
La Turchia è in tutto e per tutto un caso a parte. Ha una storia e una geografia irripetibili e non può perciò essere un modello per alcun altro Paese del Medio Oriente. Pur essendo geograficamente in grandissima parte in Asia, culturalmente è Asia ed Europa al tempo stesso in un groviglio inestricabile. La società è in grandissima maggioranza musulmana, cioè tendenzialmente teocratica, ma lo Stato è laico. La tradizione e la geografia la ancorano in Medio Oriente, ma la sua costituzione kemalista e la voglia di modernità la spingono a Occidente. Vive tra due mondi e non si sente in nessuno di essi in casa sua. Essa, in realtà, è duplice. Esistono due Turchie contrapposte (sia pure con una rilevante «area grigia» intermedia). Dal novembre del 2002, dopo la sconfitta elettorale e il fallimento storico, etico-politico, della classe dirigente laica, la Turchia è governata dai rappresentanti politici dell’altra Turchia, quella che affonda le sue radici nella tradizione islamica e mediorientale, ma che affermano e mostrano di voler conservare la laicità dello Stato, di volersi mantenere nel quadro della democrazia e di conservare l’orientamento occidentale ed europeo, proprio della Turchia laica e moderna. Il partito «Giustizia e sviluppo» (Akp) dell’attuale premier Recep Tayyip Erdogan si definisce democratico conservatore, ma pur non rinnegando le sue radici religiose, nega che la sua politica abbia obbeittivi religiosi e che la sua ideologia sia determinata da un’ispirazione di carattere religioso. Il suo avvento al potere crea ovviamente tensioni tra il governo e l’ideologia kemalista e i gruppi sociali e politici che la rappresentano, ma pone anche nuovi problemi, di carattere culturale e politico, al processo di adesione all’Unione europea. In Europa e negli Usa si parla dell’Akp come parte di un più generale fenomeno ideologico denominato «islam moderato», che raggrupperebbe, oltre alla Turchia, gli Stati arabi del Medio Oriente «moderati» sia in politica interna (riguardo all’applicazione limitata della legge divina islamica) sia in politica estera (nei riguardi degli Usa e, un po’ meno, di Israele).
Ma in Turchia c’è una generale ripulsa, per opposte ragioni, del concetto stesso di «Stato islamico moderato». Lo stesso Akp nega che la Turchia possa essere chiamata uno Stato islamico moderato: lo Stato turco - dicono i dirigenti dell’Akp - è solo laico e non può essere definito con un attributo religioso, dato che lo Stato laico deve separare la religione dallo Stato. Ma essi fanno di più: essi negano che vi sia persino un’ideologia dell’«islam moderato» contrapposta a un islam non moderato. «Che significa parlare di islam moderato? Si tratta di un approccio erroneo, perché allora si potrebbe intendere che c’è un islam non moderato. L’islam è l’islam. Esso respinge l’estremismo e consiglia la via di mezzo. Lo Stato laico separa la religione dallo Stato, deve garantire la pratica di tutte le religioni e deve considerare l’islam alla stregua di ogni altra religione. Non ci può essere uno Stato islamico in uno Stato laico. Ma il secolarismo non è una religione, non può essere messo sullo stesso piano dell’islam», ha di recente dichiarato Erdogan rispondendo al vice capo dei militari turchi, il generale turco Ilker Basbug, che aveva affermato: «La Turchia non può essere un modello di islam moderato per i Paesi della regione mediorientale perché il secolarismo e uno Stato islamico moderato non possono convivere insieme». Questo scambio di battute tra massimi rappresentanti delle due forze principali in campo (da un lato l’«islam profondo» turco e, dall’altro lo «Stato profondo» turco, laicista e kemalista) riassume, al massimo livello, il conflitto ideologico e politico attorno al cosiddetto «islam moderato», un concetto rilanciato di recente dagli americani in relazione alla loro iniziativa «per un grande Medio Oriente». Al cuore ideologico della questione, il generale Basbuk, in sostanza, sta affermando che l’islam, anche «moderato», è intrinsecamente incompatibile con uno Stato laico (per cui il kemalismo è necessario) mentre Erdogan sostiene che l’islam è una religione «come le altre» (anzi intrinsecamente pacifica e democratica, per cui il kemalismo non è necessario) e il secolarismo e lo Stato laico non possono essere intese alla stregua di una religione alternativa all’islam, ma devono solo garantire a esso, come alle altre religioni, la piena libertà di culto e di espressione. Per sostenere ciò Erdogan, però si spinge a negare che ci sia un islam estremista (probabilmente perché teme gli anatemi dell’islam ortodosso e radicale) ma lascia così aperta un’ambiguità: l’estremismo islamico - a suo modo di vedere - non deve considerarsi islamico o non deve considerarsi estremista? E cosa vuol dire religione del giusto mezzo? Giusto mezzo tra quali estremi? E, così dicendo, Erdogan non sta affermando l’esistenza di un’intepretazione pacifica e democratica dell’islam, e cioè un islam, appunto, moderato?
L’ambiguità ideologica di Erdogan e degli altri dirigenti islamici turchi è tanto più evidente se si pensa che, dopo gli attentati di novembre a Istanbul, essi hanno affermato che il loro partito Akp è sotto l’attacco del terrorismo (al quale hanno negato l’attributo di islamico) in quanto l’Akp mostrerebbe la conciliabilità tra l’islam e la democrazia laica. Al fondo politico della diatriba c’è una riserva mentale: lo Stato profondo turco non ritiene veritiera l’asserita neutralità rispetto all’ispirazione religiosa islamica dei dirigenti dell’Akp e ritiene invece che essi abbiano obbiettivi ispirati all’islam sia in Turchia sia in Europa. Con queste doverose premesse sulle riserve mentali di entrambe le parti turche sul concetto stesso di «islam moderato», in questo articolo ci riferiremo all’ideologia e alla prassi dell’Akp considerandole, anche e non solo per le non rinnegate radici islamiche del partito e dei suoi dirigenti, come espressione, appunto, di un islam moderato, come fenomeno politico più generale di conciliazione tra islam e democrazia e tra tradizione e modernità, lasciando sullo sfondo le sue implicazioni e contraddizioni ideologiche e teologiche. Cominciamo col dire in primo luogo che l’islam politico moderato dell’Akp riflette non solo l’ontologica «diversità» turca, ma anche e, soprattutto, l’insopprimibile diversità islamica dalle altre religioni, da cui, in fondo, deriva storicamente anche la diversità turca e la sua difficoltà ad approdare in Europa nel suo ultramillenario viaggio verso Occidente. Esso è portatore di fondamentali ambiguità ideologiche e politiche e ogni dichiarazione o atto dei loro dirigenti si presta a intepretazioni di opposto segno perché essi hanno sempre tutta l’apparenza di messaggi indirizzati a vari e incompatibili destinatari: da un lato gli ambienti islamici ortodossi (di cui vogliono conservare l’appoggio) e quelli radicali (da cui hanno il terrore di essere condannati per blasfemia o peggio per apostasia) e dall’altro i kemalisti e i militari (che essi vogliono rassicurare); da un lato i governi europei, soprattutto quelli francese e tedesco (che essi considerano interlocutori privilegiati), da un altro ancora gli americani (da cui non vogliono divorziare). Inutile chiedere chiarimenti ideologici, dato che - come viene chiarito dai portavoce dell’Akp - «non intendiamo entrare nel merito di questioni ideologiche» - dicono lasciando immutati i dubbi derivanti dalle ambiguità dell’Akp che spesso lasciano pensare a una peculiare e sapiente «neo-lingua» di sapore orwelliano. A tale proposito osserviamo che molto appropriatamente il moderatismo islamico viene chiamato da alcuni analisti «euroislamismo», non solo per la centralità della sua scelta europeista, ma anche per gli impressionanti parallelismi, mutatis mutandis, con l’eurocomunismo degli anni Settanta e Ottanta, con i quali condivide non solo l’ambiguità ideologica politica e non solo la conseguente neolingua.
La scelta europeista dell’islamismo turco è sicuramente centrale nella strategia e nell’ideologia dell’Akp, ma anch’essa si presta per diversi motivi a interpretazioni opposte. È una scelta epocale nel senso della rinuncia definitiva alla teocrazia e dell’accettazione della liberaldemocrazia da parte dell’islam ortodosso e riformista turco, di cui i dirigenti dell’Akp, sono sicuramente i mediatori e rappresentanti politici al più alto livello? O essa nasconde un progetto politico-religioso di lungo periodo e di segno islamico? Il loro partito si rifiuta di essere definito partito islamico, ma non rinnega e anzi conferma le sue radici islamiche e, all’occasione, manifesta apertamente le sue interne pulsioni religiose. Si definisce «democratico conservatore» e si afferma come conciliatore tra islam e democrazia, tra modernità e tradizione. Ma afferma di differenziarsi dal liberalismo (probabilmente per non incorrere negli anatemi dei sostenitori della shari’a sull’eguaglianza dei diritti alle donne e agli infedeli). E, soprattutto, si pone come «ponte» tra la Turchia islamica e l’Europa affermando di voler entrare in Europa «per favorire il dialogo tra le civiltà». Il suo avvento al governo (dove sembra destinato a restare a lungo) pone nuovi complessi problemi, ora anche culturali ai governi europei chiamati, a fine 2004, a decidere se dare inizio nei primi del 2005 al negoziato di adesione all’Ue. Tutto ciò avviene in un momento in cui l’Europa si allontana dagli Usa soprattutto sul tema cruciale della guerra al terrorismo islamico e in una fase in cui è in corso la più formidabile invasione pacifica della storia di immigrati islamici in Europa, portatori di una diversità culturale, che finora non ha mostrato segni di integrabilità in Europa.
L’euroislamismo turco
È stato lo stesso Tayyip Erdogan ad affermare che il suo partito di radici islamiche Akp interpreta l’adesione della Turchia all’Unione europea («priorità massima» del suo governo) come il principale incentivo all’«incontro tra le civiltà» nel mondo. «Quando noi parliamo di incontro di civiltà, sappiamo che sarà la decisione dell’Unione europea (di cooptare la Turchia) lo strumento decisivo. Perché altrimenti l’Unione europea resterà un club cristiano. Se la Turchia entrerà nell’Ue, l’Unione europea potrà davvero sostenere di essere un’Unione che ha diverse civiltà nel suo ambito», ha detto il premier turco nel dibattito seguito a un suo discorso all’American Enterprise Institute il 29 gennaio del 2004. La dichiarazione di Erdogan è rivelatrice: egli mostra di intendere l’Europa come foro di compensazione pacifico tra le civiltà, e intende la Turchia (e il suo partito in particolare) in Europa come rappresentante politico della civiltà islamica a livello europeo. Nel pensiero europeo, invece, quando si esclude il «club cristiano» si pensa a un’Unione di Paesi neutrali rispetto alle religioni e alle civiltà che si associano per obbiettivi laici come il benessere economico comune. La possibilità per l’islam politico turco di rappresentare in Europa la civiltà islamica, usando la rappresentanza di un Paese laico come la Turchia, rientri o no nei progetti di Erdogan, è un dato di realtà e non solo perché in politica si può resistere a tutto tranne che alle tentazioni, specie se portatrici di potere. La tentazione di cui parliamo è quella di proporsi in Europa come moderatori e federatori dell’islam politico europeo e può trovare consenzienti i leader europei, terrorizzati dalla guerra di civiltà unilaterale dichiarata dagli estremisti islamici e paralizzati dal terrore di apparire razzisti o xenofobi o culturalmente eurocentrici. Essa è anche un dato realistico, dato che essi potrebbero godere di un bacino di voti molto consistente. Secondo calcoli accreditati, nel 2025, se la Turchia entra nell’Ue, vi potranno essere in Europa almeno 40 milioni di musulmani (oggi sono 17 milioni), di cui 12 milioni di turchi (concentrati in Germania). Gli islamici moderati turchi potrebbero diventare dei temibili concorrenti dell’Arabia Saudita e del Marocco nell’influenzare anche a livello politico, oltre che sociale, le moschee e le organizzazioni scolastiche e caritatevoli islamiche, oltre che i partiti politici islamici che stanno sorgendo dovunque in Europa e che sono influenzati da imam neofondamentalisti. Ciò avviene anche in Germania, dove gli islamici turchi sono fortemente presenti con l’organizzazione ricca di imprese, media, scuole e associazioni islamiche, Milli Gorus («Opinione nazionale», presente anche in Italia) del leader storico dell’islamismo politico, l’ex premier destituito nel 1997 dai militari, Necmettin Erbakan e da quella parallela di Fetullah Gulen più vicino del primo ai nuovi dirigenti. Un segnale di queste possibili e legittime intenzioni di Erdogan si è avuto nel corso della sua visita in Germania il 2 e 3 settembre scorso. In quell’occasione, il premier turco, incontrando una foltissima platea di emigrati turchi, li invitò a «prendere il passaporto tedesco». La cosa suscitò larvate polemiche e mezze da parte dei portavoce di Erdogan che chiarirono che il premier non aveva invitato i turchi in Germania «ad assimilarsi rinunciando alla propria identità turca e islamica», ma solo ad assumere la cittadinanza tedesca. Pochi hanno ricordato che la stessa cosa aveva fatto il leader storico e carismatico dell’islamismo radicale turco Necmettin Erbakan a Neue Ulm il 4 giugno del 2001 nel corso di un’assemblea degli iscritti della Svevia alla sua organizzazione ideologica Milli Gorus. Erbakan invitò allora i presenti ad acquisire la cittadinanza tedesca perché così essi avrebbero avuto diritto al voto e «nel giro di cinque anni» si sarebbe potuto fondare un partito in grado di entrare nel Reichstag, grazie agli 11 milioni di musulmani, turchi e no, che all’epoca delle elezioni del 2006 risiederanno in Germania. Il suo vice, Yaviz Celik Karahan, aggiunse nella stessa occasione che nel 2011 i musulmani in Germania, turchi e no, diventeranno ben 16 milioni osservando che «a quel punto saremo forti quanto gli abitanti della Germania Est». Erdogan, in questo non farebbe che seguire le orme del suo maestro. Quale sarebbe la prevedibile linea di un Akp tedesco ed europeo? Più o meno la stessa che in Turchia (moderazione centrista conservatrice nella stabilità politica ed economica con tentativi si introdurre elementi di islamismo nella società) con l’importante differenza che esso in Europa si farebbe naturalmente interprete, anche in quanto promotore del «dialogo tra le civiltà» delle esigenze di riconoscimento della diversità islamica e dei «diritti culturali» delle comunità islamiche, che in Turchia il kemalismo militarizzato rende impossibili. In Europa esso troverebbe molte meno resistenze che in patria, come dimostrano i casi dei riconoscimenti comunitari già ottenuti dagli islamici in vari Paesi europei. E ciò già avviene, e probabilmente avverrà in misura crescente, per due ragioni: la prima è che in Europa si interpretano come manifestazioni di libertà di pensiero e di culto quelle che nei Paesi islamici vengono interpretate come eversive manifestazioni antilaiche, antiliberali e antidemocratiche della diversità islamica intrinsecamente teocratica, di cui l’Europa (che considera, con leggerezza, «uguali» tutte le religioni e meritevoli di «uguale rispetto» anche nei loro aspetti più illiberali) non riesce a prendere atto. Non a caso varie inchieste mostrano che gli emigrati musulmani in Europa dichiarano che la loro prima vera motivazione è la maggiore libertà religiosa di cui godono in Europa rispetto ai Paesi di origine, una motivazione che prevale su quelle economiche e sociali. Lo studioso musulmano siriano-tedesco Bassan Tibi, cita a tale proposito lo sceicco islamico, Abd al-Aziz al-Siqqid che ha emesso una fatwa (perizia religiosa) in cui - secondo Tibi - lo sceicco «esorta all’immigrazione in Europa per diffondere l’islam attraverso una jihad pacifica»: «La migrazione verso l’Europa e l’America non soltanto è permessa ai musulmani, ma è obbligatoria […]. Di fatto le condizioni di contorno per il suo esercizio e per la chiamata all’islam (dawa) sono migliori in Europa e in America che nella maggior parte dei Paesi islamici». (Euro-Islam, p. 172). Lo stesso Tibi aggiunge che questa e altre analoghe esortazioni di capi islamici si inseriscono nella sintesi medioevale di jihad («sforzo sulla via di Allah») ed egira (migrazione). «Uno dei significati della jihad (sforzo) per la diffusione dell’islam è l’impegno e la conquista e può, quindi avvenire anche in modo pacifico», scrive Tibi. L’effetto combinato di questi fattori può essere, quindi, non già l’integrazione delle comunità immigrate in Europa, ma la loro (auto)ghettizzazione in parcelle separate della società che rivendicano la propria «diversità» anche sul piano giuridico-politico e premono per una biculturalizzazione della società europea con diritti e giurisdizioni separate. Tra l’altro, la forza demografica ed elettorale delle comunità islamiche in Europa potrebbe essere politicamente moltiplicata dalla circostanza che la maggior parte dei sistemi politici europei sono bipolari o bipartitici, per cui un partito islamico potrebbe presto diventare decisivo per fare pendere la bilancia parlamentare verso uno dei due schieramenti. In queste situazioni è politicamente ineluttabile che i loro rappresentanti politici domandino in cambio della partecipazione ai governi (un po’ come fanno i partiti religiosi in Israele) il riconoscimento di diritti culturali specifici e l’approvazione di norme e giurisdizioni particolari, ovviamente sulla falsariga della shari’a (legge divina islamica). Intendiamoci. Ammesso che si tratti di un progetto, e non solo di una possibilità teorica, si tratterebbe di un progetto pacifico e formalmente liberaldemocratico. Esso, però, porterebbe alla balcanizzazione della società europea in comunità separate e alla rottura dell’ordine liberale europeo, basato sui diritti individuali uguali di cittadinanza, a prescindere da considerazioni di sesso, razza, religione e costumi. Inoltre è bene ricordare che la shari’a è basata sulla differenza fondamentale tra fedeli e infedeli (e cattivi credenti) e tra uomini e donne e rivendica alla religione islamica lo status di ultima e definitiva rivelazione divina a cui tutti gli uomini di tutto il mondo dovranno prima o poi «sottomettersi». È per lo meno dubbio che questa prospettiva egemonica e antiliberale - ancorché pacifica e democratica nei mezzi - sia compatibile con la società liberaldemocratica basata sui diritti uguali dei cittadini. Sicuramente se progetto c’è, non è un progetto liberale.
L’Europa può benissimo scegliere questo destino. I governi e gli uomini d’affari europei possono benissimo correre questo rischio per esigenze di allargamento dei mercati. I leader politici europei, che di solito hanno ottiche elettorali e finanziarie di breve periodo, possono benissimo far correre questo rischio ai propri cittadini. Ma gli intellettuali occidentali (sia di destra che di sinistra) hanno il dovere di chiarire i termini reali della questione e le sue conseguenze probabili di lungo periodo, evitando di giocare, solo per tema di essere accusati del tutto impropriamente di xenofobia o di razzismo, con il pericolosissimo multiculturalismo. Questo rischia di fare esplodere la società europea (si veda l’esperienza del Kosovo) non meno delle bombe di bin Laden, con probabili esiti non solo illiberali, ma anche violenti e sicuramente non democratici. Notiamo soltanto che l’impero ottomano ebbe anch’esso una struttura multiculturale. I cristiani e gli ebrei vivevano in comunità separate (millet) con diritti e giurisdizioni particolari, ma erano cittadini di serie B e non godevano degli stessi diritti dei musulmani. Mustafa Kemal Ataturk guardò a Occidente, importò il diritto occidentale liberale e uguale e abolì il califfato. Non vogliamo affatto sostenere che il progetto dell’islam moderato, e dell’Akp di Erdogan, sia quello di fare rinascere democraticamente e pacificamente il califfato ottomano in Europa. Vogliamo solo sottolineare che si tratta di fatto di un possibile esito di lungo o anzi lunghissimo periodo delle tendenze reali in atto e che esse possono essere aiutate dalle ambiguità dell’islam moderato, anche turco, combinate con le ambiguità, i complessi di colpa e le leggerezze del multiculturalismo europeo più o meno esplicito e consapevole che sia. Il proposito dichiarato di Erdogan è quello, comunque, di «favorire il dialogo e l’incontro tra le civiltà» cristiana e islamica con l’ingresso della Turchia nell’Ue. Un proposito del tutto pacifico e democratico, anche se potrebbe avere esiti illiberali.
Questione strategica
La questione della Turchia nell’Ue assume così una rilevanza strategica globale che va comunque approfondita dagli analisti europei anche perché circolano nella diplomazia pubblica delle cancellerie e nell’intellighenzia europea alcuni luoghi comuni che sembrano molto lontani dalla realtà. In primo luogo si afferma anche negli Usa che una Turchia all’interno dell’Ue (con piena membership), specie se guidata da un partito islamico moderato, sarebbe meno rischiosa di una Turchia fuori dall’Ue, perché in quest’ultimo caso essa potrebbe divenire terreno di battaglia del terrorismo islamico alle porte dell’Europa ed esportare il terrorismo in Europa. Presupposto di questo ragionamento sono due ipotesi non confermate e anzi contraddette dai fatti: la prima è che «la Turchia è stata colpita nel suo insieme dai radicali islamisti per la sua laicità e per il suo orientamento occidentalista e filoisraeliano» e che «il loro odio si riversa soprattutto contro l’Akp»; la seconda è che i «jihadisti mirano a impedire l’accesso della Turchia all’Ue perché vogliono invece creare una catena di repubbliche islamiche e puntare al ritorno del califfato». Non vi sono elementi per suffragare la prima ipotesi (l’odio dei jihadisti è rivolto sempre verso gli americani, gli israeliani e loro supposti «lacchè», tra cui gli europei non antiamericani e non antiisraeliani e i turchi kemalisti) e ce ne sono molti per dubitare della seconda, dato che non si vede come dal terrorismo jihadista possano nascere repubbliche islamiche e un nuovo califfato. Il loro fine primario dichiarato ed evidente nei fatti, è la distruzione degli Stati Uniti e della civiltà occidentale. Non vi sono segni di odio verso la dirigenza islamica turca, né verso il suo obbiettivo di entrare in Europa. Il secondo luogo comune che si sente ripetere è che l’islam politico moderato turco può costituire «un modello» di coniugazione di islam e democrazia per altri Paesi islamici e che la cooptazione della Turchia in Europa potrebbe «mostrare loro la strada da seguire». Dichiarazioni del genere, più diffuse di quanto non si pensi anche in Italia, lasciano molto perplessi. Perché la Turchia dovrebbe entrare in Europa perché il suo modello possa replicarsi in altri Paesi? Hanno davvero i governanti dei Paesi islamici bisogno di un «modello» per fare riforme democratiche e liberali?
Il «modello turco» non potrebbe «mostrare la strada per entrare in Europa» per la semplice ragione che l’Ue ha reso chiaro che l’allargamento, dopo la soluzione, in un senso o nell’altro, del dossier Turchia, «deve essere considerato chiuso». L’ingresso della Turchia potrebbe però essere, come teme Giscard, il precedente e la condizione politica perché poi possano entrarci i Paesi arabi del Nord Africa. A tale proposito ricordiamo che lo storico dell’islam Bernard Lewis ha affermato che «la Turchia può entrare in Europa solo alla condizione che l’Europa diventi musulmana». A ben vedere Lewis, ha torto: l’islamizzazione (totale) dell’Europa non è la «condizione» per l’ingresso della Turchia in Europa, dato che, a tale fine, basta la disponibilità europea ad accettare una biculturalizzazione dell’Europa. Non risulta nemmeno plausibile il luogo comune che vuole che l’entrata della Turchia nell’Ue «annacquerebbe» le possibilità di una dimensione politica dell’Ue riducendola a una mera area di libero scambio. Tale idea viene attribuita agli inglesi e agli americani che, a questo fine, starebbero promuovendo l’accesso della Turchia nell’Ue. Al contrario, da molti indizi (il no agli Usa a marzo sulla guerra in Iraq, la posizione della Turchia all’Onu, sfavorevole al muro israeliano) e da dichiarazioni di responsabili risulta invece che la Turchia sta cercando e cercherà di realizzare un rapporto «privilegiato» soprattutto con Francia e Germania e che rafforzerebbe sensibilmente (anche da un punto di vista militare) l’asse franco-tedesco. Con la Turchia esso diventerebbe un asse politico dei tre maggiori Paesi dell’Ue con una popolazione pari alla metà circa di quella complessiva dell’Ue e che potrebbe agevolmente dettare la politica estera e di difesa dell’Ue. O di quello che a quel punto sarà rimasto dell’Ue.