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Dopo la glaciazione statalista

LIBERAL FONDAZIONE
di Giuseppe Vegas
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23Affrontare il problema del rilancio economico del Paese e delle strategie di politica economica da adottare per perseguirlo richiede, innanzitutto, di ampliare il campo visivo sull’oggetto del problema. Tanto la diagnosi quanto la terapia devono adottare una prospettiva temporale più profonda, tale da identificare le dinamiche che hanno condotto alla situazione attuale e indicare un’azione di contrasto che deve essere in grado di modificare quelle dinamiche, mettendo in discussione proprio le caratteristiche strutturali del sistema: il rapporto fra lo Stato e il mercato, quello fra contesto economico interno e realtà internazionale, il ruolo della redistribuzione del reddito e le logiche che presiedono a questa importante funzione. È evidente che non si tratta di tre dimensioni autonome le une dalle altre ma che si compenetrano, anzi, più che in un rapporto di causalità, nella loro caratteristica comune di essere i sintomi di una stessa tendenza generale. Ed è a questa tendenza, come si è sviluppata nei decenni trascorsi, che occorre dunque rivolgere l’analisi. La società italiana ha conosciuto una progressiva e costante espansione della presenza pubblica nell’economia che risale perlomeno agli anni Sessanta, benché i primi segnali risalgano, addirittura, al decennio precedente con il ritrovato impulso al sistema delle partecipazioni statali che già aveva vissuto una stagione di grande intensità negli anni Trenta. Va da sé come un fenomeno di simile portata sia, in qualche modo congenito, all’evoluzione sociale dei Paesi occidentali nel dopoguerra, una fase storica che ha visto crescere le attese e i bisogni di una quota sempre più ampia della popolazione. L’aumento della spesa pubblica che le si è accompagnato, e l’inevitabile crescita della pressione fiscale - tanto maggiore quanto più ritardata rispetto all’aumento della spesa - costituiscono dunque degli sviluppi praticamente inevitabili e, in qualche modo, anche condivisibili nel loro intento di introdurre diritti sociali e di allargare le basi democratiche dello Stato repubblicano. Solo che non tutte le riforme sono buone in quanto tali e non tutte le stagioni riformiste hanno goduto dello stesso grado di lungimiranza e di effettiva equità. L’evoluzione che si ebbe negli anni Sessanta, ad esempio, rappresentò l’esigenza di una vasta redistribuzione, sociale e territoriale, secondo uno sviluppo che è da ritenersi fisiologico dopo una fase di grande crescita, durante la quale si era assistito alla creazione di una notevole dose di ricchezza ma anche, inevitabilmente, al prodursi di forti squilibri e disparità. Si ebbe, in quel periodo, il tentativo di attenuare il disagio generato da un assetto economico e produttivo di tipo fordista relativamente inedito per l’Italia e caratterizzato da consistenti flussi migratori interni, attraverso la garanzia di maggiori servizi pubblici - basti pensare alla riforma della scuola e della sanità - a tutti i cittadini indipendentemente dal reddito o dalla condizione sociale. La fase successiva, al contrario, non conobbe una pari virtù dal punto di vista qualitativo. Complice un sistema politico che si andava sclerotizzando in un assetto consociativo, in cui erano assenti proposte chiare e alternative di sviluppo, gli anni Settanta e i primi anni Ottanta videro smarrirsi l’approccio universalista allo Stato sociale. Il moltiplicarsi delle spinte rivendicative, e il loro radicalizzarsi, favorirono la tentazione di «comprare» la pace sociale attraverso la spesa pubblica, la quale, in assenza di una capacità di mediazione e indirizzo da parte del sistema politico, finì per assumere progressivamente la stessa forma della società dalla quale le medesime spinte provenivano. Ciò è a dire che la crescita del peso dello Stato cessò di corrispondere a un’analisi della società e a un modello di sviluppo, per divenire la somma delle concessioni alle categorie che avanzavano richieste e che minacciavano di pregiudicare ulteriormente una situazione di conflitto sociale particolarmente accesa. La storia successiva, quella del periodo che giunge fino a oggi, è la storia del susseguirsi di tentativi, più o meno convinti, di porre un limite a questa tendenza e del loro scontrarsi con gli interessi e le resistenze da parte dei gruppi favoriti dalla configurazione della spesa che si era realizzata negli anni precedenti e che proprio a partire dagli anni Ottanta iniziava a mostrare tutti i suoi perniciosi effetti. L’accumularsi di un elevato debito pubblico ha spinto sempre più in alto la spesa e ha costretto, nel periodo a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, a un consistente aggiustamento fiscale verso l’alto. Il sistema politico, contemporaneamente, si è dimostrato incapace di indicare un modello di sviluppo diverso, impostato su una ridefinizione complessiva del rapporto fra lo Stato e il mercato e tutto ciò che ha saputo produrre sono alcuni parziali arretramenti della spesa, di carattere sporadico e dettati più da esigenze di tipo emergenziale che dall’assunzione di un diverso orientamento politico. È questo il caso sia del 1992 sia del 1997, quando fattori esterni, rispettivamente la crisi economico-finanziaria e la scadenza di Maastricht, costrinsero a provvedimenti di portata eccezionale, ma che, privi di un’elaborazione culturale in grado di definire una modello sociale ed economico alternativo, non sono riusciti a invertire la tendenza in misura percepibile. Mentre le riforme del 1992/’93, tuttavia, riuscirono a ottenere una riduzione della spesa, l’ingresso nella moneta unica si è incentrato, oltre che sul calo della spesa per interessi e su rinvii temporanei di impegni di spesa, esclusivamente su un ulteriore aggiustamento in alto del peso fiscale, senza intaccare in nessun modo la spesa pubblica primaria, ovvero mantenendo invariato il peso della macchina pubblica sul complesso dell’economia. È ormai del tutto evidente che questo assetto è divenuto inadeguato e, lungi dal costituire una risposta alla prolungata fase di rallentamento dell’economia, ne rappresenta molto più verosimilmente la causa, se solo si considera come esso non sia un unicum italiano ma sia in buona parte comune a tutta l’Europa continentale. La necessità di un mutamento di paradigma risiede, peraltro, tanto in fattori esterni che interni al nostro sistema socioeconomico. L’economia italiana si trova, innanzitutto, a doversi muovere in un contesto sempre più ampio, che ormai travalica anche i limiti del mercato interno europeo. L’economia globale impone di confrontarsi con forze economiche emergenti che godono di un vantaggio di competitività, a fronte del quale le nostre realtà produttive si trovano in affanno, cariche come sono del peso di un apparato pubblico e di una regolamentazione dei quali le loro concorrenti globali sono pressoché prive. 
In un simile frangente occorre sfuggire alla tentazione di una chiusura di sapore protezionistico, ancorché in un ambito più ampio di quello nazionale quale quello comunitario. Le spinte in questo senso esistono e si stanno facendo via via più intense, ma è necessario riconoscerle per quello che sono: opzioni corporative volte a mantenere vantaggi di posizione. L’esperienza storica ci dice che la compartimentazione dei mercati - si pensi al periodo coloniale - non elimina la conflittualità internazionale, ma la trasferisce dal campo economico a quello politico con esiti potenzialmente molto più drammatici. Se, però, l’economia italiana, e più in generale europea, deve adattarsi all’idea di navigare nel mare aperto dell’economia globale è necessario allora che, nella misura del possibile, siano eliminati i fattori all’origine della sua minore competitività. Una macchina pubblica che intermedia quasi la metà delle risorse prodotte annualmente dal Paese appare, sotto questo punto di vista, incompatibile con la possibilità di successo nella competizione internazionale. Non fosse altro perché questo elevato livello di spesa deve essere finanziato e ciò comporta una pressione fiscale che oscilla tra il 41 e il 45% del Pil; a cui si deve aggiungere un consistente assorbimento di risparmio privato attraverso il ricorso massiccio da parte dello Stato al mercato dei capitali per il finanziamento del debito. La direzione deve, dunque, essere quella di un consistente ridimensionamento del settore pubblico fino a un livello tale da poter essere finanziato con un prelievo fiscale attorno a un terzo del Pil. È questa la strada da battere per riguadagnare alla logica dell’efficienza, vale a dire alle regole del mercato, interi settori che le sono attualmente sottratti. Ciò produrrebbe un effetto di accelerazione nella creazione della ricchezza e maggiori opportunità per le nostre forze economiche nel contesto globale. All’era glaciale dell’economia statalista deve succederne una post-glaciale, in cui si liberino progressivamente nuovi territori dove possa tornare a crescere la vegetazione, sotto forma di maggiore crescita e di nuova occupazione. Perché ciò avvenga, deve mutare il ruolo dello Stato o, per meglio dire, l’ampiezza delle funzioni che esso svolge. Ciò significa che i servizi pubblici - con la ovvia e consistente eccezione di quelli di carattere indivisibile - devono progressivamente cessare di essere finanziati integralmente attraverso il prelievo fiscale, ed essere restituiti al mercato, con le dovute regolamentazioni, salvaguardando in questo modo tanto l’efficienza economica garantita dal sistema dei prezzi, tanto la libertà di scelta dei cittadini. Perché questo sia possibile, tuttavia, occorre che a mutare sia innanzitutto la nostra impostazione culturale, in modo da comprendere come la natura pubblica di un servizio non risieda tanto nella natura giuridica del soggetto che lo eroga quanto, semmai, nella garanzia per tutti i cittadini di potervi accedere, a prescindere da chi lo eroghi.
Rendere questa garanzia effettiva comporta, poi un radicale ripensamento anche dei canali entro i quali si dispiega la redistribuzione sociale, ovvero la seconda grande funzione da riservare allo Stato, accanto alla produzione dei beni pubblici collettivi. Sotto questo aspetto è necessario sfatare una volta per tutte l’idea che a un alto livello di spesa pubblica corrisponda una più elevata tutela delle fasce deboli della società. E questo non solo perché l’effettiva progressività del sistema impositivo - costituito in buona parte da imposte indirette e contributi sociali - è quanto meno dubbia. Le prime, infatti, colpiscono i cittadini indifferentemente dal reddito, mentre i secondi sono per definizione proporzionali e variano, semmai, a seconda della categoria di appartenenza anziché del reddito. A smentire questa impostazione, infatti, vi è proprio la genesi della spesa così come è stata descritta sopra. Da un lato vi è un modello sorto in una determinata temperie storica, in risposta ai bisogni che le erano connessi e, ormai, inadeguato a intercettare le esigenze di una società che, nel frattempo, ha visto il suo volto cambiare in modo radicale. Non si tratta di negare le tutele alle fasce deboli o di ridurne l’estensione ma di adeguarle alle esigenze effettive del momento. Troppo spesso si è portati a considerare quella delle tutele sociali alla stregua di una sfera atemporale che, per così dire, precede il sorgere dei relativi bisogni e, inevitabilmente, comporta la conseguenza del suo sopravvivere al loro venir meno in conseguenza dell’evolversi delle strutture sociali e produttive. Il che, in un mondo in cui le risorse non sono infinite, conduce fatalmente al mancato soddisfacimento delle nuove condizioni di debolezza e a una sostanziale distorsione del sistema di Welfare nel suo complesso. In secondo luogo, la spesa pubblica attraverso i meccanismi corporativi con i quali è andata accumulandosi soprattutto negli anni Settanta, lungi dal costituire uno strumento per compensare i rapporti di forza esistenti nella società, finisce per riprodurli fedelmente o perfino, paradossalmente, per amplificarne l’intensità. L’abbandono dell’approccio universalista, infatti, fa sì che alla spesa pubblica acceda chi è meglio organizzato e rappresentato, mentre chi è troppo debole per esserlo ne rimane escluso, proprio in virtù della sua debolezza. Per chiarire il concetto con un riferimento a realtà concrete basti ricordare come il nostro assetto di tutela, giuridica e finanziaria, dei lavoratori si riferisce in gran parte a una struttura produttiva incentrata sulla grande impresa del Nord in un’epoca di tendenziale pieno impiego. In simili condizioni non c’era ragione di intensificare la tutela della disoccupazione, introdotta soltanto in modo parziale e più per consentire ai grandi complessi industriali di scaricare sullo Stato i costi delle inefficienze che per tutelare disoccupati che non c’erano. Allo stesso modo la flessibilità non era necessaria a un sistema che tendeva ad assumere più che a licenziare e, anzi, la sua assenza era funzionale agli interessi di quelle stesse forze economiche che, diversamente, avrebbero faticato molto di più a convincere i lavoratori meridionali a trasferirsi nelle grandi periferie industriali delle metropoli del settentrione. Conferire valore universale a un simile assetto in una realtà, quale quella odierna, caratterizzata da processi produttivi destrutturati e disoccupazione elevata, benché discendente, equivale a negare a chi è escluso la possibilità di entrare nel mercato del lavoro, e a garantire la tutela finanziaria dalla disoccupazione a chi non può essere licenziato per legge, negandola al contempo a chi molto probabilmente lo sarà al primo stormir di fronda dei mercati internazionali. In un modello di sviluppo quale quello che si propone di adottare, dunque, la tutela dei cittadini bisognosi non può che configurarsi come sostegno al reddito delle categorie più svantaggiate da riconoscersi non in virtù dell’appartenenza dei soggetti a una determinata categoria o realtà produttiva, ma semplicemente in conseguenza del loro essere legati allo Stato dal rapporto di cittadinanza. La garanzia pubblica per i cittadini più svantaggiati consiste nel far sì che possano godere degli stessi servizi che chi è dotato delle risorse sufficienti può garantirsi con i propri mezzi. Non vi sono, nel mondo globale che ci attende, altre strade per coniugare la crescita con la solidarietà. Se la prima rappresenta senz’altro il più efficace degli ammortizzatori sociali, la seconda costituisce la condizione necessaria per permettere che chi rimane indietro sia beneficiato dallo sviluppo anziché sentirsene vittima.
 

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