
ll tema (o, meglio, l’ipotesi) di un «declino» dell’economia italiana negli ultimi anni è diventato uno degli strumenti più insidiosi della propaganda «sfascista». Non sorprende che oggi, senza esclusione di colpi, il centrosinistra abbia la sfrontatezza di attribuirne la responsabilità all’attuale governo: con estrema disinvoltura, ma anche con notevole pericolosità sia per le aspettative economiche, sia per gli orientamenti politici e sociali. Sul piano dei possibili effetti - nella sfera delle previsioni o delle «profezie» che, se non smantellate e dissolte per tempo, comportano un elevato rischio di «autoverificarsi» - la matrice può farsi risalire senza troppe difficoltà al «tanto peggio, tanto meglio!» tipico della strategia e della tattica comunista dagli anni Trenta alla seconda guerra mondiale e poi ancora, in Italia, dal «miracolo economico» alla prima metà degli anni Settanta. Non occorre peraltro andare tanto lontano per rintracciare in questa propaganda anche un ingrediente di delirante «salveminismo», urlato o sottotraccia a seconda dei… temperamenti. Soltanto nel novembre dell’anno scorso l’editorialista di un mensile che si intitola Critica liberale rubava a un disperato Ugo La Malfa, ministro del Tesoro e quindi vicepresidente del Consiglio nel ’74-’76, l’espressione «Caporetto economica» per descrivere «il Natale più triste e povero di cui abbiamo memoria»… (al «Disastro di tre finanziarie» era dedicato l’articolo di apertura). Natale del 2003: non del 1943, si badi! Propaganda, dunque, cieca e a suo modo feroce. Ma questo non toglie che il tema di un possibile «declino» sia estremamente importante, anzi decisivo, dal punto di vista della conoscenza dei fatti e, forse più ancora, da quello di una sua corretta impostazione sotto il profilo politico. Si tratta essenzialmente della questione della crescita, cioè dello sviluppo strutturale di lungo periodo e delle condizioni per la sua ripresa. E non si esagera sottolinenando che questo è il problema fondamentale dell’economia italiana, analogo per molti aspetti, ma indubbiamente più urgente e vitale di quanto non sia per i principali sistemi economici dell’Europa continentale. Per quanto vago e approssimativo, il concetto di «declino» riguarda un’evoluzione storica che può distendersi su un lungo periodo di tempo. Tanto è vero che spesso viene associato a movimenti economici «secolari»: appunto, a tendenze strutturali da non confondersi con andamenti ciclici o addirittura congiunturali di breve periodo (con l’eccezione, forse, delle cosiddette «onde lunghe» di Kondratief, sospinte da grappoli di innovazioni e da forti impulsi all’investimento, che si esauriscono fino al comparire di nuove ondate).
La storia economica descrive il «declino» dell’Italia, convenzionalmente dal 1492, quello della Spagna, quello relativo dei Paesi Bassi, della stessa Gran Bretagna dopo la prima guerra mondiale e così via. Ma il problema vero è individuarne le cause, l’inizio, i possibili rimedi. Gli economisti tendono a riferirsi piuttosto, pur con tutti i suoi limiti e i suoi paradossi, al concetto «misurabile» di crescita del Pil (prodotto interno lordo), espressione qualche volta blasfema del reddito nazionale, se non del «benessere economico», per abitante (medio, e magari nel senso di Trilussa…). Sarà comunque evidente che crescita economica maggiore o minore, mancata crescita o addirittura crescita negativa - più o meno corrispondenti a sviluppo, ristagno e declino - dipenderanno fortemente da fattori esterni quali, per l’Italia di questi anni, il ciclo economico mondiale, l’andamento e le tendenze delle altre economie europee nel mercato unico e con la moneta unica ecc. «Il ciclo è la forma dello sviluppo capitalistico», come diceva Schumpeter. Ma l’impatto dello scoppio delle bolle speculative sui mercati finanziari, della fine dell’euforia della New economy e della lunga espansione americana degli anni Novanta, con l’aggiunta dell’Afghanistan, della crisi del Nord-est asiatico, del Brasile, della Russia e dell’Argentina, dell’11 settembre, dell’Iraq e del terrorismo globale spiega drammaticamente il tremendo contesto negativo, senza precedenti, nel quale anche l’economia italiana è venuta a trovarsi. L’analisi, in effetti, va condotta sia pur sommariamente dal 1992 (svalutazione della lira e uscita, con la sterlina, dallo Sme). Da allora, non da adesso, la performance del nostro Paese è stata a dir poco mediocre rispetto al passato, ma anche rispetto a sistemi più avanzati nel settore terziario. Se dall’inizio del 2001 l’espansione dell’attività produttiva è stata pressoché nulla, con la più lunga fase di ristagno in mezzo secolo, i risultati appaiono specialmente deludenti nell’intero decennio seguito alla crisi valutaria.
Abbiamo quindi a che fare con una dinamica di lungo periodo, che riguarda non il lato della domanda, ma quello dell’offerta: le cui carenze erano state ben da prima individuate (per esempio da Paolo Baffi, allora governatore della Banca d’Italia, in occasione dell’ingresso «ingessato» nello Sme, nel lontano 1978). E ciò anche sul piano istituzionale, in direzione di una «democrazia governante» e di profonde, già irrefutabili e improcrastinabili riforme. Nel decennio 1993-2002 il tasso di crescita medio annuo italiano è diminuito nell’ordine di 1 punto percentuale su quello precedente, rispetto a una riduzione intorno allo 0,3% della media Ue, dello 0,4 di quella Ocse, ma contro un aumento dello 0,2 per l’economia mondiale (soltanto Regno Unito e Canada, fra i principali Paesi industrializzati, sono progrediti da un decennio all’altro). I fattori di crescita non sono mancati, ma le note dolenti riguardano soprattutto produttività ed esportazioni. Sempre in quel decennio sono emersi (punte di altrettanti micidiali iceberg) fattori di ristagno molto pesanti, a cominciare dal debito pubblico. Una palla al piede che Pierluigi Ciocca ha definito di recente, in una lucida relazione alla 44° Riunione scientifica della Società italiana degli economisti (ottobre 2003) «gravosissimo lascito di una lunga stagione di irresponsabilità politica e finanziaria che lo raddoppiò rispetto al Pil (dal 60 al 125%) fra il 1981 e il 1995». Concordo con Ciocca anche sul freno che ne è derivato alla propensione a investire e sul crescente divario fra gli imprenditori italiani e i loro concorrenti europei sotto tre cruciali profili: fiscalità, infrastrutture e oneri sociali. Ma non sembra, in parte, la mappa dei problemi di fondo da affrontare, sulla quale è stato delineato il programma dell’attuale governo? Sul primo e sul terzo punto basta guardare all’andamento storico della pressione tributaria e contributiva, al «cuneo fiscale», con una spesa pubblica che nel 1996 sfiorava il 53% del Pil, sacrificando l’investimento, l’occupazione e la crescita. Quanto alle infrastrutture «materiali», la loro arretratezza e insufficienza sono anch’esse un lascito della stessa irresponsabilità, persino anteriore. Aggravato poi dal sostanziale blocco della spesa pubblica in conto capitale (non di quella corrente, specie per trasferimenti!) per ridurre almeno il deficit al livello di Maastricht nella corsa all’euro. Per non parlare delle infrastrutture «immateriali», dall’istruzione alla ricerca, all’ordinamento giuridico dell’economia ecc. Ma fermiamoci pure qui.
Dal mercato del lavoro al diritto societario, dalla previdenza e da un Welfare sostenibile ma anche più equo e moderno alla politica tributaria, dalla scuola e dall’università alla pubblica amministrazione, alle grandi e meno grandi infrastrutture, il gap di produttività, di efficienza e di competitività che l’economia italiana ha accumulato affonda le sue radici in un passato anche abbastanza lontano. Esso appare, in sé, come la proiezione tangibile di un sistema che non soltanto per larga approssimazione e per slogan ha potuto essere definito «socialismo reale all’italiana». Un sistema politico-istituzionale che non per caso ha rifiutato (e rifiuta, nonostante tutto) la «riforma delle riforme», a partire da quella della nostra «costituzione economica» contenuta nella Carta del 1948 e in conclamato contrasto con il Trattato europeo, che è invece all’insegna dell’iniziativa privata e della concorrenza (con il vincolo della solidarietà). Tutti i fattori che hanno concorso alla riduzione del tasso di crescita e al ristagno economico sono, a loro volta, l’effetto di un sistema consociativo e di concertazione d’imperio, arretrato e miope, intrinsecamente conservatore e duramente ostile (su una scacchiera complessa di «vittime e carnefici» tra loro avvinghiati nella difesa di rendite di posizione alla lunga impossibili) a riforme urgentissime e indispensabili per evitare in extremis la deriva di un «declino annunciato». In verità molto si sarebbe potuto fare negli anni Novanta, proprio quando era al governo il centrosinistra e mentre durava ancora la grande espansione dell’economia mondiale. Ma tutti possono ricordare lo slogan pre-elettorale della «Finanziaria che dà e non prende» dell’ultimo governo Amato. Tutti vedono che cosa accade per la riforma delle pensioni e del Welfare, per quella (benemerita) della scuola e dell’università, per quella tributaria. Tutti hanno visto le difficoltà che ha dovuto superare la «riforma Biagi» del mercato del lavoro. E lo stesso «risparmio tradito», da Cirio a Parmalat, non affonda forse le sue radici negli intrecci del passato, nelle mancate riforme, nell’arretratezza del sistema? Chiedersi che cosa avrebbe fatto o anche soltanto cercato di fare il centrosinistra per fronteggiare il rischio di un «declino» dell’economia italiana, dopo le declinanti performance dei periodi precedenti e, peggio, dopo l’irresponsabile accumulazione dei fattori di ristagno, di irrigidimento, di mancate innovazioni, di scarsa iniziativa, di caduta della produttività e della competitività, rasenta purtroppo il ridicolo. Una risposta non avventata è molto semplice: il centrosinistra avrebbe aggravato definitivamente e irreparabilmente quei fattori negativi dai quali, con la riduzione prima e con l’arresto poi della crescita (in un contesto mondiale tremendo), dipendono le difficoltà di oggi sulla via della ripresa e di uno sviluppo economico strutturale. Dopo tutto e a tutto concedere, anche la sinistra più moderata, anzi moderna, democratica, interclassista e «riformista» - quella che in Italia non c’è stata, che quando c’è stata era fortemente minoritaria (da Turati a Matteotti, da Saragat a Craxi per certi aspetti), e che oggi è sommersa da estremismi veri e finti - anche in chiave europea avrebbe, se mai, una vocazione puramente «ridistribuiva». Proprio quella che, nell’irresponsabilità politica e finanziaria del passato anche recente, ha minato la capacità di crescita dell’economia italiana. Sorda fra l’altro, anche per la miopia dei sindacati, al principio «riformista» secondo il quale (come diceva un vecchio socialdemocratico austriaco, il cancelliere Bruno Kreisky) «il capitalismo è come una pecora: bisogna tosarlo, non sopprimerlo». Con queste impostazioni non soltanto si è inaridito e frenato lo sviluppo economico. Si è addirittura mancato di assicurare almeno la riproduzione delle forze produttive, indispensabile per la semplice «stazionarietà» del sistema (condizione in realtà impossibile, perché nella crescita si va avanti o si va indietro: non si può stare fermi). Si è mancato di provvedere adeguatamente anche alla manutenzione e al rimpiazzo del capitale produttivo materiale e immateriale, ignorando in sostanza quello che già spiegava Quesnay nel 1758 e che Marx avrebbe sottolineato. E cioè la distinzione fra prodotto lordo e prodotto netto, essendo soltanto quest’ultimo effettivamente disponibile per il consumo e l’investimento netto. Come stupirsi che la mancata manutenzione, in senso sia proprio, sia metaforico, esattamente come avviene per gli edifici e per tutte le strutture, faccia emergere crepe e lesioni di lunga e lunghissima data? Ci si è, insomma, «mangiato il capitale», ponendo ipoteche pesanti come montagne sulla nostra capacità e volontà collettiva di sfuggire al rischio mortale di un «declino» storico vero e proprio. Questa è dunque un’ipotesi, anzi un pericolo brandito con cinismo iettatorio al limite dell’indecenza come un’arma propagandistica impropria, che dovrebbe invece essere addebitato con altissimi interessi a coloro che accusano l’attuale governo. Anche se bisogna forse ammettere qualche volta che «nessuno è perfetto», secondo l’arcinota battuta finale del film di William Wyler A qualcuno piace caldo… Specialmente nei campi, alla lunga decisivi, ma per questo urgenti, delle liberalizzazioni, della concorrenza e delle privatizzazioni.