
La guerra di stampo terroristico non è una guerra nuova. È una guerra vecchia. Dura ormai da almeno venticinque anni. L’unica cosa che è cambiata è che, dopo l’11 settembre, abbiamo deciso di reagire. Fino a quel momento, si è trattato di una guerra unilaterale con attacchi costanti contro di noi da parte di gruppi terroristici, organizzazioni terroristiche e Paesi che appoggiano il terrorismo. Centinaia e centinaia di cittadini americani sono stati uccisi a cominciare dagli attacchi contro la caserma dei marines e l’Ambasciata americana a Beirut per proseguire con tutta una serie di altri eventi. Credo che sia importante che tutti ricordino e continuino a tenere a mente che siamo stati attaccati e che stiamo finalmente rispondendo a questi attacchi. E l’intera discussione sulla guerra preventiva, per quanto possa essere affascinante, di fatto è fuori tema in questo caso. Perché non è ciò a cui stiamo assistendo. Non stiamo dichiarando una guerra preventiva. Stiamo dichiarando una guerra difensiva in risposta a una serie di attacchi contro di noi. E, come ha detto il presidente Bush sin dall’inizio, questa guerra contro di noi è stata promossa da una combinazione di reti terroristiche, sostenute e strumentalizzate da alcuni Paesi. Sin dall’11 settembre, i Paesi chiave erano cinque: l’Iran, l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria e l’Arabia Saudita. È da lì che in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, proveniva l’appoggio al terrorismo. Questa non è e non è mai realmente stata una guerra di religione, né il tanto citato scontro tra civiltà; tutt’altro. I seguaci del partito Baath per esempio, sia in Siria che in Iraq, hanno avuto un ruolo centrale in questa guerra e non hanno mai avuto una legittimazione religiosa. In effetti, nel momento in cui la dittatura della famiglia Assad ascese al potere in Siria, ebbe bisogno di una specie di grazia religiosa dal regime sciita iraniano perché la Siria tollerasse il regime. Ma gli Assad non avevano nessuna legittimazione religiosa. Dovettero procurarsela dall’esterno e non dal loro interno, non dalla propria gente né dalla propria religiosità. Solo in tempi recenti, Saddam ha fatto ricorso a dichiarazioni stupefacenti asserendo di aver donato sei pinte del proprio sangue perché ci si scrivesse un’edizione del Corano. Ma è stato un modo per dare spettacolo che non aveva niente a che fare con la religione. Del resto Saddam, e altri come lui, sono sprovvisti di una vera preparazione religiosa come di una qualsivoglia legittimazione religiosa.
È vero che i regimi al potere in Iran e in Arabia Saudita sono intensamente religiosi, come lo erano i talebani in Afghanistan, ma sono piuttosto diversi gli uni dagli altri. Questo ci rende comunque ciechi rispetto a un altro grande mito di questa guerra e cioè che le divisioni all’interno del mondo islamico sono talmente profonde da rendere la cooperazione tra i popoli impossibile. Per anni si è detto che gli sciiti e i sunniti erano così violentemente divisi tra di loro che non erano in grado di collaborare in nessun progetto comune, neanche in azioni terroristiche. E la maggior parte dei servizi di intelligence occidentali hanno sostenuto per moltissimo tempo che non era proprio possibile che sunniti e sciiti potessero lavorare insieme. Questo nonostante il fatto che tutti sapessero da sempre che le Guardie rivoluzionarie iraniane, che sono soprattutto sciite, venissero addestrate nella Valle del Bekaa in Libano. Per cui quando tutto d’un tratto, alla fine del 2001, si annunciò al mondo la scoperta della famosa nave carica di armi, la Karim A, si capì che stava avvenendo qualcosa di nuovo: i sunniti e gli sciiti stavano collaborando e ciò avveniva solo con un piccolo ritardo di trent’anni. Tuttavia, nonostante i vari contrasti tra i regimi che a me piace chiamare i «maestri del terrore», essi sono comunque uniti dall’odio che nutrono nei nostri confronti. Nei confronti di tutti noi, indipendentemente dai disaccordi che possiamo avere tra noi. Il loro odio è riposto nella natura stessa di ciò che siamo e non in una definizione particolare di una qualche politica. Non c’è via d’uscita da questo conflitto. Possiamo vincerlo o perderlo ma non possiamo evitarlo. E di fatto non importa quali siano le nostre politiche poiché il loro odio non si basa su ciò che facciamo ma bensì su ciò che siamo. È la nostra stessa esistenza che vedono come una minaccia. È il fatto che noi siamo riusciti a creare una società libera che loro percepiscono come una minaccia. Perché se si volge lo sguardo verso i «maestri del terrore» - l’Iran, l’Iraq, l’Afghanistan, la Siria e l’Arabia Saudita - il loro denominatore comune non è la religione; è la tirannia. È la tirannia che hanno tutti in comune. Sono tutti regimi tirannici. Alcuni hanno dittature di una sola famiglia, alcuni hanno dittature autonome ma resta il fatto che sono tutti tiranni. E loro sanno che quando i loro popoli ci guardano, guardano tutti noi, la loro legittimazione viene minata e minacciata perché i loro popoli sono pienamente d’accordo con noi sulla prospettiva di una democrazia islamica o araba.
Tuttavia sembra esistere l’idea che il cromosoma della democrazia o della libertà manchi nel Dna degli arabi. Non sono un grande esperto di storia islamica ma anche una conoscenza superficiale basta a dimostrare che questa è una sciocchezza. Le civiltà islamiche sono state le più avanzate nel mondo mentre oggi sono quasi tutte sull’orlo del fallimento. È un momento di transizione. Durante gli ultimi due secoli, le civiltà islamiche si consideravano talmente importanti che non si sono neanche scomodate a mandare ambasciatori nel mondo occidentale avendo capito che non avevano niente da imparare da noi. Per contro, trovavano completamente normale che i Paesi occidentali mandassero ambasciatori presso di loro perché pensavano di essere in possesso di qualsiasi cosa avesse a che fare con la cultura, la conoscenza, la civiltà. Dunque l’atteggiamento da molti condiviso sul fatto che siano irrimediabilmente arretrati, dittatoriali, illiberali e incapaci di autogovernarsi è semplicemente sciocco. E non capisco neanche se si tratta di una forma di razzismo oppure no. Ma quello che più odiano di noi, quello che i loro governanti - quei tiranni - odiano di noi è che siamo società libere e realizzate. E loro non sono né l’una né l’altra. Sono società fallite e illiberali. Per noi non esiste via d’uscita. Questo è il punto numero uno. Perciò possiamo anche smetterla di discutere su quale sia la politica da perseguire. Questa è una guerra: possiamo vincerla o perderla ma non sfuggirla. Tra tutti gli sponsor del terrore, l’Iran è di gran lunga il più importante. Lo è sempre stato, sin dalla rivoluzione del 1979. Ho sostenuto, ovviamente senza successo, che fosse necessario liberare l’Iran prima di entrare in Iraq. E questo per numerosi motivi. Per prima cosa, la liberazione dell’Iran non richiede alcuna forza militare. Oggi la liberazione dell’Iran, che rappresenterebbe la vittoria di per sé più importante da conquistare proprio su coloro che stanno conducendo l’attuale guerra contro di noi, richiede solo che l’Occidente tenga fede ai propri ideali e appoggi una rivoluzione democratica che è già in corso da tempo in Iran e che il popolo iraniano riconosce pubblicamente e senza esitazioni. Ed è davvero divertente leggere quello che succede ai giornalisti che entrano in Iran e tutto d’un tratto scoprono un intero universo di cui non avevano mai sospettato. La mia storia preferita riguarda una giornalista di Le Monde, inviata a Teheran subito dopo la caduta di Saddam Hussein, la quale girò per le strade di Teheran intervistando la gente e chiedendo: «Cosa ne pensate di tutti questi marines che vanno in giro per Bagdad?». Invece di sentire un scoppio di insulti, si sentì rispondere: «Perché si sono fermati a Bagdad? Perché non sono qui? Ci piacerebbe molto avere dei marines qui. Ci piacerebbe vedere dei marines in Iran». Di fatto, quello iraniano è oggi probabilmente il popolo più pro-americano al mondo. Molto più pro-americano del Massacchussetts o di qualche altro Paese straniero.
Se l’Iran fosse un Paese libero, sarebbe un Paese democratico, è fuor di dubbio. I professori e gli studenti iraniani sono gente molto colta e sono attualmente impegnati a scrivere bozze della Costituzione. Oggi, se si interroga un qualsivoglia professore che si reca in una qualsiasi università in qualsiasi parte dell’Iran nell’ambito di programmi di scambi culturali, ti dirà proprio questo. Conosco almeno una decina di professori americani o europei che si sono recati lì e sono rimasti allibiti nel vedere che si legge qualsiasi cosa, da Montesquieu ai Federalist Papers, alla Costituzione americana, al Bill of Rights e altri scritti sull’attuale dibattito intorno alla Costituzione europea. Si tengono aggiornati su tutto. Se avessimo un Afghanistan abbastanza libero da una parte, un Iran libero nel mezzo e un Paese sulla strada della libertà in Iraq, potremmo a quel punto rivolgerci al mondo musulmano e fare una predica che la maggior parte di quel mondo ha il bisogno e la volontà di ascoltare. A quel punto potremmo dire: «Va bene, avete provato le due versioni opposte: la versione sunnita in Iraq e in Afghanistan, e la versione sciita in Iran ed è stato un fiasco generalizzato. È stato un fiasco tra i più drammatici poiché ha distrutto il Paese e alienato il popolo». Oggi il tema più aspramente dibattuto in Iran non è se il regime dovrebbe rimanere o andarsene. Quasi tutti sono concordi nel dire che deve andarsene. Il tema più caldamente dibattuto in Iran oggi è se l’islam sopravvivrà alla caduta del regime di Teheran. E si sente moltissima gente, tra cui grandi Ayatollah che vanno in giro dicendo: «Vogliamo la separazione tra gli Stati musulmani, vogliamo che i religiosi fuoriescano dal governo», perché sono convinti che sia la loro ultima opportunità per salvare la loro religione. Tempo fa ho avuto il singolare piacere di presentare a Washington un nipote dell’Ayatollah Khomeini ed è stata un’esperienza che non mi sarei mai aspettato di avere in tutto l’arco della mia vita. A quest’uomo, egli stesso uno studioso di religione il quale ha passato la maggior parte della sua vita da adulto a studiare con gli Ayatollah, è stato chiesto da qualcuno tra il pubblico: «E che ci dice della libertà di religione?». Egli ha risposto (il che dà un’idea di quanto sia progredito il pensiero in Iran): «Oh, sì certo, la libertà di religione. Ma non soltanto la libertà di religione; anche la libertà di non-religione. Perché la religione deve essere liberamente scelta dalla gente». Quando ci soffermiamo a riflettere su quello che sta succedendo in Medio Oriente, normalmente ci si sbaglia. Non è affatto vero che in Medio Oriente la gente tema o non sia preparata a una rivoluzione democratica è vero piuttosto che si sente frustrata dal fatto che tanti Paesi liberi si rifiutano di aiutarla a compiere una rivoluzione democratica. È questo, più di qualsiasi altra cosa, che fa arrabbiare la gente e a ragione.
Credo che non abbiamo una sufficiente comprensione del drammatico momento che stiamo vivendo e sicuramente, tra un secolo o due, gli storici guarderanno indietro al periodo che ebbe inizio intorno alla metà degli anni Settanta e che continua ancora adesso, per quanto questo possa essere sorprendente. Pensavo che si concludesse prima. Lo chiamerei l’età della seconda rivoluzione democratica. La trasformazione democratica del mondo negli ultimi vent’anni è stata davvero spettacolare e sono pochissime le persone che danno a questo fatto l’importanza che merita. Tutta l’America Latina si è trasformata, certo anche con abusi e vizi procedurali, ma vorrei comunque ricordare una serie di numeri che forse non conoscete. Quando Reagan divenne presidente degli Stati Uniti, esistevano soltanto due governi eletti in America Latina. Due: in Venezuela e in Colombia. Otto anni più tardi, esistevano soltanti due governi che non fossero stati eletti, dal Rio Grande fino al Polo Sud. E questi erano Cuba e Curaçao. Tutti gli altri Paesi, dal Rio Grande fino al Polo Sud, rimasero o divennero democratici. E simili tendenze sono in atto anche ora. Uno degli effetti più sensazionali della globalizzazione è che non si può più tenere le cose nascoste alla gente. E la gente lo sa. Come nel caso della Cina per esempio, alla quale dovremo dedicare maggiore attenzione. In Cina, il 99% della gente che vive in città possiede un televisore. Inoltre, più del 77% della gente che vive in campagna ha la televisione e la guarda. Questo significa che possiamo comunicare con quella gente in qualsiasi momento. Siamo in grado di raggiungerli. Siamo in grado di raggiungere la gente in qualsiasi angolo del mondo, in qualsiasi parte del Medio Oriente. La raggiungiamo anche attraverso Internet, attraverso la televisione, attraverso i cavi, attraverso i satelliti. Tutti sono raggiungibili. E noi non dobbiamo rimanere in silenzio. Gli americani sono terribili nel creare reti di emittenti. È stato uno dei nostri maggiori errori: avremmo dovuto istituire una rete di emittenti in Iraq già molto tempo fa. La cosa più sorprendente circa l’Iraq di oggi è che, per quanto si siano impegnati tutti i gruppi radicali per cercare di sollevare sommosse e insurrezioni tra gli iracheni, ciò non sia avvenuto. Ciononostante ci sono almeno dodici stazioni radio gestite dagli iraniani che si rivolgono agli iracheni. Coprono il Paese a tappeto e gli iracheni non vogliono avere niente a che farci. Non sono interessati. Non le vogliono. Non sono più disposti a sottomettersi a questo tipo di manipolazione. E i radicali si sono dovuti affidare al terrorismo per cercare di cacciarci fuori. Dunque non c’è via d’uscita da questa guerra per nessuno di noi, come ha verificato anche l’Italia con l’attentato di Nassyria. I terroristi e i «maestri del terrore» non fanno distinzioni tra noi. Non ci suddividono tra quelli che amano e quelli che non amano, quelli che sono corretti e quelli che non lo sono, quelli che vogliono fare fuori e quelli che vogliono lasciare in vita. Di fatto non fanno distinzione neanche tra la propria gente. Gli sta benissimo uccidere musulmani, lo hanno sempre fatto. Uccidono italiani con lo stesso entusiasmo con il quale uccidono israeliani o americani o giordani o gente della Croce Rossa o delle Nazioni Unite. Semplicemente non gli importa. Hanno dichiarato guerra al mondo occidentale per mantenersi al potere e mantenere le proprie tirannie e continueranno a combattere. Per cui è di gran lunga meglio unire le forze e vincere, piuttosto che doverli combattere uno a uno e vincere poco a poco. Perché una cosa è certa ed è che vinceremo.
Ma se ci ritiriamo dall’Iraq oggi, saremo attaccati una volta dopo l’altra, a New York o a Washington, a Londra o a Roma, a Berlino e a Parigi. Per cui rimbocchiamoci le maniche. Abbracciamo le nostre tradizioni, parliamo dei nostri valori perché sono proprio quelli che ora sono a rischio. Dovremo contare sul fatto che la maggior parte della gente in quell’angolo del mondo è d’accordo con noi, ci vogliono, sognano di essere molto più simili a noi di quanto non lo siano oggi e non provano alcun desiderio di divulgare le proprie tradizioni o le proprie credenze. La maggior parte di ciò che vogliono è personificata in noi. Siete proprio convinti che la gente che vive in quella parte del mondo non sa di essere lo zimbello del mondo? Gli arabi sanno benissimo che agli arabi non si danno Premi Nobel, non si danno premi per la chimica o per la fisica, che non mandano uomini sulla Luna, che non scrivono romanzi famosi, che non appaiono in televisione. E lo sanno essendo consapevoli che una volta erano ai vertici del mondo e continuano a porsi proprio la domanda racchiusa nel titolo della grande opera di Bernard Lewis Che cos’è andato storto?. Sanno benissimo cosa è andato storto. Anche i loro studiosi, i gruppi di studio arabi delle Nazioni Unite che analizzano le società arabe, sanno che cos’è che non ha funzionato. Ciò che non funziona è che sono dominati da individui tirannici e da fanatici religiosi che non permettono alle persone di essere libere, di svilupparsi e di creare e immaginare cose che potrebbero benissimo realizzare. E la nostra missione è quella che è sempre stata, ovvero dare loro proprio questa possibilità.
(Traduzione dall’inglese di Valeria Beltrani)