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La Santa Alleanza establishment-gauche

LIBERAL FONDAZIONE
di Giuliano Cazzola
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23La Casa delle libertà confidava sulla vittoria elettorale del 2001 e sull’ampia rappresentanza parlamentare conquistata nelle urne. In fondo - si sarà detto Berlusconi - è una delle regole fondamentali della democrazia che lo schieramento, uscito vincitore dal grande rito elettorale, provi a governare e a realizzare il suo programma. Si sbagliava, perché alla sinistra è sempre concessa una prova d’appello: lo sciopero e la piazza. In Italia, poi, il vero potere della gauche ha profonde radici nell’establishment, è annidato nelle istituzioni. Il voto degli italiani, ad avviso della sinistra, è una conseguenza naturale del suo radicamento nel sistema (più che nella società), una sorta di atto dovuto. E quando - per qualche incidente della storia - l’elettorato si indirizza altrove, è il voto a essere ritenuto illegittimo, tanto che scattano le reazioni dei diversi potentati allo scopo di ripristinare l’ordine violato e reinsediare la democrazia che è considerata tale soltanto se al potere stanno i «soliti noti», i protagonisti di quella cultura statalista che, in Italia, funge da tessuto connettivo tra la grande impresa, il Gotha della finanza e dell’intermediazione bancaria, gli ordinamenti autonomi, le corporazioni della cultura e quant’altro, fino alle grandi confederazioni sindacali storiche, che sono azionisti di riferimento di tutti gli altri soggetti. Così al governo Berlusconi è capitato di tutto. Ha dovuto subire sanguinosi anatemi (chi non ricorda i toni da predicatore komeinista di Sergio Cofferati, intento a invocare - capelli al vento di marzo - la maledizione divina sul capo dell’esecutivo?), sopportare sollevazioni popolari lucane e scioperi di tutti i tipi: generali, particolari, spontanei, selvaggi, tutto andava bene per essere gettato nella mischia. Le proposte e le iniziative legislative della maggioranza non vengono mai criticate nel merito (lo spazio ci sarebbe, eccome) con argomenti più o meno plausibili (l’azione del governo non è certo aliena da critiche), ma sono oggetto di ilarità, dileggio nei migliori dei casi. Ma anche di indignazione, scandita a colpi di slogan più o meno simili a quelli che i fondamentalisti islamici lanciano contro il Grande Satana. Le modifiche del diritto societario? Sono un regalo agli evasori al pari dei condoni e delle sanatorie. Il giusto processo, le rogatorie internazionali e la riforma dell’ordinamento giudiziario? Ecco l’attacco all’indipendenza della magistratura. Il riordino del sistema scolastico? Vergogna. Arriva il colpo d’ariete contro la scuola pubblica. La legge Biagi? È responsabile del processo di precarizzazione del mondo del lavoro (ancor prima della sua entrata in vigore). La riforma delle pensioni? Così si distrugge lo Stato sociale. E via salmodiando formule esorciste contro il governo maledetto. 
Rinchiuso nella sua Fortezza dei tartari, con guarnigioni litigiose e per nulla disposte a «morire combattendo» (propense piuttosto a un onorevole armistizio), il governo ha rintuzzato come meglio ha potuto queste offensive. Non è stato facile farlo. Anche quando ha avuto successo, le sue sono state vittorie di Pirro. È il caso del Patto per l’Italia dell’estate del 2002. L’esecutivo riuscì a isolare la Cgil, ma dovette pagare un prezzo elevato, in termini di contropartite, alle parti che avevano accettato il dialogo (a Cisl e a Uil in particolare), rinunciando in pratica alla revisione dell’articolo 18 e assumendo impegni tanto onerosi che, in seguito, l’esecutivo non è stato in grado di onorare. Doversi confrontare con un’opposizione agguerrita è un problema che, tutto sommato, può essere risolto in modo normale: con la vittoria elettorale e con la legge dei numeri in Parlamento. Fino a prova contraria, nella competizione elettorale bipolare, chi vince legittimamente governa. Ma se di mezzo ci si mettono i sindacati (di ogni sigla, ordine e tipo), i quali usano contro il governo le rendite di posizione del sistema di potere di cui sono elementi essenziali, la partita diventa difficile, perché si tratta di istituzioni invincibili, anche se usano per finalità di parte i poteri loro attribuiti dalla legge e dai contratti. In sostanza, se si sconfiggono lealmente gli avversari politici nelle consultazioni elettorali nessuno può reclamare alcunché. Ma come si fa a sconfiggere un sindacato che dispone di prerogative e regole di agibilità politiche inesauribili? Quando i radicali provarono a sottoporre a referendum il finanziamento pubblico ai Patronati, la Corte Costituzionale non ammise il quesito sostenendo la tesi che in caso contrario si sarebbero violati i diritti fondamentali dei lavoratori. Come è possibile venire a capo di un conflitto con una lobby bancaria o con il sistema delle fondazioni? A disciplinare più compiutamente l’ordinamento giudiziario? A regolare in maniera più efficiente la sanità e la scuola? Il governo si imbatterà sempre in organizzazioni sindacali che gridano alle libertà conculcate, in associazioni di categoria incapaci di distinguere tra una banale vertenza di carattere sindacale o parasindacale e lo smantellamento di primari presidi civili ed economici. Se una categoria di medici non riesce a rinnovare, come vorrebbe, la propria convenzione col Servizio sanitario nazionale, non se la prende con la naturale controparte ma imputa al governo di voler smantellare la sanità pubblica. Così fanno i giudici e gli insegnanti. Ne viene dunque una prima lezione. Quando i nemici sono in grado di mettere in campo diversi eserciti, i manuali di strategia militare (magari con un occhio alle campagne napoleoniche) consigliano di non lasciarsi accerchiare ma di affrontarli uno per volta. È questa la sola maniera per combattere ad armi pari nelle singole battaglie. 
Come se non bastasse l’azione diretta, l’establishment non esita ad avvalersi con grande spregiudicatezza del disfattismo o meglio dello «sfascismo», rappresentando una situazione del Paese sull’orlo del baratro, in balia di un governo incapace, nel medesimo tempo, di produrre sviluppo e di preservare il risanamento. In sostanza, al governo è impedito di cambiare, di attuare le indispensabili riforme sociali; nello stesso tempo lo si critica per l’incerto procedere dei conti pubblici lungo i vincoli del patto di stabilità, al riparo degli sfondamenti di Francia e Germania. A noi non piacciono gli atteggiamenti disfattisti, espressione di una prassi di lotta politica senza principi né riguardi, per cui talvolta la parti in campo sembrano preferire il crollo della casa comune piuttosto che assistere al successo dell’avversario. Se è grave la situazione dell’Italia, il declino non può che venire da lontano. Per quanto serie siano le critiche all’attuale governo sarebbe ingeneroso caricargli addosso tutte le nostre sventure. Oltre alle responsabilità politiche, vi sono stati, negli ultimi anni, eventi eccezionali che hanno influito, in modo inusitato, sull’economia e su tanti altri aspetti della vita sociale. Inoltre, bisogna anche saper guardare (è il senso degli inviti di Ciampi) alla parte piena del bicchiere. E occorre avere la memoria lunga (le persone più anziane hanno questo dovere nei confronti di quelle più giovani): l’Italia ne ha viste di peggio ed è stata in grado di spuntarla e di risollevarsi. In fondo, possiamo contare su un tessuto economico sano e diffuso, siamo una nazione ricca, e su una collettività civile (l’Italia è pur sempre componente effettivo del gruppo dei Magnifici Otto). Ma è proprio perché abbiamo le risorse per afferrare il Proteo della ripresa che dobbiamo saper vedere con chiarezza i nostri limiti. La vita delle nazioni si è fatta oltremodo più difficile. La sfida della competitività internazionale è divenuta spietata. Per la prima volta, nella storia recente dei Paesi sviluppati, viene meno la fede nel progresso ovvero nella «marcia in avanti» dell’umanità verso migliori condizioni di lavoro e di vita. In realtà, è diffuso un grande senso di insicurezza poiché tutti avvertiamo che i nostri figli saranno condannati a stare peggio di noi. Le generazioni future non godranno affatto degli standard di benessere acquisiti nei cinquant’anni che abbiamo alle spalle. Basterebbe allora rendersi conto del fatto che certi diritti e livelli di vita, situazioni materiali non sono mai riconosciuti in eterno a un popolo, ma devono essere difesi e mantenuti giorno per giorno, nella ricerca di un difficile equilibrio tra risorse disponibili, equità sociale, sostenibilità economica. Il momento è certamente complesso. Gli scandali finanziari toccano i più riposti santuari del potere, tanto il sancta sanctorum del sistema produttivo quanto il più popolare e amato degli sport. La Guardia di Finanza nelle sedi delle società calcistiche è l’altra faccia della medaglia (o forse solo un’anticipazione) della tempesta che sta scatenandosi sulle banche e sul settore dell’intermediazione del credito e del risparmio. Gli scricchiolii mettono paura, anche perché si intravede - dietro certe iniziative clamorose di delicati apparati istituzionali - il medesimo desiderio di andare oltre il proprio ruolo, che caratterizzò l’esperienza di Tangentopoli. Non è un mistero che, negli ultimi anni, le imprese bancarie (tuttora gracili nonostante i processi di integrazione, fusione e incorporazione) hanno acquisito un ruolo primario sull’intero sistema economico. Sono le banche le vere proprietarie dell’apparato produttivo. Ci accorgiamo oggi che gli istituti di credito, che detengono un immenso potere economico e politico, hanno subito un processo di privatizzazione invero singolare, nel senso che sono rimasti nelle mani, tramite il gioco delle fondazioni bancarie, dei medesimi circoli che a suo tempo furono immessi in quel ruolo dal potere politico, quando le banche erano sostanzialmente aziende pubbliche. Eppure - ecco un esempio di memoria corta dell’opinione pubblica - il tentativo compiuto da ministro Giulio Tremonti di rivedere la governance delle fondazioni bancarie si è infranto contro il giudizio della Consulta, la quale non ha esitato a difendere il «sistema» e a lasciare il potere in mano alle lobbies di sempre. 
Quale sia stata la linea di condotta del governo è sotto gli occhi di tutti. Nel bene e nel male. Tremonti - il ministro lo ha ammesso più volte - ha evitato con cura le politiche di rigore (anche a costo di mettere in naftalina la riforma fiscale che avrebbe necessariamente imposto drastici interventi sulla spesa corrente) e, in attesa delle ripresa economica - che poi ha tardato e ritarda più del previsto - ha adottato misure di carattere straordinario al solo scopo di guadagnare tempo, di restare il più a lungo possibile in apnea. La politica dei condoni, delle sanatorie, delle «una tantum» non è stata certo la migliore medicina per l’equilibrio dei conti pubblici. Tuttavia, va riconosciuto che, nel complesso, grazie alle sanatorie del 2003, il gettito di 9 miliardi di euro nei primi 11 mesi del 2003 non è un risultato da buttar via, soprattutto se si pensa che il montante può salire a 15 miliardi per effetto delle proroghe e delle rateizzazioni stabilite con la Finanziaria per il 2004. Quasi due terzi del gettito complessivo proviene dal condono tombale (per un incasso di 5,6 miliardi di euro). Il primato delle adesioni spetta alla Lombardia (1,3 miliardi), seguita a grande distanza (a proposito di «Roma ladrona») dal Lazio (596 milioni), dal Veneto (470 milioni) e dall’Emilia Romagna (460 milioni). Le previsioni sono state, quindi, non solo rispettate ma migliorate. Si era detto (al coro si era unita anche la Corte dei Conti) che il condono sarebbe stato un fallimento. Ricordiamo persino le motivazioni sulle quali si basava questa sfiducia. Si sosteneva, infatti, che non erano ripetibili le circostanze (e quindi pure il successo) del condono della metà degli anni Novanta, poiché, da allora, l’assetto del sistema fiscale era assai cambiato (tra le altre innovazioni introdotte, erano decollati gli studi di settore che avevano introdotto una sorta di programmazione del prelievo fiscale concertato con le categorie interessate). Si sosteneva, allora, che il «cavallo non avrebbe bevuto» (che i contribuenti, cioè, avrebbero tenuta ben chiusa la borsa). Invece, la proposta è risultata appetibile. Il che è - per altri versi - assai poco incoraggiante, dal momento che sono emersi margini di evasione consistenti e mai sanati una volta per tutte. Inoltre, la fame di risorse ha indotto il governo a spingersi molto avanti nella logica del condono. In pratica, il termine della proroga per il condono stesso sugli anni trascorsi è ormai pericolosamente vicino a quello in cui deve essere presentata la denuncia dei redditi. Continuando su questa strada, per i contribuenti sarà forte la tentazione di non pagare più le tasse alle scadenze dovute per attendere, pochi mesi dopo, la proroga del condono a cui aderire tempestivamente. Tutto sbagliato, allora? È indubbio, almeno, che il governo, in mezzo alle traversie intercorse, non ha saccheggiato le tasche degli italiani con tasse e balzelli (come vorrebbe Giovanna Melandri), né ha proceduto a tagli importanti della spesa pubblica. In sostanza, la coalizione di maggioranza ha scelto una linea di basso profilo e di rinvii, che purtroppo ha delle conseguenze. L’Italia ha retto, finora; ma si è dato fondo a ogni possibile misura di carattere straordinario, inventando qualsiasi motivo che giustificasse «una tantum», sanatorie, condoni e quant’altro. Purché non si parlasse di riforme economiche e sociali. Certo, il contesto europeo ci ha fornito degli alibi: il fatto che i primi a violare le regole del risanamento fossero Francia e Germania è divenuto lo schermo del nostro traccheggiare. Ora però si pagano le conseguenze di tali scelte, sul piano della scarsa competitività, dell’arretramento a rischio di declino, proprio nel momento in cui - ce lo auguriamo, ma non ne siamo completamente sicuri - l’economia mondiale manda primi segnali d’inversione di tendenza. La politica economica fino a ora seguita ha dato buoni frutti quanto al gettito. Le «una tantum» hanno salvato i conti pubblici. L’indebitamento delle Amministrazioni - sono dati Istat - è stato pari, lo scorso anno, a 31,8 miliardi di euro, corrispondenti al 2,4% del Pil. Un risultato dipendente per ben 24,8 miliardi dagli effetti delle misure temporanee, senza le quali il deficit sarebbe stato di 56,6 miliardi, pari al 4,3% del Pil. Ma questo andazzo non è ripetibile all’infinito. Così, quando si dovranno trasformare gli esiti delle sanatorie e dei condoni in provvedimenti di carattere strutturale, molti nodi verranno al pettine. C’era da aspettarsi che prima o poi sarebbe venuto il momento in cui si dovevano dire dei sì e dei no. Come si chiede a chiunque voglia governare. 
Ma il colpo più insidioso alla coalizione di governo - un regalo insperato alle opposizioni - è venuto dai media (col Corriere della Sera a fare da apripista). Nei mesi scorsi si è sviluppata - poi si è spenta per mancanza di forza autopropulsiva, ma il fuoco può ancora essere alimentato in vista delle elezioni - una campagna mediatica sul presunto impoverimento dei ceti medi. Tale campagna si proponeva degli obiettivi politici: mettere in cattiva luce la Casa delle libertà nei confronti del suo potenziale elettorato. Un fondo di verità c’era. Ma per spiegare quanto stava avvenendo, anziché cimentarsi con complicate - e un po’ fasulle - analisi sociologiche, sarebbe bastata una considerazione elementare: l’Italia sta (forse) uscendo da una delle crisi più lunghe degli ultimi anni, che ha riguardato tutte le economie sviluppate. È normale che, in tempi e condizioni siffatte, sia necessario tirare la cinghia. Se non «girano le macchine» diventa problematico rivendicare un aumento di stipendio, effettuare delle ore di straordinario, cambiare posto di lavoro allo scopo di guadagnare di più. Per non parlare, poi, delle cattive performance dei mercati finanziari. Il «popolo dei Bot» era abituato a interessi sicuri e correnti sui risparmi. Tali entrate aggiuntive, abituali negli anni scorsi, sono venute meno, anche perché i risparmiatori più fortunati sono riusciti, a malapena, a salvaguardare il capitale. Se questa è la realtà, non aveva senso perseverare in un allarmismo privo di sbocchi e di soluzioni, per giunta rivolto a quella parte della società che ha potuto difendersi meglio di altre. Ma era troppo appetibile la sfida sul piano politico: colpire l’uomo dei media mediante l’uso dei media. Per i nemici di Berlusconi, infatti, il problema non è accertare se il fenomeno esiste e in quali dimensioni, ma quello di riuscire a convincere il popolo della Casa delle libertà di essere più poveri di prima, per colpa del governo. È con siffatta convinzione che deve fare i conti il Cavaliere. Così, il «partito sfascista» sta cercando di portare l’attacco finale al governo, anche a costo di fare solo dell’agitazionismo senza sbocchi né soluzioni. Se non si riuscirà a impedirglielo finiranno per fare un deserto e chiamarlo «vittoria della democrazia».
 

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