
Si è scritto tanto su Norberto Bobbio dopo la sua morte che è difficile trovare il bandolo di un breve ragionamento che non sia puramente ripetitivo. Muoverei perciò da qualche ricordo, per trarne naturalmente qualche spunto per una più generale riflessione. Perché dico «ricordo»? Perché, provenendo dalla filosofia del diritto, materia che ho insegnato per molti anni, Bobbio per me ha rappresentato, anzitutto, per tanto tempo, il professore più autorevole e il «maestro» (titolo cui non tutti i professori giungono, come si sa) più riconosciuto per chi si iniziava, allora, ai riti dell’università e di quella specifica materia. Per alcuni di noi, che studiavamo e lavoravamo nelle università meridionali (personalmente, fra Napoli e Bari, a partire dagli anni Cinquanta), Torino era come un santuario lontano, il luogo di un sapere rigoroso e formale cui da un lato sembrava doversi aspirare, e di cui, dall’altro lato, si avvertiva non dico l’estraneità, ma certo qualche irriducibile lontananza che il brulichio di umanità di «Spaccanapoli» aumentava, per me, qualche volta, a dismisura, e in quel brulichio si stagliava Palazzo Croce dove avevamo appreso i rudimenti della ricerca storica e filosofica. Dalla brumosa Torino proveniva l’insegnamento austero di Bobbio, austerità che promanava sia dalla sua pur assai giovane figura aquilina, sia da quel «formalismo», kelseniano (ma non solo, mescolato com’era a studi di logica analitica), che egli rappresentava al livello più alto in Italia e che non era pane per i nostri denti, da un lato un po’ più «metafisici» (hegeliani, «begriffi», come si era in maggioranza), dall’altro un po’ più storicisti nel senso di Croce, e quindi affezionati alla sua teologia laica della storia messa un po’ in ridicolo da Bobbio in un celebre saggio pubblicato, nel 1955, in Politica e cultura. Rispetto a questo, Bobbio costituiva un altro mondo, cui magari si aspirava senza veramente amarlo. Da dove, il senso di una distanza? Forse anche dall’impressione di una pedagogia proveniente dall’alto, da un gruppo coeso in cui ognuno aveva un compito, apparentemente dialogante, in realtà catafratto nelle sue verità, nel suo stile di pensiero, nella sua sicurezza (i dubbi di Bobbio, sembrava a qualcuno di noi, erano più sull’umanità che su se stesso).
Bobbio intendeva mostrare un lato della filosofia che implicava anzitutto una purificazione del suo linguaggio, una sorta di consapevole riduzione delle sue tensioni interne, una esplicita volontà di liberarla dalle «irrisolvibili» domande metafisiche. Nel campo specifico della filosofia del diritto, l’impostazione di Bobbio si poneva in alternativa netta a tutte le correnti innervate esplicitamente nella cultura idealistica, italiana e particolarmente gentiliana, nelle quali anche il formalismo aveva natura speculativa; sembrava rinverdire alcuni temi cari al vecchio positivismo, si collegava a quelle correnti europee che ho prima richiamato, e che Bobbio fu tra i primi a trasferire in Italia, dal già ricordato Kelsen a Perelmann a Von Mises, con alle spalle un certo eclettismo che ha sempre reso difficile individuare stabilmente la «filosofia» di Bobbio. Ma in questa certo benemerita educazione a un nuovo linguaggio, l’impressione che alcuni di noi ricevevamo, era che si perdesse qualcosa di essenziale della problematicità del pensiero, che, insieme alla messa in discussione delle domande sovraccariche di retorica filosofica, si disperdesse, oltre un certo punto, la filosofia stessa, o almeno quella filosofia che avevamo amato, e che ci travagliava in interminabili discussioni e nuove interrogazioni. Puro conservatorismo? Provincialismo? «Questione meridionale» anche nella filosofia? Intanto, ricevevamo qualche conferma autorevole che non poteva esser tacciata di queste mancanze. Per alcuni di noi, la polemica antikelseniana (e esplicitamente antibobbiana) di un altro grande filosofo del diritto come Giuseppe Capograssi, vero contraltare di Bobbio, segnò un momento di non poco significato. Quale la posta in gioco? Il rapporto fra norma giuridica e vita, realtà, organizzazione effettiva del mondo. In quel saggio del 1952, il formalismo kelseniano (e bobbiano) veniva messo in discussione da Capograssi nel suo stesso fondamento, come teoria disponibile per qualunque contenuto, segnato da indifferentismo etico-politico, e insomma come una forma di pensiero inadeguata alle grandi contraddizioni della modernità, che chiedevano, invocavano risposte più dirette alle domande che l’umanità, all’indomani della guerra, non cessava di porsi. Giusta, la critica? Bobbio prese, come si dice, cappello, e rispose con una virulenza polemica che non gli era abituale. Forse, Capograssi era andato oltre il segno, ed era stato perfino ingiusto, ma nella sua critica c’era qualcosa che qualcuno di noi aveva avvertito come connaturato a un formalismo giuridico che effettivamente tagliava i ponti con troppe domande, domande proprie di quella filosofia che ritornava, e ci sembrava non potesse essere esorcizzata dalla pulizia di linguaggio auspicata nella brumosa Torino: riduttiva premessa a ogni risposta che si potesse offrire agli inquietanti interrogativi di una realtà che il formalismo e la ricostruzione di storia delle idee che vi si annodava intorno, non riuscivano ad acquietare e a governare. Insomma, le domande «metafisiche» intendevano resistere alle seduzioni che giungevano da lontano, come immagine di un’altra Italia, di una Italia piemontese che voleva riaffermare una propria egemonia nella lettura della modernità, e che faceva sentire perfino il crocianesimo (amato-odiato da Bobbio) come attardata anche se geniale ideologia di una intellettualità non ancora veramente moderna. Cavour contro i «briganti» meridionali? Forse, in un certo senso era così. Ma quei briganti si sentivano eredi di quei «bestioni» eslege di vichiana memoria che avevano pur dato vita al mondo umano della storia e che nessun «torinismo», per quanto benevolo e attento ai diritti umani, poteva escludere, come superflui, dalla società.
Naturalmente, in parte, si aveva torto. Bobbio non poteva certo essere accusato di indifferentismo etico-politico, e riguadagnava in pieno il titolo a questo riconoscimento sia con le sue ricerche soprattutto sull’età dei diritti (per ripetere il titolo di un suo libro famoso), sia con le sue polemiche politiche, con una tenuta alta dell’idea liberale in una Italia refrattaria e vitalisticamente affezionata al magma compromissorio entro il quale viveva la sua politica effettuale. Superfluo qui richiamare più particolarmente la polemica con i comunisti, con Bianchi-Bandinelli, con Della Volpe, con Togliatti, negli anni Cinquanta, soprattutto sul tema della libertà, al centro oggi di tante rievocazioni. Bobbio fu fermissimo - pur nella simpatia dialogante che ebbe con la sinistra, dove forse giocava eccessivamente l’inflessione gobettiana - nella connotazione di «totalitario» del sistema sovietico, usando un termine che oggi può apparir pacifico, ma che allora tutta la cultura comunista rifiutava, e non fu poco nell’Italia del tempo. Ma in questo mio poco ortodosso ricordo, anche quelle ricerche e quelle polemiche apparivano (e appaiono, a dire il vero) segnate da un eccesso di sicurezza del gruppo torinese, dall’idea di un liberalismo giacobino ed elitista (perché no: azionista) che intendeva dar lezioni, senza forse mettersi in ascolto con più umiltà dinanzi alle magmatiche domande che giungevano da tante parti, e anche dalle università, impegnate a ricostruire il proprio sapere. Oggi, a mente più fredda, si può dire: ognuno faceva la sua parte, e i torinesi e Bobbio con particolare convinzione. E la parte che essi fecero ha avuto anche ragione su molte cose, come Cavour la ebbe su molte cose (non su tutto), nella costituzione dell’Italia unita. Ma la filosofia, in Italia, piaccia o non piaccia, ha seguito altri percorsi, è ritornata a pensare cose che non avrebbero più dovuto esser pensate se l’ideologia torinese fosse diventata egemone. Così non fu. Il debito che tutti abbiamo verso Bobbio è certo assai rilevante, e l’eco della morte di questo grande uomo ne è più che una riprova, ma proprio questo debito spinge a dire con chiarezza come si vede la questione dell’eredità che egli lascia. La sua traccia nella filosofia italiana è debole, poco presente; i percorsi di questa, lo accennavo, sono stati diversi. Ed è pur necessario domandarsi perché, senza demonizzare la filosofia italiana per questa sua refrattarietà. Ma proprio per l’importanza della presenza di Bobbio e per le cose che ha detto e pensato, il tema indicato diventa di particolare significato e intorno alla questione si dovrà tornare, giacché essa non riguarda il problema di un sapere specialistico, ma qualcosa di più, che incontra il problema della coscienza nazionale ed europea, dei suoi labirinti, delle sue contraddizioni e ricchezze e miserie, e di come gli intellettuali possono ancora contribuire alla sua formazione.
Si è scritto tanto su Norberto Bobbio dopo la sua morte che è difficile trovare il bandolo di un breve ragionamento che non sia puramente ripetitivo. Muoverei perciò da qualche ricordo, per trarne naturalmente qualche spunto per una più generale riflessione. Perché dico «ricordo»? Perché, provenendo dalla filosofia del diritto, materia che ho insegnato per molti anni, Bobbio per me ha rappresentato, anzitutto, per tanto tempo, il professore più autorevole e il «maestro» (titolo cui non tutti i professori giungono, come si sa) più riconosciuto per chi si iniziava, allora, ai riti dell’università e di quella specifica materia. Per alcuni di noi, che studiavamo e lavoravamo nelle università meridionali (personalmente, fra Napoli e Bari, a partire dagli anni Cinquanta), Torino era come un santuario lontano, il luogo di un sapere rigoroso e formale cui da un lato sembrava doversi aspirare, e di cui, dall’altro lato, si avvertiva non dico l’estraneità, ma certo qualche irriducibile lontananza che il brulichio di umanità di «Spaccanapoli» aumentava, per me, qualche volta, a dismisura, e in quel brulichio si stagliava Palazzo Croce dove avevamo appreso i rudimenti della ricerca storica e filosofica. Dalla brumosa Torino proveniva l’insegnamento austero di Bobbio, austerità che promanava sia dalla sua pur assai giovane figura aquilina, sia da quel «formalismo», kelseniano (ma non solo, mescolato com’era a studi di logica analitica), che egli rappresentava al livello più alto in Italia e che non era pane per i nostri denti, da un lato un po’ più «metafisici» (hegeliani, «begriffi», come si era in maggioranza), dall’altro un po’ più storicisti nel senso di Croce, e quindi affezionati alla sua teologia laica della storia messa un po’ in ridicolo da Bobbio in un celebre saggio pubblicato, nel 1955, in Politica e cultura. Rispetto a questo, Bobbio costituiva un altro mondo, cui magari si aspirava senza veramente amarlo. Da dove, il senso di una distanza? Forse anche dall’impressione di una pedagogia proveniente dall’alto, da un gruppo coeso in cui ognuno aveva un compito, apparentemente dialogante, in realtà catafratto nelle sue verità, nel suo stile di pensiero, nella sua sicurezza (i dubbi di Bobbio, sembrava a qualcuno di noi, erano più sull’umanità che su se stesso).
Bobbio intendeva mostrare un lato della filosofia che implicava anzitutto una purificazione del suo linguaggio, una sorta di consapevole riduzione delle sue tensioni interne, una esplicita volontà di liberarla dalle «irrisolvibili» domande metafisiche. Nel campo specifico della filosofia del diritto, l’impostazione di Bobbio si poneva in alternativa netta a tutte le correnti innervate esplicitamente nella cultura idealistica, italiana e particolarmente gentiliana, nelle quali anche il formalismo aveva natura speculativa; sembrava rinverdire alcuni temi cari al vecchio positivismo, si collegava a quelle correnti europee che ho prima richiamato, e che Bobbio fu tra i primi a trasferire in Italia, dal già ricordato Kelsen a Perelmann a Von Mises, con alle spalle un certo eclettismo che ha sempre reso difficile individuare stabilmente la «filosofia» di Bobbio. Ma in questa certo benemerita educazione a un nuovo linguaggio, l’impressione che alcuni di noi ricevevamo, era che si perdesse qualcosa di essenziale della problematicità del pensiero, che, insieme alla messa in discussione delle domande sovraccariche di retorica filosofica, si disperdesse, oltre un certo punto, la filosofia stessa, o almeno quella filosofia che avevamo amato, e che ci travagliava in interminabili discussioni e nuove interrogazioni. Puro conservatorismo? Provincialismo? «Questione meridionale» anche nella filosofia? Intanto, ricevevamo qualche conferma autorevole che non poteva esser tacciata di queste mancanze. Per alcuni di noi, la polemica antikelseniana (e esplicitamente antibobbiana) di un altro grande filosofo del diritto come Giuseppe Capograssi, vero contraltare di Bobbio, segnò un momento di non poco significato. Quale la posta in gioco? Il rapporto fra norma giuridica e vita, realtà, organizzazione effettiva del mondo. In quel saggio del 1952, il formalismo kelseniano (e bobbiano) veniva messo in discussione da Capograssi nel suo stesso fondamento, come teoria disponibile per qualunque contenuto, segnato da indifferentismo etico-politico, e insomma come una forma di pensiero inadeguata alle grandi contraddizioni della modernità, che chiedevano, invocavano risposte più dirette alle domande che l’umanità, all’indomani della guerra, non cessava di porsi. Giusta, la critica? Bobbio prese, come si dice, cappello, e rispose con una virulenza polemica che non gli era abituale. Forse, Capograssi era andato oltre il segno, ed era stato perfino ingiusto, ma nella sua critica c’era qualcosa che qualcuno di noi aveva avvertito come connaturato a un formalismo giuridico che effettivamente tagliava i ponti con troppe domande, domande proprie di quella filosofia che ritornava, e ci sembrava non potesse essere esorcizzata dalla pulizia di linguaggio auspicata nella brumosa Torino: riduttiva premessa a ogni risposta che si potesse offrire agli inquietanti interrogativi di una realtà che il formalismo e la ricostruzione di storia delle idee che vi si annodava intorno, non riuscivano ad acquietare e a governare. Insomma, le domande «metafisiche» intendevano resistere alle seduzioni che giungevano da lontano, come immagine di un’altra Italia, di una Italia piemontese che voleva riaffermare una propria egemonia nella lettura della modernità, e che faceva sentire perfino il crocianesimo (amato-odiato da Bobbio) come attardata anche se geniale ideologia di una intellettualità non ancora veramente moderna. Cavour contro i «briganti» meridionali? Forse, in un certo senso era così. Ma quei briganti si sentivano eredi di quei «bestioni» eslege di vichiana memoria che avevano pur dato vita al mondo umano della storia e che nessun «torinismo», per quanto benevolo e attento ai diritti umani, poteva escludere, come superflui, dalla società.
Naturalmente, in parte, si aveva torto. Bobbio non poteva certo essere accusato di indifferentismo etico-politico, e riguadagnava in pieno il titolo a questo riconoscimento sia con le sue ricerche soprattutto sull’età dei diritti (per ripetere il titolo di un suo libro famoso), sia con le sue polemiche politiche, con una tenuta alta dell’idea liberale in una Italia refrattaria e vitalisticamente affezionata al magma compromissorio entro il quale viveva la sua politica effettuale. Superfluo qui richiamare più particolarmente la polemica con i comunisti, con Bianchi-Bandinelli, con Della Volpe, con Togliatti, negli anni Cinquanta, soprattutto sul tema della libertà, al centro oggi di tante rievocazioni. Bobbio fu fermissimo - pur nella simpatia dialogante che ebbe con la sinistra, dove forse giocava eccessivamente l’inflessione gobettiana - nella connotazione di «totalitario» del sistema sovietico, usando un termine che oggi può apparir pacifico, ma che allora tutta la cultura comunista rifiutava, e non fu poco nell’Italia del tempo. Ma in questo mio poco ortodosso ricordo, anche quelle ricerche e quelle polemiche apparivano (e appaiono, a dire il vero) segnate da un eccesso di sicurezza del gruppo torinese, dall’idea di un liberalismo giacobino ed elitista (perché no: azionista) che intendeva dar lezioni, senza forse mettersi in ascolto con più umiltà dinanzi alle magmatiche domande che giungevano da tante parti, e anche dalle università, impegnate a ricostruire il proprio sapere. Oggi, a mente più fredda, si può dire: ognuno faceva la sua parte, e i torinesi e Bobbio con particolare convinzione. E la parte che essi fecero ha avuto anche ragione su molte cose, come Cavour la ebbe su molte cose (non su tutto), nella costituzione dell’Italia unita. Ma la filosofia, in Italia, piaccia o non piaccia, ha seguito altri percorsi, è ritornata a pensare cose che non avrebbero più dovuto esser pensate se l’ideologia torinese fosse diventata egemone. Così non fu. Il debito che tutti abbiamo verso Bobbio è certo assai rilevante, e l’eco della morte di questo grande uomo ne è più che una riprova, ma proprio questo debito spinge a dire con chiarezza come si vede la questione dell’eredità che egli lascia. La sua traccia nella filosofia italiana è debole, poco presente; i percorsi di questa, lo accennavo, sono stati diversi. Ed è pur necessario domandarsi perché, senza demonizzare la filosofia italiana per questa sua refrattarietà. Ma proprio per l’importanza della presenza di Bobbio e per le cose che ha detto e pensato, il tema indicato diventa di particolare significato e intorno alla questione si dovrà tornare, giacché essa non riguarda il problema di un sapere specialistico, ma qualcosa di più, che incontra il problema della coscienza nazionale ed europea, dei suoi labirinti, delle sue contraddizioni e ricchezze e miserie, e di come gli intellettuali possono ancora contribuire alla sua formazione.
Si è scritto tanto su Norberto Bobbio dopo la sua morte che è difficile trovare il bandolo di un breve ragionamento che non sia puramente ripetitivo. Muoverei perciò da qualche ricordo, per trarne naturalmente qualche spunto per una più generale riflessione. Perché dico «ricordo»? Perché, provenendo dalla filosofia del diritto, materia che ho insegnato per molti anni, Bobbio per me ha rappresentato, anzitutto, per tanto tempo, il professore più autorevole e il «maestro» (titolo cui non tutti i professori giungono, come si sa) più riconosciuto per chi si iniziava, allora, ai riti dell’università e di quella specifica materia. Per alcuni di noi, che studiavamo e lavoravamo nelle università meridionali (personalmente, fra Napoli e Bari, a partire dagli anni Cinquanta), Torino era come un santuario lontano, il luogo di un sapere rigoroso e formale cui da un lato sembrava doversi aspirare, e di cui, dall’altro lato, si avvertiva non dico l’estraneità, ma certo qualche irriducibile lontananza che il brulichio di umanità di «Spaccanapoli» aumentava, per me, qualche volta, a dismisura, e in quel brulichio si stagliava Palazzo Croce dove avevamo appreso i rudimenti della ricerca storica e filosofica. Dalla brumosa Torino proveniva l’insegnamento austero di Bobbio, austerità che promanava sia dalla sua pur assai giovane figura aquilina, sia da quel «formalismo», kelseniano (ma non solo, mescolato com’era a studi di logica analitica), che egli rappresentava al livello più alto in Italia e che non era pane per i nostri denti, da un lato un po’ più «metafisici» (hegeliani, «begriffi», come si era in maggioranza), dall’altro un po’ più storicisti nel senso di Croce, e quindi affezionati alla sua teologia laica della storia messa un po’ in ridicolo da Bobbio in un celebre saggio pubblicato, nel 1955, in Politica e cultura. Rispetto a questo, Bobbio costituiva un altro mondo, cui magari si aspirava senza veramente amarlo. Da dove, il senso di una distanza? Forse anche dall’impressione di una pedagogia proveniente dall’alto, da un gruppo coeso in cui ognuno aveva un compito, apparentemente dialogante, in realtà catafratto nelle sue verità, nel suo stile di pensiero, nella sua sicurezza (i dubbi di Bobbio, sembrava a qualcuno di noi, erano più sull’umanità che su se stesso).
Bobbio intendeva mostrare un lato della filosofia che implicava anzitutto una purificazione del suo linguaggio, una sorta di consapevole riduzione delle sue tensioni interne, una esplicita volontà di liberarla dalle «irrisolvibili» domande metafisiche. Nel campo specifico della filosofia del diritto, l’impostazione di Bobbio si poneva in alternativa netta a tutte le correnti innervate esplicitamente nella cultura idealistica, italiana e particolarmente gentiliana, nelle quali anche il formalismo aveva natura speculativa; sembrava rinverdire alcuni temi cari al vecchio positivismo, si collegava a quelle correnti europee che ho prima richiamato, e che Bobbio fu tra i primi a trasferire in Italia, dal già ricordato Kelsen a Perelmann a Von Mises, con alle spalle un certo eclettismo che ha sempre reso difficile individuare stabilmente la «filosofia» di Bobbio. Ma in questa certo benemerita educazione a un nuovo linguaggio, l’impressione che alcuni di noi ricevevamo, era che si perdesse qualcosa di essenziale della problematicità del pensiero, che, insieme alla messa in discussione delle domande sovraccariche di retorica filosofica, si disperdesse, oltre un certo punto, la filosofia stessa, o almeno quella filosofia che avevamo amato, e che ci travagliava in interminabili discussioni e nuove interrogazioni. Puro conservatorismo? Provincialismo? «Questione meridionale» anche nella filosofia? Intanto, ricevevamo qualche conferma autorevole che non poteva esser tacciata di queste mancanze. Per alcuni di noi, la polemica antikelseniana (e esplicitamente antibobbiana) di un altro grande filosofo del diritto come Giuseppe Capograssi, vero contraltare di Bobbio, segnò un momento di non poco significato. Quale la posta in gioco? Il rapporto fra norma giuridica e vita, realtà, organizzazione effettiva del mondo. In quel saggio del 1952, il formalismo kelseniano (e bobbiano) veniva messo in discussione da Capograssi nel suo stesso fondamento, come teoria disponibile per qualunque contenuto, segnato da indifferentismo etico-politico, e insomma come una forma di pensiero inadeguata alle grandi contraddizioni della modernità, che chiedevano, invocavano risposte più dirette alle domande che l’umanità, all’indomani della guerra, non cessava di porsi. Giusta, la critica? Bobbio prese, come si dice, cappello, e rispose con una virulenza polemica che non gli era abituale. Forse, Capograssi era andato oltre il segno, ed era stato perfino ingiusto, ma nella sua critica c’era qualcosa che qualcuno di noi aveva avvertito come connaturato a un formalismo giuridico che effettivamente tagliava i ponti con troppe domande, domande proprie di quella filosofia che ritornava, e ci sembrava non potesse essere esorcizzata dalla pulizia di linguaggio auspicata nella brumosa Torino: riduttiva premessa a ogni risposta che si potesse offrire agli inquietanti interrogativi di una realtà che il formalismo e la ricostruzione di storia delle idee che vi si annodava intorno, non riuscivano ad acquietare e a governare. Insomma, le domande «metafisiche» intendevano resistere alle seduzioni che giungevano da lontano, come immagine di un’altra Italia, di una Italia piemontese che voleva riaffermare una propria egemonia nella lettura della modernità, e che faceva sentire perfino il crocianesimo (amato-odiato da Bobbio) come attardata anche se geniale ideologia di una intellettualità non ancora veramente moderna. Cavour contro i «briganti» meridionali? Forse, in un certo senso era così. Ma quei briganti si sentivano eredi di quei «bestioni» eslege di vichiana memoria che avevano pur dato vita al mondo umano della storia e che nessun «torinismo», per quanto benevolo e attento ai diritti umani, poteva escludere, come superflui, dalla società.
Naturalmente, in parte, si aveva torto. Bobbio non poteva certo essere accusato di indifferentismo etico-politico, e riguadagnava in pieno il titolo a questo riconoscimento sia con le sue ricerche soprattutto sull’età dei diritti (per ripetere il titolo di un suo libro famoso), sia con le sue polemiche politiche, con una tenuta alta dell’idea liberale in una Italia refrattaria e vitalisticamente affezionata al magma compromissorio entro il quale viveva la sua politica effettuale. Superfluo qui richiamare più particolarmente la polemica con i comunisti, con Bianchi-Bandinelli, con Della Volpe, con Togliatti, negli anni Cinquanta, soprattutto sul tema della libertà, al centro oggi di tante rievocazioni. Bobbio fu fermissimo - pur nella simpatia dialogante che ebbe con la sinistra, dove forse giocava eccessivamente l’inflessione gobettiana - nella connotazione di «totalitario» del sistema sovietico, usando un termine che oggi può apparir pacifico, ma che allora tutta la cultura comunista rifiutava, e non fu poco nell’Italia del tempo. Ma in questo mio poco ortodosso ricordo, anche quelle ricerche e quelle polemiche apparivano (e appaiono, a dire il vero) segnate da un eccesso di sicurezza del gruppo torinese, dall’idea di un liberalismo giacobino ed elitista (perché no: azionista) che intendeva dar lezioni, senza forse mettersi in ascolto con più umiltà dinanzi alle magmatiche domande che giungevano da tante parti, e anche dalle università, impegnate a ricostruire il proprio sapere. Oggi, a mente più fredda, si può dire: ognuno faceva la sua parte, e i torinesi e Bobbio con particolare convinzione. E la parte che essi fecero ha avuto anche ragione su molte cose, come Cavour la ebbe su molte cose (non su tutto), nella costituzione dell’Italia unita. Ma la filosofia, in Italia, piaccia o non piaccia, ha seguito altri percorsi, è ritornata a pensare cose che non avrebbero più dovuto esser pensate se l’ideologia torinese fosse diventata egemone. Così non fu. Il debito che tutti abbiamo verso Bobbio è certo assai rilevante, e l’eco della morte di questo grande uomo ne è più che una riprova, ma proprio questo debito spinge a dire con chiarezza come si vede la questione dell’eredità che egli lascia. La sua traccia nella filosofia italiana è debole, poco presente; i percorsi di questa, lo accennavo, sono stati diversi. Ed è pur necessario domandarsi perché, senza demonizzare la filosofia italiana per questa sua refrattarietà. Ma proprio per l’importanza della presenza di Bobbio e per le cose che ha detto e pensato, il tema indicato diventa di particolare significato e intorno alla questione si dovrà tornare, giacché essa non riguarda il problema di un sapere specialistico, ma qualcosa di più, che incontra il problema della coscienza nazionale ed europea, dei suoi labirinti, delle sue contraddizioni e ricchezze e miserie, e di come gli intellettuali possono ancora contribuire alla sua formazione.