
Il nome e l’opera di Bobbio sono intimamente congiunti a quelli di un altro grande nostro studioso di filosofia politica: Augusto Del Noce. La divisione tra i due - che sempre si apprezzarono e sempre si avversarono - passa attraverso il diverso modo di intendere il mistero. Bobbio apparteneva a una tradizione complessa che, in ultimo, si era sforzata di respingere il mistero come totalmente altro. Il suo richiamo anche insistente, alle fine dei suoi giorni (come nel testamento o nell’intervista), non deve trarre in inganno: per lui il mistero coincideva con l’irrazionale. Si è nel mistero, che, tuttavia, non custodisce la verità e quindi non può attrarre; infatti egli lo identificava con il caos. Con questa visione del logos, ridotta alla pura e semplice razionalità, si mostrò incapace, quindi, di uscire da una dialettica nella quale i due contrari rimangono razionale e irrazionale. Come se gli fosse sempre stato precluso il valore del carattere «superiore» proprio del mistero (super-razionale, non irrazionale e quindi intelligibile e non inintelligibile). Era capace di lucidità, ma non di entrare nel mistero della verità (l’esatto non coincide, infatti, necessariamente sempre con il vero). Mentre Del Noce - che si era laureato con Mazzantini - conservò sempre un’attitudine teoretica nella sua indagine sulla filosofia politica, Bobbio, invece, volle sempre delimitare il suo orizzonte escludendo la pura teoria, aderendo forse a quell’orientamento che con Hume consiglia di escludere dai propri interessi la metafisica e la teologia. Non che Del Noce abbia scritto di metafisica e teologia, ma ciò che in lui era presupposto in Bobbio era negato. In questo atteggiamento Bobbio si privava delle radici tanto che, quando nel suo testamento parla della «religione dei padri» sembra più rivolgersi a quella religione civile che da laico ha sempre tentato di affermare anche nella sua vita quotidiana. Ma religione civile implica l’uscita dalla tradizione che, attraverso il pensiero antico e quello cristiano, ha condotto alla costruzione dell’Europa. E questo è mostrato inequivocabilmente dal corso di filosofia politica - pubblicato da Giappichelli nel 1976 - diviso in due sezioni (antica e moderna) nel quale tace su quella medioevale, considerata come una semplice ripetizione di quella antica. Ben diverso, anche in questo, l’atteggiamento di Del Noce, con il suo richiamo al De Monarchia di Dante. L’approdo al Cattaneo di Gobetti, in polemica con Gentile, volle dire appunto privarsi delle radici. Non più popolo, ma costituzione e, in ultimo, non più giustizia ma legalità.
Anche la lettura del fascismo come irrazionalismo, non gli consentì quella visione complessiva di cui invece Del Noce si fece alfiere. Il fascismo come «errore contro la cultura» gli faceva vedere la minaccia che sempre incombe come irruzione dell’irrazionale nella storia e quindi della sua finale inintelligibilità, mentre Del Noce seppe vedere la possibilità dell’errore (il fascismo come errore della cultura italiana) nella storia. Ci sono pagine bellissime di Mazzantini sull’errore, come unilateralizzazione della verità e quindi non estraneo alla nostra condizione umana e alla storia: continuum, come diverso e non contrario. Nella dialettica dei contrari, proprio a differenza di Bobbio, Del Noce non poteva accettare che ogni termine debba morire nel suo contrario, anche se in Hegel risorge in altro modo (tolto nella forma di prima e superato). Ma di Hegel Bobbio non poteva accettare questo esito: il nemico, per lui, deve morire né mai più risorgere. Per Mazzantini, giudizio questo fatto proprio da Del Noce, dimostra che: «Nei periodi che si vogliono chiamare illuministici - quando tutto si critica, e si mette o si rimette in discussione, sbeffeggiando il passato e la tradizione - ... l’individuo si gonfia e fa la ruota (nel sogno) in solitudine; e non prende né sa prendere altro punto di partenza che... se stesso». Di qui la possibilità per Del Noce della «correzione» e del «perdono», mentre per Bobbio non c’è che una lotta inesorabile ed eterna alla fine priva di significato. Mentre per Del Noce c’è la possibilità della speranza, per Bobbio vale un radicato pessimismo. Di qui la particolare coloritura della sua filosofia militante. Per Bobbio non c’è gratuità nella ricerca, ma conta soltanto ciò che è utile alla battaglia. La vita dell’intellettuale impegnato in una perenne battaglia, senza esclusione di colpi: un fanatismo razionalista che non conosceva tregua come il suo pessimismo (più elegante di quello di Firpo, ma non meno radicato). Il pessimismo non vieta l’illusione che gli è propria; non la speranza, ma l’illusione. Questa illusione gli vietò sempre ogni «revisionismo» (che cos’è uno storico che non sia revisionista?) come nel caso del mito resistenziale. La resistenza doveva essere difesa in blocco (o tutto o niente). Questa intransigente difesa venne scambiata per «rigore morale» e lo condusse a meravigliarsi profondamente e dolorosamente quando il suo stesso passato gli venne mostrato. Ne uscì confermando proprio quel mito stesso, ma concedendo molto al suo avversario Del Noce: «essere stati fascisti è stato un errore; esserlo oggi è un crimine»; con ciò stesso non rinunciando a quel ruolo di giudice che un’intera classe dirigente - per autoassolversi - gli riconobbe fino alla fine. Ricordo un incontro torinese con Ugo Spirito - l’allievo di Gentile - e Guzzo al quale partecipava anche Bobbio. Nella foga della disputa fu proprio Bobbio a trascendere; tutto intento com’era a diminuire la figura dell’avversario egli si lasciò sfuggire che Gentile non conosceva neppure il tedesco. Guzzo ebbe modo di ricordargli, interrompendolo, la traduzione della Critica della ragion pura. Si accorse subito dell’errore, ma non per questo cessò mai di diminuire la figura di Gentile in ogni occasione. Ben diverso anche in questo l’atteggiamento di Del Noce che proprio con Gentile e con la tradizione di studi gentiliana fece i conti fino alla fine.
Proprio sulla questione del fascismo emerse questo atteggiamento di fondo e la sua incapacità di vedere le questioni che essa comportava (atteggiamento condiviso dai suoi amici Ginzburg, Vittorio Foa e Galante Garrone). Così si creò e si difese la monumentalità della resistenza come strumento indispensabile di dominio nella politica italiana del dopoguerra. Colpisce a questo riguardo il fatto che, ancora vivo, egli si sia lasciato considerare come monumento di se stesso («mi sono stati attribuiti molti onori e li ho accettati», dice nel testamento, aggiungendo di non sentire d’esserseli meritati). E ciò senza che i problemi aperti e subito rimossi, potessero trovare una risposta veramente soddisfacente. «Scavare» nella storia, come dice Vittorio Foa, ma in modo militante: lasciando da parte il comunismo, pensando così di poterlo cavalcare prima e assolvere poi, assicurando il suo determinante ruolo nella politica della resistenza e del dopoguerra. Per condannare il fascismo si accettò di salvare da analoga condanna il comunismo. Radice questa di tanti fraintendimenti, illusioni e mascheramenti che ancora pesano sulla nostra interpretazione della storia nazionale e sul nostro futuro politico (ad esempio quale il peso del comunismo nel successo stesso del fascismo?). L’intera esperienza degli azionisti richiama con tutta evidenza quella di una setta. Gli angusti limiti di questa ebbero come risultato la conquista di cattedre, di luoghi di potere nelle diverse accademie, case editrici, giornali. Una ferrea linea di comando intellettuale, esclusiva di ogni diverso apporto, giudicato sempre avverso. Quanti giovani intellettuali non allineati torinesi vennero esclusi e tenuti ai margini. Chi, essendo torinese non ricorda l’angusta visione di una città costretta ad avere una cultura ufficiale, che parlava da cattedre, dall’unico quotidiano, dalle sue case editrici. Ora Bobbio non è altro che un monumento e dove prima c’erano i centri di comando tradizionale della città, ora c’è il vuoto. A ben vedere il socialismo di Bobbio - come conclusione della lezione gobettiana - fu un approdo al positivismo e alla sua presunzione progressista che, tuttavia conflittuò sempre con il suo pessimismo. L’idea che la politica fosse alla fin fine affare di pochi (lucidi intelligenti) alle prese con i molti (non-popolo, non intellettuali, non illuminati) lo fece appartenere a un’élite condannata all’isolamento e legata al tempo fisico dei suoi rappresentanti. Forse è per questo che Ciampi si duole della sua scomparsa che coincide con la fine dell’itinerario del Partito d’Azione. Né d’altra parte si intravede un seguito. Emblematicamente Vattimo e la mentalità dissolutoria, da qualche anno occupa le pagine prima dedicate a Bobbio sulla Stampa. Alla rivoluzione è seguita la dissoluzione come unica via possibile dopo la caduta dell’esperienza tragica del comunismo reale.
Di questo Bobbio ebbe sentore, forse, quando scrisse il saggio L’elogio della mitezza. Qui sembra raggiungere il punto più lontano dalla posizione dell’indifferenza propria di Vattimo, come volesse cercare di sfuggire a un esito che ormai era iscritto nelle cose. Quando gli scrissi per felicitarmi di quel suo «elogio» gli dissi che le caratteristiche del mite di cui parlava non si addicevano né a me né a lui. Egli aveva preso le mosse per la sua riflessione da uno scritto di Mazzantini; ma questi aveva evidentemente pensato - rifacendosi a Clemente di Alessandria e alle cose che dice sul vero gnostico negli Stromata - che il mite è soltanto Gesù. Mi rispose che di Mazzantini conservava un ricordo profondo, ma che non aveva pensato a questo rapporto con Clemente. Ancora una volta era ricaduto nel pessimismo di sempre. Forse gli si addice ciò che Gobetti scriveva di sé: «Credo di poter riconoscere le mie qualità più innate in una formidabile aridezza e inesauribile volontà».
Il nome e l’opera di Bobbio sono intimamente congiunti a quelli di un altro grande nostro studioso di filosofia politica: Augusto Del Noce. La divisione tra i due - che sempre si apprezzarono e sempre si avversarono - passa attraverso il diverso modo di intendere il mistero. Bobbio apparteneva a una tradizione complessa che, in ultimo, si era sforzata di respingere il mistero come totalmente altro. Il suo richiamo anche insistente, alle fine dei suoi giorni (come nel testamento o nell’intervista), non deve trarre in inganno: per lui il mistero coincideva con l’irrazionale. Si è nel mistero, che, tuttavia, non custodisce la verità e quindi non può attrarre; infatti egli lo identificava con il caos. Con questa visione del logos, ridotta alla pura e semplice razionalità, si mostrò incapace, quindi, di uscire da una dialettica nella quale i due contrari rimangono razionale e irrazionale. Come se gli fosse sempre stato precluso il valore del carattere «superiore» proprio del mistero (super-razionale, non irrazionale e quindi intelligibile e non inintelligibile). Era capace di lucidità, ma non di entrare nel mistero della verità (l’esatto non coincide, infatti, necessariamente sempre con il vero). Mentre Del Noce - che si era laureato con Mazzantini - conservò sempre un’attitudine teoretica nella sua indagine sulla filosofia politica, Bobbio, invece, volle sempre delimitare il suo orizzonte escludendo la pura teoria, aderendo forse a quell’orientamento che con Hume consiglia di escludere dai propri interessi la metafisica e la teologia. Non che Del Noce abbia scritto di metafisica e teologia, ma ciò che in lui era presupposto in Bobbio era negato. In questo atteggiamento Bobbio si privava delle radici tanto che, quando nel suo testamento parla della «religione dei padri» sembra più rivolgersi a quella religione civile che da laico ha sempre tentato di affermare anche nella sua vita quotidiana. Ma religione civile implica l’uscita dalla tradizione che, attraverso il pensiero antico e quello cristiano, ha condotto alla costruzione dell’Europa. E questo è mostrato inequivocabilmente dal corso di filosofia politica - pubblicato da Giappichelli nel 1976 - diviso in due sezioni (antica e moderna) nel quale tace su quella medioevale, considerata come una semplice ripetizione di quella antica. Ben diverso, anche in questo, l’atteggiamento di Del Noce, con il suo richiamo al De Monarchia di Dante. L’approdo al Cattaneo di Gobetti, in polemica con Gentile, volle dire appunto privarsi delle radici. Non più popolo, ma costituzione e, in ultimo, non più giustizia ma legalità.
Anche la lettura del fascismo come irrazionalismo, non gli consentì quella visione complessiva di cui invece Del Noce si fece alfiere. Il fascismo come «errore contro la cultura» gli faceva vedere la minaccia che sempre incombe come irruzione dell’irrazionale nella storia e quindi della sua finale inintelligibilità, mentre Del Noce seppe vedere la possibilità dell’errore (il fascismo come errore della cultura italiana) nella storia. Ci sono pagine bellissime di Mazzantini sull’errore, come unilateralizzazione della verità e quindi non estraneo alla nostra condizione umana e alla storia: continuum, come diverso e non contrario. Nella dialettica dei contrari, proprio a differenza di Bobbio, Del Noce non poteva accettare che ogni termine debba morire nel suo contrario, anche se in Hegel risorge in altro modo (tolto nella forma di prima e superato). Ma di Hegel Bobbio non poteva accettare questo esito: il nemico, per lui, deve morire né mai più risorgere. Per Mazzantini, giudizio questo fatto proprio da Del Noce, dimostra che: «Nei periodi che si vogliono chiamare illuministici - quando tutto si critica, e si mette o si rimette in discussione, sbeffeggiando il passato e la tradizione - ... l’individuo si gonfia e fa la ruota (nel sogno) in solitudine; e non prende né sa prendere altro punto di partenza che... se stesso». Di qui la possibilità per Del Noce della «correzione» e del «perdono», mentre per Bobbio non c’è che una lotta inesorabile ed eterna alla fine priva di significato. Mentre per Del Noce c’è la possibilità della speranza, per Bobbio vale un radicato pessimismo. Di qui la particolare coloritura della sua filosofia militante. Per Bobbio non c’è gratuità nella ricerca, ma conta soltanto ciò che è utile alla battaglia. La vita dell’intellettuale impegnato in una perenne battaglia, senza esclusione di colpi: un fanatismo razionalista che non conosceva tregua come il suo pessimismo (più elegante di quello di Firpo, ma non meno radicato). Il pessimismo non vieta l’illusione che gli è propria; non la speranza, ma l’illusione. Questa illusione gli vietò sempre ogni «revisionismo» (che cos’è uno storico che non sia revisionista?) come nel caso del mito resistenziale. La resistenza doveva essere difesa in blocco (o tutto o niente). Questa intransigente difesa venne scambiata per «rigore morale» e lo condusse a meravigliarsi profondamente e dolorosamente quando il suo stesso passato gli venne mostrato. Ne uscì confermando proprio quel mito stesso, ma concedendo molto al suo avversario Del Noce: «essere stati fascisti è stato un errore; esserlo oggi è un crimine»; con ciò stesso non rinunciando a quel ruolo di giudice che un’intera classe dirigente - per autoassolversi - gli riconobbe fino alla fine. Ricordo un incontro torinese con Ugo Spirito - l’allievo di Gentile - e Guzzo al quale partecipava anche Bobbio. Nella foga della disputa fu proprio Bobbio a trascendere; tutto intento com’era a diminuire la figura dell’avversario egli si lasciò sfuggire che Gentile non conosceva neppure il tedesco. Guzzo ebbe modo di ricordargli, interrompendolo, la traduzione della Critica della ragion pura. Si accorse subito dell’errore, ma non per questo cessò mai di diminuire la figura di Gentile in ogni occasione. Ben diverso anche in questo l’atteggiamento di Del Noce che proprio con Gentile e con la tradizione di studi gentiliana fece i conti fino alla fine.
Proprio sulla questione del fascismo emerse questo atteggiamento di fondo e la sua incapacità di vedere le questioni che essa comportava (atteggiamento condiviso dai suoi amici Ginzburg, Vittorio Foa e Galante Garrone). Così si creò e si difese la monumentalità della resistenza come strumento indispensabile di dominio nella politica italiana del dopoguerra. Colpisce a questo riguardo il fatto che, ancora vivo, egli si sia lasciato considerare come monumento di se stesso («mi sono stati attribuiti molti onori e li ho accettati», dice nel testamento, aggiungendo di non sentire d’esserseli meritati). E ciò senza che i problemi aperti e subito rimossi, potessero trovare una risposta veramente soddisfacente. «Scavare» nella storia, come dice Vittorio Foa, ma in modo militante: lasciando da parte il comunismo, pensando così di poterlo cavalcare prima e assolvere poi, assicurando il suo determinante ruolo nella politica della resistenza e del dopoguerra. Per condannare il fascismo si accettò di salvare da analoga condanna il comunismo. Radice questa di tanti fraintendimenti, illusioni e mascheramenti che ancora pesano sulla nostra interpretazione della storia nazionale e sul nostro futuro politico (ad esempio quale il peso del comunismo nel successo stesso del fascismo?). L’intera esperienza degli azionisti richiama con tutta evidenza quella di una setta. Gli angusti limiti di questa ebbero come risultato la conquista di cattedre, di luoghi di potere nelle diverse accademie, case editrici, giornali. Una ferrea linea di comando intellettuale, esclusiva di ogni diverso apporto, giudicato sempre avverso. Quanti giovani intellettuali non allineati torinesi vennero esclusi e tenuti ai margini. Chi, essendo torinese non ricorda l’angusta visione di una città costretta ad avere una cultura ufficiale, che parlava da cattedre, dall’unico quotidiano, dalle sue case editrici. Ora Bobbio non è altro che un monumento e dove prima c’erano i centri di comando tradizionale della città, ora c’è il vuoto. A ben vedere il socialismo di Bobbio - come conclusione della lezione gobettiana - fu un approdo al positivismo e alla sua presunzione progressista che, tuttavia conflittuò sempre con il suo pessimismo. L’idea che la politica fosse alla fin fine affare di pochi (lucidi intelligenti) alle prese con i molti (non-popolo, non intellettuali, non illuminati) lo fece appartenere a un’élite condannata all’isolamento e legata al tempo fisico dei suoi rappresentanti. Forse è per questo che Ciampi si duole della sua scomparsa che coincide con la fine dell’itinerario del Partito d’Azione. Né d’altra parte si intravede un seguito. Emblematicamente Vattimo e la mentalità dissolutoria, da qualche anno occupa le pagine prima dedicate a Bobbio sulla Stampa. Alla rivoluzione è seguita la dissoluzione come unica via possibile dopo la caduta dell’esperienza tragica del comunismo reale.
Di questo Bobbio ebbe sentore, forse, quando scrisse il saggio L’elogio della mitezza. Qui sembra raggiungere il punto più lontano dalla posizione dell’indifferenza propria di Vattimo, come volesse cercare di sfuggire a un esito che ormai era iscritto nelle cose. Quando gli scrissi per felicitarmi di quel suo «elogio» gli dissi che le caratteristiche del mite di cui parlava non si addicevano né a me né a lui. Egli aveva preso le mosse per la sua riflessione da uno scritto di Mazzantini; ma questi aveva evidentemente pensato - rifacendosi a Clemente di Alessandria e alle cose che dice sul vero gnostico negli Stromata - che il mite è soltanto Gesù. Mi rispose che di Mazzantini conservava un ricordo profondo, ma che non aveva pensato a questo rapporto con Clemente. Ancora una volta era ricaduto nel pessimismo di sempre. Forse gli si addice ciò che Gobetti scriveva di sé: «Credo di poter riconoscere le mie qualità più innate in una formidabile aridezza e inesauribile volontà».
Il nome e l’opera di Bobbio sono intimamente congiunti a quelli di un altro grande nostro studioso di filosofia politica: Augusto Del Noce. La divisione tra i due - che sempre si apprezzarono e sempre si avversarono - passa attraverso il diverso modo di intendere il mistero. Bobbio apparteneva a una tradizione complessa che, in ultimo, si era sforzata di respingere il mistero come totalmente altro. Il suo richiamo anche insistente, alle fine dei suoi giorni (come nel testamento o nell’intervista), non deve trarre in inganno: per lui il mistero coincideva con l’irrazionale. Si è nel mistero, che, tuttavia, non custodisce la verità e quindi non può attrarre; infatti egli lo identificava con il caos. Con questa visione del logos, ridotta alla pura e semplice razionalità, si mostrò incapace, quindi, di uscire da una dialettica nella quale i due contrari rimangono razionale e irrazionale. Come se gli fosse sempre stato precluso il valore del carattere «superiore» proprio del mistero (super-razionale, non irrazionale e quindi intelligibile e non inintelligibile). Era capace di lucidità, ma non di entrare nel mistero della verità (l’esatto non coincide, infatti, necessariamente sempre con il vero). Mentre Del Noce - che si era laureato con Mazzantini - conservò sempre un’attitudine teoretica nella sua indagine sulla filosofia politica, Bobbio, invece, volle sempre delimitare il suo orizzonte escludendo la pura teoria, aderendo forse a quell’orientamento che con Hume consiglia di escludere dai propri interessi la metafisica e la teologia. Non che Del Noce abbia scritto di metafisica e teologia, ma ciò che in lui era presupposto in Bobbio era negato. In questo atteggiamento Bobbio si privava delle radici tanto che, quando nel suo testamento parla della «religione dei padri» sembra più rivolgersi a quella religione civile che da laico ha sempre tentato di affermare anche nella sua vita quotidiana. Ma religione civile implica l’uscita dalla tradizione che, attraverso il pensiero antico e quello cristiano, ha condotto alla costruzione dell’Europa. E questo è mostrato inequivocabilmente dal corso di filosofia politica - pubblicato da Giappichelli nel 1976 - diviso in due sezioni (antica e moderna) nel quale tace su quella medioevale, considerata come una semplice ripetizione di quella antica. Ben diverso, anche in questo, l’atteggiamento di Del Noce, con il suo richiamo al De Monarchia di Dante. L’approdo al Cattaneo di Gobetti, in polemica con Gentile, volle dire appunto privarsi delle radici. Non più popolo, ma costituzione e, in ultimo, non più giustizia ma legalità.
Anche la lettura del fascismo come irrazionalismo, non gli consentì quella visione complessiva di cui invece Del Noce si fece alfiere. Il fascismo come «errore contro la cultura» gli faceva vedere la minaccia che sempre incombe come irruzione dell’irrazionale nella storia e quindi della sua finale inintelligibilità, mentre Del Noce seppe vedere la possibilità dell’errore (il fascismo come errore della cultura italiana) nella storia. Ci sono pagine bellissime di Mazzantini sull’errore, come unilateralizzazione della verità e quindi non estraneo alla nostra condizione umana e alla storia: continuum, come diverso e non contrario. Nella dialettica dei contrari, proprio a differenza di Bobbio, Del Noce non poteva accettare che ogni termine debba morire nel suo contrario, anche se in Hegel risorge in altro modo (tolto nella forma di prima e superato). Ma di Hegel Bobbio non poteva accettare questo esito: il nemico, per lui, deve morire né mai più risorgere. Per Mazzantini, giudizio questo fatto proprio da Del Noce, dimostra che: «Nei periodi che si vogliono chiamare illuministici - quando tutto si critica, e si mette o si rimette in discussione, sbeffeggiando il passato e la tradizione - ... l’individuo si gonfia e fa la ruota (nel sogno) in solitudine; e non prende né sa prendere altro punto di partenza che... se stesso». Di qui la possibilità per Del Noce della «correzione» e del «perdono», mentre per Bobbio non c’è che una lotta inesorabile ed eterna alla fine priva di significato. Mentre per Del Noce c’è la possibilità della speranza, per Bobbio vale un radicato pessimismo. Di qui la particolare coloritura della sua filosofia militante. Per Bobbio non c’è gratuità nella ricerca, ma conta soltanto ciò che è utile alla battaglia. La vita dell’intellettuale impegnato in una perenne battaglia, senza esclusione di colpi: un fanatismo razionalista che non conosceva tregua come il suo pessimismo (più elegante di quello di Firpo, ma non meno radicato). Il pessimismo non vieta l’illusione che gli è propria; non la speranza, ma l’illusione. Questa illusione gli vietò sempre ogni «revisionismo» (che cos’è uno storico che non sia revisionista?) come nel caso del mito resistenziale. La resistenza doveva essere difesa in blocco (o tutto o niente). Questa intransigente difesa venne scambiata per «rigore morale» e lo condusse a meravigliarsi profondamente e dolorosamente quando il suo stesso passato gli venne mostrato. Ne uscì confermando proprio quel mito stesso, ma concedendo molto al suo avversario Del Noce: «essere stati fascisti è stato un errore; esserlo oggi è un crimine»; con ciò stesso non rinunciando a quel ruolo di giudice che un’intera classe dirigente - per autoassolversi - gli riconobbe fino alla fine. Ricordo un incontro torinese con Ugo Spirito - l’allievo di Gentile - e Guzzo al quale partecipava anche Bobbio. Nella foga della disputa fu proprio Bobbio a trascendere; tutto intento com’era a diminuire la figura dell’avversario egli si lasciò sfuggire che Gentile non conosceva neppure il tedesco. Guzzo ebbe modo di ricordargli, interrompendolo, la traduzione della Critica della ragion pura. Si accorse subito dell’errore, ma non per questo cessò mai di diminuire la figura di Gentile in ogni occasione. Ben diverso anche in questo l’atteggiamento di Del Noce che proprio con Gentile e con la tradizione di studi gentiliana fece i conti fino alla fine.
Proprio sulla questione del fascismo emerse questo atteggiamento di fondo e la sua incapacità di vedere le questioni che essa comportava (atteggiamento condiviso dai suoi amici Ginzburg, Vittorio Foa e Galante Garrone). Così si creò e si difese la monumentalità della resistenza come strumento indispensabile di dominio nella politica italiana del dopoguerra. Colpisce a questo riguardo il fatto che, ancora vivo, egli si sia lasciato considerare come monumento di se stesso («mi sono stati attribuiti molti onori e li ho accettati», dice nel testamento, aggiungendo di non sentire d’esserseli meritati). E ciò senza che i problemi aperti e subito rimossi, potessero trovare una risposta veramente soddisfacente. «Scavare» nella storia, come dice Vittorio Foa, ma in modo militante: lasciando da parte il comunismo, pensando così di poterlo cavalcare prima e assolvere poi, assicurando il suo determinante ruolo nella politica della resistenza e del dopoguerra. Per condannare il fascismo si accettò di salvare da analoga condanna il comunismo. Radice questa di tanti fraintendimenti, illusioni e mascheramenti che ancora pesano sulla nostra interpretazione della storia nazionale e sul nostro futuro politico (ad esempio quale il peso del comunismo nel successo stesso del fascismo?). L’intera esperienza degli azionisti richiama con tutta evidenza quella di una setta. Gli angusti limiti di questa ebbero come risultato la conquista di cattedre, di luoghi di potere nelle diverse accademie, case editrici, giornali. Una ferrea linea di comando intellettuale, esclusiva di ogni diverso apporto, giudicato sempre avverso. Quanti giovani intellettuali non allineati torinesi vennero esclusi e tenuti ai margini. Chi, essendo torinese non ricorda l’angusta visione di una città costretta ad avere una cultura ufficiale, che parlava da cattedre, dall’unico quotidiano, dalle sue case editrici. Ora Bobbio non è altro che un monumento e dove prima c’erano i centri di comando tradizionale della città, ora c’è il vuoto. A ben vedere il socialismo di Bobbio - come conclusione della lezione gobettiana - fu un approdo al positivismo e alla sua presunzione progressista che, tuttavia conflittuò sempre con il suo pessimismo. L’idea che la politica fosse alla fin fine affare di pochi (lucidi intelligenti) alle prese con i molti (non-popolo, non intellettuali, non illuminati) lo fece appartenere a un’élite condannata all’isolamento e legata al tempo fisico dei suoi rappresentanti. Forse è per questo che Ciampi si duole della sua scomparsa che coincide con la fine dell’itinerario del Partito d’Azione. Né d’altra parte si intravede un seguito. Emblematicamente Vattimo e la mentalità dissolutoria, da qualche anno occupa le pagine prima dedicate a Bobbio sulla Stampa. Alla rivoluzione è seguita la dissoluzione come unica via possibile dopo la caduta dell’esperienza tragica del comunismo reale.
Di questo Bobbio ebbe sentore, forse, quando scrisse il saggio L’elogio della mitezza. Qui sembra raggiungere il punto più lontano dalla posizione dell’indifferenza propria di Vattimo, come volesse cercare di sfuggire a un esito che ormai era iscritto nelle cose. Quando gli scrissi per felicitarmi di quel suo «elogio» gli dissi che le caratteristiche del mite di cui parlava non si addicevano né a me né a lui. Egli aveva preso le mosse per la sua riflessione da uno scritto di Mazzantini; ma questi aveva evidentemente pensato - rifacendosi a Clemente di Alessandria e alle cose che dice sul vero gnostico negli Stromata - che il mite è soltanto Gesù. Mi rispose che di Mazzantini conservava un ricordo profondo, ma che non aveva pensato a questo rapporto con Clemente. Ancora una volta era ricaduto nel pessimismo di sempre. Forse gli si addice ciò che Gobetti scriveva di sé: «Credo di poter riconoscere le mie qualità più innate in una formidabile aridezza e inesauribile volontà».