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Banche. Un potere contro-potere

LIBERAL FONDAZIONE
di Giuseppe Baiocchi
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23Fiducia. Motore immobile e discretissimo di ogni assetto del vivere associato, del consorzio civile, del «contratto sociale», della cultura condivisa di qualunque comunità di popolo. Ed è il ritornello frequente e ripetuto del presidente Ciampi che, da antico economista, ne è più di altri ben consapevole. E tuttavia, pur con il massimo rispetto per l’autorevolezza dell’esortazione, sembra plausibile cogliere, nel sentire comune, una chiosa tanto banale quanto significativa: e cioè che quella fiducia così essenziale e feconda occorre comunque sapersela meritare. Perché infatti, al di là delle intenzioni e delle iniquità dei nostri mesi recenti, appare gravemente vulnerata quella fiducia nell’istituzione di sistema costituita dagli istituti di credito, dagli organismi regolatori della vigilanza, dalla tutela costituzionale del risparmio. Che l’Italia fosse storicamente un Paese, magari inquieto e rissoso, ma unito o, come si dice adesso, assolutamente «bipartisan» nella propensione quasi ancestrale al risparmio non è una scoperta né un’improvvisa novità: semmai la consolidata immagine di pazienti formichine tese ad accumulare sudate risorse per il parco benessere dei figli, per una meno angosciata vecchiaia, per il paracadute verso un sempre possibile imprevisto tradiva l’antica consuetudine di una scafata consapevolezza a «fare da soli», a una faticosa autosufficienza familistica, a un salutare scetticismo verso i grandi, verso le conseguenti promesse di «età dell’oro» e di sicure palingenesi. Con un porto franco: la banca, o meglio il singolo volto dell’impiegato allo sportello, diventato familiare, e riconosciuto come «quasi parente» al quale conferire non solo il più o meno modesto peculio, ma anche i tormenti perenni delle scelte di vita economica, sulle case, i mutui, le monete, le eredità. D’improvviso, anche per chi non è stato scottato direttamente da uno dei crac più recenti (Banca 121, Bond argentini, Giacomelli, Cirio e Parmalat), quel «volto amico» ha acquistato i contorni sfocati e inquietanti di un possibile predatore, di un esecutore spietato di ordini emanati «in alto» e tesi comunque a tosare l’intero parco degli indifesi clienti. Così il rancore che si respira tangibilmente in buona parte dei ceti medi appare sottotraccia più incattivito proprio perché, oltre a manifestare il pericolo per il proprio individuale risparmio, ha spezzato il rapporto (spesso anche umano oltre che professionale), obbligando pure in questo caso al dubbio della diffidenza, alla fatica del sospetto.
All’inizio degli anni Novanta si era compromessa irrimediabilmente la relazione fiduciaria con la politica, i partiti e in parte le istituzioni civili. Anche allora il rancore era diffuso e palpabile, e la magistratura intervenne solo dopo, sanzionando (pur tra infinite deviazioni, eccessi e parzialità) un processo di scollamento con il «Paese reale» che si era già culturalmente compiuto. L’enfasi mediatica ci giocò ampiamente del suo: e comunque si aprì una fase di innovazione della politica (con l’emergere di nuovi movimenti, con la breve stagione referendaria, con l’applicazione del maggioritario, con l’ingresso di soggetti e di blocchi sociali, come le partite Iva, prima rimasti orfani di rappresentanza) che diede vita all’impetuosa e faticosa transizione italiana tutt’ora lontana dalla sua ragionevole e accettata conclusione. Oggi manca del tutto l’enfasi mediatica (semmai sta avvenendo l’esatto contrario); questa volta la magistratura interviene con riserbo e cautela, ma giungendo comunque e sempre dopo: nella funzione sanzionatoria delle rilevanti responsabilità penali, ma altresì certificando la crisi di un sistema malato da almeno quindici anni e che, nelle sue storture ormai universalmente ammesse, costa al Paese almeno un 2% del Pil. Se si pensa come si sviluppa infuocata la polemica sui risultati dell’economia complessiva, impegnata a battagliare su un decimale in più o in meno nel confronto con gli altri Paesi industrializzati e con i vincoli europei, ben si comprende la portata devastante di un fenomeno che, oltre a tutto il resto, penalizza gravemente la ripresa tanto aspettata. Manca a chi scrive la competenza e la consuetudine con temi macroeconomici di simile rilevanza (peraltro già vissuti in sede parlamentare e politica con una condivisa volontà di rapida ed efficace riforma): sembra tuttavia lecito affrontare almeno il versante dell’impatto sull’opinione pubblica, le modificazioni in atto nel comune sentire e i primi segni di una sommessa «rivoluzione culturale» che tocca da vicino il rapporto con il proprio personale denaro e la credibilità degli istituti ai quali lo si affida. Una prima notazione è il constatare l’ultima, definitiva e amara disillusione del sogno indotto dalla cosiddetta new economy: si era diffusa infatti l’euforica sensazione che l’economia virtuale potesse «democratizzare» la ricchezza, e cioè che il solo vorticare immateriale dei corsi di Borsa scambiati senza interruzione nelle 24 ore lungo tutto il pianeta moltiplicasse senza fine le risorse a disposizione fino a beneficiarne stabilmente anche l’immensa platea dei piccoli risparmiatori. L’onda lunga dell’economia di carta (o meglio dei bit telematici) portò inoltre negli anni del centrosinistra al governo a diffondere la favola del «denaro facile»: e per converso a stimolare dall’alto la propensione al gioco e al colpo di fortuna (dalle vincite televisive al Totogol e al Lotto bisettimanale fino all’avventura del Bingo). Con il risultato complessivo, a sbornia finita del virtuale, di lasciare l’amaro in bocca, di sentirsi ciascuno sconfitto dal destino e, nel contempo, di avvertirsi come defraudato della possibilità di rapido e non sudato benessere economico che appariva (ed era presentato) come a portata di mano, che si era arrivati a sfiorare e poi misteriosamente svaniva…. Questa insoddisfazione collettiva lasciava però nella psicologia dei risparmiatori anche un residuo inconfessato di avidità e di ricerca di occasioni più redditizie rispetto alla tradizionale sicurezza dei titoli di Stato: si spiega anche così il successo dei «bond» e il silenzio assicurato alle poche voci che si permettevano di mettere in guardia sui potenziali rischi. Anche perché da parte degli «offerenti» era invece esplicita la linea di allargare la platea dei sottoscrittori di questi strumenti finanziari onde raggiungere gli interni obiettivi aziendali. Già, perché se appena si interpellano i medi quadri del personale bancario, si trova l’ammissione esplicita che il cantiere di fusioni e ristrutturazioni non indolori comporta per i dipendenti a tutti i livelli il sovraeccitato impulso a promuovere strumenti finanziari sempre nuovi, sempre più luccicanti, sempre più carichi di più o meno ambigue promesse. Insistendo peraltro sullo stesso e immobile bacino di una clientela stabile e abitudinariamente fedele. Non sembra infatti che si sia ancora sviluppata un’effettiva (e anche spietata) competizione tra gli istituti di credito tale da abbassare per il singolo utente il costo dei servizi e la convenienza dei tassi. In fondo, aveva forse un senso la religiosa diffidenza medioevale verso i primi banchieri, perché si arrogavano il diritto di vendere e comprare un bene assoluto (e cioè il Tempo) che apparteneva solo a Dio. E, se pure da lungo tempo superata nella laicità dei nostri anni, quell’antica condanna almeno evoca comunque la semplice e terribile considerazione che il vero «tesoro» delle banche sia alla fine l’universo di tanti singoli clienti, consumatori e risparmiatori. E a questo «tesoro» va la naturale primazia nella gerarchia aziendale della vocazione istituzionale della banca. Su questa griglia di valori professionali (e di etica della responsabilità) non pare si sia mosso in questi lustri tumultuosi quel sistema degli istituti di credito che all’inizio degli anni Novanta veniva tranquillamente definito «la foresta pietrificata». Dopo di allora partirono liberalizzazioni, distacco delle Fondazioni, privatizzazioni e fusioni a cascata: certo c’era il cambiamento portato dalle nuove regole europee, certo la corsa verso la moneta unica, certo le sfide del mercato imposte dalla globalizzazione finanziaria, certo l’affanno dei numeri trimestrali indispensabili per i rating dei nuovi maestrini onnipotenti sui destini di ogni singolo istituto, come di ogni grande impresa, come addirittura dei conti di ogni Stato. Eppure sembra, naturalmente a posteriori, che un certo «vecchio» sia stato abbandonato troppo frettolosamente senza coglierne le potenzialità di sviluppo, mentre l’ansia di novità abbia paradossalmente conservato al di là delle intenzioni quelle abitudini a interloquire ( e quindi a imbalsamare) soltanto con gli aggregati o già consolidati oppure a vario titolo «protetti». Dimenticando (e in ogni caso penalizzando) le creatività emergenti dal basso di una società comunque vitale e portatrice di intrapresa e di «buona» innovazione. Nel «vecchio» perduto sta sicuramente il radicamento territoriale: eppure nessuno si interroga seriamente sul fatto drammatico che tutto il Mezzogiorno non sia riuscito a tutelare e a conservare uno straccio di «sua» banca consustanziale al territorio. Così pure appare ad esempio sorprendente che un istituto di solida tradizione come la Cariplo abbia preferito (prima e dopo l’inglobazione in un gruppo più grande) legare i suoi destini all’avventura dei bond argentini anziché modernizzare la sua funzione di polmone finanziario per l’immaginazione produttiva e solidale lombarda che ne aveva storicamente fatto la cultura e la fortuna. 
Sull’altro versante i casi Cirio e Parmalat manifestano in solare evidenza un intreccio (spesso incestuoso) tra impresa, banca e il coacervo di Palazzo, non esclusa la politica. Dentro una continuità soffocante che alla fine fa emergere un reticolato di interessi e di complicità teso unicamente a mantenere un assetto di potere consolidato e spesso impermeabile (se non apertamente insofferente, come si coglie dal complesso mediatico, quantomai cortigiano) al portato democratico della libera sovranità popolare. Fortemente simbolico appare al riguardo l’itinerario perverso di alcune società di calcio, dove la discrezionalità in gran parte bancaria ha prodotto una distorsione insieme economica e comunicativa che fa configurare come tragedia da evitare a ogni costo quel fisiologico percorso (di fallimento, di ricambio e di corretta risalita) che ha già attraversato senza stracciarsi le vesti la gloriosa Fiorentina. Nel sistema malato, si sostiene, sono mancati i controlli: è certamente vero, perché nell’intera filiera che parte dai consiglieri di amministrazione e sale al collegio dei sindaci, alle società di revisione, a quelle di rating, alla Consob e a Bankitalia c’è stato un rincorrersi di silenzi, di cecità e di scaricabarile. O almeno così appare alla pubblica opinione che, nella sua prosaica lucidità, ha già scelto le banche come attori volontari e protagonisti (magari trascinati dall’intreccio incestuoso più sopra ricordato) dei dissesti che la toccano nella carne e nella fiducia. E ancora non è avvertita diffusamente l’anomalìa costitutiva della Banca d’Italia. La quale, orbata della moneta e dei tassi di sconto, svolge, spesso per legge, delicate funzioni pubbliche di regolazione e di vigilanza, pur essendo di proprietà completamente privata. I suoi unici azionisti, con quote diverse, sono unicamente altre banche italiane. E neppure il più puro dei santi (compreso l’attuale governatore, che alla santità notoriamente aspira) può sostenere a buon diritto l’assoluta indipendenza nell’esercizio delle sue funzioni, se ha il compito di vigilare e il potere di intervenire su quelli che in ultima analisi sono per il codice civile e per il buon senso i suoi «veri» padroni. Dunque, (e si pensi soltanto al caso certamente diverso della Fiat, dove pure le banche a furia di crediti sempre rinnovati sono ormai le più forti comproprietarie), gli istituti di credito appaiono al comune sentire sempre di più quei «poteri forti» e non eletti, insieme fragili e ingordi, che hanno dettato spesso le fortune delle imprese e, sempre a loro imperscrutabile giudizio, hanno influito sull’agenda e lo schieramento dei mass-media, hanno in sostanza frenato i passaggi più autenticamente riformatori, esercitando (anche al di là delle intenzioni dei singoli) l’eterna dimensione dei Gattopardi.
Sta scritto da millenni: «Temete l’ira dei mansueti». E l’inedita disponibilità di tutte le banche coinvolte negli scandali Cirio e Parmalat a risarcire in qualche modo (che sarà sempre parziale) i piccoli defraudati segnala già una «crisi di coscienza», per usare un termine eufemistico. E, se è concessa una notazione affatto personale, tornano alla memoria le antiche confidenze di Ludovico Montini (il fratello di Paolo VI) che a un allora giovane storico manifestava, all’inizio degli anni Ottanta, la sua desolazione per il crac del Vecchio Ambrosiano. «Si è perso - diceva quel lucido patriarca - il rispetto e l’umanità verso il piccolo cliente che è il patrimonio fondamentale e costitutivo di ogni relazione anche economica». E lamentava, con la chiarezza cristallina dei vecchi, il drammatico deficit di figure all’altezza. Se pure persuaso che proprio la sua terra dovesse spendere nell’opera risanatrice i suoi figli migliori, non nascondeva la sua trepidazione «perché finiranno per mettere a repentaglio la salvezza della loro anima…». Certo è che oggi, nella crisi così massiccia di rapporto fiduciario, appare del tutto illusorio pensare che basti far pagare il fio a qualche revisore dei conti o riaggiustare con qualche nuova responsabilità il sistema dei controlli. L’accaduto interpella in profondità l’intero assetto del potere e i suoi snodi più delicati: e forse si configura come il secondo e conclusivo tempo di una partita cominciata da più di un decennio che chiederà alla fine ricambi di missioni aziendali, di vocazioni finanziarie, di cultura d’impresa e d’istituzione, di vertici umani. Mai come in questi anni recenti si è sviluppata la convegnistica sui temi dell’etica nell’economia e nella finanza: il paradosso amaro è che la pratica è ancora lontana. Si è aperto un vuoto di rappresentanza e di credibilità che pretende comunque un voltare pagina: politica alta e cultura civile sono sfidate democraticamente a riempirlo.
 

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