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L’enigma dei diritti

LIBERAL BIMESTRALE
di Paolo Del Debbio
Liberal Numero 22 - Febbraio / Marzo 2004
 

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I temi attorno ai quali Norberto Bobbio ha lavorato per vari decenni, tra i quali i diritti sociali, i diritti individuali, la libertà individuale, i compiti dello Stato, i diritti dell’uomo, sono utili punti di riferimento per chiarire quello che sta sotto alle discussioni attuali, soprattutto politiche, e che spesso si ha l’impressione che sfugga agli stessi interpreti di queste discussioni, essendo condotte più per confutare le tesi del nemico che considerate come affermazioni che abbiano una consistenza in sé. In questo caso risulta evidente quanto sostenuto da Piero Ostellino dopo la scomparsa del filosofo torinese della politica e del diritto. Innanzi alla «battaglietta italianetta» di accaparrarsi il filosofo a sinistra o a destra, Ostellino ha ricordato che, prima che di destra o di sinistra, Bobbio era un filosofo liberale (come lo fu Passerin d’Entreves) e così, anche a noi, piace ricordarlo e, sommessamente, riproporre qualche cenno del suo pensiero. In uno dei suoi libri più belli, L’età dei diritti, pubblicato nel 1990 con Einaudi, parlando della tolleranza sosteneva che essa vada estesa a tutti tranne che agli intolleranti e scriveva: «Meglio una libertà sempre in pericolo ma espansiva che una libertà protetta ma incapace di svilupparsi. Solo una libertà in pericolo è capace di rinnovarsi. Una libertà incapace di rinnovarsi si trasforma presto o tardi in una nuova schiavitù». La libertà, sosteneva il filosofo Guido Calogero, non è un valore ma è la madre di ogni valore e disvalore. Sta prima dei valori, sta prima delle scelte, ne rappresenta la condizione, il presupposto, come sosteneva lo stesso Calogero distinguendo, appunto, la libertà-presupposto (quella situazione che consente la scelta libera) dalla libertà-ideale (quella che ognuno identifica con la scelta rispondente ai propri ideali, alle proprie credenze). Come ricorda Bobbio sempre nell’Età dei diritti, il punto di vista tradizionale attribuiva agli individui non diritti ma obblighi e, quindi, la funzione primaria della legge risultava quella di «comprimere non di liberare, di restringere non di allargare gli spazi di libertà, di raddrizzare l’albero storto, non di lasciarlo crescere selvaggiamente». La grande svolta avviene con il concetto cristiano di «fratellanza» per la quale gli uomini sono tutti uguali in quanto figli di Dio e, poi, con il giusnaturalismo, che è una secolarizzazione dell’etica cristiana, e che propone la concezione individualistica: l’uomo ha diritti naturali che precedono le istituzioni. Lo Stato di diritto, quello liberale, abbandona l’idea che sia suo compito provvedere alla felicità degli individui, idea che fu propria dello Stato paternalistico, assoluto, eudemonologico. Nella nuova forma di Stato, quella moderna e liberale, il governo è l’insieme degli uomini e delle leggi: ovvero gli uomini che fanno le leggi e le leggi che trovano un limite per esse invalicabile nei diritti preesistenti degli individui. Si tratta, appunto, dello Stato liberale moderno che si dispiega e si sviluppa nello Stato democratico.
Il filosofo torinese, in un’intervista rilasciata il 14 giugno 1991 alla Rai-Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche, dichiara che: «Affermare che l’uomo ha dei diritti preesistenti alla istituzione dello Stato, preesistenti cioè al potere cui viene attribuito il compito di prendere decisioni alle quali debbono ubbidire tutti coloro che costituiscono la collettività, significa rovesciare la concezione tradizionale della politica almeno da due punti di vista diversi. In primo luogo, l’uomo, gli uomini, gli individui considerati singolarmente vengono contrapposti alla società, alla città, o meglio, a quella città compiutamente organizzata che è la res publica o lo Stato. In sostanza, viene rovesciata la concezione tradizionale che considera il tutto, la totalità superiore alle sue parti. In secondo luogo, nel rapporto morale e in quello giuridico viene considerato antecedente il diritto anziché il dovere, contrariamente a quello che era avvenuto in una lunga tradizione di testi che va dal De officiis di Cicerone ai Doveri dell’uomo di Mazzini, passando attraverso il famoso De officio hominis et civis di Pufendorf. Il rapporto politico non è più considerato dal punto di vista dei governanti ma da quello del governato, non più dall’alto verso il basso, ma dal basso verso l’alto. La prima inversione ha per conseguenza la contrapposizione della concezione individualistica della società a quella organicistica e comporta l’abbandono definitivo di quest’ultima, che era stata per secoli dominante al punto da lasciare tracce indelebili nel nostro linguaggio politico nel quale si trovano ancora espressioni come “corpo politico” e “organi dello Stato”. Riguardo alla seconda inversione, occorre osservare che il primato del diritto non implica affatto l’eliminazione del dovere, perché diritti e doveri sono termini correlativi, e non si può affermare un diritto di qualcuno senza affermare contemporaneamente il dovere dell’altro di rispettarlo. Ma chiunque abbia una certa familiarità con la storia del pensiero politico sa bene che lo studio della politica è stato da sempre orientato a mettere in evidenza più i doveri che i diritti del cittadino: basti pensare al tema fondamentale della cosiddetta “obbligazione politica”. La tradizione del pensiero politico, evidenziando maggiormente i diritti e i poteri del sovrano che quelli del cittadino, ha attribuito la posizione di soggetto attivo del rapporto politico più a chi sta in alto che a chi sta in basso». Non c’è bisogno di commenti. Il concetto è chiaro, le differenze sono esplicite. Il perché questa «classificazione» possa essere oggi utile può sfuggire solo a chi non si occupa di questioni politiche.
Un’altra fonte del pensiero di Norberto Bobbio attraversa tutta la sua ricerca e, soprattutto a partire dalla pubblicazione del già citato L’età dei diritti, diventa un argomento centrale. È quello, appunto, dei diritti dell’uomo. Detto in estrema sintesi, a Bobbio interessa la loro esistenza più che la loro essenza o il loro fondamento. Anzi: in qualche modo, il loro esistere e il loro imporsi alla nostra coscienza, è il loro stesso fondamento. Come scrive Battista Mondin «…è evidente l’istanza del diritto naturale che Bobbio fa sua in quanto uomo e il suo rifiuto in quanto filosofo positivista. Egli stesso si definisce positivista in quanto filosofo e giusnaturalista in quanto uomo, ponendo l’opposizione tra giusnaturalismo e positivismo giuridico dentro ciascuno di noi, tra la nostra professione di scienziati e la nostra missione di uomini…». Come Bobbio stesso rilevava in un’opera del 1984, Giusnaturalismo e positivismo giuridico, il diritto naturale subisce una «eterna crisi» che deriva dall’impossibilità sia di fondarlo che di rinunciarvi. Non possiamo fondarlo come scienziati, ma possiamo rifiutarlo come uomini. Dunque, un buon punto di partenza per una discussione laica sui diritti dell’uomo. Nella stessa intervista, Bobbio cita l’allora vescovo di Rittenborg-Struttgard (ora cardinale), Walter Kesper il quale sosteneva che «i diritti dell’uomo costituiscono al giorno d’oggi un nuovo ethos mondiale». E sostiene che «…i diritti dell’uomo, nonostante siano stati considerati sin dall’inizio naturali, non sono stati dati una volta per sempre. Basti pensare alle varie vicende dell’estensione dei diritti politici: per secoli si è ritenuto per nulla naturale che le donne andassero a votare. Possiamo dire che i diritti dell’uomo non sono stati dati tutti in una volta e neppure congiuntamente, anche se oggi non pare dubbio che le varie tradizioni si stiano avvicinando e stiano formando insieme un unico grande disegno di difesa dell’uomo, disegno che comprende i tre sommi beni della vita, della libertà e della sicurezza sociale…». Nel caso dei diritti dell’uomo il loro rapporto con il potere diviene fondamentale. Il realismo di Bobbio non lo porta alla disillusione o al pessimismo. Ecco cosa dice al riguardo: «…l’ethos dei diritti dell’uomo splende nelle solenni dichiarazioni che restano quasi sempre e quasi dappertutto lettera morta. La volontà di potenza ha dominato e continua a dominare il corso della storia. L’unica ragione di speranza risiede nel fatto che la storia conosce i tempi lunghi e i tempi brevi. La storia dei diritti dell’uomo - è meglio non farsi illusioni - è la storia dei tempi lunghi. Del resto è sempre accaduto che mentre i profeti di sventure annunciano la sciagura che sta per avvenire e invitano a essere vigilanti, i profeti dei tempi felici di solito guardano molto lontano».
in «Rivista Internazionale di Teologia e Cultura. Communio» n. 180 (2001) n. 6, 14-28.

 

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