
Sopo l’attentato dell’11 settembre è diventa opinione corrente l’idea che le origini dei guai dell’islam derivino dal non aver mai avuto, a differenza del cristianesimo, una riforma protestante. La tesi suona più o meno così: il cristianesimo era rigido e autoritario prima dell’arrivo di Lutero e degli altri riformatori, i quali aprirono finalmente la strada alla democrazia liberale, alla scienza e a tutti gli aspetti positivi della modernità; il problema dell’islam è quello di essere rimasto bloccato nella sua «fase medievale», ancora in attesa di un proprio riformatore. Questa analisi si adatta alla perfezione con le concezioni che molti oggi hanno della riforma protestante, del cattolicesimo, della libertà, della razionalità e della loro relazione con l’autorità e la tradizione, ma è completamente sbagliata perché si basa più sui cliché della polemica anticattolica sorti all’epoca della riforma e dell’illuminismo, che sugli effettivi fatti storici. Studiosi come Stanley Jaki hanno dimostrato in maniera approfondita che la rivoluzione scientifica fu un naturale sviluppo della tradizione intellettuale del cattolicesimo medievale, piuttosto che del suo rifiuto; anche le semplificazioni e le distorsioni presenti nella lettura anticattolica «standard» dell’episodio di Galileo sono state messe in luce in libri come il recente Galileo’s Mistake di Wade Rowland. L’opera di Henry Kamen sull’Inquisizione spagnola documenta simili distorsioni nella valutazione di quegli eventi, così come il libro di Thomas Madden A Concise History of the Crusades dimostra chiaramente come le crociate fossero nella loro essenza niente di più che un tentativo (fallito) di invertire la marea delle secolari aggressioni islamiche e di liberare terre già cristiane conquistate brutalmente dai musulmani - fatti cioè per i quali gli occidentali di oggi non devono affatto scusarsi. In breve, la nozione che la Chiesa medievale giacesse nell’oscurantismo, nell’oppressione e nella superstizione, attendendo disperatamente la liberazione da un rude monaco tedesco, è solo un mito. La tesi iniziale presenta però un altro ben più grave problema, perché quegli stessi aspetti dell’islam che sembrano renderlo più incompatibile con il mondo moderno sono, per la maggior parte, gli stessi che ha in comune con il protestantesimo; mentre gli aspetti della moderna civiltà occidentale cruciali al mantenimento della libertà e della razionalità scientifica devono molto di più alla Chiesa cattolica che a Lutero e Calvino.
Il governo della legge (rule of law)
Per rendersene conto occorre prima comprendere alcuni aspetti riguardanti la natura della civiltà moderna, della disputa tra protestantesimo e cattolicesimo, e dell’islam. Iniziando col primo punto, ritengo che il resoconto più penetrante del nostro processo di civilizzazione sia quello presentato nelle opere del teorico sociale Friedrich A. von Hayek (1899-1992). Hayek è molto conosciuto come difensore dell’economia di mercato, ma non meno significative sono le sue analisi delle precondizioni sociali e culturali per la sopravvivenza e la crescita rigogliosa di tale economia. La chiave di tutto è rappresentata dalla rule of law, che rende sicura la libertà individuale, la proprietà privata e i contratti, e che non va identificata con la mera esistenza di leggi (intese come decreti emanati da una qualche autorità di governo). È possibile infatti che esistano numerosi provvedimenti legali, e che vengano perfino applicati, nella totale assenza della rule of law. Una dittatura, guidata da un singolo despota o da un partito, potrebbe emanare un gran numero di ordini e farli applicare brutalmente ed efficaciemente con la minaccia della tortura o dell’arresto. Questo sarebbe però l’esatto opposto della rule of law intesa in senso hayekiano, dato che tali ordini sono per loro natura arbitrari, e la loro esistenza ed effettività dipende interamente dalla mutevole volontà dei detentori del potere. Un tale sistema non differisce in sostanza dalla totale mancanza di leggi, e si distingue dalla criminalità organizzata solo perché in questo caso i mafiosi indossano le uniformi. L’aspetto cruciale di questa situazione di assenza di leggi non è tanto la brutalità dei metodi con i quali si fanno rispettare gli ordini, ma la loro arbitrarietà e discrezionalità. Un’autorità benigna e benintenzionata - diciamo il tradizionale pianificatore economico socialista (quantomeno nell’idea che ha di sé) - governerebbe comunque in maniera incompatibile con la rule of law se le sue decisioni non sono basate su principi oggettivi ma sulle fantasticherie o sulle emozioni. Quello che conta, perché si abbia la rule of law, è che esista un ordine di regole che operino impersonalmente, indipendentemente dalla volontà di un qualsiasi individuo o corpo di governo, alle quali perfino i governanti devono sottomettersi pur non approvando le conseguenze derivanti dall’applicazione di queste regole.
Questa è una delle ragioni per cui secondo Hayek il socialismo si rivela incompatibile con la rule of law: semplicemente, non può esserci un sistema di regole impersonali che garantiscano una distribuzione delle ricchezze o del reddito soddisfacente per il socialista, dato che, per le differenti circostanze e abilità individuali, ci saranno sempre casi in cui alcuni individui seguendo queste regole si ritroveranno in condizioni economiche migliori o peggiori di altri, cosicché i funzionari del governo socialista dovrebbero costantemente intervenire in maniera arbitraria nelle vite degli individui per «correggere» queste deviazioni dal loro schema distributivo preferito. Un’altra ragione rilevante dell’incompatibilità tra socialismo e rule of law è che nessuna autorità socialista potrebbe possedere tutta la conoscenza delle circostanze economiche pertinenti con la pianificazione centralizzata dell’economia. Determinare il miglior uso delle risorse economiche richiede un’informazione concernente una vasta costellazione di condizioni locali, abilità e bisogni individuali, tutti in continuo cambiamento. In un’economia capitalistica queste informazione sono incapsulate nei prezzi generati dal libero operare delle leggi impersonali della domanda e dell’offerta: prezzi che segnalano effettivamente ai consumatori e agli imprenditori qual è l’uso migliore delle risorse economiche. Il pianificatore socialista, cercando di abolire questa legge, non potrebbe sostituirvi altro che la propria soggettiva e arbitraria valutazione di quello che la gente dovrebbe consumare e produrre. Gli inevitabili risultati sono il colossale spreco di risorse, la povertà e la tirannia che hanno caratterizzato ogni esperimento di pianificazione socialista nel mondo reale.
Le verità dell’economia
Nella visione di Hayek queste verità dell’economia valgono anche in generale. Il problema del socialismo è che cerca di abolire i principi impersonali di rispetto della proprietà privata, della libertà contrattuale, della concorrenza di mercato per sostituirli con le decisioni, a quanto si dice più razionali e compassionevoli, dei pianificatori sociali. I risultati sono irrazionalità e sofferenze a livelli mai raggiunti in tutta la storia umana, dato che tali ingegneri sociali sono semplicemente incapaci di utilizzare l’enorme massa di informazioni riguardanti le circostanze locali, le capacità e i bisogni individuali che la progettazione deliberata e il controllo di un complesso ordine economico richiedono. Lo stesso problema affligge ogni tentativo di imporre per decreto e su vasta scala un nuovo ordine di cose, la cui origine risiede nella visione - morale, sociale, economica o religiosa - di un singolo individuo o di un gruppo di individui. La conoscenza e la comprensione degli uomini è semplicemente troppo limitata per poter creare, tutto in una volta, un sistema di leggi, moralità e governo che sia umano e funzionante. Per contrasto, gli antiquati e impersonali prodotti della tradizione, per quanto possano sembrare superficialmente meno razionali delle nuove idee partorite dagli intellettuali, dai poeti e dagli artisti, sono di fatto molto più razionali, riflettendo l’esperienza di milioni di individui appartenuti a numerose generazioni; essendo sopravvissute alle forze selettive dell’evoluzione culturale, queste tradizioni incorporano molte più informazioni sui dettagli concreti della vita umana di quelle che ogni singolo teorico può sperare di acquisire. Le pratiche e le istituzioni tradizionali devono quindi godere del beneficio del dubbio. Se si devono modificare - e Hayek non nega che talvolta si possa e si debba farlo - l’onere della prova deve sempre gravare sull’innovatore piuttosto che sul conservatore della tradizione, e il cambiamento (specialmente quando l’istituzione o la pratica è molto antica e diffusa) deve avvenire sempre poco alla volta, mediante un ritocco ai bordi che lasci intatto il nucleo dell’usanza o dell’istituto. Secondo Hayek, allora, i difensori della civiltà devono contrastare tutti coloro che cercano di abbattere i prodotti della tradizione per sostituirli con le proprie visioni particolari. Devono cioè avversare, in tutte le sue forme, quello che Hayek chiama «costruttivismo razionalistico»: la tendenza, incarnata più vividamente ai nostri giorni dai socialisti e dai proponenti della rivoluzione sessuale, di cercare di costruire per intero un nuovo vasto ordine di cose aderente a un qualche disegno artificiale che sia più «razionale» di un antico ordine esistente. Opponendosi a tutto questo il sostenitore della tradizione risulta il vero difensore della libertà e della razionalità: non ci può essere infatti alcuna vera libertà separata dal governo della legge e dalla eguale sottomissione di tutti a regole la cui autorità non si fondi su un’arbitraria volontà individuale; né ci può essere alcuna vera razionalità che ignori la saggezza collettiva dei millenni passati, e che cerchi arrogantemente di sostituirla con le insignificanti ed eccentriche riflessioni di alcuni intellettuali o ingegneri sociali.
Protestantesimo, cattolicesimo e rule of law
Cos’ha a che fare tutto questo con il protestantesimo, il cattolicesimo e l’islam? Non dimentichiamo che il dibattito tra protestanti e cattolici ha sempre avuto alla sua base la questione dell’autorità: questa risiede in ultima analisi nella Chiesa o nella Bibbia? A prima vista potrebbe sembrare che la risposta protestante sia distintamente hayekiana: la Bibbia, piuttosto che la Chiesa o il papa, dovrebbe essere l’unica guida del credente, il quale in questo modo potrebbe sembrare «liberato» dalla volontà arbitraria di coloro che detengono il potere ecclesiastico. Le apparenze però ingannano, perché ovviamente la Bibbia non si interpreta da sola, in nessun senso letterale. E tuttavia si ritiene che ogni credente, essendo sacerdote di se stesso, abbia diretto accesso al significato del testo, senza bisogno della guida dell’autorità della Chiesa. Come devono comportarsi allora i fedeli quando non sono sicuri del significato della Bibbia, o quando non ne condividono il significato? La risposta standard dei protestanti è che lo Spirito Santo li guiderà all’esatta comprensione. Ma che criteri ci sono per stabilire esattamente quello che lo Spirito sta dicendo, o se Egli sta veramente parlando a qualcuno? Qui il fedele deve inevitabilmente ricorrere al proprio giudizio privato. Il risultato, notoriamente, è stato la frantumazione del protestantesimo in migliaia di denominazioni. Praticamente la Bibbia finisce col dire tutto quello che il credente individuale pensa che dica, per quanto analfabeta o fanatico egli sia, e quali che siano le conclusioni extra-bibliche che egli inconsciamente crede di leggervi. Ogni uomo diventa, in pratica, l’autorità di se stesso, e questo equivale a dire, in pratica, che non c’è più alcuna autorità. In una sfera religiosa così concepita non c’è più, a ben guardare, alcuna rule of law, ma piuttosto una pura e semplice assenza di leggi: il solenne e oggettivo volere di Dio rivelato nella Bibbia è impercettibilmente trasformato nella debole e soggettiva volontà del fedele che l’interpreta. Il credente può allora decidere di fondare una setta, creando così una sfera entro la quale applicare la sua volontà: sfera che rappresenta il tentativo, alla maniera del costruttivismo razionalistico, si spazzar via le istituzioni del passato e creare un nuovo ordine dalle fondamenta, basato su nient’altro che l’intuizione del singolo credente stesso.
Il socialista rivoluzionario o il libertino trova, abbastanza paradossalmente, il proprio analogo in ogni settario che si propone per l’ennesima volta di reinventare la ruota teologica, promettendo che nei suoi insegnamenti troveremo, finalmente, la vera comprensione della volontà divina. Le conseguenze soggettiviste e anarchiche del principio sola scriptura sono per di più esacerbate dall’altro principio chiave del protestantesimo, sola fide. La «sola fede» è per molti rappresentanti la base non solo della salvezza, ma in ultima analisi anche della conoscenza. «La ragione è la prostituta del diavolo», diceva Lutero, e per questo motivo «dev’essere ingannata, accecata e distrutta». Non si potrebbe mai immaginare un San Tommaso o un altro grande pensatore della Chiesa medievale fare certe affermazioni. Secondo l’idea cattolica, invece, colui che prega, il teologo o il mistico non può evitare il dovere di testare le proprie convinzioni alla luce della ragione, così come della Sacra Scrittura. Quest’ultima, peraltro, deve sempre essere compresa non secondo la limitata prospettiva del singolo lettore, ma alla luce dalla ragione e dalla tradizione. La Bibbia è parte di questa tradizione, che comprende un complesso corpo di insegnamenti risalenti agli Apostoli e ai Padri apostolici, e i cui contenuti sono stati illuminati da innumerevoli santi e dottori della Chiesa, i quali erano tutti soggetti alla tradizione allo stesso modo del comune fedele. Questa tradizione non è stata creata dalla Chiesa, che si limita semplicemente a preservarla e a trasmetterla inalterata: le modifiche avvengono solo di rado, lentamente, gradualmente, minimamente e sempre in modo da trarre implicazioni da quello che c’era già, senza introdurre elementi nuovi o estranei. L’autorità dei concili e dei papi è fondamentalmente la stessa autorità di un guardiano notturno di un museo le cui opere esposte egli non ha creato, e non ha la presunzione di modificare. Gli insegnamenti di un papa non sono, strettamente parlando, i suoi insegnamenti, ma quelli di un’istituzione che ha duemila anni, della quale egli è temporaneamente il nocchiero e alla quale deve doverosamente sottomettersi come ogni altro fedele. Lungi dall’essere un despota arbitrario, egli è solamente il servitore e l’esecutore di un sistema di leggi che non ha fatto e che non può cambiare. Si potrebbe dire che il papa rappresenta il modello ideale di governante hayekiano, trasferito nella sfera religiosa. La rule of law, applicata per analogia sul piano teologico, rappresenta così la quintessenza del cattolicesimo, così come il suo rifiuto rappresenta la quintessenza del protestantesimo. Questa essenza venne preservata dalla Chiesa medievale rifiutandosi di sottomettersi allo Stato, cioè alle contingenze del potere politico arbitrario. Questa distinzione tra Chiesa e Stato è sopravvissuta alla riforma protestante, per diventare uno degli elementi più preziosi della civiltà occidentale. O almeno così è stato in quei Paesi dove una setta protestante o d’altro tipo non è riuscita a conquistare l’apparato di governo: non deve mai essere dimenticato che fu Calvino, e non qualche cattolico medievale, a fondare a Ginevra il primo Stato totalitario cristiano; che i vescovi luterani vengono tradizionalmente pagati dallo Stato come dipendenti pubblici; e che è la Chiesa d’Inghilterra, e non quella di Roma, a avere alla sua testa un monarca secolare.
La rilevanza per l’islam
Forse a questo punto la rilevanza per l’islam di quanto discusso finora sta cominciando a diventare chiara. L’islam infatti, come molte denominazioni protestanti, non ha mai conosciuto un principio che è sempre stato presente nel cattolicesimo: la distinzione tra Chiesa e Stato, che garantisce l’indipendenza della prima e strette limitazioni al secondo. Maometto non era solo un profeta, ma anche un governante supremo e un comandante in capo, e i suoi seguaci hanno sempre cercato di emularlo fedelmente in queste come in altre sue qualità. Come Lutero e Calvino non ereditò la sua dottrina da una qualche istituzione esistente, ma ha ricevuto il Corano direttamente da Dio, o almeno così ci ha detto, e il lettore deve semplicemente obbedire a esso. Né egli lasciò, più di quanto fecero Lutero o Calvino, un qualche autorevole interprete dopo di sé. In pratica un lettore è valido quanto un qualsiasi altro, e un mullah non necessita di un collegamento istituzionale con il Profeta più di quanto un pastore protestante abbia bisogno di essere in comunione con il papa per poter praticare le sue funzioni. Né la ragione svolge un ruolo sussidiario al testo - o meglio, al significato che il lettore dà al testo - più di quanto avvenga nel protestantesimo: sola fide e sola scriptura hanno entrambi i loro paralleli nell’islamismo. Una conseguenza di tutto questo è che non c’è alcun meccanismo nell’islam, a differenza che nel cattolicesimo, che permetta la continua applicazione dei principi della tradizione a nuove circostanze - siano esse sociali, politiche, scientifiche o tecnologiche - per trarne le implicite conseguenze. In altre parole, non esiste un ampio e complesso corpo di insegnamenti del quale il Libro Sacro forma una parte, e dunque non ci si può appellare ad altre risorse autorevoli quanto il testo stesso, se lo si vuole applicare al mondo moderno. C’è solo una lettera morta, rivelata una volta per tutte secoli fa, che presuppone un contesto storico al quale, per obbedire alla rivelazione, si deve costantemente cercare di tornare. Se dunque la scienza moderna e la democrazia liberale sembrano estranee al mondo del Corano, tanto peggio per loro. Un’altra conseguenza è che, semplicemente, non vi è alcun modo per concludere che una setta musulmana sia più «autentica» di un’altra, più di quanto si possa dire che il luteranesimo sia più autenticamente protestante del calvinismo. In particolare, l’affermazione secondo cui i semi-americanizzati professori di college musulmani esprimano una dottrina più autentica degli autodidatti wahabiti è poco più di una risibile fantasia dei progressisti. Maometto stesso - che, dopo tutto, non era propriamente un sensibile multiculturalista - avrebbe sicuramente fatto riecheggiare in ogni occasione lo spirito marziale dei secondi, piuttosto che la blanda gentilezza dei primi. A queste considerazioni potremmo aggiungere un altro parallelismo, spesso notato, tra l’astratta e schiacciante volontà di Allah e il somigliante Dio del calvinismo, impersonale e minaccioso: in entrambe le religioni la divinità emana ordini che non hanno altra base che la sua volontà stessa, predestinando gli uomini alla salvezza o alla destinazione senza che questi possano comprenderne o questionarne la giustizia. C’è anche in entrambe le religioni il freddo razionalismo (paradossalmente giustapposto alla loro sospettosità verso la ragione) di un’iconoclastia che non tollera i sacramenti e le immagini, e un antiumanesimo che disprezza le opere dell’uomo perfino quando aspirano a glorificare Dio. I talebani che fecero esplodere con la dinamite le grandi sculture buddiste dimostrarono pertanto la loro parentela non con i cattolici medievali che veneravano Platone, Aristotele o altri grandi scrittori dell’antichità pagana, non con i papi del rinascimento che finanziavano le arti, ma con le folle protestanti inferocite il cui vandalismo svuotò tante chiese europee un tempo cattoliche delle loro vetrate, delle loro statue e della loro bellezza. In breve: se il problema dell’islam è che sembra costantemente dar vita a sette violentemente ostili alle istituzioni secolari, alla ragione e al sentimento colto; che i Paesi in cui predomina mostrano una cronica tendenza al dispotismo teocratico; e che come religione non presenta alcuna struttura istituzionale che possa in ultima analisi imporre una qualche disciplina agli impulsi spirituali caotici e senza regole che genera - se il problema consiste in tutto questo (come sicuramente è), allora è assurdo sostenere che la soluzione per l’islam consista nel trovare il suo Martin Lutero. Ha già avuto i suoi Lutero, per non parlare dei suoi Calvino e dei suoi Enrico VIII, tutti riuniti in un’unica persona, il cui nome era Maometto. Quello di cui ha bisogno l’islam è un papa.
(Traduzione dall’inglese di Guglielmo Piombini)