
La principale critica in questa campagna elettorale all’indirizzo della politica estera del presidente Bush non sarà che egli ha invaso l’Iraq. Il grande candidato oppositore della guerra, Howard Dean, è spacciato. I rimanenti due candidati per la nomination democratica hanno entrambi votato a favore della guerra. La ricerca fallita di montagne di armi di distruzione di massa in Iraq - e la stupefacente inettitudine dell’amministrazione nel difendersi dall’ingiusta accusa di aver mentito prima della guerra - non ha minato la base di sostegno pubblico alla guerra. Se una critica sostanziale della politica estera di Bush esiste, al di là del mero odio anti-Bush, essa riguarda il fallimento dell’amministrazione nell’ottenere un vasto supporto internazionale per la guerra e altri grandi progetti politici. Questa critica è fondata nel merito, anche se non nella maniera in cui di solito la elaborano i critici. La questione non è il fatto che l’anno scorso l’amministrazione ha scavalcato le Nazioni Unite - in realtà furono la Francia e la Russia ad allontanarsi dalla Risoluzione 1441. Inoltre, gli stessi europei scesero in guerra in Kosovo nel 1999 senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite. Il problema non è nemmeno che l’amministrazione Bush è scesa in guerra «unilateralmente» - a meno che non si definisca «unilateralismo» il mancato sostegno di Parigi e Berlino. In ogni caso, nessun democratico serio sostiene che gli Stati Uniti debbano rinunciare al diritto di «fare a modo loro» quando ogni alternativa fallisce. John Kerry ha affermato che nessun presidente dovrebbe «mai» permettere ai nostri alleati di «legarci le mani e impedirci di fare ciò che va fatto». A orecchie europee ciò non suonerà in maniera molto diversa dall’«unilateralismo» alla Bush che Kerry critica. Il problema che gli Stati Uniti debbono affrontare oggi è più difficile da quantificare ma ragionevolmente più profondo. È un problema di legittimità. Al contrario di quanto rivendicano i critici di parte, inoltre, è un problema che non è iniziato né finirà con l’amministrazione Bush. È piuttosto il prodotto della fine della guerra fredda, l’emergere di un ordine unipolare e il nervosismo che le nuove circostanze possono ingenerare anche tra gli amici dell’America.
Molto prima che l’amministrazione Bush si dimostrasse così maldestra nel rassicurare gli alleati più stretti dell’America, altre amministrazioni post guerra fredda si erano trovate a far fronte al montare delle preoccupazioni per il crescere della premazia americana. Negli anni Novanta, mentre Bill Clinton e Madeleine Albright chiamavano con orgoglio gli Stati Uniti «la nazione indispensabile», i ministri degli Esteri francesi insieme con i loro colleghi russi e cinesi dichiaravano che il mondo unipolare guidato dall’America è ingiusto e pericoloso. Negli anni di Clinton, Samuel P. Huntington metteva in guardia contro l’«arroganza» e il «teppismo» dell’amministrazione Clinton prima, durante e dopo che la guerra del Kosovo del 1999 rivelasse una crescente preoccupazione per i problemi inerenti alla nuova struttura, e soprattutto alla rapida perdita da parte dell’Europa del controllo sulle azioni americane. Il problema è che per una mente democratica c’è qualcosa di congenitamente illegittimo in un mondo unipolare, indipendentemente dal fatto che la superpotenza sia guidata da George W. Bush o da John F. Kerry. Come sostiene nel suo nuovo libro The Breaking of Nations lo studioso e statista britannico Robert Cooper, «i nostri sistemi nazionali sono ideati allo scopo di frenare il potere… Noi diamo importanza al pluralismo e alla legge all’interno, e per le società democratiche - inclusi gli Stati Uniti - è difficile fuggire l’idea che essi sono desiderabili anche a livello internazionale». Gli Stati Uniti utilizzeranno il loro potere per servire esclusivamente i loro egoistici interessi, a spese degli altri? Questo preoccupa anche gli amici e gli ammiratori degli Stati Uniti in questi giorni. «La difficoltà del monopolio della forza americano nella comunità mondiale - sostiene Cooper - è che esso è americano, e verrà utilizzato necessariamente nell’interesse degli Stati Uniti. Questo non sarà percepito come qualcosa di legittimo». In un recente discorso all’American Enterprise Institute, Charles Krauthammer si è chiesto perché gli americani dovrebbero preoccuparsi della legittimità accordata dalle altre nazioni. È una buona domanda. Nel corso della campagna presidenziale del 2000, Condoleeza Rice derise la credenza, che ella attribuiva all’amministrazione Clinton, che il sostegno di molti Stati - o meglio, di istituzioni come le Nazioni Unite - sia essenziale per il legittimo esercizio del potere. Ma risulta che noi non abbiamo la pelle dura come sembra. Persino l’amministrazione Bush si è sentita obbligata a cercare l’approvazione dell’Europa l’anno scorso, e nel luogo in cui gli europei insistevano che l’approvazione venisse accordata, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Forse l’amministrazione Bush non aveva bisogno della Francia e della Germania per condurre la guerra in Iraq, ma riteneva di aver bisogno del sostegno almeno della Gran Bretagna. Perché? Non perché le truppe britanniche fossero essenziali per il successo dell’invasione. Il sostegno da parte di Tony Blair forniva la parvenza di legittimità internazionale - una legittimità che il popolo americano voleva e di cui aveva bisogno, come i funzionari dell’amministrazione Bush avevano ben capito. Né può sorgere alcuna questione sul fatto che l’amministrazione Bush abbia sofferto del fallimento nell’ottenere una vasta approvazione europea, e dunque una più vasta legittimità internazionale, per l’invasione dell’Iraq - e ne ha sofferto internamente come all’estero. Esistono ragioni solide per cui gli Stati Uniti hanno bisogno dell’approvazione europea, ragioni non legate al diritto internazionale, la forza del Consiglio di Sicurezza e l’ancora non esistente «fabbrica di ordine internazionale» di cui alcuni parlano. La ragione principale ha a che fare con l’ideologia liberale e democratica americana. L’Europa è importante perché l’Europa e gli Stati Uniti rimangono il cuore del mondo liberale e democratico. Gli americani hanno difficoltà, e giustamente, a ignorare le paure, le preoccupazioni, gli interessi e le richieste delle democrazie alleate, specialmente in Europa. La politica estera americana sarà sempre portata dal liberalismo americano a cercare una maggiore armonia con l’Europa, se gli europei hanno la volontà e sono in grado di rendere possibile tale armonia. Sarebbe difficile per gli Stati Uniti sostenere la via alternativa, perché è opinabile che questo Paese possa operare efficacemente nel lungo periodo senza il sostegno morale e l’approvazione del mondo democratico. Non è per la ragione menzionata abitualmente che le cose stanno così. La maggior parte dei sostenitori americani del «multilateralismo» si concentrano sul bisogno di cooperazione materiale degli alleati - nelle parole di Kerry, «togliere l’obiettivo dalla schiena delle nostre truppe» e metterlo su quella di qualcun altro. Quel sentimento essenzialmente egoistico non ha molte probabilità di ispirare l’aiuto altrui. Né è la ragione principale per cui abbiamo bisogno dei nostri alleati. Alla fine, è il bisogno che l’America ha di legittimità internazionale che risulterà più decisivo nel plasmare la via americana. Che gli Stati Uniti possano o meno «fare a modo loro» in senso materiale è una questione aperta. Militarmente, essi possono virtualmente farlo, e lo fanno, anche quando gli europei sono pienamente a bordo, come nel Kosovo e nella guerra del Golfo Persico. Ma è più dubbio che il popolo americano vorrà e sarà in grado di continuare a sostenere tanto le azioni militari che il peso dell’occupazione post-bellica di fronte alle accuse di illegittimità da parte dei loro alleati democratici più stretti. La reputazione di insularità e indifferenza degli americani è immeritata. Essi si sono sempre preoccupati di ciò che il resto del mondo pensa di loro, o almeno di ciò che pensa il mondo liberale. Nella loro Dichiarazione di Indipendenza, gli americani hanno riconosciuto l’importanza di un «ragionevole rispetto delle opinioni dell’umanità». Da allora, gli americani sono stati costretti a preoccuparsi di cosa il mondo liberale pensa, per la loro ideologia nazionale universalista. Siccome gli americani se ne preoccupano, il continuo rifiuto di legittimità internazionale da parte delle democrazie alleate può gradualmente erodere il supporto interno per il tipo di politica estera attiva che l’attuale pericolosa epoca richiede. Se in futuro si presenterà una crisi in Iran, e gli Stati Uniti e l’Europa rimarranno su posizioni opposte, non sarà più complicato per qualsiasi presidente americano, democratico o repubblicano, intraprendere le azioni ritenute necessarie?
Per quanto qualcuno possa desiderare che il problema sia ignorato, gli americani non possono ignorare la difficoltà dell’unipolarismo. L’amministrazione Bush è stata lenta nel riconoscere persino che un problema esiste. Ciò è dovuto in parte al fatto che Bush e i suoi consiglieri sono entrati in carica guidati dal gretto realismo che dominava i circoli di politica estera repubblicani negli anni di Clinton. Nel corso della campagna del 2000 e nei primi mesi della presidenza Bush, si parlava molto di concentrarsi attentamente, ed esclusivamente, sull’«interesse nazionale» americano. Nel tentativo di delineare una politica estera che fosse la più diversa possibile dall’approccio di Clinton, l’amministrazione Bush proclamò che avrebbe rivisto tutti i trattati, gli obblighi e le alleanze e ne avrebbe dato un nuovo giudizio sulla base dell’«interesse nazionale» americano. Perseguire l’«interesse nazionale» sembra sempre giusto. Ma nei fatti l’idea che gli Stati Uniti possano adottare un punto di vista così gretto del proprio «interesse nazionale» è sempre stata un errore. Da un lato, gli americani avevano «interessi umanitari» due secoli prima che il termine fosse inventato, così come interessi morali, politici e ideologici per i quali gli americani sono stati storicamente pronti a combattere. Oltre a ciò, l’enunciazione di questa prospettiva «realista» da parte della potenza dominante in un’era unipolare è un grave errore di politica estera. Una nazione in posizione di egemonia globale non può proclamare che verrà guidata soltanto dalla propria definizione del proprio «interesse nazionale». Questo è esattamente ciò che temono anche gli alleati più stretti dell’America: che gli Stati Uniti impiegheranno il loro enorme potere solo per se stessi. Tanto la difficoltà dell’unipolarismo che il carattere americano richiedono una definizione molto più estensiva degli interessi americani. Gli Stati Uniti non possono permettersi di dare l’impressione di agire soltanto nel loro interesse egoistico, né come se il loro interesse nazionale sia l’unica cosa che conta. Gli Stati Uniti devono agire in modo che l’umanità ne tragga benefici, come hanno frequentemente cercato di fare nel passato. Devono certamente cercare di far ottenere benefici alla parte di umanità che condivide i principi liberali americani. Anche in periodi di grave emergenza, anzi forse soprattutto in simili periodi, l’unica superpotenza mondiale ha bisogno di dimostrare che impiega il proprio potere per conto dei suoi princìpi e di tutti quelli che li condividono, compresi gli alleati democratici in Europa. In sostanza, gli Stati Uniti devono perseguire la legittimità, nella maniera più rispondente alla loro natura, promuovendo i princìpi della democrazia liberale, non soltanto come mezzo per ottenere maggiore sicurezza ma come un fine in se stesso. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è l’unico luogo in cui si possa ottenere legittimità, come sanno gli stessi europei. Gli americani possono ottenere legittimità promuovendo la democrazia e riforme liberali in posti come l’Iraq, l’Afghanistan e Haiti - e non sottraendosi alle loro responsabilità, soprattutto in luoghi in cui hanno esercitato la loro enorme potenza. Il successo in tali imprese fornirà agli Stai Uniti una misura di legittimità anche in Europa. Perché gli europei non possono sempre ignorare la loro concezione di un mondo più umano, più liberale e più democratico, anche se in questi giorni si curano di più della loro visione di un ordine legale internazionale rafforzato e sono più preoccupati di un Leviatano americano sciolto.
(Traduzione dall’inglese di Mario Rimini) © liberal -Washington Post