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Insulti alla memoria

LIBERAL BIMESTRALE
di Dino Cofrancesco
Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
 

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Scompare, con Norberto Bobbio - ho scritto sul Secolo XIX, richiamando il titolo di una raccolta di scritti di quel Max Weber a lui così caro - il più prestigioso professionista del lavoro intellettuale dei nostri anni». «Erede di una grande tradizione universitaria, che annoverava nomi come Gioele Solari e Alessandro Levi - continuavo - seppe trasmettere agli allievi - diretti e indiretti - la passione della conoscenza, il rigore dell’analisi, il gusto della lettura dei classici del pensiero politico e giuridico. Ancora oggi le sue dispense - sui grandi temi della filosofia del diritto o sui filosofi che hanno segnato la modernità, da Hobbes a Locke, da Kant a Hegel, da Pareto a Gramsci - costituiscono, anche sul piano didattico, testi esemplari, modelli insuperati di lezioni accademiche “di una volta”. Quelle dispense erano, spesso, i materiali grezzi sui quali venivano confezionati libri destinati a rimanere a lungo passaggi obbligati anche per ricerche ispirate a metodologie e a concezioni del mondo lontane dalla sua. Va detto che pochi docenti ebbero, come lui, il senso del rispetto dovuto agli “altri” e, soprattutto, dell’onore delle armi che andava reso agli avversari quando avevano ben meritato della repubblica delle lettere». Come mi aspettavo, non saremmo stati in molti a ricordare questo Bobbio, il teorico della grande divisione tra fatti e valori (sia detto per inciso, così incompatibile col moralismo dell’intellettuale militante italiano), il difensore di Felix Errera Oppenheim e dell’approccio analitico ai problemi della filosofia politica contro la retorica veteroplatonica per cui dal bene nascono il vero e il bello o, viceversa, dal vero derivano necessariamente il perseguimento del bene e il senso del bello. Sui grandi quotidiani nazionali, s’è, per lo più, parlato dell’altro Bobbio, del pubblico ammonitore dalle colonne della Stampa, del fustigatore dei costumi politici del nostro «basso impero», dell’antitaliano per antonomasia, del malinconico interlocutore di giornalisti e di studiosi di basso profilo intellettuale e morale, che, sotto la sua bandiera, davano sfogo ai loro cattivi umori e risentimenti di chierici falliti (ma ben pagati). Facile profezia la mia, allorché paventavo il rischio che l’immagine pubblica di Norberto Bobbio non sarebbe stata associata «al suo straordinario contributo accademico ma alla sua figura di “intellettuale militante” custode dei valori alti di un intransigente antifascismo “gobettiano” - al quale, peraltro, a differenza di uomini come Vittorio Foa o Leo Valiani, non diede alcun significativo contributo personale - e promotore di incontri sempre più ravvicinati tra le varie componenti di una sinistra alla quale si sentì sempre legato, col cuore prima ancora che con la mente»; o quando prevedevo che l’omaggio reso al grande studioso quale egli era avrebbe dato la stura all’ennesima polemica contro Berlusconi, il governo di centrodestra, la Casa delle libertà.
È doveroso riconoscerlo, il senatore torinese, in tarda età, dava non poche occasioni di plauso ai suoi improvvisati apologeti, sol che si pensi al Dialogo intorno alla repubblica (Laterza), un pamphlet che, a parte qualche incisivo rilievo critico, non sembra davvero scritto dall’autore dei Saggi sulla scienza politica in Italia (Laterza) e che, pertanto, ingenera una profonda tristezza, soprattutto in considerazione del fatto che, trattandosi dell’ultimo libro da lui firmato, è con esso che ha preso congedo dall’Accademia. All’ultimo Bobbio «riusciva difficile capire che i suoi giudizi etico-politici - peraltro legittimi e spesso condivisibili, e sottolineo questo punto a scanso di equivoci - non erano dettati dall’Imperativo categorico ma, come quelli dei suoi avversari, risentivano anch’essi di pregiudizi ideologici e di spirito di parte». A leggere la maggior parte degli articoli pubblicati su Repubblica o sulla Stampa, si prova la penosa sensazione di una scoperta politicizzazione di un evento luttuoso, dell’assenza totale di ritegno e di sobrietà, di una esaltazione tanto eccessiva (l’estinto ne avrebbe provato imbarazzo e irritazione) da non poter nascondere la sua reale natura di «pretesto narrativo», di una «fiera delle vanità» che ha portato giornalisti, politici, accademici a sproloquiare su un Maestro di cui non erano mai stati allievi e di cui, forse, avevano letto solo le stilettate moralistiche contro la «nuova destra». Forse il punto più basso di questo stile polemico è stato toccato dalla commemorazione di Ezio Mauro su Repubblica. «A uno a uno - si legge nell’articolo La coscienza critica in un Paese estraneo del 10 gennaio u.s. - gli azionisti se ne vanno e con loro se ne va una certa idea dell’Italia, un modo appartato di vivere e dunque anche di morire: senza potere, tra i liberi e le parole dette e scritte in un’esistenza civile lunga e appassionata, immersi in quella torinesità che, come ha confessato Bobbio una volta, è per molti una condizione condizionante». Erano loro il vero bersaglio dei «revisionisti che anticipavano l’onda d’urto della destra». «L’azionismo infatti è la pietra angolare che è stato necessario divellere e spostare per consentire il cambio di egemonia avviato in questi anni, l’inizio di una nuova stagione, la destrutturazione del sistema di valori civili su cui si è retta la nostra democrazia per cinquant’anni: un sistema coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne derivano, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione». A Mauro, a ben guardare, in definitiva non gliene frega niente di Bobbio o di Galante Garrone. La morte del senatore è solo l’ennesima occasione per ribadire falsità palesi e tenaci: che il terreno in cui si collocano i revisionisti (tra i quali ho l’onore di annoverarmi) sia sostanzialmente politico e che essi costituiscano le avanguardie della «reazione»; che i critici del Bobbio «gramsciazionista» siano suoi nemici giurati; che ogni problematizzazione dell’antifascismo nasconda una critica della democrazia. Hai voglia a ricordare che la storiografia revisionista - nelle sue diverse anime, da Del Noce a De Felice - nasce nei laboratori della più tradizionale e impeccabile ricerca scientifica, da cui deriva il rigetto delle vulgate ossia di quei modi di ricostruire il passato ispirati dall’unico criterio del cui prodest (che tanto piace a Bocca, a Mauro, a Eco etc.); hai voglia a rilevare che in non pochi casi - e sicuramente in quelli dello scrivente e di studiosi come Giuseppe Bedeschi, Domenico Settembrini, Luciano Pellicani etc. - le critiche rivolte a Bobbio sono critiche di discepoli (sia pure indiretti) ovvero di studiosi che, avendo appreso molto da lui, non riescono a capacitarsi della compresenza, nei suoi scritti militanti, di lucidità analitica e di pregiudizi ideologici di marca gobettiana e azionista - vedi il non esaltante Profilo ideologico del Novecento. Il lungo cammino di una democrazia incompleta (Einaudi); hai voglia, infine, a ribadire che la religione civile di un Paese moderno è la democrazia liberale e che questa, se presa sul serio, non può non essere sia antifascista che anticomunista (ancora una volta, è l’antifascismo a dover mostrare le sue credenziali alla liberaldemocrazia e non questa a dover compiacere il primo e a fare gli occhi dolci a tutte le sue componenti politiche e ideologiche, comprese quelle staliniste e antiamericane). È tutta perdita di tempo con professionisti dell’informazione come Mauro.
O come Marcello Sorgi, il direttore della Stampa, che, nella vicenda, si è distinto per aver superato ogni limite di buon gusto, dedicando a Bobbio - tra morte, omaggio alla salma, sepoltura a Rivalta - una ventina di pagine! Più di quelle dedicate, in altri tempi, a Manzoni, a Verdi, a De Gasperi, a Croce, a riprova di un’ampollosità retorica che con Bobbio - con lo studioso, con il columnist, con il suscitatore di dibattiti di etica pubblica - non aveva più nulla a che fare, intendendosi soltanto inscenare lo spettacolo della sfilata patriottico-resistenziale dinanzi all’ultima grande coscienza critica dell’Italia civile da contrapporre alla «nequizia dei tempi». Sennonché al quotidiano torinese va un altro riconoscimento, quello di aver trasformato una debolezza (umanamente più che comprensibile), il nicodemismo di Bobbio, in un’ulteriore prova della sua imperitura grandezza. Il filosofo che, nell’intervista famosa rilasciata al Foglio sulla lettera da lui scritta a Mussolini, ammetteva «ero immerso nella doppiezza, perché era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l’antifascista con gli antifascisti» e che confessava la sua vergogna, strappa a Barbara Spinelli, nell’articolo Il terzo occhio dell’11 gennaio, veri e propri trasalimenti spirituali. «Non solo per quello che ha scritto o pensato Bobbio è un uomo esemplare, ma per come ha sbagliato, e per la grandezza d’animo con cui non ha concesso a se stesso il beneficio dell’indulgenza». E ancora. «È un uomo che vive come se avesse un terzo occhio, esterno alla propria persona. Con questo terzo occhio il filosofo guarda il mondo e la politica, con quest’occhio s’immerge nella memoria collettiva, ma è anche se stesso che osserva da una certa distanza, è anche la propria personale memoria che viene sottoposta al vaglio, privo di ogni ornamento, di un asciutto sguardo esteriore». In Bobbio si sarebbero reincarnati Giobbe, Edipo e Socrate, gli «eroi tragici» e i «profeti biblici». «Uomini così non sono semplicemente sapienti |…| la tenacia con cui coltivano il dubbio e ammettono l’errore ha poco a che vedere con l’irremovibilità delle ideologie, e molto a che vedere con quel singolare coraggio arrendevolezza che è il distintivo della santità». Forse, nella sua ignoranza, Sancho Panza potrebbe fare alla Spinelli una critica molto terra terra: ma Giobbe, Edipo, Socrate non pagarono i loro atti a lagrime di sangue? E Bobbio, a parte la presumibile macerazione interiore, in che modo ha espiato la sua colpa (posto che di colpa si debba parlare e non di italianissima richiesta di protezione in alto loco davanti a una ingiustizia?). Ma si sa, Sancho Panza è un irriducibile qualunquista e come tale sordo alla dialettica esistenziale della Spinelli e ai versi ermetici di Hoelderlin. Eppure anche sulla Stampa può capitare di leggere articoli che non grondano retorica o sdegno resistenziale, come quello di Pierluigi Battista, Quelle accuse di strabismo del 10 gennaio, che correttamente riconosce che tra i critici di Bobbio ve n’erano di quelli che gli rimproveravano «di essersi assiso sul trono di un pontefice laico rinnegando così la stessa lezione bobbiana del dubbio metodico come unica condizione degna dell’intellettuale». Significava essere nemico di Bobbio volerlo super partes, impegnato a capire sia le buone ragioni, sia i ritardi storici e gli errori politici di destra e di sinistra, a guardarsi dalle demonizzazioni e dai moralismi che, oltre al resto, recano l’inconveniente non sottovalutabile di portare acqua al mulino del partito contro cui si combatte? Significava volergli male auspicare che quel lato della sua personalità di uomo e di studioso che lo avvicinava a Raymond Aron o a Max Weber finisse per prevalere su quell’altro lato che lo assimilava ai non miti giacobini dell’azionismo torinese?
Con questi rilievi non si vuole dire, per carità, che siano mancati - su La Stampa, su Repubblica, sul Corriere della Sera, sul Sole-24 Ore - articoli pertinenti che hanno ricostruito, con grande equilibrio e senso della misura, il pensiero di Bobbio, le vicende che hanno segnato il suo impegno di cittadino e di studioso (vedi gli interventi di Vattimo, Rusconi, Zagrebelsky, Bosetti, Jori, Bedeschi, Ostellino, Pasquino etc.), ma, in genere, è prevalsa la nota narcisistica, l’esternazione dei propri umori contrabbandati come fedeltà all’opera del maestro torinese. Esemplare, sotto questo riguardo, l’articolo di Claudio Magris sul Corriere della Sera, Vero protagonista fuori dai dogmi. Spiegò all’Italia il senso del laicismo, del 10 gennaio. «Oggi - scrive il maître-à-penser triestino, volgendo il suo sguardo alla politica interna italiana - c’è più che mai bisogno di personalità come Norberto Bobbio, in una temperie culturale assai poco laica, in cui si confondono e pasticciano politica e morale, diritto e pappa del cuore |...| in cui non ci si scandalizza di chi scambia il governo della cosa pubblica col perseguimento dell’interesse privato, regredendo a una barbarie premoderna e cancellando secoli di civiltà liberale che aveva lavorato controlli e garanzie per impedire abusi di potere». E prosegue, con una sciabolata di politica estera: «Non è laico fare una guerra - giusta o sbagliata, opportuna o inopportuna - senza dichiararla né trasformarla in una specie di guerra morale o religiosa, scandalizzandosi d’incontrare in questo intervento armato, resistenze che in un’ottica di guerra è legittimo cercare di stroncare ma di cui in un’ottica di guerra è curioso stupirsi». In un momento solenne come la morte di un amico e di un maestro, era tanto difficile rinunciare all’autoritratto morale e intellettuale, resistendo alla tentazione di parlare di sé attraverso l’estinto? E quale giustizia rendono poi a Bobbio - al vero Bobbio lettore appassionato di Weber, al Bobbio definibile, in un certo senso, come l’«Aron italiano» - riflessioni, dettate da sdegno e insofferenze (sentimenti umani, troppo umani): catturano, in qualche modo, la complessità politica e sociologica che caratterizza l’elettorato di Berlusconi (che, ovviamente, può piacere o non piacere e allo scrivente non è che piaccia poi molto) o gli intricati problemi e le drammatiche scelte compiute dalla Casa Bianca in Iraq? Bobbio «ci ha insegnato qualcosa di cui gli saremo perennemente grati, il gusto del ragionare, dello “spaccare un capello in quattro”, della dissezione degli argomenti pro e contro», ci ha instillato, anche al di là delle scelte dell’uomo e del cittadino, la passione della conoscenza, il tormento concettuale di chi vuol capire il mondo prima di giudicarlo. Persino scrivendo dell’ideologia fascista ce ne ha fatto vedere le diverse anime e i diversi valori che le ispiravano, in uno scritto che lo studioso dell’ideologia totalitaria di destra non può permettersi di ignorare. Norberto Bobbio, diciamo la verità, grazie ai molti nuovi sedicenti discepoli e a agli improbabili compagni di strada del viale del tramonto che lo hanno commemorato sui giornali non si sa a quale titolo, è diventato, agli occhi degli italiani, una specie di Giorgio Bocca travestito da filosofo. Una fine davvero malinconica che dobbiamo a una trahison des clercs, da noi, sempre viva e vegeta. Se si legge il testo con le ultime volontà scritto dal filosofo il 4 novembre 1999 e letto dal figlio Andrea nella camera ardente, il contrasto tra l’umiltà del commiato e la retorica delle celebrazioni quella trahison diventa un vero e proprio insulto alla memoria.
Scompare, con Norberto Bobbio - ho scritto sul Secolo XIX, richiamando il titolo di una raccolta di scritti di quel Max Weber a lui così caro - il più prestigioso professionista del lavoro intellettuale dei nostri anni». «Erede di una grande tradizione universitaria, che annoverava nomi come Gioele Solari e Alessandro Levi - continuavo - seppe trasmettere agli allievi - diretti e indiretti - la passione della conoscenza, il rigore dell’analisi, il gusto della lettura dei classici del pensiero politico e giuridico. Ancora oggi le sue dispense - sui grandi temi della filosofia del diritto o sui filosofi che hanno segnato la modernità, da Hobbes a Locke, da Kant a Hegel, da Pareto a Gramsci - costituiscono, anche sul piano didattico, testi esemplari, modelli insuperati di lezioni accademiche “di una volta”. Quelle dispense erano, spesso, i materiali grezzi sui quali venivano confezionati libri destinati a rimanere a lungo passaggi obbligati anche per ricerche ispirate a metodologie e a concezioni del mondo lontane dalla sua. Va detto che pochi docenti ebbero, come lui, il senso del rispetto dovuto agli “altri” e, soprattutto, dell’onore delle armi che andava reso agli avversari quando avevano ben meritato della repubblica delle lettere». Come mi aspettavo, non saremmo stati in molti a ricordare questo Bobbio, il teorico della grande divisione tra fatti e valori (sia detto per inciso, così incompatibile col moralismo dell’intellettuale militante italiano), il difensore di Felix Errera Oppenheim e dell’approccio analitico ai problemi della filosofia politica contro la retorica veteroplatonica per cui dal bene nascono il vero e il bello o, viceversa, dal vero derivano necessariamente il perseguimento del bene e il senso del bello. Sui grandi quotidiani nazionali, s’è, per lo più, parlato dell’altro Bobbio, del pubblico ammonitore dalle colonne della Stampa, del fustigatore dei costumi politici del nostro «basso impero», dell’antitaliano per antonomasia, del malinconico interlocutore di giornalisti e di studiosi di basso profilo intellettuale e morale, che, sotto la sua bandiera, davano sfogo ai loro cattivi umori e risentimenti di chierici falliti (ma ben pagati). Facile profezia la mia, allorché paventavo il rischio che l’immagine pubblica di Norberto Bobbio non sarebbe stata associata «al suo straordinario contributo accademico ma alla sua figura di “intellettuale militante” custode dei valori alti di un intransigente antifascismo “gobettiano” - al quale, peraltro, a differenza di uomini come Vittorio Foa o Leo Valiani, non diede alcun significativo contributo personale - e promotore di incontri sempre più ravvicinati tra le varie componenti di una sinistra alla quale si sentì sempre legato, col cuore prima ancora che con la mente»; o quando prevedevo che l’omaggio reso al grande studioso quale egli era avrebbe dato la stura all’ennesima polemica contro Berlusconi, il governo di centrodestra, la Casa delle libertà.
È doveroso riconoscerlo, il senatore torinese, in tarda età, dava non poche occasioni di plauso ai suoi improvvisati apologeti, sol che si pensi al Dialogo intorno alla repubblica (Laterza), un pamphlet che, a parte qualche incisivo rilievo critico, non sembra davvero scritto dall’autore dei Saggi sulla scienza politica in Italia (Laterza) e che, pertanto, ingenera una profonda tristezza, soprattutto in considerazione del fatto che, trattandosi dell’ultimo libro da lui firmato, è con esso che ha preso congedo dall’Accademia. All’ultimo Bobbio «riusciva difficile capire che i suoi giudizi etico-politici - peraltro legittimi e spesso condivisibili, e sottolineo questo punto a scanso di equivoci - non erano dettati dall’Imperativo categorico ma, come quelli dei suoi avversari, risentivano anch’essi di pregiudizi ideologici e di spirito di parte». A leggere la maggior parte degli articoli pubblicati su Repubblica o sulla Stampa, si prova la penosa sensazione di una scoperta politicizzazione di un evento luttuoso, dell’assenza totale di ritegno e di sobrietà, di una esaltazione tanto eccessiva (l’estinto ne avrebbe provato imbarazzo e irritazione) da non poter nascondere la sua reale natura di «pretesto narrativo», di una «fiera delle vanità» che ha portato giornalisti, politici, accademici a sproloquiare su un Maestro di cui non erano mai stati allievi e di cui, forse, avevano letto solo le stilettate moralistiche contro la «nuova destra». Forse il punto più basso di questo stile polemico è stato toccato dalla commemorazione di Ezio Mauro su Repubblica. «A uno a uno - si legge nell’articolo La coscienza critica in un Paese estraneo del 10 gennaio u.s. - gli azionisti se ne vanno e con loro se ne va una certa idea dell’Italia, un modo appartato di vivere e dunque anche di morire: senza potere, tra i liberi e le parole dette e scritte in un’esistenza civile lunga e appassionata, immersi in quella torinesità che, come ha confessato Bobbio una volta, è per molti una condizione condizionante». Erano loro il vero bersaglio dei «revisionisti che anticipavano l’onda d’urto della destra». «L’azionismo infatti è la pietra angolare che è stato necessario divellere e spostare per consentire il cambio di egemonia avviato in questi anni, l’inizio di una nuova stagione, la destrutturazione del sistema di valori civili su cui si è retta la nostra democrazia per cinquant’anni: un sistema coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne derivano, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione». A Mauro, a ben guardare, in definitiva non gliene frega niente di Bobbio o di Galante Garrone. La morte del senatore è solo l’ennesima occasione per ribadire falsità palesi e tenaci: che il terreno in cui si collocano i revisionisti (tra i quali ho l’onore di annoverarmi) sia sostanzialmente politico e che essi costituiscano le avanguardie della «reazione»; che i critici del Bobbio «gramsciazionista» siano suoi nemici giurati; che ogni problematizzazione dell’antifascismo nasconda una critica della democrazia. Hai voglia a ricordare che la storiografia revisionista - nelle sue diverse anime, da Del Noce a De Felice - nasce nei laboratori della più tradizionale e impeccabile ricerca scientifica, da cui deriva il rigetto delle vulgate ossia di quei modi di ricostruire il passato ispirati dall’unico criterio del cui prodest (che tanto piace a Bocca, a Mauro, a Eco etc.); hai voglia a rilevare che in non pochi casi - e sicuramente in quelli dello scrivente e di studiosi come Giuseppe Bedeschi, Domenico Settembrini, Luciano Pellicani etc. - le critiche rivolte a Bobbio sono critiche di discepoli (sia pure indiretti) ovvero di studiosi che, avendo appreso molto da lui, non riescono a capacitarsi della compresenza, nei suoi scritti militanti, di lucidità analitica e di pregiudizi ideologici di marca gobettiana e azionista - vedi il non esaltante Profilo ideologico del Novecento. Il lungo cammino di una democrazia incompleta (Einaudi); hai voglia, infine, a ribadire che la religione civile di un Paese moderno è la democrazia liberale e che questa, se presa sul serio, non può non essere sia antifascista che anticomunista (ancora una volta, è l’antifascismo a dover mostrare le sue credenziali alla liberaldemocrazia e non questa a dover compiacere il primo e a fare gli occhi dolci a tutte le sue componenti politiche e ideologiche, comprese quelle staliniste e antiamericane). È tutta perdita di tempo con professionisti dell’informazione come Mauro.
O come Marcello Sorgi, il direttore della Stampa, che, nella vicenda, si è distinto per aver superato ogni limite di buon gusto, dedicando a Bobbio - tra morte, omaggio alla salma, sepoltura a Rivalta - una ventina di pagine! Più di quelle dedicate, in altri tempi, a Manzoni, a Verdi, a De Gasperi, a Croce, a riprova di un’ampollosità retorica che con Bobbio - con lo studioso, con il columnist, con il suscitatore di dibattiti di etica pubblica - non aveva più nulla a che fare, intendendosi soltanto inscenare lo spettacolo della sfilata patriottico-resistenziale dinanzi all’ultima grande coscienza critica dell’Italia civile da contrapporre alla «nequizia dei tempi». Sennonché al quotidiano torinese va un altro riconoscimento, quello di aver trasformato una debolezza (umanamente più che comprensibile), il nicodemismo di Bobbio, in un’ulteriore prova della sua imperitura grandezza. Il filosofo che, nell’intervista famosa rilasciata al Foglio sulla lettera da lui scritta a Mussolini, ammetteva «ero immerso nella doppiezza, perché era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l’antifascista con gli antifascisti» e che confessava la sua vergogna, strappa a Barbara Spinelli, nell’articolo Il terzo occhio dell’11 gennaio, veri e propri trasalimenti spirituali. «Non solo per quello che ha scritto o pensato Bobbio è un uomo esemplare, ma per come ha sbagliato, e per la grandezza d’animo con cui non ha concesso a se stesso il beneficio dell’indulgenza». E ancora. «È un uomo che vive come se avesse un terzo occhio, esterno alla propria persona. Con questo terzo occhio il filosofo guarda il mondo e la politica, con quest’occhio s’immerge nella memoria collettiva, ma è anche se stesso che osserva da una certa distanza, è anche la propria personale memoria che viene sottoposta al vaglio, privo di ogni ornamento, di un asciutto sguardo esteriore». In Bobbio si sarebbero reincarnati Giobbe, Edipo e Socrate, gli «eroi tragici» e i «profeti biblici». «Uomini così non sono semplicemente sapienti |…| la tenacia con cui coltivano il dubbio e ammettono l’errore ha poco a che vedere con l’irremovibilità delle ideologie, e molto a che vedere con quel singolare coraggio arrendevolezza che è il distintivo della santità». Forse, nella sua ignoranza, Sancho Panza potrebbe fare alla Spinelli una critica molto terra terra: ma Giobbe, Edipo, Socrate non pagarono i loro atti a lagrime di sangue? E Bobbio, a parte la presumibile macerazione interiore, in che modo ha espiato la sua colpa (posto che di colpa si debba parlare e non di italianissima richiesta di protezione in alto loco davanti a una ingiustizia?). Ma si sa, Sancho Panza è un irriducibile qualunquista e come tale sordo alla dialettica esistenziale della Spinelli e ai versi ermetici di Hoelderlin. Eppure anche sulla Stampa può capitare di leggere articoli che non grondano retorica o sdegno resistenziale, come quello di Pierluigi Battista, Quelle accuse di strabismo del 10 gennaio, che correttamente riconosce che tra i critici di Bobbio ve n’erano di quelli che gli rimproveravano «di essersi assiso sul trono di un pontefice laico rinnegando così la stessa lezione bobbiana del dubbio metodico come unica condizione degna dell’intellettuale». Significava essere nemico di Bobbio volerlo super partes, impegnato a capire sia le buone ragioni, sia i ritardi storici e gli errori politici di destra e di sinistra, a guardarsi dalle demonizzazioni e dai moralismi che, oltre al resto, recano l’inconveniente non sottovalutabile di portare acqua al mulino del partito contro cui si combatte? Significava volergli male auspicare che quel lato della sua personalità di uomo e di studioso che lo avvicinava a Raymond Aron o a Max Weber finisse per prevalere su quell’altro lato che lo assimilava ai non miti giacobini dell’azionismo torinese?
Con questi rilievi non si vuole dire, per carità, che siano mancati - su La Stampa, su Repubblica, sul Corriere della Sera, sul Sole-24 Ore - articoli pertinenti che hanno ricostruito, con grande equilibrio e senso della misura, il pensiero di Bobbio, le vicende che hanno segnato il suo impegno di cittadino e di studioso (vedi gli interventi di Vattimo, Rusconi, Zagrebelsky, Bosetti, Jori, Bedeschi, Ostellino, Pasquino etc.), ma, in genere, è prevalsa la nota narcisistica, l’esternazione dei propri umori contrabbandati come fedeltà all’opera del maestro torinese. Esemplare, sotto questo riguardo, l’articolo di Claudio Magris sul Corriere della Sera, Vero protagonista fuori dai dogmi. Spiegò all’Italia il senso del laicismo, del 10 gennaio. «Oggi - scrive il maître-à-penser triestino, volgendo il suo sguardo alla politica interna italiana - c’è più che mai bisogno di personalità come Norberto Bobbio, in una temperie culturale assai poco laica, in cui si confondono e pasticciano politica e morale, diritto e pappa del cuore |...| in cui non ci si scandalizza di chi scambia il governo della cosa pubblica col perseguimento dell’interesse privato, regredendo a una barbarie premoderna e cancellando secoli di civiltà liberale che aveva lavorato controlli e garanzie per impedire abusi di potere». E prosegue, con una sciabolata di politica estera: «Non è laico fare una guerra - giusta o sbagliata, opportuna o inopportuna - senza dichiararla né trasformarla in una specie di guerra morale o religiosa, scandalizzandosi d’incontrare in questo intervento armato, resistenze che in un’ottica di guerra è legittimo cercare di stroncare ma di cui in un’ottica di guerra è curioso stupirsi». In un momento solenne come la morte di un amico e di un maestro, era tanto difficile rinunciare all’autoritratto morale e intellettuale, resistendo alla tentazione di parlare di sé attraverso l’estinto? E quale giustizia rendono poi a Bobbio - al vero Bobbio lettore appassionato di Weber, al Bobbio definibile, in un certo senso, come l’«Aron italiano» - riflessioni, dettate da sdegno e insofferenze (sentimenti umani, troppo umani): catturano, in qualche modo, la complessità politica e sociologica che caratterizza l’elettorato di Berlusconi (che, ovviamente, può piacere o non piacere e allo scrivente non è che piaccia poi molto) o gli intricati problemi e le drammatiche scelte compiute dalla Casa Bianca in Iraq? Bobbio «ci ha insegnato qualcosa di cui gli saremo perennemente grati, il gusto del ragionare, dello “spaccare un capello in quattro”, della dissezione degli argomenti pro e contro», ci ha instillato, anche al di là delle scelte dell’uomo e del cittadino, la passione della conoscenza, il tormento concettuale di chi vuol capire il mondo prima di giudicarlo. Persino scrivendo dell’ideologia fascista ce ne ha fatto vedere le diverse anime e i diversi valori che le ispiravano, in uno scritto che lo studioso dell’ideologia totalitaria di destra non può permettersi di ignorare. Norberto Bobbio, diciamo la verità, grazie ai molti nuovi sedicenti discepoli e a agli improbabili compagni di strada del viale del tramonto che lo hanno commemorato sui giornali non si sa a quale titolo, è diventato, agli occhi degli italiani, una specie di Giorgio Bocca travestito da filosofo. Una fine davvero malinconica che dobbiamo a una trahison des clercs, da noi, sempre viva e vegeta. Se si legge il testo con le ultime volontà scritto dal filosofo il 4 novembre 1999 e letto dal figlio Andrea nella camera ardente, il contrasto tra l’umiltà del commiato e la retorica delle celebrazioni quella trahison diventa un vero e proprio insulto alla memoria.
Scompare, con Norberto Bobbio - ho scritto sul Secolo XIX, richiamando il titolo di una raccolta di scritti di quel Max Weber a lui così caro - il più prestigioso professionista del lavoro intellettuale dei nostri anni». «Erede di una grande tradizione universitaria, che annoverava nomi come Gioele Solari e Alessandro Levi - continuavo - seppe trasmettere agli allievi - diretti e indiretti - la passione della conoscenza, il rigore dell’analisi, il gusto della lettura dei classici del pensiero politico e giuridico. Ancora oggi le sue dispense - sui grandi temi della filosofia del diritto o sui filosofi che hanno segnato la modernità, da Hobbes a Locke, da Kant a Hegel, da Pareto a Gramsci - costituiscono, anche sul piano didattico, testi esemplari, modelli insuperati di lezioni accademiche “di una volta”. Quelle dispense erano, spesso, i materiali grezzi sui quali venivano confezionati libri destinati a rimanere a lungo passaggi obbligati anche per ricerche ispirate a metodologie e a concezioni del mondo lontane dalla sua. Va detto che pochi docenti ebbero, come lui, il senso del rispetto dovuto agli “altri” e, soprattutto, dell’onore delle armi che andava reso agli avversari quando avevano ben meritato della repubblica delle lettere». Come mi aspettavo, non saremmo stati in molti a ricordare questo Bobbio, il teorico della grande divisione tra fatti e valori (sia detto per inciso, così incompatibile col moralismo dell’intellettuale militante italiano), il difensore di Felix Errera Oppenheim e dell’approccio analitico ai problemi della filosofia politica contro la retorica veteroplatonica per cui dal bene nascono il vero e il bello o, viceversa, dal vero derivano necessariamente il perseguimento del bene e il senso del bello. Sui grandi quotidiani nazionali, s’è, per lo più, parlato dell’altro Bobbio, del pubblico ammonitore dalle colonne della Stampa, del fustigatore dei costumi politici del nostro «basso impero», dell’antitaliano per antonomasia, del malinconico interlocutore di giornalisti e di studiosi di basso profilo intellettuale e morale, che, sotto la sua bandiera, davano sfogo ai loro cattivi umori e risentimenti di chierici falliti (ma ben pagati). Facile profezia la mia, allorché paventavo il rischio che l’immagine pubblica di Norberto Bobbio non sarebbe stata associata «al suo straordinario contributo accademico ma alla sua figura di “intellettuale militante” custode dei valori alti di un intransigente antifascismo “gobettiano” - al quale, peraltro, a differenza di uomini come Vittorio Foa o Leo Valiani, non diede alcun significativo contributo personale - e promotore di incontri sempre più ravvicinati tra le varie componenti di una sinistra alla quale si sentì sempre legato, col cuore prima ancora che con la mente»; o quando prevedevo che l’omaggio reso al grande studioso quale egli era avrebbe dato la stura all’ennesima polemica contro Berlusconi, il governo di centrodestra, la Casa delle libertà.
È doveroso riconoscerlo, il senatore torinese, in tarda età, dava non poche occasioni di plauso ai suoi improvvisati apologeti, sol che si pensi al Dialogo intorno alla repubblica (Laterza), un pamphlet che, a parte qualche incisivo rilievo critico, non sembra davvero scritto dall’autore dei Saggi sulla scienza politica in Italia (Laterza) e che, pertanto, ingenera una profonda tristezza, soprattutto in considerazione del fatto che, trattandosi dell’ultimo libro da lui firmato, è con esso che ha preso congedo dall’Accademia. All’ultimo Bobbio «riusciva difficile capire che i suoi giudizi etico-politici - peraltro legittimi e spesso condivisibili, e sottolineo questo punto a scanso di equivoci - non erano dettati dall’Imperativo categorico ma, come quelli dei suoi avversari, risentivano anch’essi di pregiudizi ideologici e di spirito di parte». A leggere la maggior parte degli articoli pubblicati su Repubblica o sulla Stampa, si prova la penosa sensazione di una scoperta politicizzazione di un evento luttuoso, dell’assenza totale di ritegno e di sobrietà, di una esaltazione tanto eccessiva (l’estinto ne avrebbe provato imbarazzo e irritazione) da non poter nascondere la sua reale natura di «pretesto narrativo», di una «fiera delle vanità» che ha portato giornalisti, politici, accademici a sproloquiare su un Maestro di cui non erano mai stati allievi e di cui, forse, avevano letto solo le stilettate moralistiche contro la «nuova destra». Forse il punto più basso di questo stile polemico è stato toccato dalla commemorazione di Ezio Mauro su Repubblica. «A uno a uno - si legge nell’articolo La coscienza critica in un Paese estraneo del 10 gennaio u.s. - gli azionisti se ne vanno e con loro se ne va una certa idea dell’Italia, un modo appartato di vivere e dunque anche di morire: senza potere, tra i liberi e le parole dette e scritte in un’esistenza civile lunga e appassionata, immersi in quella torinesità che, come ha confessato Bobbio una volta, è per molti una condizione condizionante». Erano loro il vero bersaglio dei «revisionisti che anticipavano l’onda d’urto della destra». «L’azionismo infatti è la pietra angolare che è stato necessario divellere e spostare per consentire il cambio di egemonia avviato in questi anni, l’inizio di una nuova stagione, la destrutturazione del sistema di valori civili su cui si è retta la nostra democrazia per cinquant’anni: un sistema coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne derivano, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione». A Mauro, a ben guardare, in definitiva non gliene frega niente di Bobbio o di Galante Garrone. La morte del senatore è solo l’ennesima occasione per ribadire falsità palesi e tenaci: che il terreno in cui si collocano i revisionisti (tra i quali ho l’onore di annoverarmi) sia sostanzialmente politico e che essi costituiscano le avanguardie della «reazione»; che i critici del Bobbio «gramsciazionista» siano suoi nemici giurati; che ogni problematizzazione dell’antifascismo nasconda una critica della democrazia. Hai voglia a ricordare che la storiografia revisionista - nelle sue diverse anime, da Del Noce a De Felice - nasce nei laboratori della più tradizionale e impeccabile ricerca scientifica, da cui deriva il rigetto delle vulgate ossia di quei modi di ricostruire il passato ispirati dall’unico criterio del cui prodest (che tanto piace a Bocca, a Mauro, a Eco etc.); hai voglia a rilevare che in non pochi casi - e sicuramente in quelli dello scrivente e di studiosi come Giuseppe Bedeschi, Domenico Settembrini, Luciano Pellicani etc. - le critiche rivolte a Bobbio sono critiche di discepoli (sia pure indiretti) ovvero di studiosi che, avendo appreso molto da lui, non riescono a capacitarsi della compresenza, nei suoi scritti militanti, di lucidità analitica e di pregiudizi ideologici di marca gobettiana e azionista - vedi il non esaltante Profilo ideologico del Novecento. Il lungo cammino di una democrazia incompleta (Einaudi); hai voglia, infine, a ribadire che la religione civile di un Paese moderno è la democrazia liberale e che questa, se presa sul serio, non può non essere sia antifascista che anticomunista (ancora una volta, è l’antifascismo a dover mostrare le sue credenziali alla liberaldemocrazia e non questa a dover compiacere il primo e a fare gli occhi dolci a tutte le sue componenti politiche e ideologiche, comprese quelle staliniste e antiamericane). È tutta perdita di tempo con professionisti dell’informazione come Mauro.
O come Marcello Sorgi, il direttore della Stampa, che, nella vicenda, si è distinto per aver superato ogni limite di buon gusto, dedicando a Bobbio - tra morte, omaggio alla salma, sepoltura a Rivalta - una ventina di pagine! Più di quelle dedicate, in altri tempi, a Manzoni, a Verdi, a De Gasperi, a Croce, a riprova di un’ampollosità retorica che con Bobbio - con lo studioso, con il columnist, con il suscitatore di dibattiti di etica pubblica - non aveva più nulla a che fare, intendendosi soltanto inscenare lo spettacolo della sfilata patriottico-resistenziale dinanzi all’ultima grande coscienza critica dell’Italia civile da contrapporre alla «nequizia dei tempi». Sennonché al quotidiano torinese va un altro riconoscimento, quello di aver trasformato una debolezza (umanamente più che comprensibile), il nicodemismo di Bobbio, in un’ulteriore prova della sua imperitura grandezza. Il filosofo che, nell’intervista famosa rilasciata al Foglio sulla lettera da lui scritta a Mussolini, ammetteva «ero immerso nella doppiezza, perché era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l’antifascista con gli antifascisti» e che confessava la sua vergogna, strappa a Barbara Spinelli, nell’articolo Il terzo occhio dell’11 gennaio, veri e propri trasalimenti spirituali. «Non solo per quello che ha scritto o pensato Bobbio è un uomo esemplare, ma per come ha sbagliato, e per la grandezza d’animo con cui non ha concesso a se stesso il beneficio dell’indulgenza». E ancora. «È un uomo che vive come se avesse un terzo occhio, esterno alla propria persona. Con questo terzo occhio il filosofo guarda il mondo e la politica, con quest’occhio s’immerge nella memoria collettiva, ma è anche se stesso che osserva da una certa distanza, è anche la propria personale memoria che viene sottoposta al vaglio, privo di ogni ornamento, di un asciutto sguardo esteriore». In Bobbio si sarebbero reincarnati Giobbe, Edipo e Socrate, gli «eroi tragici» e i «profeti biblici». «Uomini così non sono semplicemente sapienti |…| la tenacia con cui coltivano il dubbio e ammettono l’errore ha poco a che vedere con l’irremovibilità delle ideologie, e molto a che vedere con quel singolare coraggio arrendevolezza che è il distintivo della santità». Forse, nella sua ignoranza, Sancho Panza potrebbe fare alla Spinelli una critica molto terra terra: ma Giobbe, Edipo, Socrate non pagarono i loro atti a lagrime di sangue? E Bobbio, a parte la presumibile macerazione interiore, in che modo ha espiato la sua colpa (posto che di colpa si debba parlare e non di italianissima richiesta di protezione in alto loco davanti a una ingiustizia?). Ma si sa, Sancho Panza è un irriducibile qualunquista e come tale sordo alla dialettica esistenziale della Spinelli e ai versi ermetici di Hoelderlin. Eppure anche sulla Stampa può capitare di leggere articoli che non grondano retorica o sdegno resistenziale, come quello di Pierluigi Battista, Quelle accuse di strabismo del 10 gennaio, che correttamente riconosce che tra i critici di Bobbio ve n’erano di quelli che gli rimproveravano «di essersi assiso sul trono di un pontefice laico rinnegando così la stessa lezione bobbiana del dubbio metodico come unica condizione degna dell’intellettuale». Significava essere nemico di Bobbio volerlo super partes, impegnato a capire sia le buone ragioni, sia i ritardi storici e gli errori politici di destra e di sinistra, a guardarsi dalle demonizzazioni e dai moralismi che, oltre al resto, recano l’inconveniente non sottovalutabile di portare acqua al mulino del partito contro cui si combatte? Significava volergli male auspicare che quel lato della sua personalità di uomo e di studioso che lo avvicinava a Raymond Aron o a Max Weber finisse per prevalere su quell’altro lato che lo assimilava ai non miti giacobini dell’azionismo torinese?
Con questi rilievi non si vuole dire, per carità, che siano mancati - su La Stampa, su Repubblica, sul Corriere della Sera, sul Sole-24 Ore - articoli pertinenti che hanno ricostruito, con grande equilibrio e senso della misura, il pensiero di Bobbio, le vicende che hanno segnato il suo impegno di cittadino e di studioso (vedi gli interventi di Vattimo, Rusconi, Zagrebelsky, Bosetti, Jori, Bedeschi, Ostellino, Pasquino etc.), ma, in genere, è prevalsa la nota narcisistica, l’esternazione dei propri umori contrabbandati come fedeltà all’opera del maestro torinese. Esemplare, sotto questo riguardo, l’articolo di Claudio Magris sul Corriere della Sera, Vero protagonista fuori dai dogmi. Spiegò all’Italia il senso del laicismo, del 10 gennaio. «Oggi - scrive il maître-à-penser triestino, volgendo il suo sguardo alla politica interna italiana - c’è più che mai bisogno di personalità come Norberto Bobbio, in una temperie culturale assai poco laica, in cui si confondono e pasticciano politica e morale, diritto e pappa del cuore |...| in cui non ci si scandalizza di chi scambia il governo della cosa pubblica col perseguimento dell’interesse privato, regredendo a una barbarie premoderna e cancellando secoli di civiltà liberale che aveva lavorato controlli e garanzie per impedire abusi di potere». E prosegue, con una sciabolata di politica estera: «Non è laico fare una guerra - giusta o sbagliata, opportuna o inopportuna - senza dichiararla né trasformarla in una specie di guerra morale o religiosa, scandalizzandosi d’incontrare in questo intervento armato, resistenze che in un’ottica di guerra è legittimo cercare di stroncare ma di cui in un’ottica di guerra è curioso stupirsi». In un momento solenne come la morte di un amico e di un maestro, era tanto difficile rinunciare all’autoritratto morale e intellettuale, resistendo alla tentazione di parlare di sé attraverso l’estinto? E quale giustizia rendono poi a Bobbio - al vero Bobbio lettore appassionato di Weber, al Bobbio definibile, in un certo senso, come l’«Aron italiano» - riflessioni, dettate da sdegno e insofferenze (sentimenti umani, troppo umani): catturano, in qualche modo, la complessità politica e sociologica che caratterizza l’elettorato di Berlusconi (che, ovviamente, può piacere o non piacere e allo scrivente non è che piaccia poi molto) o gli intricati problemi e le drammatiche scelte compiute dalla Casa Bianca in Iraq? Bobbio «ci ha insegnato qualcosa di cui gli saremo perennemente grati, il gusto del ragionare, dello “spaccare un capello in quattro”, della dissezione degli argomenti pro e contro», ci ha instillato, anche al di là delle scelte dell’uomo e del cittadino, la passione della conoscenza, il tormento concettuale di chi vuol capire il mondo prima di giudicarlo. Persino scrivendo dell’ideologia fascista ce ne ha fatto vedere le diverse anime e i diversi valori che le ispiravano, in uno scritto che lo studioso dell’ideologia totalitaria di destra non può permettersi di ignorare. Norberto Bobbio, diciamo la verità, grazie ai molti nuovi sedicenti discepoli e a agli improbabili compagni di strada del viale del tramonto che lo hanno commemorato sui giornali non si sa a quale titolo, è diventato, agli occhi degli italiani, una specie di Giorgio Bocca travestito da filosofo. Una fine davvero malinconica che dobbiamo a una trahison des clercs, da noi, sempre viva e vegeta. Se si legge il testo con le ultime volontà scritto dal filosofo il 4 novembre 1999 e letto dal figlio Andrea nella camera ardente, il contrasto tra l’umiltà del commiato e la retorica delle celebrazioni quella trahison diventa un vero e proprio insulto alla memoria.

 

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