
La «retorica del declino» - il copyright appartiene al presidente Ciampi - rischia di diventare il tormentone di questa lunga campagna elettorale. Dove si parlerà poco o niente d’Europa e di politica estera. Molto, invece, d’Italia e dei suoi problemi. Scelta comprensibile dal punto di vista del centrosinistra. Quest’alterazione dell’ordine del giorno consente all’Ulivo di sfuggire a una contraddizione di fondo e di occultare le divisioni che ne percorrono il corpaccione. Quelle tra i pacifisti «senza se e senza ma» e i più riflessivi. E all’interno di questi ultimi: tra i puri di spirito e coloro che, invece, sono ormai insofferenti per il silenzio a lungo coltivato nei confronti delle grandi dittature del Pianeta. Insomma una galassia di posizioni. Un mosaico contraddittorio dove si trova tutto e il contrario di tutto. Un insieme di sentimenti e di rancori che colpisce al cuore l’identità di una coalizione, costretta a stare unita solo per motivi elettorali. Non sorprende, pertanto, la tentazione di rovesciare il tavolo e parlare d’altro. Come tutti i separati in casa, il centrosinistra non si interroga sulla crisi profonda del proprio matrimonio, ma cerca una via di fuga. Evoca uno spettro, nella speranza che le difficoltà oggettive del Paese - ma su questo ritorneremo - possano nascondere una crisi di identità. Gioco pericoloso. Perché rischia di rendere più profonda la crisi dell’Italia. Di neutralizzare gli sforzi di segno contrario. Il tentativo, cioè, di non arrendersi al corso naturale delle cose e di guardare avanti. Ancora una volta ha ragione il presidente Ciampi. In economia se si predica vento si raccoglie tempesta. Occorre pertanto evitare che la sfiducia prenda il sopravvento aggravando il decorso della malattia. Eppure tentativi di coinvolgere l’opposizione non sono mancati. Si è proposto, ad esempio, di distinguere tra i grandi temi delle riforme e quelli legati alla semplice congiuntura economica. Si vada, è stato chiesto, a un confronto serrato per trovare, nel primo caso, soluzioni adeguate nell’interesse dell’Italia. Non soluzioni di destra o di sinistra. Ma semplici soluzioni. Su temi, come quelli della previdenza o della tutela del risparmio, ad esempio, il dato tecnico è prevalente, rispetto alla dinamica politica. Ma il tentativo non ha avuto successo. Le risposte sono state le più varie. Accogliamo la sfida - è stata una replica - ma si annacqui la riforma pensionistica. Si reintroduca la scala mobile, hanno suggerito altri. Fin de non recevoir hanno concluso altri ancora. Di nuovo la Babele delle lingue. Il sovrapporsi delle posizioni, in una discussione caotica e inconcludente: il segno più evidente di una lotta intestina volta a conquistare posizioni relative e una leadership interna, che ancora tarda a manifestarsi. Operazione legittima, in sé. Ma che priva le forze di governo di un qualsiasi interlocutore credibile. Con chi si dovrebbe discutere? Con Rutelli? Con Fassino? Con Bertinotti? O con Letta e Bersani che giustamente negano, in radice, ogni catastrofismo. Chi è l’amministratore delegato di questo variopinto cartello elettorale?
La «retorica del declino» copre tutto questo. Unifica, anche se solo in apparenza, uno schieramento diviso e rissoso. Coeso nella denuncia, ma incapace di indicare una soluzione condivisa. Non si tratta solo della debolezza della leadership. Che pure esiste ed è evidente. Ma di qualcosa di più profondo, che riguarda le culture politiche - questo è il dato più preoccupante - che ne frammentano l’articolazione. La tesi del declino italiano non convince perché dà per scontato quello che scontato non è. Vale a dire la forza che ha un Paese nel guardare, negli occhi, la sua crisi. E correggere la rotta. Ci sorregge in questa convinzione, innanzitutto, un elemento concettuale. Nella storia dei popoli, il declino è stato sempre caratterizzato da due elementi. Uno oggettivo, l’altro soggettivo. La crisi da un lato, l’incapacità di farvi fronte dall’altro. Dalle vicende dell’antica Roma ai nostri giorni, la decadenza inizia solo quando viene definitivamente meno una funzione di leadership. È allora che la società si arrende di fronte alle proprie difficoltà. Nell’America di Carter, fu Reagan a interrompere la via del tramonto. Lo stesso avvenne in Inghilterra con la signora Thatcher. In entrambi i casi, fu il ricambio delle classi dirigenti a mettere fine a una deriva e invertire la tendenza. Per la sinistra è difficile cogliere questo elemento. Essa confonde, infatti, il declino del Paese con il riflesso speculare della propria impotenza. Che è innanzitutto analitica. Conseguenza di una cultura divenuta aliena ai tempi e ai ritmi della modernità. Si guardi ai grandi temi, come la globalizzazione. O a quelli più concreti delle riforme. Dietro la critica ai tentativi, non sempre felici, del centrodestra, fa sempre capolino il rimpianto per un bel tempo andato, che mai ritornerà. Sulle pensioni, sulle riforme istituzionali, sulla magistratura per non parlare della scuola, non si ha nemmeno il coraggio di immaginare nuove vie. Ci si rifugia, al contrario, nella difesa della tradizione, nel rimpianto per un’epoca che è d’oro solo nella trasfigurazione della memoria. Non si dice al governo fai di più. Ma gli si impone di fermarsi, di non distruggere per innovare, di conservare l’esistente. Missione impossibile. Le riforme da fare non sono una concessione al centrodestra. Ma una grande esigenza nazionale. Non realizzarle aprirebbe, questa volta definitivamente, la porta al declino. Renderebbe cioè irreversibile quella crisi che oggi ha solo un connotato oggettivo. Ma che non è ancora degenerata nello sconforto e nella rassegnazione. Finora è stata questa la preoccupazione principale del governo. Evitare una possibile saldatura. Tra una crisi che ha radici di carattere oggettivo e il senso di sfiducia che su queste basi può maturare, alimentando fenomeni di abbandono. Non è una sfida soltanto italiana. A Parigi si discute di un libro di successo: La France qui tombe. A Berlino ci si interroga su L’Occidente che muore. Entrambe le cancellerie hanno tuttavia rifiutato la logica del declino. Hanno puntato i piedi e imposto i cambiamenti necessari per non disperdere un capitale di fiducia, che resta prezioso. Ne ha fatto le spese il Patto di stabilità e crescita. Che è stato violato, in difesa dei legittimi interessi nazionali.
Per l’Italia questa alternativa è preclusa dal peso del debito pubblico. Residuo di un lontano passato, ma anche espressione evidente di quella deriva di cui è lastricata la via del possibile declino. Le sue origini suonano a testimonianza delle gravi responsabilità politiche di quelle forze che ancora oggi si riconoscono nell’Ulivo. Il disastro italiano data dalla metà degli anni Settanta, quando le necessarie riforme furono impedite dal prevalere del consociativismo e da una visione collettivistica della società italiana. Quella mancanza di coraggio inaridì progressivamente ogni spinta propulsiva. Rese difficile, se non impossibile, ogni riforma innovativa. Schiacciò il Paese nella morsa della stagnazione e del mancato sviluppo. Il merito storico di Silvio Berlusconi è stato quello di aver chiamato a raccolta l’altra Italia. Quella che vuole crescere. Quella che non si è rassegnata al declino. Quella decisa a giocare la carta del rinnovamento, per garantire, specie alle nuove generazioni, una prospettiva di sviluppo e di benessere. Affrontare le necessarie politiche, nella peggiore crisi economica di tutto il dopoguerra, non era facile. Non lo era per diverse ragioni. Non ultima l’investitura di una classe dirigente chiamata al battesimo del fuoco in un momento così difficile per le sorti non solo dell’Italia. Ma dell’intera Europa. Occorreva, inoltre, un certo rodaggio. Il learning by doing, l’apprendere nel fare, richiede tempi adeguati che non possono essere compressi nello spazio di un mattino. Un bilancio sereno di questa prima parte della legislatura, non può prescindere da queste considerazioni. Se l’Italia avesse avuto una classe dirigente di riserva, se questa si fosse potuta formare nel solco della continuità storica, la situazione del Paese sarebbe oggi forse diversa. La coesione sociale sarebbe stata maggiore. La fiducia del popolo nei suoi rappresentanti avrebbe reso meno difficile il percorso riformatore. Saremmo, in altri termini, giunti con un certo anticipo all’appuntamento con il rinnovamento politico, economico e istituzionale, imposto dai nuovi venti dell’economia globalizzata. Ma le regole istituzionali sono variabili indipendenti: dati e non incognite del problema. Questa nuova classe dirigente si è formata nel fuoco di uno scontro politico durissimo. Alcuni hanno rinunciato a causa di una battaglia cruenta. Sono ritornati alle professioni o nelle aule universitarie. Altri ancora l’hanno invece continuata, compensando con la passione l’inevitabile inesperienza. Non poteva essere altrimenti. E lo stesso governo non poteva non risentirne nella quotidianità della sua azione. Eppure, nonostante le incertezze e i possibili errori, una cosa gli va riconosciuta: è riuscito a mantenere alta la bandiera del rinnovamento. Ed è questo un elemento che non può essere sottovalutato.
Si è molto ironizzato sull’ottimismo del premier. Sul suo non voler vedere i problemi. Sul suo stigmatizzare il gioco politicante, con i suoi continui riferimenti al «teatrino della politica». Ma era forse praticabile una linea alternativa? Si doveva, per caso, insistere su una visione cupa del futuro e spargere, a piene mani, il sale della sfiducia e del pessimismo? Insistere sulla crisi, che pure esiste, avrebbe fatto guadagnare qualche cosa o non avrebbe fatto perdere ogni speranza? Orientato negativamente ogni aspettativa. Depresso ogni iniziativa e con essa la voglia di riscatto. Berlusconi da un lato, Ciampi dall’altro, hanno invece cercato di infondere coraggio, di mantenere unite, per quanto possibile, le forze, dando loro una speranza. Quelle del premier non sono state prediche inutili. Si sono concretizzate in linee di politica economica e finanziaria coerenti con questi presupposti. Hanno ispirato il ministro Tremonti: sempre crocifisso per le sue innovazioni. Troppe «una tantum». Eccesso di condoni. Critiche violente al rientro dei capitali. Una misura invidiata e poi copiata dalle maggiori capitali internazionali. Ma cosa avrebbero dovuto fare. Mettere di nuovo le mani nelle tasche degli italiani? Reintrodurre, come fece Giuliano Amato, una tassa sui depositi bancari? Oppure seguire ancora una volta Bertinotti: con la sua super imposta per l’Europa? Una misura, quella, che, per le caratteristiche assunte, fu a un solo passo dall’esproprio proletario. Si è scelta invece, come del resto suggerito dalla stessa Commissione europea, una linea più morbida. Non solo per limitare il danno, ma per evitare un effetto pro–ciclico che avrebbe reso ancora più dura e violenta la recessione in atto. Oggi, finalmente, il panorama sembra meno fosco rispetto ai mesi precedenti. Ed è strano che, mentre sul terreno internazionale si intravedono i primi segni di una ripresa, in Italia si lanci lo slogan dell’impoverimento generalizzato. Quasi fossimo di fronte all’antica profezia di Marx sulla «caduta tendenziale del saggio di profitto». Non era vera da un punto di vista teorico. Si è dimostrata infondata nella prospettiva storica. Gli Stati Uniti, il bersaglio principale di quella critica in quanto al vertice delle aree sviluppate, mostrano da più di un decennio un tasso di crescita senza precedenti. Altro che «Stato stazionario», per riprendere le suggestioni di John Maynard Keynes.
Naturalmente non mancano le difficoltà. Non tutti gli strati della società italiana possono oggi vantare un tasso di benessere soddisfacente. Ma sarebbe strano il contrario. Due anni di recessione non potevano non avere un riflesso sugli equilibri complessivi del Paese. Queste critiche trascurano volutamente alcuni dati. Se in Italia l’occupazione è aumentata, nonostante la crisi, la distribuzione del reddito è migliorata o peggiorata? La risposta non dovrebbe essere difficile. Senonché questo riconoscimento condurrebbe a un altro interrogativo. Qual è l’origine di un fenomeno che non trova riscontro negli altri Paesi europei ugualmente in crisi? Nel rispondere a questa seconda domanda si dovrebbe riconoscere un’altra verità, che all’Ulivo non piace ammettere. In Italia, sul fronte dell’occupazione, le cose vanno meglio che in Francia o Germania perché il mercato del lavoro è stato riformato. Perché le tesi di Marco Biagi, che culturalmente non apparteneva certo a questa maggioranza, sono state portate avanti con coerenza e determinazione. Perché il centrodestra, come nel caso delle pensioni, è riuscito a fare quello che il centrosinistra avrebbe voluto fare. Ma che non è stato capace di realizzare. Ci fermiamo qui. Non per chiudere il discorso ma per guardare al futuro. Che sarà comunque migliore del passato che ci lasciamo alle spalle. Il governo ha già scontato l’ipotesi di una possibile ripresa rafforzando la squadra di governo. A fianco del ministro Tremonti opererà il vice–presidente Fini. Si occuperà, a tempo pieno, del rilancio dell’economia. Non è solo una misura organizzativa interna. Fare sviluppo, nell’epoca della globalizzazione, significa attivare meccanismi di comunicazione forti con gli attori dello stesso. Coinvolgerli in un progetto-Paese in cui ognuno possa svolgere la propria parte, in un reticolo di relazione che ne potenzi il risultato complessivo. Non sarà facile dopo la lunga apatia della precedente legislatura e la crisi di questi ultimi due anni. Ma quella fiducia, finora alimentata dal solo ottimismo della volontà, potrà forse dimostrarsi un’arma preziosa per il rilancio del Paese.