
Si è detto che mentre l’America ha troppa poca storia, l’Europa ne ha troppa. È certamente vero che la storia dell’Europa è molto più lunga e che molti europei se ne sono andati in America proprio perché erano scontenti di come si andava sviluppando la storia europea fino a tutto il Ventesimo secolo. Quando i primi emigranti giunsero in America, si ritrovarono in un continente autosufficiente e geograficamente isolato dalla enormemente più grande massa territoriale euroasiatica dove si concentra la maggior parte della popolazione mondiale. E mentre numerosi europei viaggiavano per il mondo durante il Diciassettesimo, Diciottesimo e Ventesimo secolo, gli americani per lo più rimasero a casa dove, diligenti e fiduciosi, costruirono quella che la maggioranza di loro crede essere la nazione migliore che il mondo abbia mai avuto. È da relativamente poco tempo che gli americani si sono dati al gioco della diplomazia mondiale e della politica della forza internazionale, scoprendo così le molte minacce, sfide e incertezze che gli europei hanno affrontato nel corso di molti secoli. Troppo spesso ci si dimentica della profonda diversità di queste esperienze storiche nello spiegare le differenze tra europei e americani nel modo di affrontare i problemi internazionali. E pochi sono i fatti che illustrano il contrasto tra questi approcci più chiaramente della questione su come l’Occidente dovrebbe confrontarsi con un ritorno dell’espansionismo islamico, specialmente dell’islam militante, che rappresenta una delle maggiori prove per gli Stati Uniti e per i loro alleati europei all’inizio di questo Ventunesimo secolo. Si tratta di una sfida che ha già provocato profonde incrinature in Occidente e che probabilmente continuerà a farlo. Come conseguenza della loro lunga esperienza, gli europei tendono a credere di conoscere il mondo molto meglio degli americani e sono molto più scettici degli americani rispetto alla possibilità di cambiarlo facilmente o velocemente - per esempio attraverso progetti grandiosi come quello statunitense di democratizzare il Medio Oriente sulla scia della guerra in Iraq. Da parte loro, gli americani credono che gli europei, forse per aver perso gran parte della loro influenza mondiale a favore degli Stati Uniti nel corso del Ventesimo secolo, siano diventati sin troppo cinici, negativi e disfattisti. Inoltre, gli americani spesso si risentono di fronte alla dichiarata maggiore sofisticazione e sottigliezza europea nell’esercizio della diplomazia, una impostazione che essi credono che porti invece a una posizione di debolezza e/o di pacificazione.
Queste essenziali differenze diventano particolarmente profonde laddove è coinvolto l’islam. Il ruolo dei vicini musulmani dell’Europa è stato preponderante nella storia europea ma essenzialmente nullo nella storia americana. In aggiunta, per più di 1300 anni, le relazioni tra cristiani europei e arabi musulmani sono state spesso contrassegnate da conflitti intensi e violenti. In effetti, fanno parte di ciò che si intende quando si dice che l’Europa ha «troppa» storia. Sin dal lontano Ottavo secolo, le armate musulmane occuparono la Spagna e si spinsero a Nord fino a raggiungere Poitiers in Francia. Fecero importanti incursioni all’interno dell’impero bizzantino fino a fiaccarlo del tutto; le forze turche arrivarono alle porte di Vienna nel 1529 dopo la presa di Costantinopoli nel 1453. Da parte loro, gli europei invasero ripetutamente i territori musulmani nelle cruente crociate del Medioevo. Queste guerre erano del tutto dissimili da qualsiasi guerra mai combattuta dagli americani. Fecero male i musulmani e molti europei a indispettirsi quando il presidente George Bush descrisse la guerra degli Stati Uniti contro il terrorismo come una «crociata» dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. A differenza dell’Europa, l’America non ha mai combattuto una guerra di religioni e di certo non lo farà mai. Quando il presidente Bush insiste che la sua guerra contro il terrorismo non è «una guerra contro l’islam» lo dice davvero. Uno dei principi essenziali alla base del modo in cui gli americani si sentono una nazione è la garanzia di avere la libertà di esercitare la propria religione in pace. Tuttavia, non tutti i contatti tra il cristianesimo e l’islam sono stati distruttivi. Quanto meno fino al Rinascimento, la cultura e le scienze musulmane erano di norma superiori a quelle europee e gli europei ne traevano libera ispirazione. La maggior parte degli americani, come anche degli europei, ignorano questo fatto storico. Per citare le parole di uno studioso musulmano negli Stati Uniti: «La più parte degli americani ignorano il fatto che i musulmani erano i porta-bandiera nel campo delle arti, delle scienze, della medicina, dell’agricoltura, della filosofia, della letteratura e del misticismo mentre la maggior parte dell’Europa era sommersa nell’oscurità dell’alto Medioevo». Di lì a poco, il potere musulmano si sarebbe però incamminato verso il suo declino che culminò con la colonizzazione europea di gran parte del mondo islamico nel corso degli ultimi secoli. Gli olandesi si impossessarono dell’Indonesia, la nazione musulmana più grande, mentre i francesi e gli inglesi occuparono vaste aree musulmane in Asia, Africa del Nord e Medio Oriente. Nessuna di queste esperienze fu condivisa dagli americani i quali si mantennero al sicuro e separati dal resto del mondo dalla Dottrina Monroe e da due vasti oceani. Nella storia americana, non esiste un Lawrence d’Arabia né un Beau Geste nella sua letteratura. In effetti, il primo impatto che l’America ebbe con tutti questi remoti sconvolgimenti fu l’arrivo di un gran numero di immigranti ebrei alla ricerca di una vita nuova e sicura negli Stati Uniti che erano in fuga non dall’islam ma dalle persecuzioni religiose e dalla povertà in Europa.
Oggi, l’Europa e il mondo musulmano si sono adagiati in un rapporto complesso e a volte di sfiducia che ciononostante li lega nel commercio, nel turismo e nella circolazione della gente in modo molto più serrato che non con gli Stati Uniti. L’Unione europea è il maggiore partner commerciale dei Paesi mediorientali e l’Europa dipende molto di più dal petrolio proveniente dal Medio Oriente che non gli Stati Uniti. In effetti, l’Unione europea sta cercando di incorporare tutti i Paesi arabi del Nord Africa e del Medio Oriente, incluso Israele, in una gigantesca zona di libero scambio entro il 2010. L’Europa ha dunque molti interessi di ordine vitale in campo in Medio Oriente e un forte incentivo a rimanere in rapporti ragionevolmente buoni e pacifici con i governi arabi. Si è mostrata di gran lunga più riluttante a imporre sanzioni economiche a nazioni arabe che non gli Stati Uniti ed è più cauta nel non mettere a rischio relazioni commerciali e finanziarie, incluso il commercio di armi. Ma la distanza dell’America dal Medio Oriente non significa che i suoi interessi nazionali siano meno importanti di quelli dell’Europa. Di fatto, oggi è possibile sostenere che siano addirittura maggiori poiché, negli ultimi tre o quattro decenni, gli Stati Uniti si sono alla fine trovati a doversi confrontare con molte delle spietate realtà che caratterizzano il Medio Oriente con l’aumento della militanza islamica. L’America ha visto Israele, la sua protetta, minacciata di estinzione, colpita dalle crisi petrolifere degli anni Settanta e sottoposta a spietati attacchi terroristici. Ha subito esperienze profondamente traumatiche che vanno dalla presa di ostaggi in Iran nel 1979-1980 agli attacchi terroristici di New York e Washington nel settembre del 2001. Ha guardato inerme mentre oltre 300 dei suoi marines saltavano in aria in Libano e una nave della Marina americana quasi finiva affondata nello Yemen. In rapida successione, ha combattuto le guerre in Afghanistan e in Iraq, e in quest’ultima è stata pesantemente delusa da alcuni dei suoi più stretti alleati europei. Come unica superpotenza mondiale, ovvero quanto di più simile ci sia a una polizia mondiale, l’America detiene un enorme interesse a garantire la pace nei giacimenti petroliferi del Medio Oriente, a proteggere Israele, a impedire agli Stati-canaglia arabi di acquisire armi di distruzione di massa e ora, a combattere il terrorismo che nasce dall’integralismo islamico. Sente che sia suo dovere combattere per raggiungere tutti questi obbiettivi, anche a costo di doverlo fare da sola.
Come risultato di tutti questi fattori e specialmente a causa dell’appoggio dato a Israele, gli Stati Uniti vengono visti dai militanti islamici come il villano numero uno, il «Grande Satana» e dunque il primo obbiettivo da colpire con le armi più distruttive sulle quali i terroristi riescono a mettere mano. Qualche cinico, definizione che sta a pennello a qualche europeo, potrebbe dire: gli Stati Uniti si sono assunti il ruolo storicamente proprio dell’Europa di cercare di stabilizzare il Medio Oriente, assumendosi altresì il ruolo di obbiettivo principale degli attacchi terroristici. In ogni modo, l’attuale impostazione dell’America rispetto a tali questioni è il nocciolo delle quattro principali differenze tra americani e molti europei su come gestire l’insorgere dell’islam e le attuali vicessitudini nel mondo arabo. La prima e più marcata differenza riguarda la percezione della minaccia. Mentre gli Stati Uniti vedono il terrorismo di stampo islamico come la maggiore minaccia a sé e al resto del mondo, la prima preoccupazione dell’Europa è finora stata quella di come gestire la marea di immigranti musulmani che sta sempre più creando dissesti nella vita degli europei e acquisendo dimensioni politiche. Gli europei sono ovviamente anch’essi preoccupati del terrorismo, specialmente dai devastanti attentati di Madrid l’11 di marzo scorso. Tuttavia, fino a ora, la tendenza era di pensare che gli Stati Uniti avessero esagerato la minaccia terroristica. Per contro, recentemente sono anch’essi diventati sempre più preoccupati che la loro tolleranza rispetto agli immigrati islamici e le loro pratiche religiose stessero mettendo a repentaglio i valori culturali e sociali europei, se non addirittura i suoi sistemi giuridici. In alcuni Paesi, gli elettori europei, delusi dall’incapacità dei tradizionali partiti politici di risolvere questi problemi, si sono spostati verso l’estrema destra. Esattamente come gli americani temono che un’ondata di immigranti messicani possa «riconquistare» i territori che gli Stati Uniti conquistarono al Messico nel Diciannovesimo secolo, alcuni europei vedono che l’attuale immigrazione islamica si sta sempre più insinuando in quei Paesi europei che gli antenati degli attuali immigranti non sono riusciti a conquistare con la forza secoli fa. I pensatori musulmani sono pienamente consapevoli di quella che in alcuni circoli islamici, viene definita come «la nuova presenza» in Europa. La maggior parte degli europei non si rende conto della portata del dibattito attualmente in corso tra i leader islamici riguardo a come gli immigranti dovrebbero cercare di introdurre valori islamici e persino la legge islamica nei Paesi che li ospitano.
L’esempio più eclatante della nuova preoccupazione europea è la controversia in Francia legata al fatto se si debba o no permettere alle ragazze islamiche di portare il velo nelle scuole pubbliche. La Francia, che ospita il maggior numero di cittadini islamici in tutta Europa, ha finalmente deciso che la sua politica di promuovere l’assimilazione di tutti gli immigranti nella cultura francese ha bisogno di essere attuata con maggiore vigore. Ma altri Paesi tradizionalmente tolleranti come la Gran Bretagna, la Germania, i Paesi Bassi, la Danimarca, la Spagna e la Svezia stanno ora prendendo in esame l’opportunità di esercitare più stretti controlli sugli immigranti e/o di esercitare più polso nell’integrarli nelle società europee. Questa è la fonte della seconda differenza con gli Stati Uniti. Come «Paese di immigrazione», gli americani hanno sempre condannato gli sforzi fatti dagli europei nel prendere misure severe contro l’immigrazione (in modo alquanto ipocrita, visto che agli americani piacerebbe fare altrettanto). Ma gli americani si sentono particolarmente provocati da quello che loro vedono come un tentativo da parte degli europei di compromettere la libertà di religione che potrebbe scaturire, per esempio, dalla proposta francese di proibire l’uso del velo islamico nelle scuole. La diversità di impostazione tra gli europei e gli americani fu già notata da Alexis de Tocqueville negli anni Trenta dell’Ottocento. Tocqueville scriveva che mentre gli americani vedevano la libertà di religione e la libertà in senso lato come una collaborazione al fine di creare una società ancora più perfetta, gli europei (e specialmente i francesi) credevano che si fosse raggiunta la libertà e il progresso sociale sconfiggendo le forze della religione e della superstizione. I francesi non vedono il velo islamico come un simbolo della libertà di espressione religiosa ma piuttosto come un attacco alla loro amata e costituzionalmente garantita società laica. L’attacco appare tanto più grave in quanto, con l’ingresso dell’Europa in quella che viene a volte definita come l’era «post-cristiana», l’islam è diventata la religione più dinamica del continente. La situazione in America, di gran lunga il Paese più religioso trai i Paesi più avanzati del mondo, è del tutto diversa. Non solo il cristianesimo è la religione maggiormente (seppur non ufficialmente) presente negli Stati Uniti, dove il 40% della popolazione si reca in chiesa una volta la settimana, ma dove anche l’immigrazione legale e clandestina che vi converge dall’America Latina è anch’essa di fede cristiana. La maggioranza di questi immigrati credono fermamente nei valori della famiglia come la maggioranza degli americani. Il numero di musulmani negli Stati Uniti è indubbiamente in aumento per quanto la proporzione sia molto al di sotto della media europea, essendo solo circa il 25% di orgini arabe. Il resto proviene dal Sud Asia o si tratta di afro-americani convertiti e il loro reddito medio è molto superiore che in Europa. Non si raggruppano in ghetti emarginati come in Francia e sono molto più moderati degli Imam che cercano di militarizzarli nelle moschee americane.
Un altro aspetto interessante è che sembra essere più facile assimilare una nuova religione in un Paese che è già di per se stesso religioso. Negli Stati Uniti, c’è un fiorire di rapporti amichevoli tra i vertici di istituzioni islamiche e cristiane, alla luce della riconosciuta fratellanza tra le due religioni, che non si verifica in Europa, essendo questo attualmente il continente più laico del mondo. Nonostante le obiezioni sollevate da alcuni cristiani evangelici di destra, il presidente Bush non trovò niente di strano nel dire al Primo ministro turco Erdogan, il leader di un partito di origine islamica, che veneravano tutti e due lo stesso Dio, un’affermazione impensabile per un leader europeo. In una recente indagine di opinione, il 61% degli americani hanno detto di considerare il fondamentalismo islamico una minaccia per gli interessi più vitali degli Stati Uniti (appoggiando quindi la priorità data dall’amministrazione Bush alla lotta al terrorismo) laddove solo il 27% ha detto che lo scontro tra musulmani e il mondo occidentale è inevitabile. Due terzi degli intervistati (il 66%) concordavano con l’affermazione che «poiché la maggioranza dei musulmani sono come chiunque altro in qualsiasi parte del mondo, possiamo trovare un terreno comune e un conflitto violento tra civiltà non è inevitabile». Tuttavia, e questo contribuisce alla terza maggiore differenza tra le due sponde dell’Atlantico nel far fronte all’islam, l’influenza dei musulmani negli Stati Uniti rimane minuscola se paragonata a quella degli ebrei. Gli Stati Uniti si sono impegnati ad appoggiare Israele per varie ragioni, non per ultimo perché è la sola democrazia in Medio Oriente e per di più circondata da tirannici regimi arabi. Tuttavia, questo appoggio è sostenuto da una potente lobby ebrea negli Stati Uniti e dalla rilevanza che hanno gli ebrei americani nella politica e nella società in generale. L’Europa si muove in una direzione diversa. Mano mano che aumenta il numero di musulmani, i politici europei diventano sempre più riluttanti a offenderli dando un appoggio esplicito a Israele. Allo stesso tempo, la sinistra europea sta diventando sempre più anti-americana, anti-Israele e pro-Palestina. In Europa, il crescente antisemitismo, dovuto in parte all’aumento delle presenze musulmane, è ragione di allarme sia tra i leader europei che tra quelli americani. Questi sviluppi stanno rendendo più profonda l’antica diatriba tra Stati Uniti ed Europa sul conflitto israelo-palestinese. In particolare, la maggior parte degli europei pensano che Washington debba fare più pressione su Israele affinché si giunga a un accordo mentre gli Stati Uniti concordano con Israele sul fatto che non serve fare delle concessioni serie ai palestinesi fin quando questi ultimi non si impegnino in modo chiaro per il raggiungimento di una pace vera. Dunque la pressione non dovrebbe essere esercitata su Israele ma sui palestinesi.
Una conseguenza di questa diversità di ottica è che gli Stati Uniti credono che l’intransigenza palestinese non dovrebbe frenare l’avanzamento di altre questioni mentre gli europei considerano un accordo israelo-palestinese una priorità assoluta. Gli europei sostengono che, senza tale accordo, la gran moltitudine di problemi di questa regione non verrà mai risolta. Attualmente, tale disaccordo contribuisce a creare la quarta grande differenza tra le due parti sul come gestire la questione del mondo islamico, o quanto meno la componente araba. Molti europei credono che l’ambizioso piano del presidente Bush di democratizzare il Medio Oriente miri, almeno in parte, a distogliere l’attenzione dai continui insuccessi accumulati nel tentativo di risolvere il conflitto israelo-palestinese e che, in qualsiasi caso, il piano rimarrà stagnante finché non verrà risolto il suddetto conflitto. Qui torniamo alle grandi differenze nell’esperienze storiche cha hanno contribuito a creare il cinismo (almeno agli occhi degli americani) o realismo (agli occhi dei diretti interessati) degli europei. Il contrappeso ovviamente è l’ingenuità degli americani (agli occhi degli europei) o l’ottimismo del fattibile (can-do) (agli occhi degli americani). Quest’ultimo nasce principalmente dai successi storici americani, dall’alta concezione che l’America ha di se stessa in quanto nazione e dalla fiducia che ripone nella possibilità che il mondo sia migliorabile, il che a sua volta riflette il proprio retaggio religioso. Sfortunatamente, ci troviamo già di fronte a segnali che Washington si sta piegando alle obiezioni sollevate dagli europei, cominciando a diluire il suo grandioso progetto di portare libertà e democrazia nel Medio Oriente che spera di fare approvare nel corso di una serie di riunioni al vertice, in programma per quest’estate (il G-8 e i vertici tra Nato, Stati Uniti e Unione europea). Ciò che dovrebbe invece fare Washington è prestare meno attenzione agli scettici in Europa e impegnarsi di più a trovare alleati nel mondo islamico. Molti europei sostengono che l’islam e la democrazia sono incompatibili. E in effetti, com’era prevedibile, vari governi arabi e leader islamici si sono opposti all’iniziativa statunitense facendo leva sul fatto che non vogliono che una democrazia di stile americano gli sia imposta dall’esterno. Inoltre, il mondo islamico è attualmente immerso in un acceso dibattito su come trattare l’Occidente e vi sono altri leader musulmani che invece credono che non solo l’islam sia compatibile con la democrazia ma che i tempi siano già maturi perché si intraprenda questa strada. Così la pensano anche molti cittadini dei Paesi musulmani. Secondo un’indagine pubblicata dal Pew Research Center nel giugno del 2003, nonostante l’impennata di anti-americanismo e un sostanziale appoggio dato a Osama bin Laden, vi è un notevole appetito di libertà democratiche nel mondo musulmano. La maggior parte dei musulmani sono a favore di dare all’islam e ai leader religiosi un ruolo di rilievo - e in alcuni casi dilagante - nella vita politica dei loro Paesi. L’indagine aggiunge anche: «Tuttavia tale opinione non diminuisce l’appoggio dato dall’islam a un sistema di governo che garantisca le stesse libertà civili e gli stessi diritti politici di cui godono le democrazie». Tale conclusione lancia al presidente Bush sia una sfida che un incoraggiamento per un maggiore impegno a favore della democratizzazione. È una sfida in quanto implica che gli Stati Uniti dovranno destreggiarsi con governi arroccati e non rappresentativi come quelli oggi al potere in Egitto e in Arabia Saudita che gli Stati Uniti appoggiano da tempo. È anche un incoraggiamento perché suggerisce che qualora egli ci riuscisse, potrà avere più appoggio dalle basi per le sue proposte di quanto siano attualmente disposti a concedere i cinici europei e gli ostici leader musulmani. Visto che gli europei hanno periodicamente provato a stabilizzare il Medio Oriente almeno dai tempi di Alessandro il Grande, con risultati alquanto miseri in termini di una riuscita duratura in tal senso, sarebbe ora ragionevole se smettessero di cavillare e passassero la mano agli americani.
(Traduzione dall’inglese di Valeria Beltrani)