LIBERAL BIMESTRALE di Ferdinando Adornato Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
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Carissimo Bobbio, Le scrivo questa lettera aperta mosso da un sentimento di sorpresa. Mi ha molto colpito, infatti, la definizione con la quale Lei, sulla Stampa del 16 febbraio, ha voluto liquidare l’atteggiamento critico verso il pensiero di Gobetti di «alcuni collaboratori della rivista liberal». «Non esito a definirle», ha detto, «come espressioni di un vero e proprio tersitismo culturale». Tersite. Figlio di Agrio, fratello di Eneo. Omero lo descrive come un uomo repellente e arrogante che si rende responsabile di lesa maestà, offendendo Agamennone. «Non venne a Troia di costui più brutto / ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta / gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso / di raro pelo». Insomma, un mostro. E, come si sa, per i greci, la deformità del corpo era espressione della deformità dell’anima. Dunque il «tersitismo» sarebbe l’atteggiamento vile e disgustoso di chi, vivendo nell’ombra, senza essere baciato dalla luce della nobiltà, si sfoga svillaneggiando gli eroi. liberal come Tersite. Gobetti come Agamennone.
Prima di descriverle il merito della mia sorpresa voglio dirle che sarebbe già per me motivo di grande soddisfazione il sapere che, per Lei, questa lettera, fosse oggetto di meditazione. In fondo, Tersite è anche un pretesto per porle questioni che avverto da tempo leggendo le sue più recenti prese di posizione. E se questa mia avrà qualche tono appassionato mi perdoni: ciò si deve unicamente alla strana, irreale confidenza che chi ha appreso immagina (a torto) di poter avere con i propri Maestri.
Tersite, dunque. Ho detto sorpresa, non offesa. Già, perché per me è prima di tutto sorprendente veder uscire dalla sua penna, la stessa penna che ci ha consegnato le splendide pagine di Elogio della mitezza, espressioni così dispregiative verso chi sostiene opinioni diverse. Non si offenda ora Lei se le dico che quella sua definizione mi ha ricordato il famoso «pidocchi» lanciato da Togliatti contro Magnani e Cucchi. Non tanto, ovviamente, per la proponibilità del paragone storico (perché non è congruo quello nostro con Magnani né, a maggior ragione, quello suo con Togliatti) quanto per quell’antica abitudine, purtroppo mai sopita, di liquidare una polemica puntando alla «delegittimazione morale» dei propri avversari. Indegnità, volgarità, sordità, calcolo: quante volte, prima di affrontare nel merito un argomento, si è preferito togliere credibilità ai suoi proponenti? Scomunicarli? Non sembri eccessivo il termine a Lei che, per l’autorità del suo Magistero, viene, a volte, definito un «Papa laico». E quante volte, anche in Italia, centrali del potere, politico e accademico, hanno usato la scorciatoia della denigrazione per non fare i conti con la fatica, perché è una vera fatica, del «riconoscere» l’altro come interlocutore? Sì, proprio quell’essere «verso l’altro» che Lei pone a fondamento della mitezza. Troppe volte, proprio nella storia della sinistra, abbiamo assistito alla triste gara tra legioni che si contendevano il primato della Purezza e della Verità, accusando di indegnità finanche gli amici del giorno prima trasformandoli, nel tragico frullatore dell’ananche, della necessità della storia, in perfidi rivali. Più nemici del vero Nemico, perché con le loro «deviazioni» impedivano il Successo Finale.
Nella storia del Ventesimo secolo ci si è divisi su una parola e si è ucciso persino per una sfumatura. È ovvio, carissimo Bobbio, che non le rimprovero certo questa storia contro la quale Lei si è battuto. Le chiedo solo di rendersi conto che essa è ancora tra noi. Ancora nella politica e nella cultura, e ancora nella sinistra, si trasformano legittime divergenze d’opinioni in illegittimi pretesti di lacerazioni umane, con tanto di penne-bulldozer ansiose di scavare trincee morali, pensieri rabdomanti alla caccia di eterne «collusioni oggettive» con il Nemico, metal-detector di appartenenze integrali e fedeltà certificate. E questo in una terra dove la cultura nazionale ha trasformato l’a chi giova, il chi c’è dietro, in colonne sonore ufficiali di un perenne processo alle intenzioni, di un metafisico sospetto del complotto che segnerebbe il carattere degli italiani. È difficile che, per noi, esistano idee interessanti. Esistono solo idee interessate. E, naturalmente, sono quelle degli altri. Noi, sempre Agamennone. Gli altri, sempre Tersite. Rubo un pensiero a Manlio Sgalambro: «Quando parla il filosofo... Dietro ogni idea che espone cela sempre qualcosa di imperioso, un “tu devi pensare così” che rende gli altri superflui. L’ambizione di un filosofo è di dare tutte le ragioni. Ma non ci si inganni, perché questo equivale a dire: “Tu non ne troverai altre; ho fatto già tutto io”».
Di qui la mia sorpresa nel vedere proprio Lei cadere in queste viete trappole del pensiero polemico. Ma, su questo, non voglio annoiarla oltre. Mi permetta, però, visto che ci sono, di rubarle qualche altro minuto intorno alla figura di Tersite. è così giusto che si continui ad assecondare Omero nella diffamazione del povero Tersite? A qualcuno tale dubbio è già venuto se è vero, ad esempio, che Libanio, retore greco del Quarto secolo, si è cimentato in un Encomio di Tersite. E se è vero che qualche critico accenna a Tersite come a figura che, in fondo, diceva «in modo spiacevole la verità». Ma il dubbio mi si è ingigantito alla rilettura dell’Iliade. Conosciamo tutti l’uso che è stato fatto della mitologia greco-romana da parte dei pensieri e dei movimenti totalitari di questo secolo i quali si ritenevano compimento della classicità. E sappiamo come di questo «uso» e di questo «compimento» fosse grande parte l’elegia dell’Eroe e della sua capacità di elevarsi sul popolo (letteralmente volgare) per rappresentare il destino e la divinità della Storia. Ma conoscere questa poetica-politica dovrebbe servire a evitarla. Anche nel caso di Tersite. Lei ricorderà che mentre Agamennone, per saggiare il morale delle truppe, propone provocatoriamente di togliere le tende e di rimpatriare, il gobbo figlio di Agrio, altrettanto provocatoriamente, risponde di sì. Che è proprio il caso di andarsene e di lasciare il capo lì da solo a «smaltir la sua ricchezza». Lo accusa di avidità, di corruzione e, infine, di aver offeso Achille sottraendogli la bella Briseide. Ma arriva Ulisse che interrompe le contumelie di Tersite percuotendolo, con lo scettro, sulle «terga e le spalle» e riducendolo al pianto e al silenzio. Naturalmente in mezzo all’ilarità degli Achei che sempre accompagnava, nel mito, la ridicolizzazione, «eroica», della debolezza e della deformità.
«D’auro hai fame», «cerchi schiava giovinetta a cui mescolarti», «a sommo imperador non lice scandalo farsi dè minori»: queste alcune delle espressioni usate dal volgare Tersite. Ma nel canto precedente Achille ben altre parole aveva rivolto ad Agamennone per dimostrargli la sua ira funesta. «Anima invereconda, anima avara», «brutal ceffo». L’ira, come Lei sa, era stata innescata da Apollo che aveva disseminato un’epidemia mortale tra gli assedianti. Radice di quel male, secondo il veggente Calcante, era proprio Agamennone, che rifiutava di restituire la giovane Criseide, premio di guerra, a suo padre Crise, sacerdote di Apollo. Alla fine Agamennone la restituirà ma pretenderà prepotentemente in cambio, da Achille, appunto la schiava Briseide. E senta come il Pelide, pur trattenuto dal solerte intervento di Atena, conclude verso Agamennone: «Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core! / Tu non osi giammai nelle battaglie dar dentro / colla turba; o negli agguati perigliarti / co’ primi fra gli Achei, ché ogni rischio t’è morte». Al confronto Tersite è un’educanda. Ma, appunto, Achille è un eroe. Tersite uno sciancato. Dicono su Agamennone, la stessa verità. Ma la verità di Achille è nella Storia, quella di Tersite nella strada. Achille è capo. Tersite è popolo. Onore al primo, disprezzo al secondo. Può la cultura democratica far propria questa mitologia?
È una domanda, caro Bobbio, alla quale mi piace rispondere con le sue stesse parole tratte, appunto, da Elogio della mitezza. «Vi sono virtù come l’umiltà, la modestia, la sobrietà, la temperanza, la decenza, l’innocenza, l’ingenuità, la semplicità e fra queste la mansuetudine, la dolcezza e la mitezza che sono proprie dell’uomo privato, dell’insignificante, dell’inappariscente, di colui che nella gerarchia sociale sta in basso, di colui di cui nessuno si accorge e non lascia alcuna traccia negli archivi in cui debbono essere conservate solo le memorie dei personaggi e dei fatti memorabili. Chiamo “deboli” queste virtù non perché le consideri meno nobili, ma perché caratterizzano quell’altra parte della società dove stanno gli umili e gli offesi, coloro che muoiono senza lasciare altro segno del loro passaggio che una croce con nome e data in un cimitero, coloro di cui gli storici non si occupano perché non fanno storia, sono una storia diversa, la storia sommersa o meglio ancora la non-storia. Ho in mente le magnifiche pagine scritte da Hegel sugli uomini, come egli li chiama, della storia universale, i fondatori di Stati, gli “eroi”: sono coloro cui è lecito ciò che non è lecito all’uomo comune, anche l’uso della violenza».
Questa sua bellissima pagina mi permette di proporle una riflessione più generale che mi sta a cuore. Il coraggio civile, quel coraggio che spesso proviene dall’uomo della strada, dall’insignificante, dalla non-storia appunto, è un coraggio totalmente assente dai miti della sinistra. Il suo albero genealogico prevede altri tipi di coraggio: prevalentemente quello politico e quello militare. Eroe è Lenin, eroe è Giap. Eroi sono Che Guevara, Mao Tse Tung, Gramsci, Castro. Nessun cittadino comune, la cui vita sia stata spesa al servizio della gente, è diventato mai «eroe» per la sinistra. Anche uomini della strada, certo, si sono meritati questo titolo: ad esempio Guido Rossa. Ma c’è voluta sempre una contingenza di tipo politico o militare per giustificare la loro «beatificazione». In nessun ospedale, in nessuna zona di miseria, in nessun luogo di sofferenza umana, banale e quotidiana, la sinistra ha mai proposto eroi. Lotte di liberazione, scioperi, rivolte, guerre: in queste situazioni la sinistra vanta grandi generosità ed eroismi, individuali e di gruppo. Non così si può dire nel concreto della vita quotidiana. Finché nella galleria dei suoi eroi non ci sarà anche un Albert Schweitzer, una Madre Teresa di Calcutta una Florence Nightingale, la sinistra verrà sempre vista con diffidenza. Come pura espressione elitaria di potere.
Mi sono chiesto, ad esempio, perché la cultura italiana (in questo caso non solo quella di sinistra) non abbia mai ritenuto di dover elevare a rango di eroe Leo Klinghoffer, quel Tersite ebreo che, dal «basso» della sua sedia a rotelle, fu l’unico passeggero dell’Achille Lauro a reagire alla violenza dei terroristi. E fu, per questo, ucciso. Poi, piano piano, ho capito: l’Italia non poteva. Non poteva perché il nostro Paese si apprestava, uno alla volta, a far scappare tutti i palestinesi responsabili di quel crimine. Altro che santificare Klinghoffer. A noi viene meglio liberare, a quel tempo, Abu Abbas e, oggi, Majed Al-Molqi.
Caro Bobbio, Tersite non aveva virtù. Per cui non le propongo la sua «beatificazione». Ma di partecipare assieme a noi di liberal, alla sua «riabilitazione», questo sì, mi sento di chiederglielo. In nome di tutti i non-eroi della letteratura e della storia. Tutti coloro che i vari Achille, Agamennone e Ulisse che si sono succeduti, capricciosi e incoerenti, alla guida dell’umanità, hanno nascosto nell’ombra, o addirittura, ci hanno insegnato a disprezzare. Magari questi non-eroi, come nel caso in questione, dicevano la stessa verità degli Dei. Ma avevano il torto di essere un po’ deformi, cioè di non far parte della razza eletta, dell’aureo girone del potere, del sapere, della competenza, del destino.
Già. Sapere, competenza, élite. Mi permetta, a questo proposito, di usare queste considerazioni come traghetto dalla Grecia all’Italia. Ho seguito con sofferenza, in questi ultimi anni, l’affermarsi, in parte della sinistra italiana e del mondo della cultura democratica, laica e cattolica, di una progressiva sfiducia nel popolo, di una tendenza ad asserragliarsi nel fortino delle aristocrazie «achee», persino un certo fastidio verso il suffragio universale, come se si fosse ormai persuasi che lo sviluppo degli strumenti della modernità rechi, ineluttabilmente, con sé l’aumento del tasso medio di volgarità e di ignoranza. Insomma ho avuto e ho paura che per rispondere a una supposta deriva plebiscitaria si potesse dar vita a una reale deriva elitaria. Di questo atteggiamento, non solo italiano, fa parte il maggior conforto che i leader democratici trovano nelle relazioni con i rappresentanti del mondo della vecchia struttura finanziaria ed economica (in America direbbero con l’old money) e il disagio che, al contrario, essi avvertono di fronte agli argomenti della nuova middle class industriale cresciuta negli anni Ottanta (new money). E fa parte, ovviamente, la paura per la cosiddetta piazza televisiva, imbonitrice di facili emozioni e negatrice della complessità democratica. Io non nego che il problema esista. E tanto meno nego che un Paese civile possa accettare conflitti d’interesse così acuti come quello che vede protagonista Silvio Berlusconi. Così come non nego, anzi ho firmato in Parlamento una proposta di legge in tal senso, la necessità di regolamentare il mercato televisivo. Ma siamo così sicuri che da ciò ne discenda automaticamente che Berlusconi nel ’94 vinse le elezioni soltanto grazie alla tv? Anzi, Lei ha sostenuto che persino il risultato dei referendum sulle tv era, di fatto, da considerarsi nullo perché «il motivo principale per cui il fondatore della Fininvest ha vinto il referendum che tendeva a diminuire il suo potere, è stato il fatto stesso di avere questo potere» (La Stampa, 13 giugno 1995). Ma davvero anche Lei pensa che il popolo italiano sia così povero di spirito? E, se così fosse, perché allora i promotori del referendum hanno pensato di rivolgersi a un popolo così irrimediabilmente ottuso per ottenere soddisfazione? In altre parole: il popolo televisivo perde le caratteristiche di popolo sovrano?
(La domanda non è affatto paradossale, perché se il rischio evocato è quello di una radicale censura storica, perfino antropologica, con le vecchie mediazioni democratiche, non basterà certo il mostriciattolo della par condicio a scongiurarlo. Né, credo, si possa teorizzare come soluzione la pluralità di poli televisivi perché avremmo, in questo caso, soltanto un numero maggiore di Grandi Fratelli. E la temuta condizione di «passività» dei recettori resterebbe immutata. A meno che non sia possibile dimostrare che i «condizionati» da Cecchi Gori e dalla Rai sono comunque cittadini migliori dei «condizionati» di Berlusconi). Le dirò, con franchezza, quello che penso. Ho la sensazione che tale contestazione al potere della tv sia solo la faccia esterna della luna. Quella interna, nascosta è, in realtà, l’avversione al sistema maggioritario. Le racconto un episodio. Una sera immediatamente successiva alle elezioni del ’94 mi capitò di ascoltare a cena lo sfogo di un amico altolocato, da sempre legato alla Dc: «Ma ti pare», mi disse, «che adesso il governo del Paese deve essere deciso dalle manicure?». Il giorno dopo il Corriere della sera ospitava un’intervista a un leader del Partito popolare che si lamentava così: «Cosa vuole, ormai i governi vengono decisi dalle massaie». Manicure, massaie... Una vera ossessione. Quanto tempo è passato, caro Bobbio, dall’utopia di uno Stato governato dalle cuoche! Oggi gran parte della sinistra postcomunista e del centro postdemocristiano guardano con grande irritazione alla possibilità che si stabilisca davvero una relazione diretta tra voto dei cittadini e formazione dei governi. Guardano con vero senso di vertigine a un sistema nel quale la partecipazione non attraversi più i canali della delega e della mediazione degli apparati dei partiti. Il sillogismo è semplice: se la nostra è stata una democrazia dei partiti, ogni mediazione che superi il vecchio sistema si colloca tendenzialmente fuori dalla democrazia. Telecrazia, peronismo, se non vero e proprio fascismo, sono i rischi visti dietro l’angolo. Ed evocati, ormai, apertamente. Non le sembri strano, ma è proprio su questo punto critico della riflessione italiana che si inserisce la disputa su Gobetti. Non le muoverò le osservazioni di Galli della Loggia e di Cofrancesco sulla subalternità del filone azionista-gobettiano alla cultura comunista. Le proporrò, piuttosto, una considerazione più generale. Credo si possa serenamente affermare che i filoni del liberalsocialismo e dell’azionismo hanno marcato, nel dopoguerra, una forte distinzione, sul piano teorico, dal filone cattolico-sociale e da quello del comunismo italiano, ma hanno con essi condiviso la totale accettazione del modello di Stato e di società proposto dalla cosiddetta «democrazia dei partiti». Quella democrazia che Maranini e Sturzo (non Pannella e Sgarbi) già molti decenni fa chiamavano, profeticamente, «partitocrazia». Di modo che, mentre risultano feroci dispute ideologiche (alcune delle quali importantissime, e condotte da Lei in prima persona) intorno all’idea di socialismo e a quella di diritto, non risulta agli atti della storia nazionale (a eccezione delle battaglie nella Costituente) nessuna contestazione politica di rilievo, nessuna battaglia epocale condotta dal liberalismo azionista o gobettiano, intorno alla costruzione politica del sistema Italia. Al contrario: dossettismo, azionismo e gramscismo, pur essendo tra loro in perenne polemica ideologica, sono state le tre culture principali di riferimento dell’ideologia italiana della prima Repubblica. Voglio dire la stessa cosa in modo più concreto: partiti e intellettuali che rappresentavano queste aree hanno governato, banche, aziende di Stato, università, Rai tv (non Lei che si è tenuto sempre fuori dal concreto potere) e hanno, in fondo, modellato il Paese a loro immagine e somiglianza. A loro e solo a loro il merito di aver trasformato l’Italia in un Paese moderno. A loro e solo a loro, però, anche il demerito di non aver saputo impedire le attuali macerie.
Come Lei insegna, le democrazie moderne si fondano, in genere, su una radicata condivisione di valori nazionali e sull’esercizio politico-elettorale di differenze programmatiche in ordine alla gestione dello Stato, dell’economia e della società. In Italia è avvenuto l’esatto contrario. Abbiamo avuto un forte conflitto sui valori e sulle ideologie e una sostanziale complicità, di spartizione e di mediazione, nella gestione dello Stato e dell’economia. E nessuna delle tre culture prima richiamate ha saputo o voluto opporsi. Ciò spiega anche perché, al crollo del sistema politico e di fronte al crack finanziario, nessuna forza politica che si richiamava all’azionismo o al liberal-socialismo (ridotte in vero a poca cosa per il prevalere dell’egemonia cattolico-sociale e comunista e per l’abbandono da parte di Craxi dei suoi iniziali progetti) ha potuto alzarsi, intellettualmente e politicamente credibile, a rivendicare una primazia storica sul futuro del Paese. Come in Assassinio sull’Orient Express tutti i partiti, tutte le culture (e di conseguenza tutti i cittadini) avevano vibrato una coltellata sul corpo dell’Italia.
Ecco perché il liberalismo azionista arriva con il fiato corto a questa fine secolo italiana. Perché esso ha sostanzialmente accettato un sistema caratterizzato da un mercato integralmente protetto e da uno Stato padrone. Ed ecco perché oggi, per trovare anche nel passato qualche stella polare che ci aiuti in questa difficile tempesta italiana, più che a Gobetti è a Sturzo, a von Hayek, a Tocqueville, a Einaudi, che si avverte il bisogno di volgersi. Autori a volte anche molto celebrati, ma sostanzialmente trascurati e rimossi dalle accademie e dai partiti. Non già per assumerli come modello, commettendo identico errore del passato, ma per gettare sul campo un liberalismo reale che non ha fatto parte del pantheon ideologico costruito su quell’Orient Express.
Ma lasciamo stare Gobetti e le dispute sull’azionismo. Anzi, le garantisco che io sarei persino pronto ad andare in preghiera a Parigi, al Père-Lachaise dove egli riposa, se solo mi arrivasse da Lei un cenno di consenso sulle cose dell’oggi, su quello che dobbiamo fare qui e ora, in questa nostra scassata nazione. Soprattutto in merito a un ragionamento: il modello politico italiano si è fondato su un sistema di partecipazione assolutamente originale basato su una totale delega del cittadino ai partiti. Ciò ha finito per creare, com’è noto, una rete estesissima di collateralismi, di clientele, di clan. Una sorta di esercito feudale, con tanto di vassalli e valvassini, si è assunto il compito di governare ogni spazio pubblico, in luogo di quella che, in altre democrazie, è la autonoma classe della burocrazia. L’effetto di questo anomalo meccanismo (che per funzionare pretendeva omertà e fedeltà) sui poteri principali dello Stato, l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario si è dimostrato devastante. E non credo su questo di dover spendere, con Lei, una parola di più.
Mette conto, piuttosto, far discendere tre considerazioni. 1) Lei ha polemizzato, negli anni scorsi, contro chi usava il concetto di «regime» per connotare la cosiddetta prima Repubblica. E, in effetti, la nostra democrazia, sotto il profilo formale delle garanzie di libertà, d’opinione, di religione, di associazione, in nulla è stata diversa dalle altre democrazie occidentali. Ma come catalogare storicamente la circostanza che in Italia, accanto a ciò, si è determinata anche una delle caratteristiche più peculiari di un sistema totalitario, e cioè la totale sovrapposizione tra partiti e Stato?’ Certo, partiti: non partito. Ma, in questo caso, il pluralismo consociativo, come Lei sa, ha funzionato da stabilizzatore del «sistema chiuso», non da offerta di possibili alternative. Nessuna politologia può farci dimenticare che, da noi, occorreva (occorre?) una tessera o un’amicizia di partito per ottenere lavoro, casa, cattedre, agevolazioni d‘impresa, privilegi. Come chiamare questo sistema?
2) Una totale delega ai partiti poteva reggere fino a che l’Italia restava una società a gerarchia e composizione sociale elementari. Quando verso la fine degli anni Sessanta anche il nostro Paese è stato investito da quell’ondata di rinnovamento del costume, di espansione della scienza, delle professioni, delle culture, delle possibilità individuali e sociali che aveva già modificato il paesaggio di altri luoghi dell’Occidente, quella delega non poteva più reggere. Cominciavano a esserci troppe più cose, nel cielo e nella terra delle società, di quante la filosofia di un partito potesse comprendere. E, infatti, è proprio da allora che è aperta in Italia una radicale domanda di modifica della delega, della rappresentanza e delle istituzioni che ha dovuto aspettare oltre vent’anni (quanto l’intero regime fascista) per poter essere appena e con riluttanza accettata dalla nostra classe politica.
3) Il sistema in cui abbiamo vissuto ha spostato il principale carico della sovranità sulle segreterie dei partiti. Di conseguenza la democrazia italiana che era nata, per Costituzione formale, con la scelta di governi deboli si è trovata, per costituzione materiale, ad avere anche il parlamento debole, perché scavalcato, di fatto, dai partiti. Una debolezza generale nella quale non poteva non aumentare il peso delle consorterie e dei clan. Il risultato è che noi, dal dopoguerra, abbiamo avuto cinquant’anni di potere eterno, immutabile, privo di alternanza e, nello stesso tempo, abbiamo dovuto cambiare circa un governo all’anno! Non lo trova un capolavoro?
Da queste tre considerazioni non può che discendere una sola conclusione: se è vero che la nostra è stata una democrazia dei partiti (e orgogliosamente i partiti possono rivendicarlo) è altrettanto indubitabile che nel momento in cui, per motivi economici, sociali, morali, ideali, i partiti entrano in crisi non può che entrare in crisi anche la democrazia e l’intero edificio dello Stato che, esclusivamente su di essi, era stato fondato. Allora: o si ritiene di poter ricreare in toto le condizioni della belle epoque partitica (e qualcuno lo ritiene), oppure è gioco forza accingersi a riscrivere la Costituzione. Altrimenti la crisi della democrazia potrebbe anche diventare esiziale. Come sempre nella storia, anche oggi in Italia, non sono le riforme, ma l’assenza di riforme il vero pericolo per le istituzioni.
Lei questo lo sa, caro Bobbio. Anzi, l’ha insegnato Lei, tutore riconosciuto del metodo riformista. Come non sorprendersi allora che sia proprio Lei a «bollare» come in odore di fascismo chi si batte per riforme presidenzialiste? Fino ad arrivare a scrivere sulla Stampa del 28 gennaio 1996 cose abbastanza estreme: «Meglio cinquanta governi in cinquant’anni che uno solo in venti!» (anche se democraticamente eletto?); cose abbastanza inesatte: «Chi elegge un presidente per quattro anni, come negli Stati Uniti, una volta gettata la scheda nell’urna non conta più nulla» (perché nascondere che la democrazia sociale e civile americana è un tantino più articolata?); e cose abbastanza forzate: «La forma di governo francese, oggi in crisi, è stata inventata apposta per il generale De Gaulle» (già, ma ne ha usufruito anche Mitterrand e la sinistra francese, per ben quattordici anni, senza nessun pericolo per la democrazia).
Non pretendo, ovviamente, che Lei diventi presidenzialista se non lo è. Chiedo, però, questo sì, in nome della mitezza, del buon senso, della ragione storica, della libertà d’opinione, del reciproco rispetto umano, che non si persista nella ridicola equazione tra presidenzialismo e fascismo. Chiedo che ciascuno possa dire la sua sul futuro istituzionale di questo Paese, a ragione o torto, senza che nessuno lanci scomuniche ideologiche. In tutto questo c’è un paradosso, caro Bobbio: mentre scrivo penso che queste parole potrebbero essere rivolte a Bertinotti. Forse sto sbagliando: ma possibile che debbano essere indirizzate anche a Lei?
Dico questo anche in virtù di un’altra considerazione. I suoi più forti sospetti antifascisti-anti-presidenzialisti sono rivolti verso Gianfranco Fini perché ritiene che non abbia ancora compiuto i passi necessari a recidere le proprie radici. È probabile che Lei abbia ragione. Ma cosa deve fare la cultura democratica di questo Paese: incoraggiare Fini a proseguire la sua nuova strada, come anche Vittorio Foa, suo vecchio amico azionista sostiene, o continuare a demonizzarlo come altri dicono e fanno? Certo è che se lo si accusa di fascismo anche dove fascismo non c’è, come nel caso dell’opzione presidenzialista (da sempre cavallo di battaglia di un altro suo vecchio amico azionista come Valiani) l’Italia non diventerà mai un Paese normale.
«Occorre che ognuna delle due parti consideri l’altra non come un nemico da abbattere ma come un avversario con il quale non è indecoroso, anzi il più delle volte è vantaggioso, venire a patti, senza perdere la faccia e senza farla perdere all’altro. Nulla è più pericoloso per una democrazia gracile come la nostra che lo scontro frontale». Sono Sue parole, professar Bobbio (La Stampa, 20 novembre 1994). E sono parole d’oro. L’Italia ha bisogno come il pane di uscire dallo scontro amico-nemico che, dopo aver segnato l’intero secolo, forse soltanto in Italia, tra i Paesi occidentali, continua a spargere i suoi mefitici veleni. Ecco perché io mi sarei aspettato che, in omaggio a queste parole, usando del Suo magistero, Lei si fosse alzato, in uno dei momenti più difficili della storia italiana, a dire «basta con le accuse di fascismo e di comunismo, la guerra è finita. Discutiamo di tutto serenamente, ma senza scomuniche ideologiche. Il nostro Paese ha già sofferto troppo di questo. Ora a quattro anni dal Duemila, merita di meglio». Non so se l’avrebbero ascoltata. Ma so che avrebbe avuto con Lei l’Italia migliore.
I casi personali non valgono niente. Ma, ovviamente, ai nostri occhi sono tutto. Ebbene anch’io, nella mia vita, ho imparato cosa significa vivere in un clima di scontro ideologico, di scomuniche, di supposti tradimenti. E, di recente, proprio sul tema delle riforme costituzionali. La sinistra ha accusato coloro che ritengono questo approdo inevitabile, al solito, di «collusione con il Nemico». Poi, quando D’Alema ha cambiato idea, il clima è cambiato. Contrordine compagni. Ma, intanto, la ruota delle lacerazioni umane, dei sospetti, degli ultimatum morali aveva cominciato il suo misero giro. E oggi devo confessarle, caro Bobbio, che proprio nella sinistra, l’ambiente in cui mi sono formato, sento più forte la resistenza alla libertà d’opinione, più viva la diffidenza per l’autonomia dell’individuo, più acuta la persistenza del manicheismo.
Siamo ancora lontani, lontanissimi, dalla legittimazione reciproca dei due schieramenti. Ma crede che far riecheggiare, nel 1996, le fanfare del Cnl, con le quali si giustifica l’esibizione della stessa koiné istituzionale tra Lei, De Mita e Bertinotti serva a raggiungere quel traguardo? L’Italia non corre nessun rischio di fascismo. Corre invece il rischio di morire per mancanza di cure. Vittima, oltre che di mali antichi, anche di medici rissosi e inconcludenti in nulla distanti dai comportamenti pigri, faziosi e irresponsabili dei chirurghi di chiara fama della prima Repubblica. Sembra che nessuno creda più in nulla. Regna quasi sovrana la paranoia degli schieramenti, la conta dell’appartenenza. Tutti trangugiano alleanze con tutti, pur di vincere. E la sinistra che, «per battere la destra», era disposta a trangugiare il leghismo, ora trangugia allegramente l’andreottismo delle oligarchie attraverso la leadership di Lamberto Dini. Così, anche se si vince, si aggiunge solo polvere sulle macerie.
Immagino che ogni tanto Lei si volti indietro e non riconosca certo il Paese che aveva sognato dopo la guerra di liberazione. E sia aggredito da acuto sconforto. Perdoni la confidenza, ma non creda che dipenda dall’età che pure carica di nostalgia i ricordi. Anche suo figlio Luigi, protagonista del Sessantotto, anch’io, se ci voltiamo indietro non riconosciamo più i nostri sogni e anzi, forse, riconosciamo incubi. Io credo che finché le diverse generazioni della sinistra si crederanno sempre, stagione dopo stagione, portatrici di un pensiero innocente. Finché vedranno la colpa e il pericolo sempre negli altri, la Dc, Craxi, Berlusconi, Fini, la destra della sinistra e la destra della destra, nei «traditori» e negli «equidistanti», senza mai fermarsi a indagare la colpa, l’errore il «fascismo dello spirito» che è anche in loro, senza mai accettare che non esiste la Verità ma esistono tante verità, e che una verità può nascondersi anche nell’avversario, questa catena di reducismo, manicheo e doloroso, non finirà mai. E, di fronte alle sconfitte, prevarrà sempre il riflesso pavloviano di dar la colpa a qualche agente esterno o agli elettori incolti e manipolati o alla volgarità dei tempi che non capisce la ragione. Logorando, strappo dopo strappo, la propria fiducia nella democrazia e nel popolo italiano. Che, invece, non è affatto anomalo, ma ha pregi e difetti simili a quelli di tutti gli altri popoli. Solo è stato finora trattato come un infante da pedagogizzare.
Forse questa forma di presunto pensiero innocente affonda le sue radici in quel primato della Ragione decretato due secoli fa e che ha determinato conseguenze assai diverse della Rivoluzione francese da quella americana. Forse esso deriva dal ritenere che l’uomo non abbia un limite, che esso stesso sia la divinità. Dalla presunzione di pensarsi sempre Achille quando forse siamo tutti dei Tersite. Forse nasce dall’incapacità di sentirsi relativi, di attribuire parzialità alle cose umane. Altrimenti perché perseguire e ipostatizzare la Verità decretando, ogni volta con medesima sicumera, quale essa sia e chi la possiede? Forse esso nasce, insomma, dal non credere in Dio, o dal non credere in nulla. Ma qui mi interrompo. Perché l’ho tediata già abbastanza e mi accorgo di aprire capitoli dopo capitoli. E, anche capitoli che il mio sapere non controlla.
La ringrazio di avermi ascoltato e spero di essere riuscito a trasmetterle con sincerità le mie preoccupazioni. Mi permetta, infine, di dedicarle un ultimo pensiero, ancora di Manlio Sgalambro. «Bisogna saper aspettar
Carissimo Bobbio, Le scrivo questa lettera aperta mosso da un sentimento di sorpresa. Mi ha molto colpito, infatti, la definizione con la quale Lei, sulla Stampa del 16 febbraio, ha voluto liquidare l’atteggiamento critico verso il pensiero di Gobetti di «alcuni collaboratori della rivista liberal». «Non esito a definirle», ha detto, «come espressioni di un vero e proprio tersitismo culturale». Tersite. Figlio di Agrio, fratello di Eneo. Omero lo descrive come un uomo repellente e arrogante che si rende responsabile di lesa maestà, offendendo Agamennone. «Non venne a Troia di costui più brutto / ceffo; era guercio e zoppo, e di contratta / gran gobba al petto; aguzzo il capo, e sparso / di raro pelo». Insomma, un mostro. E, come si sa, per i greci, la deformità del corpo era espressione della deformità dell’anima. Dunque il «tersitismo» sarebbe l’atteggiamento vile e disgustoso di chi, vivendo nell’ombra, senza essere baciato dalla luce della nobiltà, si sfoga svillaneggiando gli eroi. liberal come Tersite. Gobetti come Agamennone.
Prima di descriverle il merito della mia sorpresa voglio dirle che sarebbe già per me motivo di grande soddisfazione il sapere che, per Lei, questa lettera, fosse oggetto di meditazione. In fondo, Tersite è anche un pretesto per porle questioni che avverto da tempo leggendo le sue più recenti prese di posizione. E se questa mia avrà qualche tono appassionato mi perdoni: ciò si deve unicamente alla strana, irreale confidenza che chi ha appreso immagina (a torto) di poter avere con i propri Maestri.
Tersite, dunque. Ho detto sorpresa, non offesa. Già, perché per me è prima di tutto sorprendente veder uscire dalla sua penna, la stessa penna che ci ha consegnato le splendide pagine di Elogio della mitezza, espressioni così dispregiative verso chi sostiene opinioni diverse. Non si offenda ora Lei se le dico che quella sua definizione mi ha ricordato il famoso «pidocchi» lanciato da Togliatti contro Magnani e Cucchi. Non tanto, ovviamente, per la proponibilità del paragone storico (perché non è congruo quello nostro con Magnani né, a maggior ragione, quello suo con Togliatti) quanto per quell’antica abitudine, purtroppo mai sopita, di liquidare una polemica puntando alla «delegittimazione morale» dei propri avversari. Indegnità, volgarità, sordità, calcolo: quante volte, prima di affrontare nel merito un argomento, si è preferito togliere credibilità ai suoi proponenti? Scomunicarli? Non sembri eccessivo il termine a Lei che, per l’autorità del suo Magistero, viene, a volte, definito un «Papa laico». E quante volte, anche in Italia, centrali del potere, politico e accademico, hanno usato la scorciatoia della denigrazione per non fare i conti con la fatica, perché è una vera fatica, del «riconoscere» l’altro come interlocutore? Sì, proprio quell’essere «verso l’altro» che Lei pone a fondamento della mitezza. Troppe volte, proprio nella storia della sinistra, abbiamo assistito alla triste gara tra legioni che si contendevano il primato della Purezza e della Verità, accusando di indegnità finanche gli amici del giorno prima trasformandoli, nel tragico frullatore dell’ananche, della necessità della storia, in perfidi rivali. Più nemici del vero Nemico, perché con le loro «deviazioni» impedivano il Successo Finale.
Nella storia del Ventesimo secolo ci si è divisi su una parola e si è ucciso persino per una sfumatura. È ovvio, carissimo Bobbio, che non le rimprovero certo questa storia contro la quale Lei si è battuto. Le chiedo solo di rendersi conto che essa è ancora tra noi. Ancora nella politica e nella cultura, e ancora nella sinistra, si trasformano legittime divergenze d’opinioni in illegittimi pretesti di lacerazioni umane, con tanto di penne-bulldozer ansiose di scavare trincee morali, pensieri rabdomanti alla caccia di eterne «collusioni oggettive» con il Nemico, metal-detector di appartenenze integrali e fedeltà certificate. E questo in una terra dove la cultura nazionale ha trasformato l’a chi giova, il chi c’è dietro, in colonne sonore ufficiali di un perenne processo alle intenzioni, di un metafisico sospetto del complotto che segnerebbe il carattere degli italiani. È difficile che, per noi, esistano idee interessanti. Esistono solo idee interessate. E, naturalmente, sono quelle degli altri. Noi, sempre Agamennone. Gli altri, sempre Tersite. Rubo un pensiero a Manlio Sgalambro: «Quando parla il filosofo... Dietro ogni idea che espone cela sempre qualcosa di imperioso, un “tu devi pensare così” che rende gli altri superflui. L’ambizione di un filosofo è di dare tutte le ragioni. Ma non ci si inganni, perché questo equivale a dire: “Tu non ne troverai altre; ho fatto già tutto io”».
Di qui la mia sorpresa nel vedere proprio Lei cadere in queste viete trappole del pensiero polemico. Ma, su questo, non voglio annoiarla oltre. Mi permetta, però, visto che ci sono, di rubarle qualche altro minuto intorno alla figura di Tersite. è così giusto che si continui ad assecondare Omero nella diffamazione del povero Tersite? A qualcuno tale dubbio è già venuto se è vero, ad esempio, che Libanio, retore greco del Quarto secolo, si è cimentato in un Encomio di Tersite. E se è vero che qualche critico accenna a Tersite come a figura che, in fondo, diceva «in modo spiacevole la verità». Ma il dubbio mi si è ingigantito alla rilettura dell’Iliade. Conosciamo tutti l’uso che è stato fatto della mitologia greco-romana da parte dei pensieri e dei movimenti totalitari di questo secolo i quali si ritenevano compimento della classicità. E sappiamo come di questo «uso» e di questo «compimento» fosse grande parte l’elegia dell’Eroe e della sua capacità di elevarsi sul popolo (letteralmente volgare) per rappresentare il destino e la divinità della Storia. Ma conoscere questa poetica-politica dovrebbe servire a evitarla. Anche nel caso di Tersite. Lei ricorderà che mentre Agamennone, per saggiare il morale delle truppe, propone provocatoriamente di togliere le tende e di rimpatriare, il gobbo figlio di Agrio, altrettanto provocatoriamente, risponde di sì. Che è proprio il caso di andarsene e di lasciare il capo lì da solo a «smaltir la sua ricchezza». Lo accusa di avidità, di corruzione e, infine, di aver offeso Achille sottraendogli la bella Briseide. Ma arriva Ulisse che interrompe le contumelie di Tersite percuotendolo, con lo scettro, sulle «terga e le spalle» e riducendolo al pianto e al silenzio. Naturalmente in mezzo all’ilarità degli Achei che sempre accompagnava, nel mito, la ridicolizzazione, «eroica», della debolezza e della deformità.
«D’auro hai fame», «cerchi schiava giovinetta a cui mescolarti», «a sommo imperador non lice scandalo farsi dè minori»: queste alcune delle espressioni usate dal volgare Tersite. Ma nel canto precedente Achille ben altre parole aveva rivolto ad Agamennone per dimostrargli la sua ira funesta. «Anima invereconda, anima avara», «brutal ceffo». L’ira, come Lei sa, era stata innescata da Apollo che aveva disseminato un’epidemia mortale tra gli assedianti. Radice di quel male, secondo il veggente Calcante, era proprio Agamennone, che rifiutava di restituire la giovane Criseide, premio di guerra, a suo padre Crise, sacerdote di Apollo. Alla fine Agamennone la restituirà ma pretenderà prepotentemente in cambio, da Achille, appunto la schiava Briseide. E senta come il Pelide, pur trattenuto dal solerte intervento di Atena, conclude verso Agamennone: «Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core! / Tu non osi giammai nelle battaglie dar dentro / colla turba; o negli agguati perigliarti / co’ primi fra gli Achei, ché ogni rischio t’è morte». Al confronto Tersite è un’educanda. Ma, appunto, Achille è un eroe. Tersite uno sciancato. Dicono su Agamennone, la stessa verità. Ma la verità di Achille è nella Storia, quella di Tersite nella strada. Achille è capo. Tersite è popolo. Onore al primo, disprezzo al secondo. Può la cultura democratica far propria questa mitologia?
È una domanda, caro Bobbio, alla quale mi piace rispondere con le sue stesse parole tratte, appunto, da Elogio della mitezza. «Vi sono virtù come l’umiltà, la modestia, la sobrietà, la temperanza, la decenza, l’innocenza, l’ingenuità, la semplicità e fra queste la mansuetudine, la dolcezza e la mitezza che sono proprie dell’uomo privato, dell’insignificante, dell’inappariscente, di colui che nella gerarchia sociale sta in basso, di colui di cui nessuno si accorge e non lascia alcuna traccia negli archivi in cui debbono essere conservate solo le memorie dei personaggi e dei fatti memorabili. Chiamo “deboli” queste virtù non perché le consideri meno nobili, ma perché caratterizzano quell’altra parte della società dove stanno gli umili e gli offesi, coloro che muoiono senza lasciare altro segno del loro passaggio che una croce con nome e data in un cimitero, coloro di cui gli storici non si occupano perché non fanno storia, sono una storia diversa, la storia sommersa o meglio ancora la non-storia. Ho in mente le magnifiche pagine scritte da Hegel sugli uomini, come egli li chiama, della storia universale, i fondatori di Stati, gli “eroi”: sono coloro cui è lecito ciò che non è lecito all’uomo comune, anche l’uso della violenza».
Questa sua bellissima pagina mi permette di proporle una riflessione più generale che mi sta a cuore. Il coraggio civile, quel coraggio che spesso proviene dall’uomo della strada, dall’insignificante, dalla non-storia appunto, è un coraggio totalmente assente dai miti della sinistra. Il suo albero genealogico prevede altri tipi di coraggio: prevalentemente quello politico e quello militare. Eroe è Lenin, eroe è Giap. Eroi sono Che Guevara, Mao Tse Tung, Gramsci, Castro. Nessun cittadino comune, la cui vita sia stata spesa al servizio della gente, è diventato mai «eroe» per la sinistra. Anche uomini della strada, certo, si sono meritati questo titolo: ad esempio Guido Rossa. Ma c’è voluta sempre una contingenza di tipo politico o militare per giustificare la loro «beatificazione». In nessun ospedale, in nessuna zona di miseria, in nessun luogo di sofferenza umana, banale e quotidiana, la sinistra ha mai proposto eroi. Lotte di liberazione, scioperi, rivolte, guerre: in queste situazioni la sinistra vanta grandi generosità ed eroismi, individuali e di gruppo. Non così si può dire nel concreto della vita quotidiana. Finché nella galleria dei suoi eroi non ci sarà anche un Albert Schweitzer, una Madre Teresa di Calcutta una Florence Nightingale, la sinistra verrà sempre vista con diffidenza. Come pura espressione elitaria di potere.
Mi sono chiesto, ad esempio, perché la cultura italiana (in questo caso non solo quella di sinistra) non abbia mai ritenuto di dover elevare a rango di eroe Leo Klinghoffer, quel Tersite ebreo che, dal «basso» della sua sedia a rotelle, fu l’unico passeggero dell’Achille Lauro a reagire alla violenza dei terroristi. E fu, per questo, ucciso. Poi, piano piano, ho capito: l’Italia non poteva. Non poteva perché il nostro Paese si apprestava, uno alla volta, a far scappare tutti i palestinesi responsabili di quel crimine. Altro che santificare Klinghoffer. A noi viene meglio liberare, a quel tempo, Abu Abbas e, oggi, Majed Al-Molqi.
Caro Bobbio, Tersite non aveva virtù. Per cui non le propongo la sua «beatificazione». Ma di partecipare assieme a noi di liberal, alla sua «riabilitazione», questo sì, mi sento di chiederglielo. In nome di tutti i non-eroi della letteratura e della storia. Tutti coloro che i vari Achille, Agamennone e Ulisse che si sono succeduti, capricciosi e incoerenti, alla guida dell’umanità, hanno nascosto nell’ombra, o addirittura, ci hanno insegnato a disprezzare. Magari questi non-eroi, come nel caso in questione, dicevano la stessa verità degli Dei. Ma avevano il torto di essere un po’ deformi, cioè di non far parte della razza eletta, dell’aureo girone del potere, del sapere, della competenza, del destino.
Già. Sapere, competenza, élite. Mi permetta, a questo proposito, di usare queste considerazioni come traghetto dalla Grecia all’Italia. Ho seguito con sofferenza, in questi ultimi anni, l’affermarsi, in parte della sinistra italiana e del mondo della cultura democratica, laica e cattolica, di una progressiva sfiducia nel popolo, di una tendenza ad asserragliarsi nel fortino delle aristocrazie «achee», persino un certo fastidio verso il suffragio universale, come se si fosse ormai persuasi che lo sviluppo degli strumenti della modernità rechi, ineluttabilmente, con sé l’aumento del tasso medio di volgarità e di ignoranza. Insomma ho avuto e ho paura che per rispondere a una supposta deriva plebiscitaria si potesse dar vita a una reale deriva elitaria. Di questo atteggiamento, non solo italiano, fa parte il maggior conforto che i leader democratici trovano nelle relazioni con i rappresentanti del mondo della vecchia struttura finanziaria ed economica (in America direbbero con l’old money) e il disagio che, al contrario, essi avvertono di fronte agli argomenti della nuova middle class industriale cresciuta negli anni Ottanta (new money). E fa parte, ovviamente, la paura per la cosiddetta piazza televisiva, imbonitrice di facili emozioni e negatrice della complessità democratica. Io non nego che il problema esista. E tanto meno nego che un Paese civile possa accettare conflitti d’interesse così acuti come quello che vede protagonista Silvio Berlusconi. Così come non nego, anzi ho firmato in Parlamento una proposta di legge in tal senso, la necessità di regolamentare il mercato televisivo. Ma siamo così sicuri che da ciò ne discenda automaticamente che Berlusconi nel ’94 vinse le elezioni soltanto grazie alla tv? Anzi, Lei ha sostenuto che persino il risultato dei referendum sulle tv era, di fatto, da considerarsi nullo perché «il motivo principale per cui il fondatore della Fininvest ha vinto il referendum che tendeva a diminuire il suo potere, è stato il fatto stesso di avere questo potere» (La Stampa, 13 giugno 1995). Ma davvero anche Lei pensa che il popolo italiano sia così povero di spirito? E, se così fosse, perché allora i promotori del referendum hanno pensato di rivolgersi a un popolo così irrimediabilmente ottuso per ottenere soddisfazione? In altre parole: il popolo televisivo perde le caratteristiche di popolo sovrano?
(La domanda non è affatto paradossale, perché se il rischio evocato è quello di una radicale censura storica, perfino antropologica, con le vecchie mediazioni democratiche, non basterà certo il mostriciattolo della par condicio a scongiurarlo. Né, credo, si possa teorizzare come soluzione la pluralità di poli televisivi perché avremmo, in questo caso, soltanto un numero maggiore di Grandi Fratelli. E la temuta condizione di «passività» dei recettori resterebbe immutata. A meno che non sia possibile dimostrare che i «condizionati» da Cecchi Gori e dalla Rai sono comunque cittadini migliori dei «condizionati» di Berlusconi). Le dirò, con franchezza, quello che penso. Ho la sensazione che tale contestazione al potere della tv sia solo la faccia esterna della luna. Quella interna, nascosta è, in realtà, l’avversione al sistema maggioritario. Le racconto un episodio. Una sera immediatamente successiva alle elezioni del ’94 mi capitò di ascoltare a cena lo sfogo di un amico altolocato, da sempre legato alla Dc: «Ma ti pare», mi disse, «che adesso il governo del Paese deve essere deciso dalle manicure?». Il giorno dopo il Corriere della sera ospitava un’intervista a un leader del Partito popolare che si lamentava così: «Cosa vuole, ormai i governi vengono decisi dalle massaie». Manicure, massaie... Una vera ossessione. Quanto tempo è passato, caro Bobbio, dall’utopia di uno Stato governato dalle cuoche! Oggi gran parte della sinistra postcomunista e del centro postdemocristiano guardano con grande irritazione alla possibilità che si stabilisca davvero una relazione diretta tra voto dei cittadini e formazione dei governi. Guardano con vero senso di vertigine a un sistema nel quale la partecipazione non attraversi più i canali della delega e della mediazione degli apparati dei partiti. Il sillogismo è semplice: se la nostra è stata una democrazia dei partiti, ogni mediazione che superi il vecchio sistema si colloca tendenzialmente fuori dalla democrazia. Telecrazia, peronismo, se non vero e proprio fascismo, sono i rischi visti dietro l’angolo. Ed evocati, ormai, apertamente. Non le sembri strano, ma è proprio su questo punto critico della riflessione italiana che si inserisce la disputa su Gobetti. Non le muoverò le osservazioni di Galli della Loggia e di Cofrancesco sulla subalternità del filone azionista-gobettiano alla cultura comunista. Le proporrò, piuttosto, una considerazione più generale. Credo si possa serenamente affermare che i filoni del liberalsocialismo e dell’azionismo hanno marcato, nel dopoguerra, una forte distinzione, sul piano teorico, dal filone cattolico-sociale e da quello del comunismo italiano, ma hanno con essi condiviso la totale accettazione del modello di Stato e di società proposto dalla cosiddetta «democrazia dei partiti». Quella democrazia che Maranini e Sturzo (non Pannella e Sgarbi) già molti decenni fa chiamavano, profeticamente, «partitocrazia». Di modo che, mentre risultano feroci dispute ideologiche (alcune delle quali importantissime, e condotte da Lei in prima persona) intorno all’idea di socialismo e a quella di diritto, non risulta agli atti della storia nazionale (a eccezione delle battaglie nella Costituente) nessuna contestazione politica di rilievo, nessuna battaglia epocale condotta dal liberalismo azionista o gobettiano, intorno alla costruzione politica del sistema Italia. Al contrario: dossettismo, azionismo e gramscismo, pur essendo tra loro in perenne polemica ideologica, sono state le tre culture principali di riferimento dell’ideologia italiana della prima Repubblica. Voglio dire la stessa cosa in modo più concreto: partiti e intellettuali che rappresentavano queste aree hanno governato, banche, aziende di Stato, università, Rai tv (non Lei che si è tenuto sempre fuori dal concreto potere) e hanno, in fondo, modellato il Paese a loro immagine e somiglianza. A loro e solo a loro il merito di aver trasformato l’Italia in un Paese moderno. A loro e solo a loro, però, anche il demerito di non aver saputo impedire le attuali macerie.
Come Lei insegna, le democrazie moderne si fondano, in genere, su una radicata condivisione di valori nazionali e sull’esercizio politico-elettorale di differenze programmatiche in ordine alla gestione dello Stato, dell’economia e della società. In Italia è avvenuto l’esatto contrario. Abbiamo avuto un forte conflitto sui valori e sulle ideologie e una sostanziale complicità, di spartizione e di mediazione, nella gestione dello Stato e dell’economia. E nessuna delle tre culture prima richiamate ha saputo o voluto opporsi. Ciò spiega anche perché, al crollo del sistema politico e di fronte al crack finanziario, nessuna forza politica che si richiamava all’azionismo o al liberal-socialismo (ridotte in vero a poca cosa per il prevalere dell’egemonia cattolico-sociale e comunista e per l’abbandono da parte di Craxi dei suoi iniziali progetti) ha potuto alzarsi, intellettualmente e politicamente credibile, a rivendicare una primazia storica sul futuro del Paese. Come in Assassinio sull’Orient Express tutti i partiti, tutte le culture (e di conseguenza tutti i cittadini) avevano vibrato una coltellata sul corpo dell’Italia.
Ecco perché il liberalismo azionista arriva con il fiato corto a questa fine secolo italiana. Perché esso ha sostanzialmente accettato un sistema caratterizzato da un mercato integralmente protetto e da uno Stato padrone. Ed ecco perché oggi, per trovare anche nel passato qualche stella polare che ci aiuti in questa difficile tempesta italiana, più che a Gobetti è a Sturzo, a von Hayek, a Tocqueville, a Einaudi, che si avverte il bisogno di volgersi. Autori a volte anche molto celebrati, ma sostanzialmente trascurati e rimossi dalle accademie e dai partiti. Non già per assumerli come modello, commettendo identico errore del passato, ma per gettare sul campo un liberalismo reale che non ha fatto parte del pantheon ideologico costruito su quell’Orient Express.
Ma lasciamo stare Gobetti e le dispute sull’azionismo. Anzi, le garantisco che io sarei persino pronto ad andare in preghiera a Parigi, al Père-Lachaise dove egli riposa, se solo mi arrivasse da Lei un cenno di consenso sulle cose dell’oggi, su quello che dobbiamo fare qui e ora, in questa nostra scassata nazione. Soprattutto in merito a un ragionamento: il modello politico italiano si è fondato su un sistema di partecipazione assolutamente originale basato su una totale delega del cittadino ai partiti. Ciò ha finito per creare, com’è noto, una rete estesissima di collateralismi, di clientele, di clan. Una sorta di esercito feudale, con tanto di vassalli e valvassini, si è assunto il compito di governare ogni spazio pubblico, in luogo di quella che, in altre democrazie, è la autonoma classe della burocrazia. L’effetto di questo anomalo meccanismo (che per funzionare pretendeva omertà e fedeltà) sui poteri principali dello Stato, l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario si è dimostrato devastante. E non credo su questo di dover spendere, con Lei, una parola di più.
Mette conto, piuttosto, far discendere tre considerazioni. 1) Lei ha polemizzato, negli anni scorsi, contro chi usava il concetto di «regime» per connotare la cosiddetta prima Repubblica. E, in effetti, la nostra democrazia, sotto il profilo formale delle garanzie di libertà, d’opinione, di religione, di associazione, in nulla è stata diversa dalle altre democrazie occidentali. Ma come catalogare storicamente la circostanza che in Italia, accanto a ciò, si è determinata anche una delle caratteristiche più peculiari di un sistema totalitario, e cioè la totale sovrapposizione tra partiti e Stato?’ Certo, partiti: non partito. Ma, in questo caso, il pluralismo consociativo, come Lei sa, ha funzionato da stabilizzatore del «sistema chiuso», non da offerta di possibili alternative. Nessuna politologia può farci dimenticare che, da noi, occorreva (occorre?) una tessera o un’amicizia di partito per ottenere lavoro, casa, cattedre, agevolazioni d‘impresa, privilegi. Come chiamare questo sistema?
2) Una totale delega ai partiti poteva reggere fino a che l’Italia restava una società a gerarchia e composizione sociale elementari. Quando verso la fine degli anni Sessanta anche il nostro Paese è stato investito da quell’ondata di rinnovamento del costume, di espansione della scienza, delle professioni, delle culture, delle possibilità individuali e sociali che aveva già modificato il paesaggio di altri luoghi dell’Occidente, quella delega non poteva più reggere. Cominciavano a esserci troppe più cose, nel cielo e nella terra delle società, di quante la filosofia di un partito potesse comprendere. E, infatti, è proprio da allora che è aperta in Italia una radicale domanda di modifica della delega, della rappresentanza e delle istituzioni che ha dovuto aspettare oltre vent’anni (quanto l’intero regime fascista) per poter essere appena e con riluttanza accettata dalla nostra classe politica.
3) Il sistema in cui abbiamo vissuto ha spostato il principale carico della sovranità sulle segreterie dei partiti. Di conseguenza la democrazia italiana che era nata, per Costituzione formale, con la scelta di governi deboli si è trovata, per costituzione materiale, ad avere anche il parlamento debole, perché scavalcato, di fatto, dai partiti. Una debolezza generale nella quale non poteva non aumentare il peso delle consorterie e dei clan. Il risultato è che noi, dal dopoguerra, abbiamo avuto cinquant’anni di potere eterno, immutabile, privo di alternanza e, nello stesso tempo, abbiamo dovuto cambiare circa un governo all’anno! Non lo trova un capolavoro?
Da queste tre considerazioni non può che discendere una sola conclusione: se è vero che la nostra è stata una democrazia dei partiti (e orgogliosamente i partiti possono rivendicarlo) è altrettanto indubitabile che nel momento in cui, per motivi economici, sociali, morali, ideali, i partiti entrano in crisi non può che entrare in crisi anche la democrazia e l’intero edificio dello Stato che, esclusivamente su di essi, era stato fondato. Allora: o si ritiene di poter ricreare in toto le condizioni della belle epoque partitica (e qualcuno lo ritiene), oppure è gioco forza accingersi a riscrivere la Costituzione. Altrimenti la crisi della democrazia potrebbe anche diventare esiziale. Come sempre nella storia, anche oggi in Italia, non sono le riforme, ma l’assenza di riforme il vero pericolo per le istituzioni.
Lei questo lo sa, caro Bobbio. Anzi, l’ha insegnato Lei, tutore riconosciuto del metodo riformista. Come non sorprendersi allora che sia proprio Lei a «bollare» come in odore di fascismo chi si batte per riforme presidenzialiste? Fino ad arrivare a scrivere sulla Stampa del 28 gennaio 1996 cose abbastanza estreme: «Meglio cinquanta governi in cinquant’anni che uno solo in venti!» (anche se democraticamente eletto?); cose abbastanza inesatte: «Chi elegge un presidente per quattro anni, come negli Stati Uniti, una volta gettata la scheda nell’urna non conta più nulla» (perché nascondere che la democrazia sociale e civile americana è un tantino più articolata?); e cose abbastanza forzate: «La forma di governo francese, oggi in crisi, è stata inventata apposta per il generale De Gaulle» (già, ma ne ha usufruito anche Mitterrand e la sinistra francese, per ben quattordici anni, senza nessun pericolo per la democrazia).
Non pretendo, ovviamente, che Lei diventi presidenzialista se non lo è. Chiedo, però, questo sì, in nome della mitezza, del buon senso, della ragione storica, della libertà d’opinione, del reciproco rispetto umano, che non si persista nella ridicola equazione tra presidenzialismo e fascismo. Chiedo che ciascuno possa dire la sua sul futuro istituzionale di questo Paese, a ragione o torto, senza che nessuno lanci scomuniche ideologiche. In tutto questo c’è un paradosso, caro Bobbio: mentre scrivo penso che queste parole potrebbero essere rivolte a Bertinotti. Forse sto sbagliando: ma possibile che debbano essere indirizzate anche a Lei?
Dico questo anche in virtù di un’altra considerazione. I suoi più forti sospetti antifascisti-anti-presidenzialisti sono rivolti verso Gianfranco Fini perché ritiene che non abbia ancora compiuto i passi necessari a recidere le proprie radici. È probabile che Lei abbia ragione. Ma cosa deve fare la cultura democratica di questo Paese: incoraggiare Fini a proseguire la sua nuova strada, come anche Vittorio Foa, suo vecchio amico azionista sostiene, o continuare a demonizzarlo come altri dicono e fanno? Certo è che se lo si accusa di fascismo anche dove fascismo non c’è, come nel caso dell’opzione presidenzialista (da sempre cavallo di battaglia di un altro suo vecchio amico azionista come Valiani) l’Italia non diventerà mai un Paese normale.
«Occorre che ognuna delle due parti consideri l’altra non come un nemico da abbattere ma come un avversario con il quale non è indecoroso, anzi il più delle volte è vantaggioso, venire a patti, senza perdere la faccia e senza farla perdere all’altro. Nulla è più pericoloso per una democrazia gracile come la nostra che lo scontro frontale». Sono Sue parole, professar Bobbio (La Stampa, 20 novembre 1994). E sono parole d’oro. L’Italia ha bisogno come il pane di uscire dallo scontro amico-nemico che, dopo aver segnato l’intero secolo, forse soltanto in Italia, tra i Paesi occidentali, continua a spargere i suoi mefitici veleni. Ecco perché io mi sarei aspettato che, in omaggio a queste parole, usando del Suo magistero, Lei si fosse alzato, in uno dei momenti più difficili della storia italiana, a dire «basta con le accuse di fascismo e di comunismo, la guerra è finita. Discutiamo di tutto serenamente, ma senza scomuniche ideologiche. Il nostro Paese ha già sofferto troppo di questo. Ora a quattro anni dal Duemila, merita di meglio». Non so se l’avrebbero ascoltata. Ma so che avrebbe avuto con Lei l’Italia migliore.
I casi personali non valgono niente. Ma, ovviamente, ai nostri occhi sono tutto. Ebbene anch’io, nella mia vita, ho imparato cosa significa vivere in un clima di scontro ideologico, di scomuniche, di supposti tradimenti. E, di recente, proprio sul tema delle riforme costituzionali. La sinistra ha accusato coloro che ritengono questo approdo inevitabile, al solito, di «collusione con il Nemico». Poi, quando D’Alema ha cambiato idea, il clima è cambiato. Contrordine compagni. Ma, intanto, la ruota delle lacerazioni umane, dei sospetti, degli ultimatum morali aveva cominciato il suo misero giro. E oggi devo confessarle, caro Bobbio, che proprio nella sinistra, l’ambiente in cui mi sono formato, sento più forte la resistenza alla libertà d’opinione, più viva la diffidenza per l’autonomia dell’individuo, più acuta la persistenza del manicheismo.
Siamo ancora lontani, lontanissimi, dalla legittimazione reciproca dei due schieramenti. Ma crede che far riecheggiare, nel 1996, le fanfare del Cnl, con le quali si giustifica l’esibizione della stessa koiné istituzionale tra Lei, De Mita e Bertinotti serva a raggiungere quel traguardo? L’Italia non corre nessun rischio di fascismo. Corre invece il rischio di morire per mancanza di cure. Vittima, oltre che di mali antichi, anche di medici rissosi e inconcludenti in nulla distanti dai comportamenti pigri, faziosi e irresponsabili dei chirurghi di chiara fama della prima Repubblica. Sembra che nessuno creda più in nulla. Regna quasi sovrana la paranoia degli schieramenti, la conta dell’appartenenza. Tutti trangugiano alleanze con tutti, pur di vincere. E la sinistra che, «per battere la destra», era disposta a trangugiare il leghismo, ora trangugia allegramente l’andreottismo delle oligarchie attraverso la leadership di Lamberto Dini. Così, anche se si vince, si aggiunge solo polvere sulle macerie.
Immagino che ogni tanto Lei si volti indietro e non riconosca certo il Paese che aveva sognato dopo la guerra di liberazione. E sia aggredito da acuto sconforto. Perdoni la confidenza, ma non creda che dipenda dall’età che pure carica di nostalgia i ricordi. Anche suo figlio Luigi, protagonista del Sessantotto, anch’io, se ci voltiamo indietro non riconosciamo più i nostri sogni e anzi, forse, riconosciamo incubi. Io credo che finché le diverse generazioni della sinistra si crederanno sempre, stagione dopo stagione, portatrici di un pensiero innocente. Finché vedranno la colpa e il pericolo sempre negli altri, la Dc, Craxi, Berlusconi, Fini, la destra della sinistra e la destra della destra, nei «traditori» e negli «equidistanti», senza mai fermarsi a indagare la colpa, l’errore il «fascismo dello spirito» che è anche in loro, senza mai accettare che non esiste la Verità ma esistono tante verità, e che una verità può nascondersi anche nell’avversario, questa catena di reducismo, manicheo e doloroso, non finirà mai. E, di fronte alle sconfitte, prevarrà sempre il riflesso pavloviano di dar la colpa a qualche agente esterno o agli elettori incolti e manipolati o alla volgarità dei tempi che non capisce la ragione. Logorando, strappo dopo strappo, la propria fiducia nella democrazia e nel popolo italiano. Che, invece, non è affatto anomalo, ma ha pregi e difetti simili a quelli di tutti gli altri popoli. Solo è stato finora trattato come un infante da pedagogizzare.
Forse questa forma di presunto pensiero innocente affonda le sue radici in quel primato della Ragione decretato due secoli fa e che ha determinato conseguenze assai diverse della Rivoluzione francese da quella americana. Forse esso deriva dal ritenere che l’uomo non abbia un limite, che esso stesso sia la divinità. Dalla presunzione di pensarsi sempre Achille quando forse siamo tutti dei Tersite. Forse nasce dall’incapacità di sentirsi relativi, di attribuire parzialità alle cose umane. Altrimenti perché perseguire e ipostatizzare la Verità decretando, ogni volta con medesima sicumera, quale essa sia e chi la possiede? Forse esso nasce, insomma, dal non credere in Dio, o dal non credere in nulla. Ma qui mi interrompo. Perché l’ho tediata già abbastanza e mi accorgo di aprire capitoli dopo capitoli. E, anche capitoli che il mio sapere non controlla.
La ringrazio di avermi ascoltato e spero di essere riuscito a trasmetterle con sincerità le mie preoccupazioni. Mi permetta, infine, di dedicarle un ultimo pensiero, ancora di Manlio Sgalambro. «Bisogna saper aspettar
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