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Insisto. Meglio Parigi

LIBERAL FONDAZIONE
di Gianfranco Pasquino
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23E' assurdo pensare che la transizione istituzionale, cominciata, per impossibilità di agire su altri meccanismi, con una riforma elettorale imposta dai referendum, ma non esattamente quella voluta dai referendari, possa chiudersi senza riformare la legge elettorale. Tuttavia, una buona riforma della legge elettorale non può essere congegnata avendo come unico riferimento il meccanismo specifico: proporzionale, con clausola di esclusione; maggioritario semplice; maggioritario a doppio turno. Sappiamo, infatti, ed è sperabile che almeno i legislatori lo abbiano imparato, che una legge elettorale è buona, come in misura diversa sono la legge inglese di tipo plurality, cioè maggioritaria a turno unico; la legge tedesca, proporzionale con clausola percentuale d’accesso alla distribuzione dei seggi; la legge francese, maggioritario a doppio turno, quando «investe» anche la forma di governo. Dunque, chi volesse davvero riformare la forma di governo italiana, che, credo, sia l’obiettivo prioritario e centrale da perseguire, ha l’obbligo di pensare a una legge elettorale che non prometta soltanto vantaggi particolaristici contingenti, come, purtroppo, fanno molti parlamentari e la totalità dei dirigenti di partito, ma a una legge che garantisca di conseguire anche obiettivi più ambiziosi. Incidentalmente, non è possibile e, anzi, è addirittura sconsigliabile, operare sui poteri del primo ministro: nomina dei ministri, scioglimento del Parlamento, come se il rafforzamento del premier costituisse una soluzione taumaturgica, senza sapere che la possibilità di acquisire e, soprattutto, di esercitare quei poteri dipende in larghissima misura dal sistema partitico e dalle modalità con le quali la carica di primo ministro è stata effettivamente acquisita. Dimentichiamo, dunque, i «premieratisti», terribili semplificatori, in particolare quelli che fanno riferimento a casi incomparabili con la situazione italiana, e chiariamo quali sono gli obiettivi istituzionali e sistemici che la riforma del sistema elettorale deve conseguire. Non è vero, naturalmente, che ciascuno può affastellare una lista di obiettivi e che un obiettivo vale l’altro. Al contrario, primo, gli obiettivi debbono essere compatibili e almeno apparire conseguibili; secondo, debbono rispondere ai problemi italiani; terzo, debbono essere convincentemente argomentati. Come obiettivo prioritario resusciterò l’espressione «governabilità», intesa come la combinazione fra stabilità politica ed efficacia decisionale, e vi aggiungerò il potere degli elettori. Anche con la migliore versione di rappresentanza proporzionale (che, essenzialmente, è quella tedesca nel suo insieme, quindi mai recepibile senza la clausola del 5%), a meno che non sia accompagnata, come in Spagna, da un sistema partitico già strutturato secondo modalità bipartitiche, gli elettori non potrebbero decidere della formazione del governo. Non lo fanno neppure in Gran Bretagna dove il governo che nasce è semplicemente il prodotto del partito che ottiene la maggioranza assoluta di seggi, esito conseguibile soltanto perché, e quando (poiché non è puramente teorico pensare che nessun partito ottenga quella maggioranza assoluta) il sistema partitico lo rende tale. Poiché in Italia non è concepibile nessun bipartitismo, anche se non ho nessuna comprensione per la difesa di pallide e spesso anche squallide «identità» politiche autoctone, neppure il sistema inglese è importabile, mancando troppe altre condizioni istituzionali per garantirne la funzionalità nel contesto italiano. 
Come dovrebbe essere noto, il sistema politico e istituzionale più simile a quello italiano è stato storicamente rappresentato dalla Quarta repubblica francese, di cui, nella Costituzione italiana, abbiamo imitato parti significative dell’ordinamento dello Stato. Quella repubblica ha funzionato, anche per ragioni esterne: la decolonizzazione, poco (1946-1958) e male. Quello che conta, però, è che è stata trasformata molto e bene con la costruzione della Quinta repubblica che, a sua volta, è stata variamente imitata in maniera più che soddisfacente in alcuni contesti dell’Europa centro-orientale dopo il crollo del comunismo. Uno dei cardini della Quinta repubblica è l’elezione popolare diretta del presidente della repubblica, né devastante né plebiscitaria, imitabile anche in Italia, una volta regolamentati e risolti, per tutti i detentori di potere politico e istituzionale, i conflitti d’interesse attuali e a futura memoria. Un presidente che esercita poteri politici rilevanti deve avere un mandato popolare e deve essere elettoralmente responsabile. Il secondo cardine della Quinta repubblica è costituito dal sistema elettorale maggioritario a doppio turno con elevata clausola d’accesso applicato in collegi uninominali. Oggi, dopo numerose elezioni parlamentari francesi, ne sappiamo moltissimo sul funzionamento concreto di quel sistema. Al primo turno, l’elettore sceglie, prevalentemente, il candidato del suo partito preferito. È il cosiddetto «voto sincero». Se nessuno ottiene la maggioranza assoluta dei voti al primo turno, al secondo turno, al quale possono essere arrivati soltanto i candidati che hanno ottenuto almeno il 12,5% dei voti calcolati sul numero degli aventi diritto e non dei votanti, l’elettore sceglie fra i candidati rimasti in lizza. Se il suo candidato preferito non ce l’ha fatta ad arrivare al secondo turno, l’elettore sceglierà il candidato meno sgradito del partito alleato al partito da lui preferito. È il voto «strategico», che abitualmente ha un contenuto di governo. È un voto incoraggiato e «coordinato» dai dirigenti di partito che preventivamente dichiarano, anche per convincere gli elettori e per vincere, la loro alleanza di governo. Naturalmente, il capo dell’alleanza di governo che ottiene una maggioranza parlamentare assoluta diventerà primo ministro (a meno che il capo non sia già il presidente della repubblica). Non tanto paradossalmente, quel primo ministro rimarrà tale per tutta la legislatura se il presidente della repubblica appartiene allo schieramento opposto. Sarà costretto, lui con la sua maggioranza, a sfruttare la sua stabilità politica per essere efficace nelle decisioni. Qualsiasi incertezza ovvero incapacità ovvero fibrillazione (per usare il «politichese» italiano) potrebbe essere sfruttata e punita dal presidente con un legittimo scioglimento anticipato del Parlamento. Non è casuale se il socialista Lionel Jospin ha potuto governare per cinque anni (1997-2002) nella coabitazione con il presidente gollista Jacques Chirac, mentre, durante ciascuno dei suoi due mandati, il presidente socialista François Mitterrand ha cambiato tre primi ministri socialisti. Per l’appunto, il primo ministro può essere più facilmente sostituito se appartiene allo stesso schieramento del presidente che cerca con la «circolazione» dei primi ministri di rimettersi in sintonia con l’elettorato. 
L’effetto della legge elettorale francese sui governi è stato, accertatamente, positivo: stabilità politica, più efficacia decisionale, con un vantaggio, come si conviene, della seconda rispetto alla prima - se la stabilità riguarda la carica del primo ministro e non, invece, come dovrebbe essere misurata, la stabilità della maggioranza parlamentare. Quanto ai partiti, i piccoli partiti non possono esercitare ricatti credibili per avere seggi sicuri. Infatti, il loro valore aggiunto in percentuale si calcola sui loro voti al primo turno: una misura che in ciascun collegio uninominale non mente. Il loro apporto alla coalizione si valuta con la disciplina programmatica, la rappresentatività politica e le capacità dei suoi parlamentari e, eventualmente, dei suoi ministri. I partiti grandi saranno più o meno generosi a ragion veduta. E, a ragion veduta, gli elettori premieranno/puniranno i candidati scelti male, la litigiosità delle alleanze partitiche, la confusione dei programmi, l’incapacità di governi e governanti. Il doppio turno consente, nelle due settimane che intercorrono fra il primo e il secondo turno, di vedere molto di quello che fanno i partiti, in quanto ad alleanze ed eventuali decisioni di desistenza, e di capirne abbastanza per votare meglio informati. In Francia, l’esito «sistemico» del doppio turno è stato chiarissimo e apprezzabile: ristrutturazione del sistema partitico sotto forma, come ha scritto quasi venti anni fa l’autorevolissimo politologo Maurice Duverger, di quadriglia bipolare, governi prodotti dalla competizione bipolare, qualche benefica e produttiva alternanza (anche nella carica di presidente). Date le condizioni del sistema partitico italiano, una ristrutturazione sotto forma di quadriglia bipolare, che non obbliga ad artificialissime e confuse «liste uniche» e che consente anche ai partiti piccoli di contrarre impegni programmatici seri sulla base della loro reale forza elettorale, è altamente plausibile. Allo stesso modo, è plausibile e positiva la formazione di un governo che tenga davvero conto dei voti, e non dei poteri di ricatto, con un primo ministro legittimato dal consenso elettorale, ma, poiché non eletto direttamente, sostituibile in caso di necessità politica. Dunque, la mia insistente proposta è: doppio turno alla francese. Rafforzerò la mia proposta con le parole di un autorevole collega, il già professore di scienza politica, oggi autorevole vice-presidente del Senato, Domenico Fisichella, che ha sottolineato come il doppio turno sia un sicuro dispensatore di opportunità politiche (si vedano le pagine 358-373 del suo libro Elezioni e democrazia, Il Mulino). Mi sembra di poterne concludere che la nostra condivisione di una prospettiva di riforma prova che la convergenza scientifica, se l’analisi è corretta e comparata, può aversi a prescindere dalle posizioni politiche purché si intenda migliorare il funzionamento del sistema e non trarre qualche vantaggio particolaristico e contingente, destinato a ispirare una cattiva riforma e a durare poco tempo. Concludendo, quello che ha funzionato in Francia, in special modo, ma non soltanto, il sistema elettorale a doppio turno, per condurre a buon fine una transizione che sarebbe altrimenti stata molto complicata e per rendere efficace e moderna la politica francese, ha tutte le qualità per migliorare anche, e di molto, la struttura e il funzionamento del sistema politico italiano.
 

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