
Vivere con la Francia, nel grande condominio dell’integrazione europea, è nello tempo stesso esaltante e irritante. L’Europa comunitaria è un’invenzione francese. Il demiurgo e factotum della costruzione europea fu Jean Monnet. La Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) e la Ced (Comunità europea di difesa) sono idee francesi. Dopo la lunga stasi gollista degli anni Sessanta le prime innovazioni istituzionali (Consiglio europeo, cooperazione politica, elezione diretta del Parlamento europeo) risalgono al vertice di Parigi del dicembre 1974, quando Valéry Giscard d’Estaing era da poco presidente della Repubblica. Il grande scatto unitario verso il Mercato unico e la moneta comune avvennero quando il presidente della Commissione era un francese, Jacques Delors. Il progetto di Costituzione è opera di un’assemblea presieduta da Valéry Giscard d’Estaing. Persino l’Europa gollista di Jacques Chirac può essere in alcuni casi più federalista di quella di Tony Blair, José Maria Aznar e, purtroppo, Silvio Berlusconi. Ma la Francia può essere contemporaneamente la nemica delle sue idee migliori. La Ced fu proposta dal governo di René Pleven all’Assemblea nazionale francese, il 24 ottobre 1950, ed ebbe il grande merito, tra l’altro, di dare uno sbocco europeo al dibattito sul riarmo tedesco. Ma fu bocciata nella stessa assemblea da una coalizione gollista-comunista il 30 agosto 1954. La politica agricola comune fu certamente un progresso sulla strada dell’integrazione, ma il potere della Commissione fu soggetto, in quegli anni, al lungo ricatto francese della «sedia vuota». L’elezione diretta del Parlamento europeo fu decisa durante una presidenza francese, ma la Francia fu in molti casi tra i Paesi che preferivano limitarne i poteri. L’asse franco-tedesco fu in alcune circostanze la locomotiva dell’integrazione. Ma il metodo del direttorio è in evidente contraddizione con lo spirito comunitario e continua a creare in molte circostanze un clima di fastidio e sospetto.
Per comprendere queste contraddizioni occorre ricordare la posizione della Francia alla fine della seconda guerra mondiale. Il Paese era stato duramente battuto nel 1940. Una larga parte della sua classe dirigente aveva accettato la prospettiva della vittoria tedesca e si era compromessa con il regime nazista. Il gollismo aveva cercato di riscattare il Paese dall’umiliazione della sconfitta, ma il generale de Gaulle aveva irritato Churchill e infastidito Roosevelt. Quando i vincitori si riunirono a Jalta per approvare le grandi linee di un progetto particolarmente caro al presidente degli Stati Uniti (l’Organizzazione delle Nazioni Unite), il generale non fu invitato. Quando le truppe francesi, nella primavera del 1945, entrarono in Val d’Aosta e cercarono di creare un fatto compiuto, Truman intervenne bruscamente e ordinò che fossero private di qualsiasi appoggio logistico. A San Francisco, durante la conferenza che negoziò e approvò la carta dell’Onu, la Francia ottenne di entrare, con diritto di veto, nel club dei vincitori, ma comprese che la leadership del «mondo libero» sarebbe stata anglo-americana. Fu quello il momento in cui i responsabili della politica estera francese cominciarono a concepire le grandi linee di un progetto europeo. Esclusa, di fatto, dal novero delle grandi potenze, la Francia avrebbe preso la testa di alcuni Paesi europei e li avrebbe uniti sotto la sua guida. I primi a trarre vantaggio da questa ambizione francese fummo noi. L’Unione doganale italo-francese, che Carlo Sforza e Georges Bidault crearono a Torino nel marzo del 1948, non venne mai realizzata, ma fu tra i fattori che permisero all’Italia di uscire dal limbo della cobelligeranza. Un anno dopo, a Washington, l’appoggio francese fu ancora più importante. Senza il sostegno del governo francese, probabilmente, l’Italia non sarebbe stata ammessa a far parte, sin dall’inizio, del Patto Atlantico.
La Francia non poteva ignorare, tuttavia, che anche la Gran Bretagna aveva una strategia europea. Il governo di Londra era deciso a conservare la partnership anglo-americana e, per quanto possibile, l’impero travestito da Commonwealth, ma cercò di correggere l’errore commesso dopo la Grande guerra, quando aveva rifiutato di prendere impegni formali per la difesa del continente. Nel gennaio del 1948 il ministro degli Esteri Ernest Bevin propose la creazione di un patto a cinque (Gran Bretagna, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo) e sostenne che la sopravvivenza e la pace delle «nazioni libere dell’Europa occidentale dipendevano dalla loro capacità di unirsi più strettamente». Pochi mesi dopo, in maggio, il Movimento per l’Europa unita, fondato da Winston Churchill, organizzò all’Aja un congresso che tenne a battesimo il Consiglio d’Europa. Alla fine degli anni Quaranta, quindi, l’Europa francese, progettata a Parigi, correva il rischio di essere scavalcata e svuotata da un’Europa inglese, più flessibile e pragmatica. Fu quello il momento in cui la Francia, per non rinunciare al suo disegno, decise di accentuare l’aspetto federale della sua politica europea. Jean Monnet fornì i materiali e il metodo di lavoro, Robert Schuman fornì lo spirito e le prospettive. La Francia fu federalista per distinguersi dall’Inghilterra, e fu tanto più convincente quanto più poteva dimostrare che l’Europa francese sarebbe stata più unitaria dell’Europa inglese. È questa la ragione per cui il no di de Gaulle all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità non fu convincente e suscitò l’opposizione dei suoi partner. Il disegno del generale era troppo euroscettico per contrastare, con argomenti convincenti, l’adesione britannica. In altri momenti tuttavia, occorre riconoscerlo, la Francia dette prova di una cartesiana coerenza. Lavorava per se stessa, ma si comportò, secondo il suo costume, come il «primo della classe». Dopo essersi proposta agli altri Paesi dell’Europa continentale come il patrono di un modello unitario non volle o non poté esimersi dal perseguire quello scopo con le iniziative più adatte a raggiungerlo. Vi sono quindi nella politica europea della Francia due ingredienti - la grandezza nazionale e l’unità del continente - a cui il Paese non può rinunciare, che rischiano continuamente di cozzare l’uno contro l’altro. Molto dipende dal governo in carica. Se il presidente è liberale o socialista (come all’epoca di Giscard e François Mitterrand), l’europeismo prevale sul nazionalismo. Se il presidente è gollista (de Gaulle, Pompidou, Chirac) il nazionalismo prevale sull’europeismo. Oggi, naturalmente, la Francia è più nazionale che europea. Ma è tale anche perché i suoi partner continentali più importanti sono cambiati. Per molto tempo la Germania, e in misura meno visibile l’Italia, hanno recitato, accanto alla Francia, il ruolo del partner europeista. Da Adenaeur a Kohl, passando per Brandt e Schmidt, la Repubblica federale è riuscita a impedire che la Francia si discostasse troppo dal percorso ideale dell’integrazione. E altrettanto hanno fatto con una certa efficacia i presidenti del Consiglio italiani, da Craxi ad Andreotti. Oggi Germania e Italia sono diverse. Né Schroeder né Berlusconi, apparentemente, possono o vogliono dare a Chirac lezioni di europeismo. Ma questo non ha impedito alla Francia di sostenere alla Conferenza intergovernativa dello scorso dicembre un sistema di voto (maggioranza dei membri e il 60% della popolazione) che è molto più federalista di quello preferito da Spagna e Polonia. Esiste quindi, accanto al problema francese, un problema italiano e tedesco. Fare l’Europa con la Francia è difficile, farla senza la Francia è impossibile. Spetterebbe a noi e ai tedeschi tirarla per la giacca e costringerla a essere cartesianamente europea. Il condizionale, in questo caso, equivale a una preghiera e a una speranza.