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La brutta copia di de Gaulle

LIBERAL FONDAZIONE
di Gaetano Quagliarello
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23In Francia, dall’indomani dell’intervento militare in Iraq, la nostalgia per de Gaulle si trasfonde nella rivalutazione di Chirac. Un testo, più di ogni ogni altro, illustra questa dinamica, ed è un dialogo immaginario tra il Generale e l’attuale presidente della Repubblica francese, suo successore. L’autore è Jean Lacouture, il più illustre tra i biografi di de Gaulle (J. Lacouture, «Se oggi De Gaulle incontrasse Chirac», La Repubblica, 29 luglio 2003). La sua opera, ha contribuito a fare del Generale un riferimento nazionale condiviso, collocato al di là di ogni etichetta o divisione proprie della politica contingente. E ha così sottolineato la distanza siderale che avrebbe diviso de Gaulle dai suoi presunti seguaci. Non di rado, d’altro canto, la biografia di Lacouture è stata utilizzata dagli oppositori dei gollisti per accreditare, contro l’evidenza della storia, la previsione a suo tempo formulata da André Malraux: impossibile e privo di senso un gollismo senza de Gaulle. Non c’è da stupirsi, dunque, se Jean Lacouture finisca col trasferire al suo de Gaulle immaginario un regale stupore nello scorgere in quel suo seguace, a lungo sospettato di avere dilapidato una rendita storica per meschine ambizioni da politicante, le doti dello statista di razza. Da qui un persistente scetticismo e una richiesta di prove reiterate. Ma, d’altro canto, l’impossibilità di non prendere atto delle circostanze: Chirac, in occasione della guerra all’Iraq, ha saputo resistere agli americani. Non si è lasciato soggiogare. Ha difeso l’autonomia e la dignità della nazione. Proprio come de Gaulle era stato in grado di fare, incessantemente, dal 18 giugno 1940 fino alla fine del suo lungo servizio civile. L’antiamericanismo assurge, così, a bacchetta magica che crea la continuità laddove esisteva un’insuperabile differenza di spessore politico e morale. Il brutto anatroccolo della covata gollista si trasforma, come per incanto, nel degno successore del monarca repubblicano. E il voto che solo pochi mesi fa una parte dei francesi gli ha offerto per disperazione, a cospetto del pericolo lepenista, viene ora rivendicato come giusto tributo pagato alla migliore tradizione nazionale. La Francia si ritrova unita contro la prepotenza e la volontà di dominio mondiale degli Stati Uniti. Proprio come ai bei tempi: quelli di de Gaulle.
Non tutto suona falso in quest’analisi. Non può negarsi, in particolare, che il nazionalismo del Generale abbia incubato una sensibilità antiamericana, e abbia sovente inclinato verso l’antiamericanismo. La radice fondamentale proviene da una concezione eurocentrica del mondo, all’interno della quale la Francia è vista come la rappresentante d’avanguardia della civiltà cristiana. Da essa deriva un rango e un compito da esercitare nel rispetto delle leggi della storia e della geografia. E nel rispetto della legittima aspirazione all’indipendenza, propria di tutte le nazioni, destinata con il tempo ineluttabilmente ad affermarsi. De Gaulle riceve l’ideale di questa missione della Francia dalla tradizione familiare. Ha tempo e modo per comprenderne la caducità a cospetto dei cambiamenti epocali ma, ciò nonostante, non se ne libera del tutto. Non vuole. E lo confessa, al tramonto dell’esistenza, in un lungo dialogo con Malraux che, in realtà, è un soliloquio sospeso tra le contingenze della vita e l’eternità della morte (A. Malraux, Les chênes qu’on abat..., Gallimard, 1971). L’antiamericanismo del Generale, però, non è soltanto un tributo romantico pagato alla storia e, ancor più, alla sua storia di Francia. È anche l’opposizione cosciente ai progetti di Roosevelt per il dopoguerra, che puntavano sulla riduzione del ruolo europeo e, a questo fine, avrebbero voluto sfruttare la contemporanea sconfitta di tedeschi e francesi. Agli inizi degli anni Cinquanta diviene il tentativo di fuoriuscire dalle logiche obbliganti della guerra fredda. E, più tardi, nella seconda metà degli anni Sessanta, è l’intuizione di nuovi scenari ed equilibri, oltre l’apparente immobilità dei blocchi. De Gaulle cerca di carpirli e di avvicinarli, con la lucida velleità di un precursore consapevole che il tempo della storia corre più lento di quello della propria esistenza, che volge ormai al termine. Non tutto è falso, dunque. Ma nella rappresentazione di Lacouture vi è qualcosa di troppo, che scade nel macchiettistico. La rivendicazione di sovranità si trasforma in prosopopea. L’orgoglio diviene prepotenza. La lucidità del precursore è scambiata per opposizione ottusa. De Gaulle, nella realtà storica, invece, contempera visione prospettica e realismo. Non rinunzia mai all’ideale originario ma, d’altro canto, riconosce che gli Stati Uniti sono il prodotto di quello stesso ideale. Un prodotto più moderno e, per questo, per forza di cose, differente dal risultato della storia che ha prodotto la grandeur. Non si possono considerare, perciò, come nemici, ma con essi ci si deve porre in un’ottica concorrenziale. Non va sottovalutato e disconosciuto, soprattutto, il contributo che essi sono in grado di portare alla difesa di valori comuni, almeno nel loro nucleo essenziale. 
È per questo che il rapporto tra de Gaulle e gli Stati Uniti non può essere presentato come una contrapposizione che non conosce soluzioni di continuità. Il Generale il 18 giugno del 1940 punta tutta la posta sull’ingresso in guerra degli Stati Uniti. E a partire dal 1946, quando si accorge dell’armata russa a due tappe di Tour de France, decide d’incollarsi agli americani. Al momento della seconda crisi di Berlino, nel 1961, egli è l’alleato più affidabile degli Usa. E quando l’amministrazione americana vuole mostrargli le prove dei missili a Cuba, rifiuta con disdegno l’offerta: se la sorte degli Stati Uniti è in pericolo, la Francia conosce i suoi obblighi; senza bisogno di prove. Anche dopo il 1964, quando scorge nella Cina l’elemento che avrebbe sdoppiato la guerra fredda e ritiene, dunque, possibile una distensione europea in grado di espandersi dall’Atlantico agli Urali, i suoi progetti appaiono velleitari, in aperta antitesi con le strategie statunitensi ma mai ostili in modo preconcetto e, per questo, mai privi di possibilità di recupero. L’incontro caloroso di de Gaulle con Nixon, immortalato da Kissinger nelle sue memorie, altro non è se non l’ammissione americana dell’utilità di recuperare, all’interno dell’equilibrio bipolare, molti degli elementi che de Gaulle aveva intravisto, e avrebbe voluto utilizzare per far saltare i blocchi. L’antiamericanismo di de Gaulle, dunque, si esercita in nome di una vocazione egemonica di marca continentale. Ma sa riconoscere le svolte epocali. E comunque convive con il realismo e, all’occasione, sa piegare le esigenze della nazione a cospetto di pericoli che le sovrastano e le assorbono. In sintesi, ha nei cromosomi le risorse per riconoscere le ragioni della difesa dell’altrui incolumità statuale, che nessuna organizzazione sovranazionale può smentire. Ed è qui che l’abisso tra de Gaulle e il suo successore, che Lacouture vorrebbe colmato, torna, invece, a spalancarsi. L’antiamericanismo di de Gaulle lo porta sovente a sopravanzare i tempi. Chirac, invece, sembra non essersi accorto non soltanto dell’11 settembre ma persino della fine del mondo bipolare. La sua politica estera ripropone, infatti, in modo meccanico, formule e riflessi condizionati propri della guerra fredda. E finisce così per ricorrere agli schemi di una vecchia politica di potenza, senza più possedere i mezzi che quella logica impone. È per questo che, inevitabilmente, le sue parole finiscono spesso con il suonare vuote. Proprio come il dialogo immaginario con il suo grande predecessore. Nessuno può affermare - e forse neppure immaginare - come il Generale si sarebbe comportato nelle temperie internazionali che hanno caratterizzato quest’inizio di secolo. E certamente nessuno potrebbe giurare che avrebbe schierato la Francia al fianco degli americani «senza se e senza ma». È altrettanto difficile, però, pensare che egli sarebbe rimasto inerte di fronte alla svolta epocale determinata dalla sfida del terrorismo internazionale e, per questo, privo di una prospettiva di riaggancio degli alleati americani, oltre la crisi contingente. È difficile ritenere che egli avrebbe assecondato lo smarrimento d’ogni ambizione egemonica per l’Europa, aggrappandosi alle vestigia di un asse franco-tedesco che, tra l’altro, proprio la Francia ha contribuito a destabilizzare sin dal momento nel quale si è prospettata la riunificazione dei tedeschi. È difficile immaginare che avrebbe acconsentito a cedere i Paesi della nuova Europa alla durevole influenza americana, anche per non aver compreso che tale riflesso sarebbe inevitabilmente derivato dalla reiterazione acritica di un rapporto privilegiato con la Russia che, nel frattempo, è divenuta qualcosa di completamente diverso dall’Urss: proprio come de Gaulle aveva previsto.
Anche chi ha appoggiato la guerra in Iraq può trovare, nei motivi d’opposizione francese al conflitto, plausibilità e sostanza, oppure valutare la leggerezza con la quale, in talune circostanze, si è affrontato il dopoguerra. Ma i fondamenti stessi del gollismo avrebbero dovuto spingere a immaginare scenari alternativi di confronto con il mondo islamico. Avrebbero imposto la responsabile indicazione di strumenti e mezzi per condurre la guerra al terrorismo seguendo strade diverse da quella americana. Avrebbero dovuto consigliare di non contrarre alcun rapporto incestuoso con il pacifismo e, tanto meno, considerare l’11 settembre 2001 alla stregua di un mero incidente. In mancanza di tutto ciò, il gollismo di oggi dà l’impressione di non aver metabolizzato fino in fondo la tragedia di Vichy, quando Pétain si convertì al pacifismo per non aver compreso le novità della seconda guerra mondiale. E rischia di resuscitarne il fantasma.

*****
La constatazione della distanza che divide una tradizione critica nei confronti degli Stati Uniti dagli eccessi dell’odierno governo francese non può chiudere, però, la partita con la Francia e con la sua politica estera. Va innanzi tutto riconosciuto che il «contenimento» della deriva antiamericana è stato facilitato, in passato, da almeno due elementi dei quali oggi si avverte l’assenza. Nell’ambito della politica interna esisteva un’opposizione critica nei confronti dell’ostilità verso gli americani. E, per inciso, va notato che quest’opposizione proveniva sia dagli ambienti liberali della destra sia da quelli moderati della sinistra. In politica estera la Repubblica federale tedesca svolgeva un ruolo di mediazione costante tra la prospettiva europea (che implicava un suo rapporto privilegiato con la Francia), e la propensione atlantica (che la portava a non poter prescindere da un legame prioritario con gli Stati Uniti). Oggi, invece, l’opposizione alla politica estera del governo appare pressoché inesistente e la Germania unita ha rappresentato un elemento di accelerazione, e non più di riequilibrio, rispetto alle propensioni francesi. La realtà, però, è meno scontata e uniforme di quanto può apparire a prima vista. Essa, soprattutto, presenta margini d’evoluzione che non vanno sottovalutati. L’immagine di uniforme piattezza che offre il panorama politico francese, con riferimento alla politica estera, deriva sostanzialmente da una crisi complessiva dell’elemento liberale nei due schieramenti. A destra come a sinistra, mancano rappresentanti accreditati della famiglia liberale. Le vicende politiche degli ultimi anni hanno indotto a pensare che qualunque leader giochi la carta liberale sia condannato all’insuccesso. È questa, sostanzialmente, una crisi di rappresentanza politica. A livello diffuso, infatti, l’«americanizzazione» prosegue il suo corso anche a dispetto della sempre crescente percentuale d’islamici presenti nel Paese. E nelle élites intellettuali quello che Aron definì «il partito inglese della cultura francese» è ben rappresentato; addirittura maggioritario. La Francia è ben lungi dal digradare verso il pensiero unico. Per quanto concerne la politica estera, è assai probabile che il sostegno tedesco all’odierna politica di Chirac (quel sostegno che in realtà, sul versante dei rapporti transatlantici, nel corso della crisi irachena, ha rappresentato la vera anomalia europea, assai più del caso francese) venga presto meno, per un’attenuazione dei tratti antagonistici verso gli Usa, o per la sconfitta dell’attuale coalizione governativa. Già da ora, d’altro canto, la Gran Bretagna di Tony Blair sta cercando di esercitare quella influenza moderatrice che in passato era riservata ad altri. La politica di difesa comune, che ha assunto un nuovo slancio nel semestre di presidenza italiano, ne è la migliore riprova. Per questo, chi è consapevole di come la complessità del mondo di oggi non si lasci imbrigliare in formule semplicistiche - quali un impossibile «unilateralismo» o un imprecisato «multilateralismo» - deve sapere anche quanto sia importante recuperare al governo del pianeta la potenza, la tradizione e l’intelligenza della Francia.
 

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