me stesso: ma, come gaffeur, sono inarrivabile; e delle mie gaffes a proposito della nostra rispettiva salute Marco rideva spesso. Con affetto indulgente, perfino divertito, specie quando sospendevo a metà una mia lamentosa descrizione dei miei mali di schiena o dell’estrazione di un premolare perché mi ricordavo per l’ennesima volta che non è decoroso lamentarsi di certe miserie quando si parla a uno che sta in dialisi da quando aveva ventitré anni. In generale, di queste cose non s’insisteva; o ci si scherzava su alla lontana. Certo, le sofferenze di Marco apparivano intollerabili a tutti noi che ne conoscevamo qualche aspetto, alla lontana. Ma credo sia improprio dire che ne provavamo «compassione». C’era pena per le sue sofferenze, certo; c’era il doloroso senso d’impotenza di chi davvero vorrebbe dare una libbra della sua carne per aiutare l’amico e si rende conto di non poter far nulla. Quante volte mi sono detto, «Signore, Tu lo sai quanto sono debole, quanto sono vigliacco; eppure Tu sai anche che se il dolore fosse fatto di grosse pietre in una cesta io ne prenderei volentieri quante potessi portarne, le metterei nel mio cestello che la Tua bontà ha reso così vuoto e leggero e aiuterei l’amico a continuare il cammino, camminando più leggero». Ma non si può: e ci si sente dei traditori del fratello che soffre, ci si vergogna di ostentare davanti a lui la nostra salute; eppure lui, per l’eroismo sereno e sovente allegro col quale sopporta la sua sofferenza, non può farti davvero pietà. C’è sempre, per noi umani che siamo una sentina d’imperfezione, qualcosa che somiglia al senso di superiorità quando si prova compassione per qualcuno. Davanti a Marco, non ci si poteva che sentir inferiori. E allora, dinanzi al suo dolore, non era la compassione a prevalere, anzi quella quasi spariva. Come si faceva a dir «povero Marco»? Marco non è mai stato povero; Marco è sempre stato un Gran Signore, al cospetto di Dio e degli uomini. Per lui si poteva provar solo stima, ammirazione, venerazione.
Certo, il futuro terreno, intravisto attraverso la malattia progressiva e irreversibile, era oscuro. Un paio di volte, lui ed io, ci lasciammo andare a discorsi tristi; e ci chiedemmo chi di noi due avrebbe dovuto pronunziar l’orazione funebre per l’altro. Se quel che di solito definiamo «l’ordine naturale delle cose» avesse un senso geometrico e razionale nelle vicende umane, tale onere sarebbe spettato a lui, di sei anni più giovane di me. Ma sapevamo bene che nulla v’è mai di più incerto di certe faccende; e d’altronde la sua lunga, devastante malattia faceva pensar probabile che l’anzianità anagrafica non sarebbe stata rispettata. Mi sono trovato io, difatti, davanti al suo feretro, nel cortile dell’Università. Avrei voluto, forse dovuto parlare di lui come studioso: ma altri prima di me ne aveva fortunatamente già tracciato il profilo scientifico e accademico. Il triste onore di ricordarlo pubblicamente sarebbe spettato forse a qualcun altro: c’erano lì, in quel momento, colleghi ben più prestigiosi di me e amici di più lunga data e di più intensa frequentazione. Forse gli uni e gli altri hanno pensato però che, come amico e collega al tempo stesso, io rappresentassi in un certo senso una sintesi di quei connotati di stima, di confidenza e di affetto che mi rendeva adatto a rappresentarli tutti. Non so quale posto io occupassi nella vita di Marco: che era un inferno fisico, un purgatorio di lavoro faticoso e assillante (spesso tirato avanti con fatica in ospedale, accanto alla macchina della dialisi), ma già una promessa di paradiso nei molti affetti domestici e amicali, nei pranzi e nelle cene organizzati con frequenza e generosità nella bella casa di fronte al grande giardino con l’albero di Giuda, il faggio rosso e l’ippocastano, nei pomeriggi avvolti nel fumo aromatico del tabacco da pipa e trascorsi guardando le partite in tv o giocando a carte. Per certi aspetti, mi capitava a volte di sentirmi un po’ ai margini della sua vita più intima: non amo il calcio (anche se condivido la sua avversione per la Juventus), non so giocare a carte; il suo cattolicesimo ricchissimo di umanità e di pietas, ma teologicamente e politicamente così rigoroso e sistematico non entrava sempre in sintonia col mio francescanesimo un po’ vandeano e un po’ anarcheggiante. Perfino il nostro più comune punto d’intesa antropologico-culturale, la nostra comune, profondissima, appassionata hispanidad, era di qualità comunque diversa: catalano-aragonese la sua, castigliano-andalusa la mia. Eppure i nostri comuni periodi di studio a Barcellona e i nostri bei viaggi in auto per la penisola iberica - tra i castelli e le cattedrali, le corride che entrambi amavamo pur essendo piuttosto animalisti (contraddizione?), le golose mangiate di jamon de patanegra e le generose bevute di rioja e di jerez - sono e resteranno per sempre fra i ricordi più dolci e più allegri della mia esistenza. Marco amava vivere, amava la vita; un buon pranzo o una bella cena con lui erano una festa, ridere e far ridere gli piaceva; anche negli ultimi tempi, devastato dal male, gli restava un fascino sottile che sapeva spandere sempre e comunque intorno a sé. Come dice Federico Garcia Lorca di Ignacio Sanchez Mejias: Aire de Roma andaluza - le doraba la cabeza - donde su risa era un nardo - de sal y de inteligencia. Dicono che quando una malattia c’impedisce di utilizzare appieno uno dei nosti cinque sensi, gli altri si affinano e si fanno più efficaci. Lui, che dall’età di ventitré anni aveva dovuto passar ore e ore della sua vita incatenato alla macchina per ripulire il sangue, aspirava a pieni polmoni le ore e i minuti di gioia, o almeno di pausa del dolore; e la sua allegria, la sua forza, sapeva comunicarle a noi tutti. Per me, che a differenza di lui sono figlio unico, Marco è stato come e più che un fratello. Anzi, dal momento che la malattia lo aveva purtroppo invecchiato precocemente, ma forse anche fatto precocemente e profondamente maturare in saggezza, credo che anche lui si sentisse un po’ come lo sentivo io: un fratello maggiore, attento a segnalare all’incauto fratello minore i pericoli e le trappole della vita. Marco sapeva bene - e mi risulta lo andasse ripetendo, a chi per esempio gli segnalava certe mie impennate politiche, certi miei passionali radicalismi - quel che lui solo, insieme con la mia nonna materna, avevano lucidamente capito di me. Che cioè io appartengo allo sconsigliato genere di quelli capaci sì d’invecchiare, ma non di crescere. Anche per questo, in fondo - come talvolta ci dicevamo, scherzando - ai bei tempi andati saremmo stati una bella coppia cavalleresca. «Orlando è prode, e Olivieri è saggio», come dice il Poeta. Il punto è che, di questa coppia, le virtù stavano tutte da una parte sola: il saggio, ma anche il prode, era solo lui. E l’ha dimostrato nel corso della sua vita: nel dolore che ha dovuto sopportare e nella gioia, nella forza, nella fede che ha saputo regalare agli altri.
L’ho conosciuto nel lontano 1962. Io ventiduenne dirigente romualdiano del Fuan di Firenze, ammiratore della Falange di José Antonio, cattolico duro-e-puro della scuola di Attilio Mordini e al tempo stesso apocalittico innamorato del «fascismo di sinistra» del grande Beppe Niccolai, per quanto le ribollenti vicende interne del Msi, nella sempre faziosa Toscana, mi avessero fatto approdare a una corrente interna diversa o quasi opposta a quella nella quale militava lui; e lui vivace, intelligente dirigente almirantiano della «Giovane Italia» di Pisa, amico fedele di Beppe e di un altro comune amico di allora, Romano Bonanni, un’immensa macchina umana tutta muscoli, irruenza, generosità all’interno della quale si celava un animo sensibile, dotato d’una cultura musicale e artistica di sorprendente raffinatezza. Del Marco sedicenne ricordo i grandi occhi vivaci, la barba corta, il sorriso intelligente e sempre un po’ ironico, l’indole aperta, leale, lontanissima da qualunque forma di pregiudizio, saldamente refrattaria a qualunque tipo di rancore. Poi ci allontanammo, in modi e in tempi diversi, dalla militanza partitica: quel tanto (molto) che di passione politica rimaneva in entrambi, lo dedicammo alla cultura e all’università. Nella sua breve vita, Marco ha avuto senza dubbio molti avversari: mai ha avuto però un nemico, sia perché mai ha volontariamente fatto male a qualcuno (anche, e soprattutto, quando avrebbe potuto farlo; e quando, almeno secondo il nostro povero umano giudizio, ne avrebbe avuto magari perfino un certo diritto), sia perché inoltre troppo buono, troppo simpatico e troppo generoso per consentire che un sentimento di ostilità nei suoi confronti potesse mettere radici, sia perché infine era sul serio dotato di quella che, per i teorici medievali della politica, era la massima dote spirituale del principe. Marco era «lento all’ira, pronto al perdono». Si era laureato giovanissimo, appena ventiduenne: il suo primo Maestro, Alberto Boscolo, lo aveva iniziato alla storia della Sardegna, una regione ch’era per Marco una «seconda patria» (e difatti anche la sua hispanidad era almeno in origine anzitutto sarda, connessa quindi con la Corona d’Aragona). La Sardegna, dove Marco insegnò a lungo (vinse nel 1980 la cattedra di Storia medievale nell’Università di Sassari; ma insegnò anche a Cagliari), è il centro e la chiave di volta dei suoi interessi in quanto ricercatore scientifico: sia la Sardegna pisana, quella degli aristocratici ch’erano - a dirla col Carducci, in quella poesia Faida di Comune che Marco tanto amava - «re in Sardegna - ed in Pisa cittadini», sia naturalmente la più tarda Sardegna inserita tra gli Stati aragonesi. Uno dei suoi libri più belli, La città dell’argento (Napoli 1985), tratta della città medievale di Iglesias e delle sue miniere d’argento, ed è un modello di quella che, per qualche anno, si è forse un po’ utopisticamente definita «storia globale». Parla anche di economia e dell’estrazione del prezioso minerale, e si presenta pertanto come una ricerca nella quale largo spazio hanno la storia delle tecnologie e della vita quotidiana nonché l’archeologia: difatti uno dei critici più entusiasti di questo libro è stato Riccardo Francovich, uno dei fondatori dell’archeologia medievale come disciplina in Italia. Ma in questo libro di economia e di cultura materiale i riferimenti alla vita civile, alla cultura e all’immaginario sono molti e molto densi. Forte vi si avverte l’influenza di quello che forse è stato dal punto di vista concettuale il suo vero Maestro sul piano propriamente storico, per quanto motivi anagrafici gli abbiano impedito di esserlo sul piano reale: Gioacchino Volpe, il bel saggio del quale dedicato a Montieri (una località della Toscana sudoccidentale ricca a sua volta di miniere d’argento) ha costituito, per il libro su Iglesias, un modello costante peraltro originalmente rivissuto. Il «volpismo» tangheroniano recuperava in effetti con molta libertà la grande lezione della scuola economico-giuridica: ma l’arricchiva grazie al costante impegno esegetico e storiografico in una direzione molto responsabilmente ed esplicitamente impegnata in senso cattolico, su una linea che molto doveva ad autori come Gilson e Marrou. Tale direzione si era molto avvantaggiata del lungo periodo di lavoro comune con un altro Maestro della medievistica italiana, Cinzio Violante; e quindi del costante dialogo con l’allieva di Violante e di Marco fedele amica, Gabriella Rossetti.
In quanto medievista, Marco Tangheroni è formalmente considerato uno storico della Pisa bassomedievale, della Sardegna, dell’Aragona-Catalogna, nonché dell’economia e del commercio mediterranei. Un arco d’interessi molto ampio, quindi, ed effettivamente coltivato con straordinaria costanza e con assidua operosità scientifica (miracolosa se la si confronta con le durissime condizioni di lavoro che la malattia gl’imponeva, con le molte e lunghe pause forzate, con i molteplici impegni accademici e istituzionali che egli si addossava: pochi giorni prima di venir a mancare era stato eletto all’unanimità direttore del suo Dipartimento). La sua bibliografia conta decine di libri e centinaia tra saggi, rassegne, recensioni, resoconti congressuali cui si dovrebbero aggiungere moltissimi scritti d’occasione e alcuni lavori di alta divulgazione di qualità sempre notevole; e parecchi articoli sparsi su periodici e quotidiani diversi. Il suo forse più famoso libro di sintesi, Commercio e navigazione nel Medioevo (Roma-Bari 1996), dà la misura di quanto le connotazioni specialistiche gli stessero strette. Al di là della fortuna o meno dell’etichetta histoire totale, Marco è davvero un historien à part entière: e tale lo stimavano i Maestri che lo avevano avvicinato e che erano restati in contatto con lui, concordi tutti nel fatto che Tangheroni fosse uno dei più geniali e competenti conoscitori del mondo medievale mediterraneo dell’ultimo mezzo secolo. Ed erano personaggi come Roberto Sabatino Lopez, Eliyahu Ashtor, Philippe Ariès, Carlo Maria Cipolla. Insieme, lui e io abbiamo edito due grandi volumi sulla guerra nella Toscana medievale e rinascimentale e avevamo avviato una collezione di testi dedicati ai diari dei pellegrini italiani, il Corpus Italicarum Peregrinationum, della quale erano usciti presso l’editore Pacini di Pisa cinque volumi. Vorrei poter continuare quella collezione, nel nome e nella memoria di Marco, se trovassi adeguate risorse. Ma la sua attività era tanto ampia che forse ci vorrebbe una vera e propria Fondazione per poterne continuar adeguatamente il lavoro: ordinarne sistematicamente gli scritti, ripubblicare i libri esauriti, raccogliere in volume i saggi tuttora erratici. Un libro molto bello si potrebbe ricavare, ad esempio, da una quantità di suoi scritti sparsi sui temi connessi con la storia della storiografia e la metodologia della storia. Va ricordato che Marco aveva tenuto anche insegnamenti come quello di Storia della letteratura latina medievale. Pochi erano - soprattutto in questa età di microspecializzazioni - gli studiosi che al pari di lui potessero spaziare con pari competenza su temi che andavano dall’economia e dal commercio alla storia degli orizzonti mentali e della cultura.
L’ultima sua grande fatica (un «lavorone» fatto in un «momentaccio», come diceva lui) fu la grande mostra su Pisa e il Mediterraneo, aperta nel settembre del 2003 negli splendidi locali degli Arsenali Medicei e a testimonianza della quale resta il prezioso catalogo edito da Skira. Qualcuno pensa che quell’immensa fatica affrontata quasi quotidianamente, col suo carico di preoccupazioni che andavano dall’impianto scientifico al controllo dell’allestimento alle complicazioni economiche e logistiche, abbia finito per costituire il colpo finale inferto a un fisico già usurato dai trentacinque anni che facevano di lui, se non «il dializzato più vecchio», quanto meno «il più vecchio dializzato» d’Italia, vale a dire quello che da più lunga data affrontava la logorante terapia della depurazione meccanica del sangue. «Pria ch’arrossi la Verruca - e si spenga la candela», aveva scritto Marco sul foglio di guardia di uno dei suoi ultimi libri. La sua partita a scacchi con la Silenziosa Compagna si era fatta, negli ultimi tempi, più serrata; l’avversaria moltiplicava gli attacchi, era abile e astuta. Marco è restato però fino all’ultimo fedele alla consegna dell’antico, virile motto della nostra terra: «La morte, ci ha a trovar vivi». L’ha attesa in piedi, vigile, lucido. Fin troppo vitale forse, per quanto piegato dalla pluridecennale malattia. Un proverbio della nostra comune patria elettiva dichiara, a proposito della corrida, el toro tiene che llegar cansado a su muerte. Credo che Marco fosse da sempre preparato al viaggio: lo era grazie al sostegno della sua fede cattolica, dritta e lucente come una spada. Ma ignoro quanto preparazione e rassegnazione coincidano. L’ultima volta che abbiamo parlato, un pomeriggio del gennaio scorso, l’ho trovato stanco dopo l’ultima degenza in ospedale ma pieno di progetti, d’impegni, di voglia di vivere e di fare. Quella che l’ha tenuto forse in vita oltre i termini che qualche medico aveva temuto di dover diagnosticare. Ho trovato il segno esplicito della sua rassegnazione (nell’alto senso etimologico del termine: non in quello miserevolmente comune) nelle ultime righe di quello scritto di Asciano del 2002: «Insomma, la mia conversione deve ancora venire, finché non dirò, in modo pieno, continuo, sempre: Sia fatta la tua volontà». Queste parole, rilette nel sobrio «Ricordo» che la famiglia ha fatto stampare e distribuito durante le esequie del 13 febbraio, mi ha richiamato al fatto che quasi esattamente cinquantanove anni prima, il 6 febbraio del 1945, era caduto sotto i proiettili d’un plotone d’esecuzione francese un poeta che Marco e io abbiamo molto amato, Robert Brasillach. Sull’orlo della vita, Brasillach aveva scritto dei versi: «Ah, se domani o Signore, dall’Orto degli Olivi - potessi riprendere il cammino verso il mondo! - Lasciami ancora bere alle fonti d’acqua viva, - e fa’ che questa coppa da me si allontani. - Ma se ancora ti serve la mia attesa, Signore, - se ti abbisogna l’alba buia e la pena più atroce, - prenditi il distacco e prenditi il dolore, - che la Tua volontà sia fatta, e non la mia». Il fiat voluntas mea è stato per secoli la divisa dell’homo faber e dell’homo magicus, intenti a piegare la natura e il mondo per appagare la loro volontà di potenza, il loro desiderio di avere e non di essere, la loro fame di ricchezza, la loro sete di piacere. Ancora noi cattolici concepiamo la preghiera, in realtà, come un continuo chiedere, come un pigolar insistente con la mano tesa all’orecchio del Padre perché ci accordi l’elemosina di una salute sempre migliore, di una vita sempre più lunga, di beni sempre più larghi. Che la preghiera dev’essere offerta e non richiesta, quelli fra noi che sono credenti non l’hanno nella stragrande maggioranza ancora capito. Il poeta Brasillach lo capì, quasi in un lampo, dinanzi alle canne dei fucili. Marco dubitava di averlo compreso e accettato appieno ancora nel 2002: eppure tutta la sua vita, quel che ha fatto, quel che ha scritto, ci parla il linguaggio dell’amore e dell’accettazione. Del fiat voluntas mea prometeico e faustiano, il vero Nemico, il vero Male Assoluto che ucciderà l’Occidente se esso non si redime, Marco Tangheroni si era liberato da molto tempo. 
Era proprio sull’Occidente e sull’Europa, sulla loro problematica identità, che stavamo discutendo negli ultimi mesi: anzi, potrei dire fuor di retorica che ci stavamo sul serio lavorando. La palestra prescelta era Percorsi, il mensile dell’amico Gennaro Malgieri. Come in molti altri campi, tra Marco e me c’era una cordiale e spontanea identità di vedute sui grandi temi sostanziali (grazie, debbo dire, anche all’ascendente costante ch’egli aveva su di me e del quale mi vanto), accompagnata da molte, spesso profonde e sovente piccole o minime, divergenze su una quantità di argomenti correlati, o sussidiari, o secondari. Non mi è mai pesata la superiorità intellettuale e scientifica di Marco: l’ho accettata con gioia, come un regalo per me e per tutti. Né mi sono mai trovato imbarazzato ad ammetterla; e tanto meno invidioso. Se non certo invidia, ma qualcosa simile al disagio di non essergli stati pari o di poco inferiori io e altri possiamo aver provato, è di non aver saputo stare al suo passo non nell’ordine degli studi e dell’intelligenza: ma in quello della forza d’animo, del coraggio umano e civile, dell’onestà interiore, della chiarezza spirituale. Anche per questo oggi il fratello perduto mi manca tanto. Oggi mi sorprendo a domandarmi, con miserabile egoismo, chi mi farà notare i miei errori, chi avrà la forza serena e pacata di aiutarmi a vincer la tentazione di saltar di continuo in sella al cavallo di Don Chisciotte e spronarlo a spron battuto, chi mi aiuterà a distinguere i giganti dai mulini a vento ora che al vecchio ragazzo che ormai sono è venuto a mancare il fratello maggiore. Ora che la sua candela si è spenta prima che la cima a Nord-est di Pisa, la roccia della Verruca, si arrossasse per il sole del tramonto, l’aria mi sembra più buia, come si fosse spenta una grande stella; e il cammino da seguire più arduo a distinguere. Ma la mia povera, vacillante fede nella Vita Eterna, quella almeno adesso è più forte, perché so che il fratello la sta vivendo, e che perciò egli non è perduto per me, e che farà quanto potrà perché non sia io a perdermi. In una terra più vuota, nella certezza di un cielo più pieno e lucente, sento i passi di Marco accanto ai nostri, miei e di quanti lo amano. Mai più parlerò di te come un morto, fratello mio, perché l’oscena e laida morte delle cose fisiche non ti riguarda; è Sora Nostra Morte Corporale che ti ha guidato, spero dolcemente, fino al Suo Trono, là dove Lui ti aspettava dall’eternità. Tu vivi e vivrai per sempre.
 

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