
Le elezioni spagnole del 14 marzo, a tre giorni dai sanguinosi attentati di Madrid, hanno avuto esiti inaspettati. Il Psoe, da otto anni minoritario, sembrava destinato e rassegnato a perdere anche questa tornata elettorale. Il suo successo ha galvanizzato il terrorismo transnazionale, che ha cantato vittoria. Esso influenzerà molto la situazione in Europa, dove sono cambiati gli equilibri fra la «vecchia» e la «nuova». Viceversa, avrà ripercussioni marginali sui rapporti fra quest’ultima e gli Stati Uniti. L’amministrazione Bush ha accolto molto filosoficamente gli insulti del futuro premier spagnolo. Il candidato democratico, John Kerry, ha reagito invece molto più duramente. La massa degli americani è favorevole alla permanenza in Iraq e Kerry deve dimostrarsi addirittura più patriottico del suo rivale. L’emozione suscitata dagli attentati e soprattutto la maldestra attribuzione del Partito popolare e dello stesso Aznar della responsabilità all’Eta hanno aumentato la percentuale dei votanti dell’8%. Gli indecisi hanno votato massicciamente per il Psoe, ribaltando letteralmente le previsioni dei sondaggi effettuati prima degli attentati. Lo spostamento dei voti è stato rilevante. Gli specialisti lo hanno valutato in oltre il 10% degli elettori. Gli oppositori di Aznar hanno sfruttato l’opportunità che si era presentata, nonostante il fair play fra Aznar e Zapatero. È un aspetto che andrebbe valutato. Fischi e insulti hanno accolto Aznar al seggio elettorale. Frange di estremisti hanno approfittato della circostanza, assaltando le sedi del Pp, dimostrando contro Aznar e facendo saltare i nervi ai suoi collaboratori. Anche ciò ha certamente influito sul risultato elettorale.
Beninteso, nessuno mette in dubbio la legittimità del voto spagnolo; il primo a non farlo è lo stesso Aznar. Certamente, la situazione in cui si è svolto era di tensione eccezionale. Ha ragione Massimo Cacciari quando sostiene che sia opportuno rimandare le consultazioni elettorali, qualora dovessero ripetersi eventi simili. Le ondate emotive che essi provocano influiscono sulle scelte elettorali. Non per nulla nei Paesi europei sono proibiti comizi elettorali e dimostrazioni nei giorni precedenti il voto. Un posticipo delle elezioni dovrebbe essere adottato «a freddo» da tutti i Paesi dell’Unione europea, anche per evitare che le bombe divengano armi elettorali. La probabilità che terroristi possano ripetere attentati prima dei voti è molto più alta oggi di quanto lo fosse prima delle elezioni spagnole. Che gli attentati di Madrid siano stati finalizzati a tale risultato o no, la sconfitta di Aznar è stata salutata da al Qaeda come una vittoria. Si è trattato di una vittoria strategica. I terroristi hanno raggiunto un risultato che non era mai riuscito all’Urss nella guerra fredda: mutare i rapporti fra gli Stati europei e anche creare nuove tensioni nelle relazioni transatlantiche. Taluni giornali islamici hanno parlato addirittura della vendetta di Baobdil, l’ultimo re di Grenada, quello dell’«ultimo sospiro del moro», che, dopo aver consegnato le chiavi della città agli spagnoli nel gennaio 1492, sospirò ammirandola per l’ultima volta dalla collina che la domina. Non bisogna trascurare la potenza delle simbologie. Essa è essenziale nella strategia del terrorismo apocalittico di matrice islamica. A parte ciò, gli attentati di Madrid hanno aperto ai terroristi nuove opportunità. È essenziale per bin Laden e per i suoi dimostrare alle masse islamiche che al Qaeda stia vincendo. I terroristi hanno un’enorme abilità nello sfruttare i media. Almeno per ora, hanno surclassato l’Occidente nella penetrazione psicologica delle masse islamiche. La vittoria terrorista è stata confermata dalle dichiarazioni del nuovo premier spagnolo Zapatero sul ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq. Il futuro premier ha precisato che, se la guida del Paese non passerà dagli Stati Uniti all’Onu, la Spagna si ritirerà, anche se ha poi precisato nebulosamente che questo non significherà che il Paese non combatterà più il terrorismo islamico. L’entusiasmo del nuovo premier si attenuerà allorquando dovrà confrontarsi con la dura realtà della politica. L’Onu non è in grado - come ha dimostrato dalla Somalia alla Bosnia - di mantenere l’ordine e la sicurezza pubblica. La maggiore legittimità di un intervento internazionale non può compensare la sua scarsa efficienza. Solo organizzazioni forti come la Nato o coalizioni con una salda leadership, cioè create dagli Stati Uniti, possono essere efficaci. Sul connubio Onu-Nato potrà fondarsi il successo dell’Occidente, per prima cosa in Iraq. Se invece il Paese non sarà stabilizzato, sarà un disastro per tutti, non solo per gli Usa. Occorre rendersene conto. Se otto mesi fa l’Iraq e la guerra al terrorismo potevano essere considerati fatti diversi, oggi sono strettamente connessi. L’Iraq è il teatro d’operazioni su cui una vittoria occidentale è maggiormente possibile. Se i sondaggi riportati dall’Economist del 26 marzo corrispondono alla realtà, il successo è a portata di mano, molto più che in Afghanistan, in Palestina e soprattutto nelle stesse nostre società dove è impossibile distruggere le reti terroristiche sommerse.
Occorre riconoscere che, anche dopo gli attentati dell’11 marzo, la direzione strategica delle reti terroristiche ha dimostrato un’indubbia capacità. Ha sfruttato infatti il successo derivante dalle dichiarazioni di Zapatero, toccando una delle più sensibili vulnerabilità europee. Ha, per questo, promesso che non saranno più effettuati attentati nella «terra di al-Andalus», in attesa di vedere se il governo spagnolo manterrà la sua promessa. Sicuramente non era quello che si riprometteva Zapatero. Comunque, non potrà esserne molto fiero. La guerra al terrorismo non sarà influenzata dal ritiro o dalla permanenza dei contingenti spagnoli in Iraq, nonostante il loro valore e la loro riconosciuta professionalità. A parte ogni altra cosa, Zapatero potrà sempre «salvare capre e cavoli», cioè le sue promesse elettorali e l’impegno spagnolo con gli Stati Uniti, rafforzando il contingente spagnolo in Afghanistan, qualora l’Onu non gli fornisca una «foglia di fico» per restare in Iraq. I maggiori «effetti Zapatero» si verificheranno nelle opinioni pubbliche degli altri Paesi europei e all’interno dell’Europa stessa, mentre riguarderanno meno i rapporti fra l’Europa e gli Stati Uniti, nonostante che Washington abbia perso con Aznar un forte alleato, il più willing della coalition of the willing creata dagli americani per l’Iraq. Oltre che per al Qaeda, i risultati elettorali sono stati un dono inatteso per il cosiddetto «fronte della pace». Al Qaeda ha promesso immunità contro il ritiro delle truppe, venendo incontro al diffuso desiderio di tanti cittadini europei di «pagare il pizzo» pur di stare tranquilli. Coloro che parlano di «soluzione politica» per il terrorismo non sono molto diversi. Per negoziare occorre un interlocutore. Un negoziato non può ridursi al dialogo delle civiltà o delle religioni, né agli aiuti allo sviluppo. L’unico interlocutore possibile sarebbe bin Laden, una volta arrestato - a allora avrà perso ogni autorità sulle reti e sullo stesso gruppo safarita, la cui ideologia rigorista alimenta il terrorismo messianico. Si tratta di un imbroglio, o di una semplice speranza fatta in buona fede, oppure di una fuga nell’anti-americanismo per sottrarsi alle responsabilità. Purtroppo, gli Stati Uniti sono in campagna presidenziale. Essa si preannuncia molto dura, piena di «colpi bassi», di reciproche accuse e recriminazioni. Il loro effetto sarà destabilizzante per le opinioni pubbliche europee e rafforzerà tatticamente il terrorismo, anche se nessuno dei candidati alla presidenza americana lo vorrà. Entrambi sono infatti consapevoli che, terrorismo o no, gli Stati Uniti e i loro alleati non possono sottrarsi agli impegni assunti con gli iracheni. Ritirarsi dall’Iraq nelle attuali circostanze sarebbe un crimine internazionale. Si lascerebbe libero campo agli scontri etnici, religiosi e tribali e, con ogni probabilità, ciò provocherebbe una sanguinosa guerra civile. Ogni moneta ha anche il suo rovescio. Attentati e vittoria di Zapatero potrebbero avere, a lungo andare, anche riflessi positivi. Innanzitutto, con l’11 marzo, gli europei sono divenuti più consapevoli di non essere al riparo dal terrorismo. Inoltre, le stesse provocazioni di Zapatero verso Bush e Blair possono portare a un ripensamento della strategia da seguire per la stabilizzazione dell’Iraq. Però è troppo presto per dire se tali effetti positivi compenseranno quelli negativi prima ricordati.
La questione non può essere semplificata, né ridotta ai suoi riflessi sul dibattito politico italiano e sulle dispute fra i partigiani del «fronte della pace» - cioè del ritiro o del pagamento del «pizzo» - e quelli «della fermezza» - cioè della fedeltà agli impegni assunti e della solidarietà rispetto non tanto agli Stati Uniti, quanto nei riguardi degli iracheni. Occorre tener conto che soprattutto in Italia esiste una straordinaria capacità di ridurre a «schiaffoni umanitari» o a «baruffe chiozzotte» problemi complessi, per poi andare soddisfatti in trattoria. Per la guerra al terrorismo - il quale non è stato inventato dagli americani e che non deriva dall’attacco all’Iraq - gli avvenimenti di Spagna segnano una tappa importante. È la prima volta che - di proposito o per caso - il terrorismo entra nella politica delle democrazie occidentali. È la prima volta anche che al Qaeda entra in diplomazia, promettendo immunità ai governi che si comportano come essa vuole. È pericoloso far credere agli islamici che ciò sia possibile. Un’altra questione importante è quella delle emozioni. Le emozioni influiscono potentemente sul comportamento elettorale. Ciò arriva al cuore dei sistemi democratici e, quindi, andrebbe approfondito. Anche se è indebito affermare che al Qaeda abbia vinto le elezioni in Spagna, comunque le sue azioni hanno conseguito un successo propagandistico che non va sottovalutato. Adesso, prioritario è elaborare misure che non consentano future utilizzazioni del terrorismo nella lotta politica interna. Forse ci vorrebbe un patto fra i partiti di tutti i Paesi dell’Ue, sottoposto al controllo di un’autorità nominata dal Parlamento europeo e incaricata di sospendere le elezioni in un Paese membro dell’Unione, qualora si verifichino episodi analoghi a quelli di Madrid. Ciò contribuirebbe, in primo luogo, a ridurre la probabilità di futuri attentati per influire sui risultati elettorali. Il terrorismo apocalittico può essere ideologico e fanatico finché si vuole, ma certamente non è irrazionale né stupido. Come ho scritto in una pubblicazione dell’Aspen Institute un anno fa, bin Laden sembra ispirarsi a Clausewitz. Segue un preciso piano, del tutto razionale, anche se utilizza strumenti per noi irrazionali oltre che immorali. Anzi, si è dimostrato un genio strategico nel gestire la comunicazione. Gli avvenimenti di Madrid ne rendono più difficoltosa la sconfitta. Nulla ha più successo della vittoria, e poco importa se tale vittoria esista davvero - quello che è importante per bin Laden è che milioni di arabi e di islamici lo credano, che ne siano convinti. L’impatto su reclutamenti e finanziamenti sarà superiore a quello delle guerre in Afghanistan e in Iraq. È auspicabile che i leader europei evitino di amplificare ulteriormente tali effetti con incaute dichiarazioni.
Come è stato anticipato, la sconfitta di Aznar potrà avere ricadute importanti sul contesto politico europeo. Si tratta di previsioni tutte da confermare, e che potrebbero rivelarsi infondate. Ad esempio, nuovi attentati potrebbero mutare la situazione in un senso o nell’altro. I Paesi più a rischio sono quelli meno stabili o con più alto valore simbolico non tanto per l’Occidente, quanto per il mondo islamico. Il terrorismo obbedisce alla stessa logica strategica della guerriglia. Deve innanzitutto durare e, per questo, deve avere un consenso e «muoversi nella società come un pesce nell’acqua». Gli effetti politici di un attentato saranno sempre moltiplicati dai media. Come si è accennato, la direzione strategica di al Qaeda dimostra notevoli capacità politiche e di adattamento alla situazione. È indispensabile essere consapevoli della natura della minaccia del terrorismo e di che cosa significhi il successo o l’insuccesso della stabilizzazione dell’Iraq nella guerra per sconfiggerlo. Non ha senso protestare contro la guerra. Ormai c’è stata. Fa parte della storia. Ha senso invece dibattere su che cosa fare nella situazione attuale. In altre parole, si deve guardare al futuro, non al passato. Certamente, qualsiasi incertezza e divisione dell’Occidente amplificherà il pericolo che tutti corriamo. A differenza del terrorismo transnazionale degli anni Settanta non ci si può «comprare» l’immunità, come molti Stati fecero allora. Non si deve confondere il terrorismo ideologico o politico - usato come tattica e tecnica dai movimenti secessionisti o di liberazione nazionale - con quello apocalittico, messianico e millenaristico, volto a provocare il ritiro dell’Occidente, a ricreare l’unità dell’Umma e a difendere la purezza islamica dai corruttori influssi occidentali. Con esso non sono possibili né trattative né mediazioni. Sicuramente, l’Italia è un Paese a rischio. Per di più, con i nervi a fior di pelle. Nonostante le responsabili e doverose rassicurazioni del ministro dell’Interno e l’efficiente opera dei nostri servizi di intelligence e delle forze di polizia, non è da escludere che qualche mega-attentato si verifichi nel nostro Paese. Non saranno certamente le processioni né gli scongiuri a evitarlo. Qualora ciò avvenisse, le divisioni e le polemiche politiche peggiorerebbero le cose e renderebbero i rimedi più difficili. Sarebbe auspicabile in Italia un patto fra maggioranza e opposizione affinché il terrorismo non venga sfruttato ai fini della lotta politica interna, simile a quello esistente fra Pp e Psoe nei riguardi del terrorismo basco. Solo un’unione nazionale potrà contenere gli effetti di un mega-attentato.
Le divisioni fra l’Europa e gli Stati Uniti da un lato e quelle all’interno dell’Europa dall’altro nei riguardi della guerra in Iraq si sono attenuate negli ultimi tempi. Tutti - o quasi - sembrano oggi consapevoli che l’unità dell’Occidente è indispensabile. Anche Chirac e Schröeder sembrano sempre più convinti di questo. Se l’Iraq era prima solo marginalmente coinvolto nel terrorismo internazionale di matrice islamica (non vanno però dimenticati i finanziamenti al terrorismo palestinese e i gruppi terroristici nel Nord-est del Paese descritti da Marco Lombardi nell’ultimo numero di Limes), oggi è divenuto il teatro principale della guerra contro il terrorismo. In Iraq, quest’ultimo si è territorializzato. Può quindi essere sconfitto e lo sarà se il Paese verrà stabilizzato. Anche se la battaglia non sarà decisiva per la fine del terrorismo, essa sarà però molto importante. Una sconfitta in Iraq avrebbe invece ripercussioni negative per l’intero Occidente, anche per i Paesi che avranno pagato il «pizzo». L’unico modo per fronteggiare il terrorismo è di mantenersi uniti. La vittoria del Psoe sembra aver rilanciato il processo di integrazione europea e forse aperto uno spiraglio per una rapida approvazione del Trattato costituzionale proposto dalla Convenzione. Sarebbe un importante vantaggio anche per il nostro Paese. Abbiamo bisogno più di altri di regole certe dell’Unione europea. Se la sconfitta di Aznar priva l’Italia e la Gran Bretagna, oltre che gli Stati Uniti, di un importante e saldo alleato, apre comunque nuove opportunità che possono far superare le divisioni create in Europa dalla crisi irachena e stabilire un nuovo patto transatlantico.
L’avvicinamento alla Francia e alla Germania, annunciato da Zapatero, potrebbe infatti far cadere l’opposizione spagnola all’approvazione della Carta europea, derivante dalla volontà di mantenere i vantaggi che Madrid e Varsavia avevano incassato al summit di Nizza, nei riguardi della ponderazione del voto. Con la sconfitta di Aznar, Varsavia si è sentita isolata e il suo presidente sembra aver aperto le porte all’accoglimento del compromesso suggerito da Berlino (quello del doppio 55%). Sarà più difficile farlo per Zapatero. Egli non potrà infatti accettare compromessi che penalizzino troppo la Spagna nell’Ue rispetto a quanto conquistato e difeso da Aznar. Pretenderà compensazioni, che gli consentano almeno di salvare la faccia. In secondo luogo, non credo che si creino gravi tensioni fra la Spagna e gli Stati Uniti. La prima - la cui economia è in brillante espansione in America Latina - ha bisogno della collaborazione dei secondi. Ricordiamoci che fu proprio Washington l’anno scorso a risolvere in senso favorevole a Madrid la contesa con il Marocco per il possesso di un isolotto senza valore reale, ma dotato di un elevato valore simbolico per l’orgoglioso e patriottico popolo spagnolo. Infine, la politica dell’asse franco-tedesco (sostegno alla Pac, diminuzione della percentuale di reddito da destinare all’Ue, ecc..) non corrisponde agli interessi spagnoli. L’avvicinamento della Spagna a Francia e Germania contribuirà comunque a indebolire il «triumvirato» fra Londra, Parigi e Berlino, senza sostituirlo con un nuovo «nucleo duro». L’inclusione della Spagna nel cosiddetto «triangolo di Weimar» (Francia, Germania e Polonia) appare del tutto impossibile, né la Spagna si rassegnerà a legarsi troppo alla Francia. Tutto ciò va benissimo per l’Italia, mortificata dagli accordi fra Parigi, Berlino e Londra, fatti senza di lei, cioè alle sue spalle. Madrid potrebbe anche attirare una maggiore attenzione della Germania verso il Mediterraneo e promuovere un qualche coordinamento fra le politiche europea e americana nel bacino. Tutto ciò sarà vantaggioso per l’Italia. Non penso che la Spagna si metterà a rimorchio delle posizioni più oltranziste francesi né che entrerà in rotta di collisione con gli Stati Uniti. Ciò finirebbe col danneggiare la posizione che la Spagna si è conquistata con Aznar nel bacino mediterraneo e in America Latina. È probabile che la politica estera spagnola sarà caratterizzata da una grande continuità rispetto a quella di Aznar. Scomparirà, invece, l’ipotesi di un asse italo-britannico-spagnolo, che taluni ipotizzavano in contrapposizione a quello franco-tedesco. In effetti, si trattava di un’astrazione e di un desiderio, più che di una realtà. Il reale collante della cooperazione fra i tre Paesi europei erano gli Stati Uniti. Di essi Roma, Madrid e Londra avevano e avranno tutti bisogno, anche se per differenti motivi. Roma ne aveva bisogno per il Mediterraneo e per compensare la gravitazione dell’Ue nel Baltico. Per Madrid saranno necessari sia in Mediterraneo sia, soprattutto, in America Latina. Londra non rinuncerà mai ai tradizionali rapporti privilegiati con Washington. La permanenza degli interessi di fondo dei vari «grandi» Paesi europei fa quindi escludere soluzioni di discontinuità molto rilevanti rispetto al passato. Il mutamento riguarderà più la retorica che la logica della politica estera dei Paesi interessati. La copertina dell’Economist del 26 marzo mostra uno Chirac e uno Schröeder esultanti per la vittoria di Zapatero. Forse fra qualche tempo lo saranno meno. Insomma, il futuro come sempre è incerto. Si è messa comunque in azione una dinamica interessante all’interno dell’Europa. C’è da augurarsi che non dia troppo spazio al terrorismo, che la lotta contro di esso rimanga al centro delle preoccupazioni e che non solo l’Europa, ma anche l’Occidente, siano più uniti e solidali.