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Combattere è giusto

LIBERAL FONDAZIONE
di Michael Novak
liberal n°23 - Aprile/Maggio 2004

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cop23Oggi la nostra principale preoccupazione riguarda gli specifici problemi creati dalla guerra asimmetrica e dal ripetuto uso del terrorismo clandestino: innanzitutto per i nostri classici giudizi morali sulla guerra; poi per le nostre altrettanto classiche argomentazioni politiche sulla sua legittimità; e infine per le questioni strettamente militari, ossia: quali sono le tattiche più efficaci per fermare questi atti di terrorismo? Un aspetto curioso dell’attuale situazione in America è che gli studenti delle nostre accademie e università militari conoscono la teoria della guerra giusta in modo molto più approfondito di parecchi professori, anche delle migliori università. Intendo discutere soltanto tre punti particolari. Primo, il termine «guerra giusta» non significa che la guerra sia in assoluto moralmente sbagliata, e che in certi casi debba essere, malgrado tutto, tollerata. Al contrario, significa che talvolta la virtù della giustizia impone il ricorso alla guerra, come un mezzo legittimo e in qualche caso necessario per raggiungere un giusto fine. Significa esattamente ciò che dice: ossia che combattere una guerra è talvolta proprio quello che la giustizia richiede di fare. La guerra è in certe occasioni un atto giusto e doveroso: quando viene combattuta per uno scopo giusto, con i mezzi giusti e nel modo giusto (queste medesime restrizioni, detto per inciso, devono valere per ogni atto giusto. Come ha sottolineato Aristotele molto tempo fa, per agire virtuosamente bisogna fare ogni cosa in modo giusto. Ogni singolo errore intacca la piena virtuosità dell’atto. È per questo che, di fatto, gli atti morali sono costantemente sottoposti alla critica condotta sulla base della ragione). Il modello di ragionamento che è stato poi definito «tradizione della guerra giusta» deriva da due intuizioni di Sant’Agostino, esposte nel XIX libro della Città di Dio. Primo, in ogni ambito della vita quotidiana, persino all’interno della famiglia e tra i giudici (di solito le persone più rispettabili), l’ignoranza e le debolezze umane conducono regolarmente a fallimenti morali. I coniugi non riescono a comprendersi fino in fondo, i giudici non sono mai assolutamente certi su chi sta dicendo la verità: in quest’oscurità c’è sempre un’alta probabilità di errori morali. Secondo, la virtuale certezza dell’inevitabilità di alcuni errori morali non esime gli esseri umani dall’obbligo di continuare ad agire sulla base di riflessioni, decisioni e scelte ragionate, vale a dire di agire moralmente. Tenendo conto dell’alta probabilità di ricorrenti errori umani, è altrettanto probabile che in ogni generazione si verifichino soprusi e aggressioni. Perciò, gli uomini avranno sempre bisogno di un modello di ragionamento per mezzo del quale stabilire quando e in che misura la giustizia richiede che una nazione entri in guerra, nonché per determinare come si deve comportare in guerra un combattente che rispetti le regole morali. Per fornire ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontà alcune linee guida fondate sulle sue riflessioni (e sulla tradizione già esistente), Sant’Agostino definì parecchi criteri per stabilire quando la giustizia esige che una nazione entri in guerra, e come la ragione imponga che le guerre siano combattute. Definì il primo gruppo di criteri le argomentazioni ad bellum, e il secondo gruppo quelle in bellum. Un principio fondamentale della tradizione stabilisce che il bellum sia un’attività pubblica, del tutto diversa da una disputa tra privati cittadini, definibile come un semplice duellum. Ragione ulteriore per la necessità di un modello di ragionamento più aperto e formale, e sottoposto allo scrutinio pubblico.
Per ritornare al primo punto da un’altra prospettiva, una guerra giusta è un normale strumento al quale può ricorrere uno Stato, in vista di un nobile fine e in adempimento a un dovere imprescindibile. Questi nobili doveri sono accorrere in difesa della propria nazione o di un’altra nazione attaccata ingiustamente; ripristinare l’ordine internazionale in modo che possa regnare lo Stato di diritto ed essere assicurato il rispetto dei diritti dei popoli; punire i terroristi e chi vuole distruggere l’ordine civile o usare la violenza per dividere i popoli. Talvolta la giustizia impone il ricorso alla guerra. Oggi è importante sottolineare questo punto fondamentale. Perché, in questi ultimi trent’anni, troppi pensatori dalla lingua sciolta hanno abbracciato un nuovo mantra, vale a dire che c’è sempre «una presunzione contro la guerra». Ma non è così. George Weigel, uno dei nostri più autorevoli studiosi del concetto di guerra giusta scrive: «Il presupposto della “presunzione contro la guerra” non è semplicemente carico di difficoltà storiche e metodologiche. È anche discutibile sul piano teologico. Nell’analisi morale, il suo effetto è un capovolgimento totale della tradizione, tanto che le questioni di proporzionalità e discriminazione relative alla condotta di guerra (in bello) assumono precedenza teologica su quelle che erano tradizionalmente considerate le preliminari questioni riguardanti la decisione di guerra (ad bellum): giusta causa, giusta intenzione, autorità competente, ragionevole possibilità di successo, proporzionalità degli obiettivi, extrema ratio. Questo capovolgimento spiega perché, in buona parte del dibattito religioso successivo agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, è stata prestata molta attenzione alla necessità di evitare indiscriminate perdite di civili nella guerra contro il terrorismo, mentre ben poca ne è stata dedicata alle preliminari e prioritarie questioni del dovere morale che impone al governo di garantire la sicurezza nazionale e l’ordine mondiale, entrambi direttamente minacciati dalla rete terroristica» (1). Secondo Sant’Agostino, essendo la natura umana per definizione corrotta, ci sarà sempre la possibilità che, generazione dopo generazione, qualche uomo malvagio cerchi di fomentare disordini, violenze e ingiuste aggressioni. In certi casi, il solo modo per restaurare l’ordine sarà quello di ricorrere alla guerra come giusto strumento a disposizione dello Stato. Perciò, quando qualcuno afferma che c’è sempre una «presunzione contro la guerra», dovete ripetere a voi stessi: questa non è l’opinione espressa dalla tradizione della guerra giusta, bensì una dottrina nuova e sentimentalistica che infliggerà gravi danni alla causa della giustizia. In una manifestazione pacifista svoltasi a San Francisco all’inizio del 2003, per esempio, un controprotestante ha esibito uno striscione molto intelligente. In mezzo, a grandi lettere, campeggiava la scritta: «La guerra non è la risposta»; al di sopra, in lettere molto più piccole, era scritto: «Tranne che per lo schiavismo, il fascismo e il comunismo».
Il secondo punto che voglio sottolineare è questo: nella tradizionale «argomentazione ad bellum» si possono già rintracciare precedenti per la guerra contro nemici che non coincidono con uno Stato, come le bande di pirati che assalivano le navi mercantili sulle rotte internazionali. Ci sono anche precedenti molto antichi per la guerra asimmetrica: è proprio di questo che parla la storia di Davide e Golia. Consideriamo i secoli in cui sugli oceani regnava il terrore. I pirati sfruttarono appieno i vantaggi offerti dalla loro flessibile organizzazione, e la loro capacità di rimanere nascosti aspettando il momento migliore per attaccare, quando c’erano meno rischi di rappresaglie. Nello stesso tempo, il grado di organizzazione necessario per l’adeguata copertura e protezione di enormi distese di mare sottoponeva a grossi sforzi la marina delle singole nazioni e in certi casi incrinava addirittura la solidità delle alleanze stipulate fra vari Paesi. Oggi, anche piccole cellule di organizzazioni internazionali non collegate a uno Stato possono causare spaventose tragedie nelle società urbane con potenti agenti distruttivi (chimici, biologici e persino nucleari). Le moderne società urbane sono caratterizzate da un grande densità di popolazione e necessitano di un elevato livello di coordinamento tecnologico per la fornitura di acqua ed energia elettrica. Dipendono poi da procedure trasparenti e fondate sulla fiducia reciproca tra persone che hanno interiorizzato un senso di giustizia, ordine e aperta collaborazione. Le città moderne sono costruite non per garantire la sicurezza, ma un libero commercio e un’altrettanto libera mescolanza dei cittadini. Gli aereoporti americani ed europei, ad esempio, non sono stati costruiti per proteggerci da terroristi armati di razzi, bombe al plastico, gas velenosi e altri ordigni facilmente nascondibili, né tantomeno da quei terroristi solitari pronti a salire su un aereo carichi di piccoli ordigni distruttivi. Come abbiamo dolorosamente scoperto, gli stessi aerei possono essere usati a mo’ di bombe, esattamente come sta avvenendo, con preoccupante frequenza, per le macchine e i camion riempiti di esplosivo. Agenti clandestini determinati e disciplinati, anche se non appartenenti ai servizi di uno specifico Stato, possono quindi infliggere terribili danni alle speranze di legge e ordine nutrite dai popoli. Possono distruggere la fiducia dei cittadini. Possono impaurire persone famose per il loro coraggio. Naturalmente, non possono ottenere tutto ciò senza l’indispensabile aiuto di Stati-canaglia loro complici. Ma i legami tra le cellule terroristiche e gli Stati complici sono facilmente occultabili. Voglio ribadire che la guerra asimmetrica non è affatto un’innovazione recente, ma una pratica molto antica, e che anche la strategia preventiva contro il terrorismo è una tattica con una lunga tradizione alle spalle. Autori classici come Vitoria e Suarez parlavano di attacchi preventivi e di attacchi punitivi (2). Ma effettivamente ci sono due novità, dalle quali è molto difficile difendersi: la vulnerabilità delle città moderne di fronte al terrorismo clandestino e lo spaventoso potere distruttivo delle armi contemporanee, anche in minime quantità.
Ed ecco il terzo punto. L’enorme potere distruttivo che oggi può essere compresso in un ordigno di piccole dimensioni a disposizione dei terroristi impone un cambiamento del metodo tradizionalmente impiegato allo scopo di stabilire il momento opportuno per un attacco preventivo. L’attacco preventivo sferrato dalla flotta cristiana a Lepanto nel 1571, per esempio, fu giustificato da segnali di preparativi da parte delle forze d’invasione musulmane, che erano stati osservati per quasi un anno. Ma in quale preciso momento gli Stati Uniti si sono resi conto che un attacco contro le Torri gemelle di New York era imminente? Personalmente, raggiunsi la certezza che si trattava di un atto di guerra non quando vidi il primo aereo schiantarsi contro le Torri, ma dopo che si fu abbattuto anche il secondo. Fu soltanto a quel punto che cominciarono a diffondersi notizie di altri aerei dirottati. (Quel giorno mi trovavo in Europa, e mia figlia stava lavorando a Capitol Hill: perciò potete facilmente immaginarvi il terrore che mi gelava il sangue finché rimase in aria anche uno solo di quei minacciosi aerei. Altri cittadini ebbero angosce ancora peggiori). Un tempo, calcolare l’imminenza di un’aggressione era abbastanza facile a causa del lungo periodo di preparazione di cui l’aggressore aveva bisogno per portare i suoi eserciti in posizione di attacco. Nelle attuali forme e modalità di guerra, questo periodo di preparazione non è più necessario, almeno quando la distruzione si nasconde in cose apparentemente innocenti, come un’auto parcheggiata davanti all’ingresso di un albergo, un aereo improvvisamente dirottato, o una piccola valigia lasciata su un treno per farla esplodere in una galleria o in una stazione della metropolitana. Azioni di prevenzione possono essere altrettanto necessarie. Ma non è più così facile ottenere una sicura certezza sull’imminenza di un attacco con un anticipo sufficiente per organizzare le proprie difese. Un problema analogo si è presentato nel caso del regime chiuso e totalitario di Saddam Hussein. Gli ispettori delle Nazioni Unite annunciarono che, all’inizio del 2003, l’Iraq non aveva ancora dato conto degli 8500 litri di antrace di cui si sapeva che era in possesso, come invece stabilito da un trattato ufficiale e da un ordine dell’Onu (3). Altre notizie di intelligence apparentemente credibili persuasero gli strateghi politici americani ad adottare importanti misure per essere pronti di fronte al probabile uso di armi chimiche o biologiche contro le nostre truppe. Molti soldati sono stati costretti a indossare per ore e ore fastidiose tute protettive nell’infuocato clima iracheno. Com’è ovvio, non c’erano prove visibili che queste armi fossero pronte per l’uso; lo si poteva soltanto ipotizzare e le ipotesi possono essere sbagliate. Tuttavia, il timore che lo fossero era così giustificato che, prima dell’inizio della guerra, molti pacifisti hanno sostenuto che entrare in guerra avrebbe aumentato la probabilità che queste armi venissero effettivamente utilizzate.
Al pari di qualsiasi altra attività dell’uomo, anche la guerra è un atto razionale, che deve essere giudicato secondo i principi della razionalità applicati alla necessità di prendere decisioni rapide e immediate, senza disporre di una perfetta conoscenza della situazione e senza la possibilità di prevedere tutte o anche soltanto la maggior parte delle conseguenze. Non si può avere in anticipo un’assoluta certezza sulla cosa giusta da fare in una particolare circostanza. Abbastanza spesso, chiunque sia costretto a fare una scelta difficile è perfettamente consapevole delle numerose possibilità di errore. Ciononostante, può anche credere di aver preso la decisione migliore possibile, sulla base di ciò che sa in quel momento. E una volta definito il problema, fa del suo meglio per risolverlo. Gli antichi chiamavano questa esperienza mista di libertà e responsabilità personale di fronte a rischi e incertezze «saggezza pratica», phronesis, prudenza. Gli uomini di grande esperienza erano abituati a dare giudizi pratici in modo rapido ed efficace, anche se non sempre infallibile. La condizione essenziale per arrivare a una decisione giusta e virtuosa, per la phronesis, la saggezza pratica, è che il soggetto agente consideri tutti gli aspetti rilevanti della realtà che la sua intelligenza è in grado di abbracciare, e che si renda il più possibile consapevole delle conseguenze delle sue scelte. Anche la guerra è un attività umana, sottoposta a un rigido scrutinio, né più né meno di altri atti morali. Poiché le sue conseguenze sono di vasta portata, altrettanto vasta e profonda deve essere anche la riflessione che porta alla decisione. La guerra è un’attività della ragion pratica, e ne deve rispettare i canoni. Se riconsideriamo ad esempio la catena di ragionamento che ha portato alla decisione di entrare in guerra contro l’Iraq, nonché i piani di guerra e quelli per la fase post-bellica, dobbiamo riconoscere che un certo numero di errori è risultato in retrospettiva evidente, e che parecchi giudizi, sebbene aspramente discussi fino allo stesso giorno in cui è cominciata la guerra, erano corretti o molti vicini al vero. Non è possibile descriverli tutti in questa sede. Li cito in modo generico soltanto per mostrare che analizzarli ora, con il senno di poi, rivela la permanente presenza della ragione in tutto il processo che ha portato alla guerra. Ci aspettiamo di trovare prove di un uso della ragion pratica, e intendiamo valutarne il rendimento sulla base degli stessi standard qualitativi stabiliti dalla ragione per l’agire pratico.
Per riassumere: la tradizione della guerra giusta non comincia con una «presunzione contro la guerra», bensì con il presupposto che la protezione dell’ordine internazionale richieda, in ogni tempo, o un’azione di guerra con lo scopo di restaurare la giustizia o (meglio ancora) la capacità intimidatoria di combattere giuste guerre con successo, al fine di prevenirne lo scoppio. In questo secolo appena iniziato, tuttavia, un nuovo problema ha messo a soqquadro la situazione. In modo piuttosto improvviso, la capacità che hanno soggetti non identificati in uno Stato (come al Qaeda, Hamas, Hezbollah e dozzine di altre organizzazioni islamiste) di infliggere gravissimi danni all’ordine internazionale, di violare i diritti di popoli innocenti e di operare con impunità attraverso i confini internazionali, ha introdotto un nuovo elemento nell’odierna guerra asimmetrica. Le vaste operazioni e le illimitate ambizioni di questi gruppi vagamente affiliati giustificano il nome di quarta guerra mondiale per la nuova e lunga guerra in cui ci troviamo oggi impegnati (considerando la guerra fredda come la terza guerra mondiale). Questo conflitto sarà necessariamente molto lungo, perché ha profonde e complesse radici, e perché può causare enormi distruzioni con uno sforzo piuttosto limitato. Ed è un conflitto mondiale perché, mentre gli occidentali tendono a vedere Stati separati da varie religioni, i musulmani, che pensano in modo globale, concepiscono una sola religione universale, l’islam, divisa in varie nazioni (4). Ma i soggetti non identificati in uno Stato non sono il solo nuovo fattore della nostra attuale incertezza. Vi è anche l’evoluzione tecnologica che consente di produrre armi sempre più distruttive in dimensioni sempre più miniaturizzate. Inoltre, per giudicare l’imminenza di un attacco da parte di forze asimmetriche non ci si può più affidare a quel genere di indizi che si aveva al tempo dei grandi eserciti permamenti e dei loro ingombranti equipaggiamenti militari. Ciononostante, persino i nuovi terroristi hanno bisogno di campi d’addestramento efficienti e di parecchio tempo per insegnare alle nuove reclute le macabre arti del terrorismo. Queste esigenze effettivamente ci avvertono in anticipo sulla realtà delle loro intenzioni e concedono un certo margine di tempo per azioni di prevenzione. Considerando l’enorme potere distruttivo di cui possono disporre oggi i terroristi, l’attacco preventivo potrebbe essere il solo metodo pratico di autodifesa. I soldati che, con i terroristi, hanno rispettato le tradizionali regole di approccio e perquisizione hanno pagato con la vita per questa loro correttezza. Infine, è bene sottolineare ancora una volta la nichilistica volontà di pura distruzione che hanno finora mostrato i nostri nemici. In Iraq, i terroristi hanno compiuto attentati non soltanto contro i soldati americani, ma anche contro il teoricamente «pacifico» quartier generale dell’Onu (5), e persino contro il più sacro santuario sciita di tutto il mondo islamico. Le loro intenzioni sono ora evidenti a tutti, come lo scintillio di un lancia-razzi nell’abbacinante sole del deserto: frantumare ogni forma di ordine civile. È pura volontà distruttiva. È il totale disastro. I fondamentalisti islamici non possono tollerare il successo di qualsiasi esperimento musulmano che sia contrario ai loro piani.

Il problema della legittimità
Non è difficile capire perché così tanti europei sono allarmati dall’improvvisa ascesa del loro protettore di un tempo, gli Stati Uniti, divenuti, dopo il 1989, la sola superpotenza mondiale, e talmente all’avanguardia nella tecnologia militare che nessun Paese europeo è in grado di stare al passo con le forze armate americane. Per cominciare, c’è l’antica e molto rispettata massima che chi ha un potere assoluto tende ad abusarne. Per quanto riguarda la Francia, poi, c’è anche una chiara invidia ideologica: un feroce orgoglio per la propria visione del mondo e per la superiorità della propria civiltà, cui si aggiunge un tradizionale snobismo nei confronti della cultura americana (e di molte altre). Infine, l’Europa è recentemente entrata nella fase probabilmente più risolutamente laica e anticristiana della sua storia, in aperto contrasto con il Quarto Grande Risveglio - il nuovo fermento religioso - che si è compiuto in America (6). Le convinzioni fondamentali, la direzione morale e lo spirito dell’Europa sono lontanissime da quelle degli Stati Uniti. Ciononostante, non poche élites americane potrebbero sentirsi più vicine ai laicismo degli europei che alla religiosità dei loro connazionali. Per di più, il crollo del socialismo come idea economica non ha aperto la sinistra europea a una più profonda comprensione della capacità di sopravvivenza e della forza creativa del capitalismo. Al contrario, la sinistra europea sembra più impaziente che mai di ribadire la superiorità morale della propria versione di democrazia sociale. Forse questa sinistra protesta un po’ troppo. A causa dei bassissimi tassi di natalità, del crescente numero di anziani, delle nuove medicine e tecnologie mediche, negli Stati del Welfare i costi per la sanità e le pensioni stanno aumentando con un ritmo vertiginoso, proprio quando il numero di lavoratori che pagano le tasse sta diminuendo altrettanto rapidamente. Gli Stati del Welfare system hanno promesso molto più di quanto erano realmente in grado di permettersi. Il futuro fiscale della democrazia sociale appare piuttosto tetro. Oggi, inoltre, gli europei si considerano più laici e illuminati degli americani, e più avanzati dal punto di vista morale e politico. Perciò risulta del tutto evidente che l’Europa non ha alcuna intenzione di accettare gli Stati Uniti come proprio leader, né sul piano economico né su quello politico, e certamente non su quello morale. Vuole tenere gli Usa immobilizzati, e costringerli a inchinarsi alle Nazioni Unite nel nome della legittimità. L’Europa, e in particolare la Francia, ritiene di essere più capace e qualificata degli Stati Uniti per guidare e controllare l’Onu.
In America, il valore e l’utilità delle Nazioni Unite sono argomento di accesi dibattiti. Alcuni le elogiano in modo quasi automatico, e vi ripongono grandi speranze. Altri le disprezzano, pensando a come si sono comportate in Ruanda e in altre regioni. In ogni caso, non serve a nulla idealizzare le Nazioni Unite che, come tutte le invenzioni dell’uomo, sono piene di difetti. Inoltre, al pari di tutti gli organismi politici, sono profondamente invischiate nel sudiciume dell’interesse egoistico, delle alleanze segrete, del doppio gioco, dei complotti e degli intrighi. Gli Stati che nel 1948 hanno ottenuto il privilegio di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza non rappresentano più la realtà politica del Ventunesimo secolo. Nel frattempo, questo privilegio offre a poche nazioni il potere di porre un veto all’azione congiunta di molte altre nazioni, soltanto per salvaguardare gli interessi particolari di quelle stesse poche nazioni. Tenendo conto del fatto che la Francia, la Russia e la Cina avevano importanti interessi economici nel regime di Saddam Hussein, agli americani non sembrava così ovvio che, sull’Iraq, le Nazioni Unite avessero l’autorità morale per conferire o meno legittimità alla guerra. In ogni caso, le regole per l’autodifesa enunciate nella Carta delle Nazioni Unite, come ha sottolineato anche l’ex presidente italiano Francesco Cossiga (7), concedevano già una sufficiente legittimità morale alla rimozione di Saddam Hussein da parte della Coalition of the Willing. L’alternativa era lasciare al potere un fondamentale sostenitore del terrorismo internazionale contro gli Stati Uniti e altri Paesi, un tiranno estremamente crudele con il proprio popolo, un guerrafondaio che costituiva una costante minaccia di destabilizzazione per tutti i Paesi vicini, un leader al quale le Nazioni Unite avevano invano ordinato di distruggere le proprie armi di distruzione di massa e di fornirne la prova concreta. La pace, nei termini in cui l’ha definita Sant’Agostino, è la tranquillità dell’ordine, e un grave sconvolgimento dell’ordine internazionale rappresenta una giusta causa per la guerra. Questione più complessa della legittimità della guerra è quella di come stabilire un governo legittimo e funzionante in Iraq dopo la conclusione delle ostilità. Non c’è dubbio che devono essere conferiti pieni poteri di governo agli iracheni. Il problema è come e quando. La vittoria ottenuta lo scorso aprile ha mostrato molto rapidamente che il regime di Saddam Hussein, mentre spendeva cifre esorbitanti per i palazzi e i monumenti a gloria del dittatore, aveva lasciato in uno stato di quasi completo abbandono le infrastrutture petrolifere, la rete elettrica, il sistema di rifornimento e distribuzione dell’acqua, le condizioni delle strade e quelle dei ponti. Sebbene le distruzioni causate dalla guerra fossero state relativamente esigue e limitate quasi esclusivamente alle strutture del regime, delle forze militari e della polizia segreta, si è ben presto giudicato che fossero necessari fondi molto più sostanziosi per rimettere in funzione l’intera infrastruttura nazionale. Per ragioni di sicurezza e di immediata soluzione dei principali problemi, nei primi giorni della liberazione l’utilità della leadership americana è sembrata ovvia. Ma probabilmente questi giorni stanno giungendo rapidamente alla fine. Più presto gli iracheni assumeranno la responsabilità del proprio governo e meglio sarà. Con un solo punto in sospeso.
Uno degli slogan sbandierati dai wahhabiti e da altri fondamentalisti islamici sul tema della democrazia è stato questo: «Un uomo, un voto, un’èra». In altre parole, i fondamentalisti islamici considerano la democrazia un metodo per conquistare il potere, assumere il controllo e non lasciarlo mai più. Per loro ricorrere a un’interpretazione della legge islamica risalente all’Undicesimo secolo rappresenta un modo semplice ed efficace per cancellare con un colpo di spazzola lo sviluppo di ciò che i padri fondatori americani definirono «la nuova scienza della politica»: quella lunga e lenta evoluzione storica delle idee e delle pratiche dei diritti umani, del governo limitato, dei sistemi di controllo e verifica e, in breve, del «governo del popolo e per il popolo». Tutto ciò, sostengono i fondamentalisti islamici, è «contro l’islam»; ma sarebbe meglio dire che è soltanto contro la loro versione dell’islam. Perché il fondamentalismo islamico è un’ideologia fondata sul completo e centralizzato controllo di tutta la vita, pubblica e privata, politica e culturale, esteriore e interiore. Il suo scopo è la totale sottomissione. Per questo motivo, sarebbe un errore fatale concedere agli iracheni l’autogoverno prima di avere la certezza che vi siano sistemi di controllo e verifica abbastanza efficienti per impedire che una qualsiasi fazione assuma il completo dominio su tutto e tutti. Infine, è importante notare che la «carenza democratica» di cui parlano talvolta gli esperti del mondo islamico riguarda molto più le nazioni arabe a maggioranza musulmana che quelle musulmane non arabe. Ci sono, nel mondo, 31 Paesi non arabi a maggioranza musulmana e soltanto 16 Paesi arabi. Tra i Paesi arabi, soltanto in Libano si sono avuti tre consecutivi passaggi di potere stabiliti per mezzo di elezioni. Ma, al di fuori del mondo arabo, 13 Paesi a maggioranza musulmana hanno ottenuto gli stessi risultati (8). Quale che sia la ragione, le nazioni arabe hanno finora dimostrato una capacità di far funzionare la democrazia inferiore a quella dei Paesi asiatici e africani. È giunto il momento che la libertà e i diritti umani fioriscano anche nel mondo arabo.

Conclusione
Dal punto di vista militare, la guerra in Iraq del 2003 è stata una delle campagne più brillantemente concepite e realizzate di tutta la storia. Politicamente, è stata innovativa tanto nella sua concezione quanto nei suoi effetti. Ha rimosso un regime dal suo tessuto circostante con la stessa perizia e perfezione con cui un cameriere italiano taglia il pesce separandolo dalla lisca e dalle spine. Con il minimo di distruzioni urbane e di perdite civili, molto minori di quanto previsto sia dagli avversari che dai sostenitori della guerra, il regime baathista è stato eliminato dal corpo politico. Anzi, proprio la perfezione del successo può aver impedito la successiva affermazione della sicurezza, dell’ordine e della legge. Ma la conseguenza strategica di più vasta portata è stata l’agghiacciante paura che ha suscitato nel cuore delle vicine dittatture per la facilità con cui potrebbero perdere il loro potere, nel caso che ciò si renda necessario per il loro appoggio al terrorismo e per il loro incitamento al disordine intenazionale. Per riassumere: gli Stati Uniti hanno recentemente dovuto risolvere - ed è possibile che dovranno rifarlo anche nel prossimo futuro - tre diversi problemi di legittimità. Per quanto riguarda il primo, gli Usa avevano senz’ombra di dubbio ragioni legittime per entrare in guerra, dato che l’alternativa era alquanto lugubre: lasciare al potere un leader che le Nazioni Unite avevano ripetutatemente accusato di violare l’ordine internazionale; un tiranno spaventosamente crudele con il proprio popolo e una costante minaccia per i Paesi vicini in una regione già molto instabile; un potenziale rifornitore di antrace e altre armi micidiali per al Qaeda e altri terroristi con ambizioni di distruzioni planetarie. È vero che alcuni avversari della guerra giudicano il caso di Saddam Hussein distinguendolo da quello dei terroristi islamici di cui abbiamo appena parlato. Ma l’enorme afflusso di questi ultimi in Iraq dopo la caduta di Saddam dimostra chiaramente l’assoluta concentrazione delle organizzazioni terroristiche sulle Nazioni Unite in quanto loro nemico principale. Come ribadiscono spesso nelle loro dichiarazioni pubbliche, i terroristi considerano le Nazioni Unite un’«organizzazione criminale» (bin Laden) e uno strumento a disposizione degli «eserciti della croce» (9). Non possono permettere che un’alternativa democratica moderata abbia successo in uno Stato arabo musulmano. Perché ciò rivelerebbe che la loro pretesa di essere la sola alternativa per i musulmani non è altro che una roboante e vuota presa in giro.
Il secondo tipo di leggittimazione riguarda quale possa essere il giusto guardiano della sicurezza dell’Iraq e della sua transizione all’autogoverno. Il velo della legittimità spetta appropriatamente alla Coalition of the Willing, che sta progressivamente ingrandendosi, o alle Nazioni Unite? Poiché la Francia sembra ancora decisa a bloccare la seconda alternativa, la legittimità spetta necessariamente alla Coalizione. Questa soluzione è probabilmente la più pratica in ogni caso, poiché le Nazioni Unite sono per natura incerte nei loro principi politici e indecise nella conduzione delle loro operazioni di peacekeeping. Contro terroristi decisi e determinati, l’Onu si spaccherebbe facilmente al suo interno e si ritroverebbe in una netta condizione di inferiorità sul piano militare. Il terzo tipo di legittimazione riguarda la forma di governo che il popolo iracheno sta proprio in questo momento decidendo di scegliere. Le Nazioni Unite in pratica non prendono una posizione netta tra democrazia e dittatura come forma di governo, in quanto molti dei suoi membri sono rappresentanti di sistemi dittatoriali. È per questo che la soluzione migliore è probabilmente il governo del processo di transizione da parte degli alleati degli Stati Uniti, che hanno una dimostrata capacità di aiutare le nazioni a trasformarsi in democrazie. Naturalmente, il progetto di autogoverno richiede una certo «periodo di apprendistato» nelle arti dell’autogoverno e anche nella «nuova scienza della politica» e nei suoi principi fondamentali, originari e permanenti. Queste cose si imparano soltanto attraverso l’esperienza. Ma il progetto di autogoverno è ancora debole, perché si basa sull’acquisita comprensione, sulle consuetudini e le libere scelte dei suoi partecipanti. In questo caso, saranno gli stessi iracheni a dover scegliere la propria specifica forma di governo e a farla funzionare concretamente. Se si vuole avviare uno stabile progresso, gli iracheni devono imparare che il grande pericolo della democrazia sono i troppi discorsi su cose poco importanti, a scapito delle poche davvero fondamentali e necessarie. Consiglieri esterni possono metterli in guardia contro alcune trappole e indicargli una via per risolvere le difficoltà pratiche dell’autogoverno. E possono anche stabilire alcuni parametri in grado di mantenere il progetto puntato sul proprio obiettivo e di assicuranre il buon funzionamento. Ma la concreta autorità di governo deve essere esercitata dagli iracheni. Questo terzo tipo di legittimazione può essere conferito al loro esperimento di autogoverno soltanto dagli stessi iracheni. Devono elaborare un progetto efficiente e realizzabile per i tre grandi poteri di governo - esecutivo, legislativo e giudiziario - e per qualche altro elemento fondamentale, come la libertà religiosa, congiunta a un doveroso riconoscimento.
 

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