
Quelli che abbiamo alle spalle sono stati anni difficili della nostra storia. Il crollo dei partiti che avevano dominato il Paese per oltre cinquant’anni e la conseguente polverizzazione delle loro culture politiche, la coatta fuga dalle vecchie identità e dal loro pesante bagaglio di leadership, sigle, riti, abitudini, ha creato una sorta di gigantesco orfanotrofio ideologico, nel quale, come dopo un terremoto, diventava proibitivo riconoscere dove fossero andate a finire le proprie radici, la propria casa, la propria famiglia». Questa riflessione di Ferdinando Adornato (La nuova strada, Mondatori) fa nascere un interrogativo: come è potuto accadere tutto ciò? Spesso, si è scelta la risposta più facile e cioè che la magistratura ha coperto un «vuoto politico» e ha fatto «giustizia». Nel senso di «giustiziare» quelle formazioni politiche che nei primi cinquant’anni della repubblica si erano assunte la responsabilità di governare, hanno obiettato altri. Si è così aperta una polemica che ha caratterizzato il dibattito tra quanti hanno ritenuto giusto e necessario questo «intervento» e quanti hanno accusato la giustizia di essersi trasformata in giustizia politica. Questa polemica, che ancora oggi si alimenta di fatti di attualità, non spiega tutto quello che è accaduto, ma certamente è servita a quanti vogliono conservare legittimità politica senza fare i conti con la propria storia. La domanda quindi che dobbiamo porci è: come è potuto accadere che formazioni politiche che avevano profonde radici nella cultura e nella storia dell’Italia e dell’Europa (i democristiani, i socialisti, i liberali, i repubblicani) siano scomparsi dalla sera alla mattina in un clima di gioia collettiva? La verità è che ciò non è accaduto dalla sera alla mattina perché, nel momento in cui la ghigliottina del giustizialismo si è abbattuta su di loro, si era già determinata, e da tempo, una frattura profonda fra i partiti e la società civile. Le formazioni politiche democratiche si erano isolate dall’opinione pubblica o, comunque, i cittadini le consideravano ormai come dei poteri autonomi e indipendenti. Se guardiamo alla storia recente non è difficile individuare momenti significativi in cui questa frattura si è determinata.
La prima frattura avviene nel 1968I partiti erano stati fino a quell’anno il canale di trasmissione dell’opinione pubblica, lo strumento di partecipazione dei cittadini alla vita politica ma soprattutto i partiti, usciti dalla guerra civile, avevano svolto un ruolo essenziale nella crescita economica, civile e sociale dell’Italia assolvendo anche a una funzione pedagogica che consentì di radicare la nuova cultura democratica. Fino al 1968 la gran parte degli italiani aveva, di fatto, fiducia nei partiti a cui delegava la costruzione del proprio futuro e da essi si sentiva rappresentata. La rivolta studentesca fa emergere un fenomeno nuovo: un pezzo della società, in particolare i giovani e le donne, manifestano un dissenso che partendo dalla scuola e dalla famiglia tende a mettere in discussione strutture, valori e stili di vita che fino a quel momento apparivano come certezze in un Paese cresciuto di più di quanto la sua classe politica ritenesse. Lo sviluppo economico, che in poco più di dieci anni aveva cambiato profondamente il Paese, era avvenuto in modo selvaggio, con epocali migrazioni interne, in un quadro politico che vedeva la Costituzione ancora parzialmente inattuata (ad esempio l’ordinamento regionale) e scarso lo spazio per i diritti civili e sociali, con una democrazia bloccata che di fatto negava la pari dignità politica a tutte le opinioni e a tutti i cittadini. Da ciò era maturata la necessità di mutare il quadro politico e si era affermata l’utilità per il Paese dell’ingresso dei socialisti nel governo. Ma il gattopardismo democristiano vanificò il disegno riformista così che la domanda di cambiamento non trovò la sua risposta. Ciò spinse prima i giovani e le donne, poi gli operai a porre una domanda di democrazia diretta, mettendo in discussione proprio le fondamenta di quella rappresentanza che i partiti democratici avevano assunto. Irrompeva sulla scena della «Politica» una ventata di giovanilismo motivato, irruento, gioioso che tra manifestazioni, «case della donna», assemblee universitarie, occupazioni e cortei rivendicava spazi di libertà. E, in quei giorni, non chiedeva rappresentanze politiche, né di spingere i bottoni del potere. Al suo inizio il Movimento Studentesco entrò in ogni famiglia italiana con un figlio a scuola o all’università, ruppe equilibri e convivenze consolidate, minò la stabilità dei rapporti familiari. Ma, dopo un primo periodo di «arruolamento» volontario, cominciò a cercare sbocchi e luoghi per affermare le sue istanze. Con gli scioperi del ’69 si determinò la saldatura fra movimento studentesco e movimento operaio. I partiti non capirono, i sindacati fecero timide aperture, la società civile ne subiva le conseguenze. Molto dipese da una concezione arretrata dei partiti maggiori, di derivazione leninista da una parte e di «macchina da crociata» dall’altra, mescolando l’organizzazione per finalità politiche con quella per la tutela dei valori cristiani, comodo schermo per coprire qualunque inadeguatezza politica e di governo. Così aspirazioni e obiettivi, che non trovavano alcuno sbocco nelle tradizionali istituzioni democratiche, rifluirono verso forme di dissenso sociale e di opposizione al sistema. Un modo come un altro per dire «faccio da solo», un modo come un altro per affermarsi e legittimarsi come un nuovo soggetto politico. I partiti di governo, occupati nella ricerca di nuovi equilibri di maggioranza, scelsero la strada del rifiuto, mentre il Pci tentò un opportunistico flirt per poi giungere a una solenne condanna. Si sparsero così i primi semi di quel fenomeno terroristico, e in particolare del terrorismo rosso, che dagli anni Settanta segnano la storia del nostro Paese. Ma dalle Università venne fuori anche una classe dirigente, fortemente e ideologicamente politicizzata, di giornalisti e di magistrati in particolare, molti dei quali diventeranno gli artefici e i protagonisti di quel giustizialismo che esplose all’inizio degli anni Novanta.
Il solco fra partiti e società continua ad approfondirsiFino alla fine degli anni Sessanta era diffuso il convincimento che i partiti finanziassero la politica in parte con il sostegno dei loro militanti, in parte con il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica. Quando, dopo le elezioni del ’72, emergono i grandi scandali, da quello dell’Ingic (Istituto Nazionale Gestione Imposte di Consumo) a quello della Lockeed, l’opinione pubblica viene a sapere che i partiti sostengono la loro attività e la loro organizzazione anche attraverso il finanziamento, non propriamente legale, che proveniva dal «basso», dagli enti locali e dai ministeri. C’è da chiedersi quanto abbiano contribuito a una scarsa circolazione delle notizie, ad esempio, da un lato il monopolio radiotelevisivo e dall’altro i mezzi di informazione in un Paese in cui, ancora oggi, proprietari dei giornali sono non editori, ma industrie, parti necessarie nel reticolo della corruzione. Il dissenso non si manifestò in maniera evidente ma i partiti capirono che quanto era accaduto poteva mettere in discussione il rapporto di fiducia tra cittadini e politica e corsero ai ripari approvando in Parlamento una prima legge di finanziamento pubblico che passava attraverso il bilancio della Camera dei Deputati, per evitare qualunque controllo sulla spesa. L’altro strumento che i partiti utilizzarono per cercare di recuperare ogni forma di dissenso sociale fu quello definito «dell’assistenzialismo di Stato». «Il risanamento e il rinnovamento del nostro apparato industriale è stato reso possibile da un importante travaso di risorse del settore pubblico a quello delle imprese… ma se sommassimo tutte le risorse che direttamente o indirettamente sono state indirizzate alle imprese per il rilancio dell’apparato produttivo, noi arriveremmo senza dubbio a una cifra pari se non superiore al disavanzo del bilancio pubblico» disse Bettino Craxi parlando a Torino a un’assemblea della Confindustria, dichiarando così di avere compreso quale fosse il nodo che stringeva alla gola il sistema politico italiano ma non ebbe il consenso elettorale e la forza politica per scioglierlo. Erano anni pieni di contraddizioni e di eventi che si sono poi rivelati determinanti. Tra questi, prima sul terreno culturale e poi più direttamente investendo i partiti, si sviluppa la critica alle «ideologie». Il percorso è ancora una volta dirompente e rapido e in un batter d’occhio ci troviamo dalla critica alla morte delle ideologie. Negli anni di passaggio tra il 1970 e il 1980, in particolare i partiti della sinistra, facevano fatica a elaborare un progetto politico che fosse capace di rinnovare e innovare le ragioni che avevano tenuto vivo l’impegno della resistenza antifascista. In particolare il Pci, per opporsi al disegno politico riformista e innovatore di Bettino Craxi, lancia la sfida della «diversità comunista» e della «questione morale». E per questa strada approda al compromesso storico. Berlinguer aveva capito che era finito quel mondo, fatto di sfruttati e di sfruttatori, in cui aveva fondato le sue ragioni il Pci nel 1921. Il problema non era più il padrone ma la rendita del capitalista, non più la sopravvivenza ma il benessere, non più la classe operaia ma un numero di «colletti bianchi» che non sentivano come propria la lotta di classe, dal momento che non esisteva più la classe. Berlinguer aveva capito che non era più questione di supremazia o di egemonia della classe operaia ma di sopravvivenza del Pci, oltre la classe operaia. Anni difficili, gli anni Ottanta. Da un lato il Paese viveva nel benessere e sicuro del suo futuro, dall’altro premeva alle porte un necessario cambiamento di rotta se solo ci si fosse accorti che la globalizzazione non era già più una previsione ma una realtà che rapidamente avrebbe condizionato i partiti, i governi, la stessa struttura della società. E così mentre tutto cambiava, ai mutamenti i partiti dedicavano le parole ma nella sostanza rimanevano ancorati alle loro certezze. La sinistra, al governo o all’opposizione, aveva affidato al Parlamento e ai governi il compito di provvedere alle esigenze fondamentali che facevano parte del suo programma. Aveva chiesto allo Stato non solo di proteggere i cittadini ma anche di fornirgli cibo, alloggio e salute. E di garantire non il lavoro ma il posto di lavoro e la destra aveva detto sì (facendo di nascosto gli scongiuri). Il sistema dei partiti, su queste basi, si era talmente esteso nella società civile che si occupava persino del colore delle mele del Trentino.
Era il nostro Welfare. Era il nostro socialismo possibileMa una volta realizzato il Welfare la sinistra non aveva e non ha avuto più nulla da proporre. Così anche i partiti della sinistra finirono per apparire all’opinione pubblica come centrali di potere autonomo che si alimentavano non tanto del consenso dei cittadini quanto di quello di una ristretta oligarchia che le governava. E quando queste oligarchie furono messe sotto accusa nessuno versò una lacrima. È vero che i partiti che scomparvero all’inizio degli anni Novanta, vittime del giustizialismo, furono quelli di governo, ma è giusto osservare che il Partito comunista italiano, il più potente e abile del mondo occidentale, che aveva esercitato sul sistema politico nazionale una sua forte influenza se non addirittura un’egemonia, aveva deciso di inscenare il suicidio per ripresentarsi con una nuova identità utilizzando la rete di protezione, fatta anche di magistrati e giornalisti, che aveva costruito fin dal dopoguerra. Infatti, in nessun’altro dei grandi Paesi dell’Europa occidentale, la sinistra di origine comunista si è vista costretta, nel tentativo di sopravvivere, non solo a coalizzarsi con formazioni democratico-cristiane, ma ad accettare la leadership di questa formazione e della sua classe dirigente. Democratici di sinistra, la nuova sigla che ha sostituito quella del Pci, si ritrova in una strana situazione: ha perduto buona parte del radicamento di cui il Partito comunista disponeva nella società e sul piano elettorale la sua forza si è dimezzata; ha rinnegato le proprie radici ideologiche per cui non fa più riferimento né al comunismo né al socialismo, ma di fatto neppure alla socialdemocrazia. Ma per i Ds il vero problema non è quello dell’identità ma quello della sua identificazione, un problema eluso da sempre con la formula del «partito di lotta e di governo» che significava tutto e il suo contrario. Oggi il problema dell’identificazione con un segmento della società civile si ripropone. La difficoltà sta proprio qui ed è in questo la crisi dei Ds.
Va osservato che questo fenomeno nazionale trova un suo riscontro in ciò che è accaduto in altri Paesi europei. In effetti in tutta l’Unione europea le formazioni socialdemocratiche si sono trovate ad affrontare un problema analogo. Destabilizzate dalla fine del comunismo e dall’avanzare della globalizzazione, la vecchia politica economica e sociale che essi avevano dispiegato nell’ambito dei singoli Stati li costringe a cercare nuove strade che consentano di superare la crisi dell’assistenzialismo di Stato e del Welfare. I loro programmi e le loro pratiche di governo non risultano più diverse da quelli della destra e ciò non solo contribuisce a confondere le linee di demarcazione politico-culturali che strutturavano gli antagonismi politici ma soprattutto determinano una vera e propria crisi di identità e di funzione tanto da mettere in discussione la loro stessa presenza nelle diverse società nazionali. Nel passaggio del Millennio la sinistra europea e occidentale di origine o di ispirazione marxista vive la turbolenza di una fase di transizione che fa apparire il suo presente penoso fino a che non prenderà coscienza che la sua cultura è finita perché non esiste più la società che aveva come termine di riferimento. Nello stesso passaggio il partito della destra italiana, guidato da Gianfranco Fini, recide le sue radici storiche e ricerca un nuovo sito in cui impiantare la politica liberale. Si è aperta così una fase nuova della politica nazionale in cui i partiti devono dimostrarsi capaci di vivere in una società in cui le identità dei ceti, il modo di produrre e di consumare, i tempi della vita: tutto è diventato più dinamico, mobile e flessibile. Una società che genera poteri, saperi, innovazioni fuori della politica ma che la politica deve saper riconoscere. Una società che si mostra capace di darsi proprie forme di organizzazione dell’impegno civile e di nuove forme di rappresentanza che spesso non coincidono con i partiti. Insomma una società che non vuole più essere guidata dalla politica ma piuttosto accompagnata nella sua crescita. Una società così fatta mostra chiaramente di non accettare che vecchi partiti e antiche idee sopravvivano mutando pelle. Una società alla quale se si vuole restituire la politica bisogna dare nuove forme di partecipazione, una nuova cultura e soprattutto nuove classi dirigenti. Non è accaduto per caso che in questa fase di transizione in Italia un nuovo leader, Silvio Berlusconi, e un nuovo movimento siano riusciti a riempire un vuoto altrimenti esiziale per la democrazia italiana proponendo (e ottenendone consensi) un modello di «partito senza ideologia». Ma aver riempito meritevolmente quel vuoto non vuol dire che si sia riusciti nell’impresa di colmarne il vuoto culturale. E come la storia più recente ci ricorda, quando c’è un vuoto c’è sempre qualcuno pronto a riempirlo. Per avere coscienza di quale sia il rischio che corriamo basterà ricordare che il giustizialismo degli anni Novanta non è un incidente di percorso né tanto meno un fatto sporadico e occasionale: è il frutto avvelenato di una cultura politica e della politica di una classe dirigente. Una classe dirigente fatta di giornalisti, giudici e politici il cui obiettivo non è quello di celebrare Tangentopoli ma più concretamente di muovere alla conquista del potere per allungare la propria ombra sulla storia prossima ventura della società italiana. E allora la domanda è: come ci si oppone a questo tentativo? La risposta non sta nel riproporre vecchie sigle e antiche idee ma piuttosto in una concezione moderna della cultura politica frutto delle esperienze storiche più significative della cultura occidentale, a partire da quel «nesso profondo» che intercorre tra cultura liberale e pensiero cristiano o quei «punti di contatto e di convergenza fra il pensiero socialdemocratico e il pensiero liberaldemocratico». In definitiva il punto centrale è una concezione delle culture politiche come qualcosa di non immutabile nel tempo ma di cui va favorita l’evoluzione e l’incontro.
«Il nostro spaesamento è figlio della perdita di radici. Ma è anche vero che ci siamo autoconvinti di poterne fare a meno, immaginando che diventare moderni implicasse la disdetta di ogni tradizione, l’avvento di un tempo del disincanto nel quale la debolezza del pensiero ci avrebbe protetto dall’eterno ritorno delle ideologie. Mentre facciamo tutti grande uso delle parole “nuovo” e “futuro”, il passato è ancora inesorabilmente l’unico termometro dei nostri pensieri. Il ritardo è la nostra attualità. Naturalmente l’inversione di questa rotta dipenderà soprattutto dalla capacità di accelerare la costruzione di nuove e convincenti identità culturali. Uscendo dalla transizione e dalla confusione». Penso con Adornato che solo così, solo ripartendo dal nostro passato potremo individuare «la nuova strada», altrimenti il termometro continuerà a registrare soltanto la nostra febbre. In un’epoca di crisi e di smarrimento ideale i richiami alla semplicità, al risparmio e alla modestia sono diventati d’obbligo. Ma attenzione che dietro questa esigenza però si nasconda l’insidia del praticismo e delle grettezze del così detto «senso comune». Tutto può facilmente trasformarsi solo in povertà e modestia di idee: cioè, invece che l’affermarsi di un riformismo progressista si può rifluire nel ritorno e nel trionfo del pensiero burocratico che è quanto di più dispendioso la società possa proporre. È questo il vero rischio che stiamo correndo perché, come scrive Ernesto Galli della Loggia, «il riformismo in Italia è una pattuglia di politici coraggiosi e basta, un pugno di generali senza esercito», ovvero l’esercito ci sarebbe: è quel movimento sindacale di ispirazione socialista e cristiana che è regredito su posizioni corporative e conservatrici perché divenuto subalterno all’egemonia che il Pci ha esercitato per decenni su di esso e di cui è rimasto prigioniero. È necessario dunque, prima di tutto, trovare forme diverse all’attuale perverso regime di scambio tra politica e consenso. Nelle contraddizioni della lunga transizione che viviamo abbiamo necessità di ritrovare, con umiltà, il filo della ricerca, la forza di riaffermare i valori, la capacità di interpretare la voce di chi non ha la forza di farsi ascoltare. È questo il senso dell’impegno, oggi. Si ha il dovere di dare risposte diverse da quelle tradizionali a una società diversa, anzi a mille società in cui si scompone quella maggiore, nel rispetto della specificità delle comunità e delle persone. Anche per questo è indispensabile un lavoro di costante rinnovamento, nei contenuti e nelle forme, della Casa delle libertà e una più coesa iniziativa del governo con maggiore spessore progressista e più grande fantasia creativa. In un Paese moderno non basta governare. In un Paese di democrazia matura è sempre necessario avere il consenso dei cittadini, costruirlo, mantenerlo. Bisogna saper interpretare i bisogni, le necessità le speranze, i sogni. È necessario per questo che il movimento politico di Forza Italia si assuma nuove responsabilità e sappia ben lavorare perché il successo della sua politica continui e si rinnovi creando nella società una nuova e più forte alleanza: l’alleanza per il progresso.