
Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un’ossessiva riproposizione della centralità delle riforme del sistema politico, del meccanismo elettorale, dell’assetto dello Stato. Questo processo, che ha avuto origine dal cosiddetto «crollo della prima repubblica», tuttavia, nell’arco dell’ultimo decennio, si è andato largamente affievolendo, perdendo quel consenso attivo e di massa che lo aveva caratterizzato nella sua fase iniziale. Ciononostante in questi anni le istituzioni repubblicane hanno subito profonde trasformazioni, e aggiungerei danni rilevanti che con difficoltà e in tempi non brevissimi potranno essere riparati. Tra le principali forze politiche ha prevalso il tentativo di consolidare il sistema maggioritario, di introdurre controriforme come l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Si è lavorato allo spezzettamento federalista del Paese con conseguente smantellamento dello Stato sociale, dei diritti sindacali, del contratto collettivo nazionale di lavoro, della scuola pubblica, di qualsiasi politica di tutela ambientale. Il bipolarismo ha determinato una grave involuzione della politica con la crisi dei partiti di massa, con la riduzione della partecipazione, la leaderizzazione e la personalizzazione crescente. Un processo degenerativo, nato e cresciuto nel cuore dei processi reali, della rivoluzione capitalistica di questi anni, che ha bruciato i residui margini di autonomia della politica, la sua funzione di mediazione tra interessi sociali e costruzione del consenso. Emblematico è il caso dell’imprenditore Berlusconi che «scende in campo», assume direttamente la gestione degli interessi propri e della propria parte, assume la guida del governo. Così come è significativa la tendenza di Confindustria a proporsi direttamente come soggetto autonomo di governo del Paese. In questo quadro, alla debolezza dell’assetto politico bipolare si contrappone una crescente tendenza consociativa e bipartisan, che si evidenzia nelle scelte di fondo: guerra, politica internazionale e politiche economiche. L’involuzione della democrazia verso forme di autoritarismo è senz’altro tema all’ordine del giorno. Nell’analizzare tale involuzione, non ci si può però riferire soltanto alle classiche forme di coercizione o violenza con le quali si sono espressi nella storia e si esprimono i regimi autoritari. L’autoritarismo si realizza anche, e oggi, soprattutto, attraverso lo svuotamento progressivo di ogni sede di partecipazione e protagonismo organizzato, attraverso la delegittimazione di fatto di culture «incompatibili» con quelle dominanti, della concentrazione neo-monopolistica del sistema informativo, della cancellazione sostanziale del sistema di diritti e di garanzie conquistato in decenni di battaglie. Dovrebbe far riflettere l’emergere di una tendenza astensionistica di entità americana che si è registrata in un Paese in cui, sino agli inizi degli anni Ottanta, più dell’80% dei cittadini andava a votare. Questo assetto non costituisce tuttavia un esito stabile e scontato. Il sistema bipolare, infatti, non soltanto non ha realizzato gli obiettivi che considerava essenziali e vitali, quello della stabilità attraverso la costituzione di coalizioni solide e omogenee, e quello della semplificazione del quadro politico. Ma, soprattutto, non ha realizzato l’obiettivo reale che considerava senz’altro più importante, non si è cioè costruito come egemonia reale e diffusa per l’eliminazione di qualsiasi pensiero alternativo esterno alla logica delle compatibilità. Dall’evidente rinascere dei conflitti sociali - le lotte di Scanzano e gli scioperi degli autoferrotranvieri sono soltanto due esempi - e dall’insorgere, nella scena politica mondiale e italiana dei movimenti, è emersa una forte domanda di democrazia che confligge apertamente con ogni «normalizzazione» bipolaristica. Il movimento dei movimenti è riuscito a mettere in discussione il pensiero unico e l’idea che il tema della trasformazione fosse ormai derubricato. Ha messo in discussione proprio quei processi di decisione ademocratica degli istituti di regolazione del mercato globale. Mettendo a nudo il cuore delle politiche di governo mondiale dell’economia, ha contestato la legittimità di quegli istituti, fintamente tecnici, di determinare le scelte fondamentali, proprio perché non rappresentativi della complessità della società. Ha posto il tema della partecipazione quale elemento fondante del «nuovo mondo possibile». In questo quadro va collocata qualsiasi riforma della legge elettorale. Questi elementi non possono essere trascurati. Il sistema elettorale, infatti, pur non essendo regolato da una legge di carattere costituzionale, è senz’altro a essa strettamente connesso ed è un valore fondativo per l’assetto repubblicano e democratico e per la vita stessa del Paese. È il meccanismo attraverso il quale la volontà popolare e, quindi, la rappresentanza politica si concretizzano. Non tener conto del tessuto sociale, delle istanze di partecipazione e delle trasformazioni della realtà politica, sociale ed economica significa trasformare un tema vitale per la democrazia in una pura costruzione di ingegneria costituzionale che, al contrario, mortifica quella richiesta di partecipazione. È, secondo noi, essenziale recuperare un sistema sostanzialmente proporzionale. Un sistema elettorale che abbia come asse portante la capacità di garantire la rappresentatività di una società complessa quale è quella in cui viviamo, una società in cui il conflitto sociale non soltanto non è stato espulso, ma al contrario sta esplodendo in forme sempre più macroscopiche. Un sistema quindi che realizzi una «fotografia» del nostro Paese seppur con alcuni correttivi volti a garantire la semplificazione degli schieramenti politici e anche la stabilità democratica dei governi. Dunque una legge elettorale proporzionale, sul modello tedesco, capace di ridare al Parlamento appieno la forza di rappresentanza del Paese. Un punto di equilibrio capace di coniugare un’istanza di democrazia e di rappresentanza del pluralismo delle forze politiche così come vivono nel Paese reale, con il tema della stabilità del governo, tema che non è il nostro, che ci viene però diffusamente proposto e a cui non sfuggiamo.