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L'Europa bugiarda e complice

LIBERAL FONDAZIONE
di Bruna Ingrao
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23Molte bugie hanno le gambe corte e il naso lungo. Si riconoscono facilmente per quello che sono. Altre vanno a spasso per il mondo con facce e abiti dignitosi e si mescolano abilmente alla vita quotidiana come persone decenti e meritevoli d’ascolto. A questo folto gruppo appartengono le bugie del non detto o dell’addolcito. Solo poco tempo fa più di duecento persone sono morte a Madrid. Tra loro una bambina di sette mesi. La scelta dei bersagli è altamente simbolica negli attacchi terroristici ed è di per sé un messaggio. L’attentato di Madrid ha colpito i treni affollati dei pendolari, alle sette del mattino. È promessa e minaccia di spezzare in Europa la vita civile, quotidiana. Vuole ledere, oltre ai simboli della vita istituzionale e collettiva (chiese, parlamenti, caserme, ambasciate), la gente che va al lavoro, a fare compere, a festeggiare un compleanno, a portare il bambino dal pediatra o a visitare a un parente. Tutti noi. Per il modo prescelto, l’attentato che strazia la periferia mattiniera predica l’uso strumentale della vita umana. I vivi spezzati tra le lamiere, il neonato scagliato sul marciapiede dall’onda d’urto sono, deliberatamente, un’arma, come una pietra scagliata o una pallottola, per vergare il messaggio di minaccia. La spersonalizzazione, la riduzione della vita umana a mezzo è nell’essenza dell’ideologia e della politica totalitaria (1). Il mito della purezza (di sangue o d’ideologia) e l’utopia crudele della rigenerazione, cui sacrificare gli impuri, cancellandone il diritto al riconoscimento come esseri umani o svilendone la dignità, hanno segnato i massacri del Novecento, fino allo sterminio cambogiano (2). Li ritroviamo entrambi nell’ideologia islamista, che promette massacri: il mito della rigenerazione dell’età d’oro islamica originaria (3); il disprezzo totale delle vittime civili occidentali come complici; l’uso spregiudicato dei civili di fede musulmana che cadono negli attentati, mere pedine del progetto cosmico di restaurazione religiosa. L’ideologia del martirio, che lega perfino ai fianchi delle donne incinte, degli adolescenti e dei bambini le cinture esplosive, è un’estrema variante sullo stesso tema nichilista, benché affondi le radici emotive e teologiche in correnti culturali proprie al mondo islamico. Finora la promessa di morte di al Quaeda, il voto assassino di sradicare gli impuri occidentali è stato mantenuto con coerenza, per quanto la galassia del terrorismo ha potuto metterlo in atto. Vi sono mille ragioni di ritenere che saranno mantenute le minacce più estreme e feroci giurate nel mito della rigenerazione islamica, se a esso sarà lasciato spazio nell’arena internazionale. Vi è il rischio, reale, che armi nucleari cadano nella mani dei terroristi e che vengano usate. La frantumazione del movimento terrorista in cellule in sonno, il mescolarsi di radicalismi locali e propaganda globale, il rapido coagularsi dei gruppi armati nei territori dove vi è spazio all’addestramento o fragilità dello Stato, la mobilitazione globale via Internet e i flussi finanziari, rendono acuti questi rischi e lugubremente credibili le dichiarazioni d’intenti. 
Come europei, non abbiamo guardato in faccia - per ciò che è - il nemico, che ci scaglia contro l’utopia violenta della rigenerazione islamica. Abbiamo abbassato gli occhi; li abbiamo girati altrove per timore che lo sguardo diritto potesse renderci troppo visibili, o per complicità, nascondendoci dietro le bugie del non detto e dell’edulcorato. Il momento è troppo drammatico perché si possa continuare a volgere la testa. Il progetto del totalitarismo teocratico, predicato dalla galassia di al Quaeda e dei movimenti del terrore, è oggi il nemico frontale delle democraze liberali occidentali. Nemico e non avversario. Il terrorismo islamista non è avversario politico: è nemico irriducibile della nostra civilizzazione, di tutte le conquiste che abbiamo faticosamente raggiunto e consolidato, a prezzo di sangue, attraversando gli orrori dei totalitarismi nel Novecento, per uscirne alla luce nella convivenza civile, con democrazie imperfette, che non sanano le ingiustizie del mondo (né potrebbero farlo), ma ci hanno dato libertà di parola, di movimento, di scelte esistenziali e sicurezza di vita, crescita di benessere. Una ricchezza immensa di libertà, a fronte dei campi di sterminio e dei gulag; una straordinaria potenzialità di crescita umana, a fronte dei regimi totalitari dai quali l’Europa si è liberata solo a prezzo di durissime battaglie e grazie all’aiuto determinante della democrazia americana. Dopo proclami sanguinari e migliaia di morti in atti di terrore firmati da cellule islamiste, dovrebbe essere chiaro che i movimenti islamisti radicali, che teorizzano e praticano il terrorismo (al Quaeda e non solo), sono oggi la più grave minaccia per la civilizzazione liberale e per le speranze di pace o relativa stabilità nell’ordine internazionale. La presa di coscienza non è avvenuta nell’opinione pubblica europea, né è limpida per buona parte delle classi dirigenti, degli intellettuali, delle élites colte in Europa. Se la minaccia fosse stata compresa in tutta la sua gravità avremmo udito e letto discorsi pungenti, le parole che richiamano ai valori fondamentali della nostra cittadinanza politica, al di là degli schieramenti. Con lodevolissime eccezioni, poche voci fuori dal coro, il silenzio è stato per lo più assordante e la cultura europea ne è stata, in larga misura, complice. Vediamo allora le civili bugie che oscurano il vero volto del nemico che abbiamo di fronte. 
Il primo silenzio complice riguarda la mancata diffusione nei media delle informazioni sugli obiettivi e gli intenti delle organizzazioni islamiste, sull’estensione del loro radicamento, sulla propaganda organizzata che ne costituisce il supporto. Le fonti esistono, numerose e accessibili. Esistono e sono consultabili numerosi siti web, che diffondono il credo islamista e con esso il disprezzo dell’Occidente, la propaganda antisemita, l’esplicita o larvata felicitazione per i morti negli attentati. Video deliranti possono essere acquistati nelle città europee; sono venduti liberamente, per esempio, a Londra. I sermoni nelle moschee sono stati denunciati più volte come occasione di propaganda islamista, che semina odio per ebrei e americani e appelli alla guerra santa. Le fonti mostrano con assoluta chiarezza che la rete del terrore è il nemico mortale delle democrazie europee. L’ideologia che la guida rifiuta in modo radicale e violento i valori fondamentali della nostra convivenza civile: il rispetto della vita, la tutela dell’infanzia, i diritti dell’uomo, l’architettura costituzionale. Predica perfino la riconquista all’islam di territori europei, con revanscismo medioevale. Eppure fingiamo di non saperlo, come se il veleno ideologico che infesta sermoni e siti web, che si vende in video cassetta, fosse fenomeno di costume, un parlare sopra le righe e non il progetto politico, pericoloso e operativo, di gruppi armati che hanno insanguinato per anni con il terrore l’Algeria, che hanno ucciso migliaia di civili in attentati sanguinosi in Egitto, in Tunisia, in Marocco, in Kenya, in Turchia, in Indonesia, in Pakistan, in Iraq; in Israele, a New York e ora a Madrid. Lo sceicco Bakri, portavoce dell’estremismo islamista a Londra, è stato più volte intervistato alla televisione italiana. Chi scrive lo ha ascoltato da Londra spiegare a lungo al nostro pubblico, subito dopo l’attentato di Istanbul, come quell’attentato fosse un felice regalo per il Ramadan: un’autobomba contro bambini che celebravano il Bar Mizvà, cioè nel giorno (per usare la terminologia cattolica) della loro prima comunione. Dichiarare pubblicamente che lo strazio mortale di bambini ebrei alla prima comunione è un regalo per i musulmani del mondo, è affermazione di tale gravità politica e scempio morale, che avrebbe dovuto suscitare reazioni, proteste. È un segnale terribile degli intenti della rete del terrore. È difficile credere che nessuno se ne sia accorto, se per assai meno (le esternazioni di Berlusconi sul Milan) la presidenza della Rai si mobilita. No, evidentemente le élites politiche e culturali europee non hanno anticorpi sufficienti a saltare sulla sedia quando a un simile personaggio è concesso di felicitarsi in pubblico, sui nostri teleschemi, per l’uccisione di bimbi ebrei in preghiera. È ampia l’informazione esistente sull’esaltazione e il diretto incitamento al terrorismo suicida tra adolescenti e bambini palestinesi, in televisione, nelle colonie estive, nei campi scuola, nei libri di testo. Sono informazioni che fino all’ultimo episodio del kamikaze palestinese quattordicenne fermato in Cisgiordania con un corpetto pieno di esplosivo, pochi hanno documentato in Italia (4), mai filtrate alla televisione in programmi di largo ascolto, che sporadicamente e quasi senza eco sono apparse sulla stampa, mai discusse in prima serata nei programmi di dibattito politico, che non hanno ricevuto l’attenzione di un servizio giornalistico accurato, né a quanto mi risulta, hanno meritato da alcun leader politico di rilievo nazionale in Europa un discorso di denuncia e ripulsa, come sarebbe stato doveroso. 
Il secondo silenzio complice riguarda la mancata reazione agli effetti devastanti delle azioni terroristiche e al brodo di cultura fondamentalista che le alimenta. Il silenzio in questo contesto vuol dire parole scarse e reticenti, vero e proprio tacere o l’ignorare delle frasi fatte: poche parole di condanna, che scivolano via. Se guardiamo al passato recente è ben noto il silenzio sullo scempio delle popolazioni algerine (150 mila morti) da parte del Fis, che ci è stato rinfacciato anche di recente dagli intellettuali algerini direttamente presi di mira. Su questo dramma non c’è stata una riflessione collettiva in Europa, come non c’è stata sulle persecuzioni dei cristiani e degli animisti in Sudan o sulle crudeltà saudite nei confronti della popolazione immigrata cristiana (5). Sul regime dei talebani si sapeva e si taceva. Analogamente si tace oggi, con l’eccezione di poche voci in prima linea, sulle fosse comuni di Saddam. Certo se ne è parlato, se ne è scritto: ma certamente in larga parte dell’opinione pubblica europea (a sinistra soprattutto, ma anche a destra) questi fatti crudi stentano a divenire un discrimine politico, che deve segnare irrevocabilmente il giudizio sull’attualità. È una rimozione analoga a quella che nella sinistra ha coperto per anni i crimini del totalitarismo sovietico. Ancora oggi se ne discute e se ne cincischia a sinistra, senza farne definitivo discrimine politico, quando la documentazione storica trabocca di foto atroci, di testimonianze terribili di sopravvissuti e una conta dei morti che li somma a milioni. È ormai ampia l’informazione specialistica offerta da sociologi e politologi sulle ideologie cui attinge l’islamismo radicale, antichi precursori e ideologi viventi, e opuscoli politici e documenti, una vasta letteratura ben esplorata, che tuttavia rimane confinata in un limbo: come se fosse materia per tesi di dottorato e non il corpo vivo di un’ideologia totalitaria, globalizzata, che si propone con intenti eversivi e strumenti terribili di scardinare la stabilità delle nostre società (certo anche di quelle europee), per conquistare l’espansione e la rivincita della comunità dei veri credenti. Come se avessimo bisogno di attendere nuove conte di morti, per i prossimi cinquant’anni, per sentirci chiamati in causa.
Il terzo silenzio complice riguarda la diretta o indiretta copertura del terrorismo: perché in Europa, e non ce lo nascondiamo, c’è anche questo e ai massimi livelli politici. Alla conferenza Onu, a Durban, trasformata in grancassa per una rinnovata fiammata di antisemitismo, le rappresentanze politiche europee sono rimaste, né risulta che al rientro abbiano sentito il dovere di una campagna politica a correzione degli slogan echeggiati in modo sinistro. Con la benevola astensione europea, la Siria è chiamata dirigere la Commissione diritti umani dell’Onu! Se il ministro Joshka Fischer condanna fermamente l’antisemitismo nel mondo arabo, il centro Wiesenthal denuncia che la Fondazione Ebert finanzia una conferenza a Beirut con interventi di esponenti di Hezbollah e Hamas. Gli Hezbollah, d’altronde, non sono ancora inclusi nella lista europea delle organizzazioni terroristiche; Hamas solo di recente vi è stata inclusa e, a quanto risulta, ancora con scarse conseguenze operative. L’Europa politica si sdegna coralmente quando gli israeliani uccidono lo sceicco Yassin; ma mai quella stessa Europa istituzionale ha denunciato con vigore alla sua opinione pubblica, al suo elettorato lo sceicco Yassin per ciò che era, l’ideologo del martirio e del terrorismo suicida, il promotore di attentati contro civili inermi, il teorico del progetto di un nuovo olocausto. Dove e quando intellettuali europei (esclusi i soliti, coraggiosi gatti, forse non quattro ma venticinque) hanno risposto, di fronte all’opinione pubblica europea, al messaggio di morte che lo sceicco Yassin diffondeva? Si tace sul progetto esplicito di pulizia etnica degli ebrei dalla Palestina riconquistata a terra d’islam, comune a Hamas e a bin Laden, quasi fosse un’intemperanza. Si argomenta da chi critica l’intervento americano in Iraq che l’Europa deve ritagliarsi uno spazio proprio di risposta al terrorismo, non con la guerra, ma con l’iniziativa politica. Nell’Europa politica è mancata sicuramente la volontà comune di combattere il terrorismo militarmente, come è necessario trattandosi di organizzazioni armate che non paiono disposte a cedere le armi. L’Europa, dopo l’intervento comune in Afghanistan, si è spaccata sulla risposta militare. Per i Paesi che l’hanno rifiutata, è segno certamente di viltà e pochezza politica delegare la difesa dal terrore armato ai soldati statunitensi, mentre di fatto i cittadini europei hanno goduto la tutela della comune libertà anche grazie al loro generoso dono di vite (e alla spesa militare finanziata dal bilancio statunitense). Eppure non è questo il punto. Prima e a monte è mancata in Europa la volontà comune di fare della lotta al terrorismo islamista una priorità nell’agenda politica dell’Unione. È mancato nella politica e nella cultura, e manca tuttora, come gli eventi politici spagnoli mostrano, il coraggio di farne un’obiettivo primario dell’azione collettiva, da radicare nella coscienza dell’elettorato, fondato nella cultura condivisa dei valori, che dovrà cementare il puzzle disparato e vario di nazionalità e Paesi. L’Europa politica non ha, come si pretende, premiato lo strumento politico su quello militare nella lotta al terrorismo: perché, come Unione, ha largamente abdicato allo strumento politico. 
La lotta politica al terrorismo islamista chiede informazione limpida e la risposta della cultura: la rivendicazione orgogliosa dell’universo dei valori di libertà che sostiene le costituzioni liberali, e la battaglia fermissima, ideale, contro il sogno totalitario della rigenerazione islamica. Comporta portare all’attenzione pubblica il sentimento del pericolo che stiamo vivendo, la denuncia dei devastanti intenti politici del terrore islamista, il richiamo ai valori condivisi che debbono cementare nella comunità la reazione e la risposta. Comporta posizioni internazionali che, pur restando responsabili come è dovere della politica estera, segnalino l’intento dei Paesi dell’Unione di non tollerare oltre nel quadro internazionale complicità con il terrorismo per propaganda, finanziamento e attiva copertura. Quando vogliono gli Stati sanno come lanciare questi segnali e misurarne la forza d’impatto; e se non li lanciano, quegli Stati che coprono il terrorismo o lo tollerano comprendono bene il senso di resa o impotenza del segnale mancato. Così come li comprendono bene gli stessi movimenti islamisti e tutta la galassia del terrore. Invece di cementare l’orgoglio dei nostri valori di libertà, gran parte della cultura politica europea, con preminente responsabilità della sinistra, ha cementato l’odio antiamericano e il disprezzo d’Israele; ha tollerato perfino l’antisemitismo di risulta; ha solleticato la volontà di sottrarsi furbescamente alla difesa internazionale del patrimonio liberale; ha illuso l’opinione pubblica sulla possibilità di un limbo protetto entro i confini europei, acquistato con la diplomazia, il commercio e perché no la corruzione, delegando lo scontro con al Quaeda al grande satana americano. È avvenuto grazie all’unione composita dell’orgoglio nazionale francese, della debolezza della socialdemocrazia tedesca e della resa ai vecchi fantasmi comunisti in tanta parte della sinistra europea. Su tutto ciò è vero, si è fatta politica e attivamente e nel modo peggiore. I segnali che vengono dalla Spagna sono inquietanti e giustamente è stato evocato lo spirito di Monaco: la politica dello struzzo, che ancora una volta provi a distogliere il terrore dal territorio europeo con le vecchie armi del quietismo, dell’antiamericanismo, del filoarabismo, o dei patti impliciti o sotterranei con questa o quella organizzazione terrorista. Ma non funziona più. Questa visione è logora, al di là della ripugnanza etica che suscita nello scenario contemporaneo. Non vede la strategia globale e il radicamento mobile del terrorismo islamista, dal Marocco all’Indonesia. Non comprende l’accorciarsi drammatico delle distanze nel mondo contemporaneo e il rischio d’involuzione, che gli spazi lasciati al terrorismo islamista possono portare immediatamente ai confini dell’Europa, nei Paesi mediterranei, e il precipizio che si può aprire dentro l’Europa stessa, nelle comunità degli immigrati o in Israele, in Turchia. Dimentica l’impatto dirompente che l’espandersi della predicazione islamista potrebbe avere nei Paesi dell’Africa sub-sahariana, Stati fragili e recenti che si reggono sull’equilibrio precario tra diverse religioni, culture, tradizioni. Nigeria docet. Un’ultima parola va spesa sul cinismo della parola d’ordine che ha dominato i cortei pacifisti, quale che fosse il sincero sentimento di pace che animava tanti che hanno sfilato. Proporre il ritiro delle forze militari della coalizione dall’Iraq è cinico, perché è irresponsabile lasciare il territorio e la popolazione dell’Iraq senza Stato e senza forza pubblica, in balia di bande armate e milizie che inevitabilmente e immediatamente prenderebbero il controllo delle diverse aree, secondo la logica brutale dell’accesso ai residui depositi di armi o al contrabbando, dei poteri tribali o religiosi tradizionali, o magari di moderne mafie improvvisate dall’opportunità e dall’assenza di potere costituito. Eserciti particolari si contenderebbe il controllo del territorio, con la deriva nella guerra civile e nella spaccatura del Paese, tanto più facile in una nazione lacerata da conflitti regionali e religiosi. La costruzione di istituzioni pubbliche autorevoli e riconosciute, capaci di svolgere la mediazione nei conflitti, la costruzione di un sistema giudiziario, di un’amministrazione pubblica, di una polizia, di un’esercito unitario sono compiti delicatissimi nella fase della ricostruzione istituzionale, che segue il collasso di uno Stato. Molte esperienze di «costruzione della pace» o «costruzione dello Stato» dopo guerre civili indicano la delicatezza di questo compito, dal quale dipende la solidità della pace o viceversa il rapido precipizio in una nuova guerra civile. Proporre il ritiro immediato dall’Iraq, abbandonarne la popolazione al braccio di ferro di milizie particolari, è in verità del tutto irresponsabile (6). 

Note
1) “L’ideologie totalitaire considère les êtres humaines individuels comme des instruments, des moyens en vue de la réalisation d’un projet politique, voire cosmique”. (Todorov T., Face à l’extrême, Editions du Seuil, Paris 1991, p. 199); 2) Il genocidio cambogiano è stato concepito in termini di “rigenerazione”. “C’est donc en termes de régénération que’il faut concevoir l’utopie polpotienne … Pol Pot et son entourage entendaient racheter et purifier le peuple khmer par le retour au système économique qui était censé prévaloir dans l’ancien royaume d’Angkor, à savoir l’irrigation intensive de la saison seche”. (Amselle J. L. Branchements. Anthropologie de l’universalité des cultures, Flammarion, Paris, p. 226); 3) Sul mito dell’età dell’oro e la figura dell’uomo perfetto nell’islam radicale, si vedano i saggi di Fouad Allam nel volume L’Islam globale, Rizzoli, Milano 2002; 4) Ricordo il bel libro di Carlo Panella, I piccoli martiri assassini di Allah, Edizioni Piemme, Casale Monferrato 2003; 5) Sono commoventi in proposito le testimonianze raccolte da A. Socci; 6) Tralascio la proposta di sostituire ai soldati della coalizione fantomatici eserciti arabi, che Mubarak stesso ha diplomaticamente declinato dichiarando che gli iracheni “non accetteranno nessuna forza araba nelle loro terre a imporre la legge e l’ordine”. (La Repubblica, 5 marzo 2004). E quali Paesi, peraltro, sarebbere chiamati a esercitare il potere di controllo e repressione armata: l’Arabia Saudita sunnita, culla del terrorismo di matrice wahhabita e certamente invisa alla popolazione sciita? O la Libia? La Siria? Lo Yemen?
 

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