
A giudicare dalla Guida bibliografica degli scritti gobettiani, curata da Giancarlo Bergami, la fortuna di Piero Gobetti non è mai venuta meno. Ma, sino a pochi anni fa, salvo il periodo immediatamente successivo alla Liberazione, quando Gobetti fu riscoperto dopo gli anni del silenzio, l’interesse per il propugnatore della rivoluzione liberale era stato prevalentemente storico. Solo recentemente è diventato, come non era mai accaduto prima, direttamente politico. Il nome di Gobetti viene citato, a proposito e a sproposito, con onore o con disonore, dalle più diverse parti del nostro schieramento politico. Si discute appassionatamente, talora anche faziosamente, dell’attualità o inattualità del suo pensiero. Le sue idee, le sue interpretazioni storiche, i suoi progetti d’azione, sono oggetto di apologia o di anatema, come se si trattasse di idee tuttora vive, di interpretazioni meritevoli di essere ancora discusse, di progetti di azione in attesa di essere tradotti nella realtà. Il dibattito procede di pari passo con quello sempre aperto sul Partito d’Azione, di cui il pensiero gobettiano è considerato una delle fonti originarie, anche se dai critici più avveduti si tende a distinguere il liberalsocialismo di Carlo Rosselli da quello che viene chiamato il liberal-comunismo gobettiano. Le accuse principali nelle quali gobettismo e azionismo vengono accomunati sono essenzialmente tre: una concezione elitistica del potere, una interpretazione moralistica della politica, un antifascismo tanto radicale e intransigente da rovesciarsi nel suo contrario. La prima ne denuncia il velleitarismo politico, la seconda l’utopismo astratto, la terza serve a spiegarne il fallimento politico. Sul piano politico, però, la maggior colpa dei gobettiani e degli azionisti sarebbe stata quella di essersi assunti la responsabilità di legittimare il partito comunista come partito democratico. A mio parere, questa reviviscenza di una polemica non nuova è da ricollegare all’attuale dibattito sul «revisionismo storico». Il quale ha preso in Italia due strade: quella dell’attenuazione dei torti del fascismo e dell’aggravamento in contrario dei torti dell’antifascismo, e quella della asserita continuità sotto alcuni aspetti - prepotere dei partiti ed eccessiva estensione del settore pubblico dell’economia - tra regime fascista e prima Repubblica. La demolizione del mito gobettiano e azionista proviene da due parti opposte: dall’intransigentismo cattolico rappresentato da Augusto Del Noce sin dalle origini, in anni più recenti da Comunione e Liberazione e da alcuni suoi discepoli; dal neoliberalismo di Galli della Loggia e Dino Cofrancesco, nonché da alcuni collaboratori della rivista liberal. Nonostante le differenze, sulle quali non posso soffermarmi qui, gli uni e gli altri hanno in comune la convinzione che gobettismo e azionismo siano completamente estranei alla tradizione liberale e democratica che pretendono di rappresentare. Con questa differenza: per Del Noce il «partito degli intellettuali» è stato sconfitto politicamente, ma ha ottenuto la sua vittoria nella sfera della cultura, tanto da imporre al partito cattolico politicamente egemone riforme laiche come il divorzio e l’aborto; per i neoliberali, l’influenza nefasta del gobettismo e dell’azionismo, alleati ai comunisti, avrebbe ostacolato e ritardato lo sviluppo della cultura liberal-democratica nel nostro Paese. Parallelamente, in questi stessi anni è avvenuta, anche questa senza precedenti, la rivendicazione dell’attualità della «rivoluzione liberale» e, di conseguenza, anche del Partito d’Azione. Nella introduzione alla ristampa di La rivoluzione liberale, uscita l’anno scorso, Paolo Flores d’Arcais intende mostrarne la «impressionante attualità» tanto da auspicare un rinnovamento dell’attuale sinistra in una sinistra «azionista, libertaria, gobettiana». La proposta ha avuto un’imprevedibile risonanza, essendo stata ripresa da Massimo D’Alema in alcune pubbliche dichiarazioni, le quali hanno però contribuito a rafforzare il partito avverso. Una breve conclusione personale. Da un lato non esito a considerare le forme esasperate di questa avversione a Gobetti come espressioni di un vero e proprio «tersitismo culturale». Dall’altro, non sono del tutto convinto dell’attualità contingente di una «rivoluzione liberale». L’Italia di oggi ha bisogno, se mai, non di una rivoluzione liberale, ma di una «restaurazione democratica». Aggiungo che il giudizio sull’attualità o inattualità di un personaggio o di una corrente di idee dipende dal giudizio soggettivo che ciascuno di noi dà sulla situazione in cui si trova a vivere. Se di attualità si può parlare di Gobetti, non si misura qui e ora. La sua attualità trascende la storia. È l’attualità dell’eroe alfieriano, l’«odiator dei tiranni», al quale - eroe tragico egli stesso - si era ispirato scrivendo il suo primo libro sul pensiero politico di Vittorio Alfieri.
(La Stampa, 16/02/1996)
A giudicare dalla Guida bibliografica degli scritti gobettiani, curata da Giancarlo Bergami, la fortuna di Piero Gobetti non è mai venuta meno. Ma, sino a pochi anni fa, salvo il periodo immediatamente successivo alla Liberazione, quando Gobetti fu riscoperto dopo gli anni del silenzio, l’interesse per il propugnatore della rivoluzione liberale era stato prevalentemente storico. Solo recentemente è diventato, come non era mai accaduto prima, direttamente politico. Il nome di Gobetti viene citato, a proposito e a sproposito, con onore o con disonore, dalle più diverse parti del nostro schieramento politico. Si discute appassionatamente, talora anche faziosamente, dell’attualità o inattualità del suo pensiero. Le sue idee, le sue interpretazioni storiche, i suoi progetti d’azione, sono oggetto di apologia o di anatema, come se si trattasse di idee tuttora vive, di interpretazioni meritevoli di essere ancora discusse, di progetti di azione in attesa di essere tradotti nella realtà. Il dibattito procede di pari passo con quello sempre aperto sul Partito d’Azione, di cui il pensiero gobettiano è considerato una delle fonti originarie, anche se dai critici più avveduti si tende a distinguere il liberalsocialismo di Carlo Rosselli da quello che viene chiamato il liberal-comunismo gobettiano. Le accuse principali nelle quali gobettismo e azionismo vengono accomunati sono essenzialmente tre: una concezione elitistica del potere, una interpretazione moralistica della politica, un antifascismo tanto radicale e intransigente da rovesciarsi nel suo contrario. La prima ne denuncia il velleitarismo politico, la seconda l’utopismo astratto, la terza serve a spiegarne il fallimento politico. Sul piano politico, però, la maggior colpa dei gobettiani e degli azionisti sarebbe stata quella di essersi assunti la responsabilità di legittimare il partito comunista come partito democratico. A mio parere, questa reviviscenza di una polemica non nuova è da ricollegare all’attuale dibattito sul «revisionismo storico». Il quale ha preso in Italia due strade: quella dell’attenuazione dei torti del fascismo e dell’aggravamento in contrario dei torti dell’antifascismo, e quella della asserita continuità sotto alcuni aspetti - prepotere dei partiti ed eccessiva estensione del settore pubblico dell’economia - tra regime fascista e prima Repubblica. La demolizione del mito gobettiano e azionista proviene da due parti opposte: dall’intransigentismo cattolico rappresentato da Augusto Del Noce sin dalle origini, in anni più recenti da Comunione e Liberazione e da alcuni suoi discepoli; dal neoliberalismo di Galli della Loggia e Dino Cofrancesco, nonché da alcuni collaboratori della rivista liberal. Nonostante le differenze, sulle quali non posso soffermarmi qui, gli uni e gli altri hanno in comune la convinzione che gobettismo e azionismo siano completamente estranei alla tradizione liberale e democratica che pretendono di rappresentare. Con questa differenza: per Del Noce il «partito degli intellettuali» è stato sconfitto politicamente, ma ha ottenuto la sua vittoria nella sfera della cultura, tanto da imporre al partito cattolico politicamente egemone riforme laiche come il divorzio e l’aborto; per i neoliberali, l’influenza nefasta del gobettismo e dell’azionismo, alleati ai comunisti, avrebbe ostacolato e ritardato lo sviluppo della cultura liberal-democratica nel nostro Paese. Parallelamente, in questi stessi anni è avvenuta, anche questa senza precedenti, la rivendicazione dell’attualità della «rivoluzione liberale» e, di conseguenza, anche del Partito d’Azione. Nella introduzione alla ristampa di La rivoluzione liberale, uscita l’anno scorso, Paolo Flores d’Arcais intende mostrarne la «impressionante attualità» tanto da auspicare un rinnovamento dell’attuale sinistra in una sinistra «azionista, libertaria, gobettiana». La proposta ha avuto un’imprevedibile risonanza, essendo stata ripresa da Massimo D’Alema in alcune pubbliche dichiarazioni, le quali hanno però contribuito a rafforzare il partito avverso. Una breve conclusione personale. Da un lato non esito a considerare le forme esasperate di questa avversione a Gobetti come espressioni di un vero e proprio «tersitismo culturale». Dall’altro, non sono del tutto convinto dell’attualità contingente di una «rivoluzione liberale». L’Italia di oggi ha bisogno, se mai, non di una rivoluzione liberale, ma di una «restaurazione democratica». Aggiungo che il giudizio sull’attualità o inattualità di un personaggio o di una corrente di idee dipende dal giudizio soggettivo che ciascuno di noi dà sulla situazione in cui si trova a vivere. Se di attualità si può parlare di Gobetti, non si misura qui e ora. La sua attualità trascende la storia. È l’attualità dell’eroe alfieriano, l’«odiator dei tiranni», al quale - eroe tragico egli stesso - si era ispirato scrivendo il suo primo libro sul pensiero politico di Vittorio Alfieri.
(La Stampa, 16/02/1996)
A giudicare dalla Guida bibliografica degli scritti gobettiani, curata da Giancarlo Bergami, la fortuna di Piero Gobetti non è mai venuta meno. Ma, sino a pochi anni fa, salvo il periodo immediatamente successivo alla Liberazione, quando Gobetti fu riscoperto dopo gli anni del silenzio, l’interesse per il propugnatore della rivoluzione liberale era stato prevalentemente storico. Solo recentemente è diventato, come non era mai accaduto prima, direttamente politico. Il nome di Gobetti viene citato, a proposito e a sproposito, con onore o con disonore, dalle più diverse parti del nostro schieramento politico. Si discute appassionatamente, talora anche faziosamente, dell’attualità o inattualità del suo pensiero. Le sue idee, le sue interpretazioni storiche, i suoi progetti d’azione, sono oggetto di apologia o di anatema, come se si trattasse di idee tuttora vive, di interpretazioni meritevoli di essere ancora discusse, di progetti di azione in attesa di essere tradotti nella realtà. Il dibattito procede di pari passo con quello sempre aperto sul Partito d’Azione, di cui il pensiero gobettiano è considerato una delle fonti originarie, anche se dai critici più avveduti si tende a distinguere il liberalsocialismo di Carlo Rosselli da quello che viene chiamato il liberal-comunismo gobettiano. Le accuse principali nelle quali gobettismo e azionismo vengono accomunati sono essenzialmente tre: una concezione elitistica del potere, una interpretazione moralistica della politica, un antifascismo tanto radicale e intransigente da rovesciarsi nel suo contrario. La prima ne denuncia il velleitarismo politico, la seconda l’utopismo astratto, la terza serve a spiegarne il fallimento politico. Sul piano politico, però, la maggior colpa dei gobettiani e degli azionisti sarebbe stata quella di essersi assunti la responsabilità di legittimare il partito comunista come partito democratico. A mio parere, questa reviviscenza di una polemica non nuova è da ricollegare all’attuale dibattito sul «revisionismo storico». Il quale ha preso in Italia due strade: quella dell’attenuazione dei torti del fascismo e dell’aggravamento in contrario dei torti dell’antifascismo, e quella della asserita continuità sotto alcuni aspetti - prepotere dei partiti ed eccessiva estensione del settore pubblico dell’economia - tra regime fascista e prima Repubblica. La demolizione del mito gobettiano e azionista proviene da due parti opposte: dall’intransigentismo cattolico rappresentato da Augusto Del Noce sin dalle origini, in anni più recenti da Comunione e Liberazione e da alcuni suoi discepoli; dal neoliberalismo di Galli della Loggia e Dino Cofrancesco, nonché da alcuni collaboratori della rivista liberal. Nonostante le differenze, sulle quali non posso soffermarmi qui, gli uni e gli altri hanno in comune la convinzione che gobettismo e azionismo siano completamente estranei alla tradizione liberale e democratica che pretendono di rappresentare. Con questa differenza: per Del Noce il «partito degli intellettuali» è stato sconfitto politicamente, ma ha ottenuto la sua vittoria nella sfera della cultura, tanto da imporre al partito cattolico politicamente egemone riforme laiche come il divorzio e l’aborto; per i neoliberali, l’influenza nefasta del gobettismo e dell’azionismo, alleati ai comunisti, avrebbe ostacolato e ritardato lo sviluppo della cultura liberal-democratica nel nostro Paese. Parallelamente, in questi stessi anni è avvenuta, anche questa senza precedenti, la rivendicazione dell’attualità della «rivoluzione liberale» e, di conseguenza, anche del Partito d’Azione. Nella introduzione alla ristampa di La rivoluzione liberale, uscita l’anno scorso, Paolo Flores d’Arcais intende mostrarne la «impressionante attualità» tanto da auspicare un rinnovamento dell’attuale sinistra in una sinistra «azionista, libertaria, gobettiana». La proposta ha avuto un’imprevedibile risonanza, essendo stata ripresa da Massimo D’Alema in alcune pubbliche dichiarazioni, le quali hanno però contribuito a rafforzare il partito avverso. Una breve conclusione personale. Da un lato non esito a considerare le forme esasperate di questa avversione a Gobetti come espressioni di un vero e proprio «tersitismo culturale». Dall’altro, non sono del tutto convinto dell’attualità contingente di una «rivoluzione liberale». L’Italia di oggi ha bisogno, se mai, non di una rivoluzione liberale, ma di una «restaurazione democratica». Aggiungo che il giudizio sull’attualità o inattualità di un personaggio o di una corrente di idee dipende dal giudizio soggettivo che ciascuno di noi dà sulla situazione in cui si trova a vivere. Se di attualità si può parlare di Gobetti, non si misura qui e ora. La sua attualità trascende la storia. È l’attualità dell’eroe alfieriano, l’«odiator dei tiranni», al quale - eroe tragico egli stesso - si era ispirato scrivendo il suo primo libro sul pensiero politico di Vittorio Alfieri.
(La Stampa, 16/02/1996)