
L’identificazione dei francesi con il dolore americano non è durata a lungo. A esprimerla nel modo più spettacolare fu Jean-Marie Colombani su Le Monde all’indomani dell’11 settembre, quando scrisse in prima pagina «siamo tutti americani». Un’affermazione ancora più giusta in quanto sconvolgente: l’America non era più la misura dell’ultima chance, ma il luogo dell’estrema vulnerabilità. «Siamo tutti americani» sostituí il «saremo tutti americani»: per la prima volta l’America non si coniugava al futuro ma al presente ed entrava dentro la storia, oggetto di compassione e non di desiderio o invidia. La sottomissione dell’America alla regola del «siamo tutti» aveva qualcosa di strano e doloroso allo stesso tempo. Ed è stata breve. Il progressismo ha riacquistato presto vigore e ha reclamato i suoi diritti, come se in Francia fosse impossibile pensare due cose nello stesso tempo e far coesistere la vulnerabilità americana con la sua onnipotenza. In poco tempo gli Stati Uniti hanno rioccupato il trono del Grande Dominatore e l’onnipotenza si è di nuovo imposta sulla vulnerabilità. Subito dopo l’11 settembre qualcuno ha cominciato a dire che l’America era vittima della sua stessa superpotenza, che l’arroganza e l’imperialismo avevano provocato la reazione del terrorismo. Anche se la Francia non è arrivata al punto di giustificare l’attacco, secondo una dialettica purtroppo ben nota, la responsabilità è stata imputata alla vittima. Emblematico a questo proposito il percorso di Le Monde: lo stesso giornale che aveva pubblicato il famoso editoriale, lo stesso giornale che aveva scritto «siamo tutti americani», per inaugurare il suo nuovo supplemento settimanale pubblica una foto in prima pagina di Arundaty Roy, la scrittrice indiana autrice di un famoso articolo in cui sostiene che bin Laden è il portavoce di tutte le vittime dell’onnipotenza americana, delle vittime vietnamite, palestinesi e persino, osa dire, delle vittime jugoslave, dimenticando che in quel caso è stata proprio l’America a mettere fine al massacro. Senza alcuna distanza, Le Monde celebra oggi la pasionaria dell’antiamericanismo, perché Le Monde è l’organo dell’immaginario collettivo, della «doxa», anzi è l’immaginario collettivo allo stato di effervescenza lirica. La traiettoria francese è ben riassunta dal percorso seguito da questo giornale, dall’editoriale compassionevole di Colombani alla celebrazione di una donna che vomita l’America e le attribusice tutti i mali della terra, compresi quelli che l’America subisce.
*****
L’11 settembre è stato uno choc per tutti. E può essere considerato un punto di partenza. L’America è da sempre il paese dell’homo economicus, il luogo in cui le considerazioni sull’utilità, il benessere e l’economia vincono su tutte le altre, è il capitalismo allo stato selvaggio. Poi abbiamo visto quei corpi cadere, abbiamo ascoltato quelle voci di chi andava verso la morte, dire al telefono ai loro cari quanto li amavano: l’emozione è stata fortissima. Questo attentato ha aperto una nuova era, ha segnato l’inizio di un nuovo tipo di guerra. Avrei potuto scrivere lo stesso editoriale di Colombani, ho provato lo stesso sentimento, ma più a lungo e più profondamente. Sono convinto che abbiamo gli stessi nemici dell’America: quello che si è voluto colpire non è quello che l’America ha di negativo, ma la sua parte «buona». L’atto di barbarie non ha voluto punire l’America per il suo rifiuto di firmare il protocollo di Kyoto, per lo sperpero delle risorse del pianeta o per il suo egosimo: ha voluto punire l’uguaglianza degli uomini e delle donne, il sostegno a Israele, ha voluto colpire un insieme di valori che devono essere difesi. Per più di un motivo ci troviamo oggi tutti sulla stessa barca. Come spiegare allora l’atteggiamento della Francia e dell’Europa, o di parte dell’Europa? Stiamo assistendo al ritorno del pensiero progressista. Negli anni Sessanta la sinistra si è spaccata in due, la progressista e l’antitotalitaria. La prima riduce tutta la realtà umana a un unico scontro tra dominanti e dominati, tra oppressori e oppressi. Ritiene che il male nasca dall’oppressione e si assegna come missione immensa di eliminare il male sconfiggendo il potere degli oppressori. La sinistra antitotalitaria, influenzata dalla dissidenza, nega invece che il mondo sia riducibile a uno scontro di volontà, che tutto sia politica, che gli oppressi siano automaticamente innocenti. La sinistra antitotalitaria è capace di vedere il male in ogni uomo, e ritiene dunque che la soluzione non sia nella denuncia di una classe. Tutto ciò è finito con la caduta del comunismo. Uno dei grandi paradossi dell’Europa post 1989 è proprio la scomparsa simultanea del comunismo e dell’anticomunismo. Il pensiero antitotalitario si è volatilizzato con la perdita del nemico. Nello stesso momento è sorta un’America superpotente che ha ridato vigore e argomenti all’idea progressista dello scontro manicheo. Ad esempio posso citare di nuovo l’articolo della Arundati Roy, che vede l’America regnare ovunque, sulle nostre coscienze, sull’aria che respiriamo. Se tutto il male viene dall’America, allora tutto il bene può venire dalla lotta contro l’America: il progressismo torna con i suoi assiomi, i suoi miti, la sua intrinseca violenza. Questo spiega la veemenza dell’antiamericanismo francese. Anche a destra: le convinzioni profonde di un uomo come il presidente Jacques Chirac sono infatti soprattutto terzomondiste, è un uomo affascinato dalle arti primitive, convinto che il grande crimine dell’epoca moderna sia la scoperta dell’America. E non basta. Per capire il comportamento del governo francese si deve anche riflettere sulla grande frattura avvenuta in Occidente. Da una parte l’America, che si definisce in opposizione ai propri nemici: non teme di averne, li sa riconoscere e dunque può decidere di combatterli. Dall’altra l’Europa del dopoguerra, convinta di non avere più nemici perché fondata sulla decisione di non averne. Fino al Ventesimo secolo la coscienza europea si era costruita attraverso una serie di lotte d’opposizione: contro l’Islam, contro Bisanzio... Dalla fine del Novecento, l’Europa si costruisce sull’opposizione a sé, sull’autosconfessione. Dopo due guerre mondiali gli europei hanno aborrito il nazionalismo e cercato un mezzo per esorcizzare i propri demoni, dotati di poteri di distruzione planetaria. Su queste basi è nata l’Europa della contrizione, del pentimento, della perpetua autocritica. Tendenze rese ancora più radicali dai traumi postcoloniali e dalle lotte per l’emancipazione, in particolare la guerra d’Algeria. Questa Europa del pentimento non cessa di rimproverarsi il proprio razzismo e per combatterlo rifiuta qualsiasi idea di esclusione, diventa accogliente, ospitale, benevola con tutti. Convinta che soltanto in questo modo potrà sperare nella benevolenza altrui. L’Europa cattiva diventa buona, e l’Europa buona non può accettare l’idea di avere nemici, e dunque di doversi difendere. Credo sia proprio qui la differenza fondamentale tra l’Europa e l’America
*****
La Francia è il Paese-leader di questa grande illusione europea, ebbra delle sue fanfaronate, dei suoi buoni sentimenti e della sua apertura agli altri. A favore del governo francese vorrei comunque evocare il progetto di legge sulla laicità e il divieto di segni religiosi nella scuola, che il presidente Chirac ha sostenuto nonostante la violenza dell’integralismo e dell’antisemitismo nel nostro Paese. Questa legge gli vale oggi l’ostilità del mondo arabo-musulmano che aveva saputo portare dalla sua parte nel momento della guerra contro l’Iraq. Chirac resiste alla pressione progressista, che ritiene la legge contro il velo islamico in contraddizione con la politica estera francese. Personalmente, mi è difficile dare un giudizio sulla diplomazia. Sull’Iraq esistono sicuramente torti condivisi: più gli americani sembravano imporre la propria volontà al mondo, più la Francia si irrigidiva sulla sua posizione. Una cosa è certa: l’opinione pubblica francese era in massa sfavorevole alla guerra. Se Chirac avesse optato per una posizione simile a quella di Aznar, o a maggior ragione a quella di Blair, ci sarebbero state manifestazioni di estrema violenza, avremmo visto incarnarsi il vero male francese di oggi, ovvero l’asse «islamo-progressista»: gli integralisti si sarebbero scatenati, e con loro i progressisti. Sono certo che ci sarebbero state ancora più sinagoghe in fiamme. Credo che il governo francese abbia fatto la sue scelte politiche in tutta indipendenza, ma certo ha agito sotto la minaccia di una comunità arabo-musulmana molto importante che sarebbe scesa in campo con violenza. Per la pace civile in Francia, la politica di Chirac è stata positiva. È triste, ma è così. Questo non significa che Chirac non fosse sinceramente ostile a una campagna motivata da ragioni diverse da quelle ufficiali e che rischiava di destabilizzare il Medio Oriente.
Il «no» della Francia mi ha comunque lacerato. Da una parte mi ha disgustato la violenza dell’antiamericanismo dei media francesi, dall’altra non mi convincevano i motivi invocati dagli americani per dichiarare la guerra: le armi di distruzione di massa, la possibilità di ridisegnare la cartina del Medio Oriente, una democratizzazione a tappe forzate dell’Iraq. Se la Francia si accontentava di belle parole, l’America si accontentava di belle azioni. Quando la guerra è cominciata naturalmente non ho esitato: volevo che fosse rapida e che rapida fosse la vittoria americana. Ed è allora che ho visto venire alla ribalta la cattiva fede del progressismo: ho ritrovato trent’anni dopo gli stessi argomenti antiamericani che ho sentito e anche pronunciato all’inizio degli anni Settanta in una situazione completamente diversa. All’epoca era la guerra in Vietnam, con il suo tappeto di bombe, il napalm, i civili massacrati, era la fine del governo Allende con la complicità della Cia: pretendere che la storia si ripeta oggi è una menzogna, perché l’America di oggi non sostiene le dittature, le abbatte. Tre interventi, tre dittature liquidate: Milosevic in Jugoslavia, i talebani in Afghanistan, Saddam Hussein in Iraq. Le classi dirigenti francesi sono incapaci di fare questo discorso e i media non le aiutano. Rarissimi sono i giornali in Francia che non cedono alla frenesia antiamericana. Sicuramente esiste, e se ne parla molto, la francofobia americana, ma l’americanofobia francese è assolutamente sconvolgente. Quando gli Usa hanno annunciato che la Libia rinunciava al suo programma di armi di distruzione di massa, un giornalista francese è arrivato a esprimere dubbi sull’esistenza stessa del programma. D’altra parte, i nostri giornali non hanno mai pensato di rimproverare al governo francese l’astensione sulla nomina di una donna libica alla presidenza della Commissione dei diritti umani dell’Onu. La Francia non si è opposta per non dispiacere ai Paesi africani. Nel mio Paese mi preoccupa più lo stato della società civile che lo stato della società politica. Pochissimi sono oggi gli intellettuali che rifiutano la demonizzazione forsennata dell’America, la chimera assassina Bush-Sharon creata durante le manifestazioni contro la guerra in Iraq. La frenesia antiamericana e il furore antisraeliano vanno a braccetto: di questo gli intellettuali sono responsabili. All’origine, ancora una volta, sta il trauma coloniale, un evento fondatore per gran parte del pensiero politico e intellettuale. I francesi tendono a proiettare sull’intervento americano in Iraq, ma anche sul conflitto israelo-palestinese, le categorie della guerra d’Algeria, di una guerra coloniale, di una potenza coloniale contro una nazione e non possono accettare che si tratti di guerre tra due Stati. In Medio Oriente, davanti alla guerra in Iraq, il pensiero antitotalitario si è volatilizzato. Oggi uno dei pensatori favoriti dell’intellighenzia francese è Giorgio Agamben, che di recente su Le Monde, parlando di Guantanamo o del ricorso alle impronte genetiche negli aeroporti americani, ci spiegava che il paradigma del nostro tempo è il campo di concentramento, non è più Atene ma Auschwitz. Questa affermazione è assolutamente grottesca, non ha alcun senso, è un insulto alla memoria, un sacrilegio. Non si può fare di Auschwitz un concetto. Si può criticare Guantanamo senza ricorrere a Auschwitz. Ancora più grave è che una tale argomentazione sia accolta con tanta deferenza in Francia. E grottesco è l’abuso del termine «occupazione». Critichiamo pure la presenza americana in Iraq, ma non con questa parola carica di connotazioni storiche. Cos’era l’occupazione tedesca della Francia? Un coperchio messo «sopra» la Francia, sulla sua vita collettiva, la sospensione delle libertà. Che cos’è l’«occupazione» americana? Un coperchio che si solleva. È perché il coperchio è stato sollevato che si vedono gli sciiti manifestare, i curdi manifestare, i sunniti manifestare: un’efferscenza spettacolare, senza dubbio caotica, forse pericolosa, ma che ci situa in una condizione che l’«occupazione» vuole, per l’appunto, occultare.
(Testo raccolto da Francesca Pierantozzi)