
Sono convinto che l’11 settembre 2001 verrà visto dagli storici come l’inizio di una nuova era politica per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Al momento di scrivere la storia del periodo in cui viviamo, gli storici parleranno della guerra fredda o della grande guerra - incominciando dalla prima guerra mondiale fino a tutto il 1989 - come di guerre che si sono rivelate di grande importanza per molti di noi e che si sono concluse, dopo terribili eccidi e tragedie, con una notevole vittoria rappresentata dalla caduta dell’Unione Sovietica e dalla relativa sconfitta del comunismo. Poi sono arrivati gli anni Novanta, un decennio contrassegnato da pace e prosperità per la maggior parte di noi, per l’Occidente; un decennio nel quale sono avvenute alcune cose buone e altre meno buone, alcune vergognose, come nei Balcani, in Ruanda e altrove. Con molti dei problemi che in quel decennio sono stati evitati o rimandati (e anche gli storici lo diranno), ci troviamo a confrontarci ora. Gli anni Novanta si sono conclusi con l’11 settembre 2001: ora siamo entrati in una nuova era politica e saremo giudicati sulla base di come sapremo gestire le nuove minacce. È vero che queste minacce non sono del tutto nuove poiché basta guardare indietro - al 1979, al 1982, al 1983 e forse anche oltre - per analizzare la storia del terrore che è stato sparso per oltre un quarto di secolo, ma questo sarebbe normale perché un’era non inizia mai nel modo netto e chiaro che cerchiamo di delineare a posteriori. E poi, c’è sempre una preistoria, per così dire, che precede tali ere. Sono tuttavia convinto che l’11 settembre ha rappresentato comunque il campanello d’allarme che ha cambiato il centro di attenzione degli Stati Uniti e, credo, del mondo intero, spostando l’attenzione sulla guerra al terrore. L’11 settembre ha segnato dunque l’inizio di una nuova era e la prima reazione sofistica a questo cambiamento è stata quella di sminuirlo. La reazione dell’Europa, come spesso accade, è stata dire che il mondo non è cambiato di punto in bianco: l’11 settembre è sopravvenuta una tragedia che deve essere gestita, ma il mondo del 12 settembre 2001 è lo stesso in cui abbiamo sempre vissuto, proprio come il mondo del 10 settembre 2001, con gli stessi Stati nazionali, le stesse sfide, le stesse situazioni economiche, le stesse crisi umanitarie, gli stessi regimi al potere nei diversi Paesi. Ciò è vero in una certa misura ma credo che questa argomentazione sofistica sottovaluti la natura di ciò che è avvenuto e il fatto che ci troviamo ormai in un tempo diverso.
Che cosa significa trovarsi in un tempo diverso o in una nuova era? Significa che le cose cambiano in modo radicale e imprevedibile, più di quanto possa prevedere la gente all’insorgere di una nuova era. L’analogia migliore che mi viene in mente, dal punto di vista dell’America, sono i primi anni dell’era della guerra fredda. Nel 1945 o nel 1946 nessuno avrebbe previsto gli eventi che sarebbero sopraggiunti da quel momento fino al 1950-1951. I presidenti americani non se li aspettavano, né i governanti europei e i leader sovietici. Questa analogia tra l’inizio di questa nuova era di guerra al terrore nella quale siamo entrati da un paio di anni e l’inizio della guerra fredda mi pare efficace. Il presidente americano di allora era Harry Truman il quale non fu eletto ma che in qualità di vice presidente era succeduto a Franklin Roosevelt dopo la sua morte. Probabilmente Truman pensava che il suo compito fosse di mettere fine alla seconda guerra mondiale e riportare le truppe a casa e pensava anche di diventare un presidente di politica interna proprio come avrebbe dovuto esserlo George Bush che non ha costruito la sua campagna elettorale sulla politica estera, tema del resto non di grande rilevanza in quel periodo. La guerra e il terrore erano scarsamente prevedibili nei suoi dibattiti con l’allora vice presidente Gore. Anche se di fatto esistevano pochissime differenze tra Bush e Gore per quanto riguardava la politica estera, la visione di Bush sembrava più modesta di quella di Gore, più sottomessa rispetto al ruolo degli Stati Uniti nel mondo, il che lo rendeva alquanto reticente su un intervento americano nel resto del mondo. Ma proprio durante la campagna elettorale il 12 ottobre 2000 nel porto di Aden, nello Yemen, l’USS Cole fu attaccata e 17 americani furono uccisi. Fu un atto compiuto da al Qaeda che aveva già ucciso degli americani nei primi anni di quello stesso decennio. L’attentato suscitò grande clamore anche allora: ci fu un coro di denunce contro il terrore. Bush fece una leggera critica all’amministrazione Clinton-Gore per non essere stata abbastanza dura nella lotta al terrore. Gore difese il loro operato e la questione si dissipò. Noi del Weekly Standard Magazine, del quale sono il direttore, la pubblicammo come storia di copertina con una fotografia molto drammatica che forse ricorderete: era la fotografia della USS Cole con una voragine che gli squarciava la chiglia, accompagnata dal titolo «Gli Stati Uniti in guerra». Volevamo comunicare l’idea che quell’atto dovesse essere considerato per quello che in effetti era, una guerra, e non semplicemente come un singolo evento di una serie di azioni criminali da parte di malviventi da gestire in modo poliziesco. Sebbene il servizio fosse eccellente e mirasse al cuore della questione, ricevette pochissima attenzione. Così anche noi tornammo a occuparci della campagna e dei dibattiti elettorali sulla salute pubblica e l’istruzione, del bilancio e di altre cose che ora ci sembrano appartenere a un tempo lontano.
Era un mondo diverso, totalmente diverso. Se si tornano a leggere i dibattiti politici tra Bush e Gore del 2000, diventa inconcepibile pensare che i prossimi dibattiti tra Bush e il suo futuro avversario, chiunque sia, possano essere in qualche modo simili. Ed è proprio questo che ci dimostra che è iniziata una nuova era. Si guarda indietro all’era precedente e si ha l’impressione che si tratti di dieci, vent’anni fa non che siano trascorsi solo tre anni. All’inizio della guerra fredda, anche Truman pensava che sarebbe stato un presidente di politica interna, impegnato a portare a termine il programma del New Deal, ad adottare nuove leggi sull’istruzione per garantire un’istruzione universitaria ai nostri reduci, attento alle politiche abitative e legislative e a rimettere in piedi l’economia. Se, guardando indietro al 1945-1946, all’amministrazione Truman e alle sue principali vittorie storiche, ci fossimo resi conto che avevamo gettato le fondamenta della politica estera americana dei successivi quarant’anni, ci saremmo guadagnati un dottorato per aver previsto il contenimento dell’Unione Sovietica e un altro per aver messo freno al comunismo nel mondo. Chi l’avrebbe mai detto che alcuni dei membri più famosi del gabinetto di Truman sarebbero stati il segretario di Stato Marshall e il segretario di Stato Acheson e nessuno dei membri del suo gabinetto degli Affari interni? Chi l’avrebbe mai detto che l’amministrazione Truman avrebbe finito coll’impegnare 300 mila truppe in Europa e 50 mila in Giappone, che ci saremmo imbarcati in una guerra di terra in Corea, che saremmo intervenuti in Grecia e in Turchia, che avremmo preso parte al ponte aereo di Berlino? All’epoca, nel 1945-1946, era del tutto inconcepibile. Altrettanto inconcepibile sarebbe stato dire, nell’ottobre del 2000, che un anno più tardi le Forze Speciali degli Stati Uniti avrebbero combattuto in Afghanistan e che dopo altri due anni e mezzo avremmo avuto 250 mila truppe dispiegate in Iraq. Ma in tutt’e due i casi la storia ci ha presi di sorpresa e in ambedue i casi abbiamo avuto dei presidenti i quali hanno reagito in modo ammirevole visto che sono stati presi alla sprovvista da queste nuove sfide. George Bush era, tra i nostri presidenti più recenti, quello con meno esperienza in tema di politica estera, proprio come Truman. Ma credo che in ambedue i casi, si siano mostrati all’altezza della situazione. Qualunque sia l’opinione in proposito, l’analogia con la guerra fredda è utile a ricordarci cosa significhi vivere all’inizio di una nuova era. Il caos prende sempre di sorpresa, specialmente in una democrazia nella quale le amministrazioni che devono reagire a queste nuove sfide si trovano spesso divise e confuse perché, essendo di fronte a un tempo nuovo, si trovano di fronte a una miriade di ricette diverse sul da farsi. Noi guardiamo indietro all’amministrazione Truman come a un momento esaltante di leadership per come la situazione fu gestita da Truman, Marshall e Acheson mentre sul momento apparve caotica, con profonde divisioni all’interno dell’amministrazione, con una moltitudine di ricette diverse su come gestire la Germania e su cosa fare dell’Europa occidentale e d’Israele. Per esempio, il segretario di Stato Marshall era contrario al riconoscimento di Israele nel 1947. Il segretario del Tesoro Morgenthau voleva relegare la Germania all’agricoltura, privandola di qualsiasi attività industriale. Pensate un po’ a quanto potrebbe essere stata diversa la destinazione d’uso. Il Dipartimento di Stato e il Dipartimento della Difesa (che allora si chiamava il Dipartimento di guerra) si odiavano reciprocamente e alcune di queste divisioni permangono ancora oggi. Ho parlato di questa analogia con il segretario di Stato Powell ricordandogli che all’epoca, Truman ebbe tre segretari della Difesa nell’arco di due anni (quando il segretario della Guerra poi divenne il segretario della Difesa). Uno di questi disgraziatamente impazzì e dovette essere ricoverato in un ospedale psichiatrico. Il segretario di Stato successivo, James Forrestal, si suicidò e un terzo dovette sostituirlo. A dire il vero, il segretario di Stato Powell si è leggermente risollevato ad ascoltare i miei racconti sulle disgrazie dei suoi predecessori. Sono sicuro che non si augura che capiti lo stesso al segretario della Difesa Rumsfeld.
Vorrei fare un’ultima riflessione su ciò che significa vivere in una nuova era. A osservatori esterni come me, l’amministrazione Bush appare deludente per quanto è divisa e a volte lenta a reagire, e frustrante per quanto è testarda in altri aspetti, attenendosi a vecchie politiche che dovrebbero ormai essere fuori gioco in questa nuova era. Ma ciò è quanto normalmente succede in una democrazia in un momento come questo. In una nuova era, le cose cambiano in una direzione che non ci saremmo aspettati e lo stesso vale per i rapporti che vengono condizionati o influenzati dai nuovi sviluppi. Il 12 settembre, come era prevedibile, l’Europa e l’America erano più vicine che mai. Per esempio, in Europa si sono avute ampie dimostrazioni di solidarietà con l’America. Invece ora i rapporti tra Stati Uniti ed Europa sono più dubbiosi e, guardandoci indietro, possiamo dire che questi contrasti bollono in pentola da sempre, sono sempre stati lì in agguato anche se la guerra fredda era riuscita a camuffarli. Stavano sempre sul punto di emergere ma ciò che poi li ha portati in superfice è stato in effetti qualcosa di totalmente estraneo alle relazioni Europa-Stati Uniti. È stato l’attacco terroristico contro l’America. E questo è ciò che avviene in una nuova era: gli eventi precipitano, gli effetti e le conseguenze poi rimbalzano, per così dire, tra l’uno e l’altro come un proiettile impazzito e ci si ritrova d’un tratto in un mondo completamente diverso da quello che ci si sarebbe aspettati pochi anni prima. Ciò è vero anche all’interno dell’Europa. Uno degli effetti indiretti dell’11 settembre è che abbiamo deciso di dichiare guerra all’Iraq, interpretando la guerra al terrore in un certo modo. Abbiamo deciso che dovevamo rivolgerci all’Onu, che dovevamo delegare Tony Blair a gestire il gioco all’interno dell’Europa. Osservando la situazione dal di fuori, mi sembra che la questione delle relazioni intra-europee sia quella su cui poggia il futuro dell’Europa e che oggi il progetto-Europa sia molto più ipotetico di quanto non pensassimo tre o quattro anni fa. Viviamo un momento estrememante fluido e indeterminato. Esiste una vasta gamma di possibili esiti e questo è ciò che capita sempre quando si entra in un nuovo momento politico.
Altro punto: Bush. Ogniqualvolta ci si trova in un nuovo momento, dal punto di vista politico ma generalmente anche nella vita, in un momento di riflusso, di contingenza storica se si vuole, allora le decisioni specifiche prese da un leader particolare acquisiscono una grande importanza. Il più delle volte i leader politici, come quelli economici, accademici e di qualsiasi altro tipo, per condurre una politica saldamente fondata devono fare qualche correzione di rotta a destra o a sinistra tanto che, se ci si guarda indietro dopo cinque anni, non fa grande differenza chi di fatto detenesse il potere. In tempi di incertezza, di contingenze particolari, di nuove sfide, quando la gamma di soluzioni possibili diventa più grande e la situazione si fa più fluida e più malleabile, allora la leadership e le decisioni dei leader incidono molto profondamente. Il presidente ha fatto delle scelte di importanza fondamentale nelle settimane che hanno seguito l’11 settembre. Ha deciso di interpretare la guerra al terrore non soltanto come una guerra contro il particolare gruppo terroristico che sferrò l’attacco l’11 settembre, né contro un gruppo di terroristi in particolare, né contro una particolare nazione che lo appoggiava ma piuttosto contro tutti i gruppi terroristici e contro tutte le nazioni che finanziano i terroristi e danno loro rifugio. Questo è stato il tema principale del discorso fatto davanti al Congresso il 20 settembre. È stata una decisione estremamente importante, una decisione - e lo dico a beneficio di tutti quelli che in Europa lo hanno dimenticato - che è stata avallata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. A dire il vero, a me non importa molto delle risoluzioni adottate dalle Nazioni Unite e dal Consiglio di sicurezza ma visto che agli altri sembra importare molto, vedendole come una fonte di grande legittimità e potere morale, mi limito a ricordare che la risoluzione n° 1373 del Consiglio di sicurezza, adottata il 28 settembre 2001, stabilisce che tutti gli Stati debbano astenersi dal fornire qualsiasi forma di sostegno, attivo o passivo, a entità o a persone coinvolte in attività terroristiche, che tutti gli Stati debbano intraprendere i passi necessari a prevenire qualsiasi atto terroristico e a negare un rifugio sicuro a chiunque programmi, finanzi, appoggi o commetta atti terroristici. È dunque a verbale che l’Onu ha adottato una politica o un principio politico che di fatto è altrettanto, se non più, aggressivo di qualsiasi cosa che abbia proposto Bush rispetto a Stati - che potrebbero teoricamente includere l’Iran, la Siria e molti altri ancora come l’Arabia Saudita - che ospitano o che finanziano atti terroristici, seppure indirettamente e passivamente. Per cui non si tratta di una decisione autonoma dell’amministrazione Bush.
Ma Bush si è spinto ancora oltre e, nell’arco dei mesi successivi, ha sviluppato la dottrina che poi ha articolato nel suo complesso nel famoso discorso sullo Stato dell’Unione, ovvero che dobbiamo affrontare non solo gruppi terroristici o nazioni che finanziano o ospitano gruppi terroristici ma anche i dittatori che sviluppano armi di distruzione di massa, specialmente se sono alleati e agiscono in accordo con gruppi di terroristi. Credo che questa sia stata una conclusione logica da parte del presidente perché se pensiamo al nuovo ordine mondiale, ciò che spaventa non è soltanto il terrorismo e il terrorismo di Stato, ma è il terrorismo finanziato da uno Stato abbinato al suo possibile uso di armi di distruzione di massa. Questa situazione ha portato alla redazione del famoso «Documento sulla sicurezza strategica degli Stati Uniti» del settembre 2002 nel quale si delinea questa nuova strategia e che incorpora dei passaggi molto discussi, come la «dottrina della guerra preventiva» che, a mio parere, viene definita in termini un po’ eccessivi. Sono convinto che non verrà poi molto utilizzata. Credo piuttosto che l’amministrazione l’abbia intesa come una guerra difensiva anche se l’ha usata per comunicare l’idea che ci troviamo di fronte a un mondo nuovo. Forse è stato un leggero errore enfatizzare la novità di questa dottrina, sebbene ciò sia stato fatto per suonare l’allarme e risvegliare le coscienze della gente. Inoltre, l’amministrazione ha specificato che non si può più fare affidamento su deterrenti e che, d’ora in avanti, bisognerà anche far leva sulla prevenzione. La prevenzione è il modo di gestire un dittatore legato a gruppi terroristici e in procinto di sviluppare armi di distruzione di massa. A dire il vero, la prevenzione è sempre stata una possibile scelta ma la sua connotazione di terrore ha fatto sì che non fosse mai interamente utilizzata nella politica estera americana durante la guerra fredda. Il rafforzamento del sistema difensivo predisposto da Reagan, il suo appoggio ai Paesi centro-americani, ai dissidenti qui in Europa e in Europa dell’Est e l’incoraggiamento dato a tali dissidenti non era richiesto dalla dottrina del contenimento e dei deterrenti. E di fatto tale impostazione fu contestata dai sostenitori del contenimento e dei deterrenti di vecchio stampo. Il rafforzamento del sistema difensivo di Reagan non era inteso a scoraggiare l’Unione Sovietica dall’attaccarci. Era invece mirato a farla crollare. Inoltre, la sua richiesta di solidarietà era mirata a minare il controllo sovietico in Europa centrale e dell’Est e nella stessa Unione Sovietica e di fatto è riuscito nel suo intento. Questo fa della dottrina di Bush una novità che non è poi così nuova come tutti pensano. Si è detto che si tratta in effetti di una dottrina persino tradizionale. Il che non significa gettare al vento il contenimento e i deterrenti poiché ne facciamo ancora largo uso nel mondo e anche questa tendenza è destinata a continuare.
Ciò che mi colpisce di più nella dottrina di Bush, l’aspetto che mi sembra maggiormente interessante, non è certo quello della prevenzione, ora al centro dell’attenzione generale. È piuttosto l’importanza data all’articolazione di un cambiamento di regime. È un paradosso politico che proprio Bush, il quale certo non parla molte lingue straniere a parte un po’ di spagnolo e non mi pare si possa definire un gran fanatico del francese, abbia introdotto la parola «regime», di origine francese, nel linguaggio politico americano e abbia posto il cambiamento di regime al centro della politica estera americana. Oserei dire che la dottrina bushiana del cambiamento di regime in realtà riflette una comprensione approfondita e corretta su cosa va fatto per rendere il mondo un posto più sicuro. Non significa un cambiamento di regime militare ma piuttosto un pacifico impegno diplomatico atto a produrre un cambiamento di regime ed è una dottrina che respinge il determinismo o fatalismo economico, storico o culturale solo in considerazione del fatto che alcuni Paesi sono musulmani o arabi o perché sono poveri o privi di una certa storia per cui non sono in grado di avere regimi migliori. Da una parte rifiuta questo tipo di determinismo, ma rifiuta anche un miope e utopistico progressismo e l’ottica che siamo arrivati alla fine della storia, che tutto procede forzosamente in un’unica direzione, che l’unica cosa da fare è restare seduti e lasciare che la Storia con la «s» maiuscola segua il proprio corso e che tutto finirà bene. Interpretata nel modo migliore, la dottrina del cambiamento di regime si basa sulla consapevolezza che abbiamo l’opportunità di modellare la storia e che la gente può formulare un proprio modello di vita attraverso la politica e attraverso i regimi che essi stessi formano e appoggiano. E possono di quando in quando rivolgersi a noi affinché li aiutiamo a istituire regimi migliori. Ma questo non avviene automaticamente poiché richiede un’azione politica, una scelta politica e una volontà politica. Ciò non implica che possa essere fatto militarmente e immediatamente, non è un’utopia, non implica che sia un compito facile ma credo che alla fine sia la strada giusta verso un mondo più pacifico. Così è stato durante la guerra fredda: alla fine dei conti, non furono i trattati sul controllo degli armamenti ma la sconfitta del comunismo a condurre a un cambiamento di regime nell’Unione Sovietica che rese il mondo un posto più sicuro e lo stesso alla fine varrà anche per il modo in cui gestiremo le nuove minacce che ci troviamo di fronte.
Ovviamente, il posto dove si sente di più la necessità di cambiare regime è il Medio Oriente. Si tratta del posto più pericoloso al mondo, il cuore e la patria del terrore, degli estremismi, dell’anti-americanismo, del terrorismo che abbiamo visto delinearsi così chiaramente l’11 settembre. A ben guardare, si vede che Bush ha gradualmente iniziato ad articolare la sua nuova posizione rispetto al Medio Oriente nel suo discorso del 24 giugno 2002 sul conflitto arabo-israeliano e la questione israelo-palestinese. Poi, più recentemente, ha ripreso il tema nel suo discorso del 6 novembre scorso sulla democrazia in Medio Oriente e sulla democrazia nell’islam - di sicuro un eccellente discorso e anche piuttosto moderato. La gente lo ha definito ironicamente «il vangelo secondo George Bush» ma, se si analizza questo discorso, si percepisce che è estremamente cauto e gli accenni alla religione che contiene sono per lo più a favore della libertà di religione e della possibilità che l’islam sia una religione amica e compatibile con la libertà e la democrazia, ovverosia all’opposto di un trionfalismo religioso o cristiano. In questi discorsi, Bush articola il concetto secondo il quale abbiamo bisogno di trasformare il Medio Oriente, il che viene aspramente criticato in Europa in quanto utopistico. Credo che la verità sta nel fatto che non esiste altra alternativa. Bush è convinto che non ci sia altra alternativa se non trasformare il Medio Oriente. L’unica alternativa possibile è dire che tutto va bene così e che le cose possono pure continuare ad andare come vanno, accettando tutto ciò che ha portato all’11 settembre, anche il rafforzamento delle dittature che hanno a loro volta fomentato l’estremismo, il radicalismo e il terrorismo. Se i dittatori spesso commettono distruzioni di massa, non c’è niente che noi possiamo fare. Se il Medio Oriente è com’è, dobbiamo conviverci. Ma Bush non lo accetta. Sono convinto che neanche gli americani lo accettano. Credo che gli americani hanno ragione a dire che questo non è il Ventunesimo secolo nel quale siamo disposti a vivere. E se non lo è, bisogna prendere sul serio la possibilità di cambiare quella parte del mondo. Non è una cosa facile da fare. Non vuol dire che si possa fare da un giorno all’altro, che non si dovranno subire arretramenti, ma credo che questo sia il nocciolo del giudizio di Bush dopo l’11 settembre che ha portato alla guerra contro Saddam per privarlo del potere. Almeno in gran parte abbiamo vinto questa guerra e sono anche convinto che vinceremo ciò che ne rimane. Ovviamente abbiamo soprattutto conquistato una vittoria militare ma non ci poteva essere democrazia senza prima acquisire una vittoria militare. Avrei voluto vedere una maggiore enfasi sulla conquista di una vittoria militare subito dopo i principali combattimenti ma le nazioni tendono a sbagliare. Mi sarebbe piaciuto vedere un maggiore spiegamento di truppe in loco ma nessuno di noi era convinto che ci saremo trattenuti a lungo.
Ultimo punto. Le implicazioni per l’Europa. Ovviamente dobbiamo parlare delle relazioni tra l’America e l’Europa. La gente ha tutti i diritti di criticare l’amministrazione Bush, anch’io lo faccio. La mia critica principale all’amministrazione Bush è che non ha fatto abbastanza per adottare e mettere in pratica questa nuova dottrina. È stata troppo cauta nell’affrontare questo nuovo mondo; troppo cauta nel rafforzare le nostre capacità di difesa e di intelligence nella misura dovuta; troppo cauta nel trattare nazioni o regimi come quello dell’Arabia Saudita. Normalmente la critica che muovono gli europei è che Bush è stato eccessivamente audace, eccessivamente militarista, eccessivamente moralista. Io non condivido questa critica ma vorrei solo dirvi che comunque la pensiate su Bush o sulla sua amministrazione, bisogna riconoscere che almeno hanno tentato di cimentarsi con questo nuovo mondo. Bush ha cercato di prendere le minacce sul serio e ha mostrato di avere un’idea su come gestirle. Per quanto mi riguarda, non credo sia accettabile dire che il presidente si è sbagliato e che speriamo che tutto vada per il meglio in futuro. Né è accettabile semplicemente citare slogan sul multilateralismo o sui negoziati di pace facendo finta che questa sia davvero la soluzione al problema. Come americano, ciò che ci colpisce di più nelle critiche degli europei è sentire che la vita va bene così. Certo, alcune delle critiche sono vere: quella di Bush non è un’amministrazione perfetta, ha fatto parecchi errori sia diplomatici che di altro tipo. Ma non ha mai avuto una vera alternativa. Non esistono tentativi seri di risolvere il problema lasciando che il mondo sia quello che è. E non possiamo permetterci di avere un mondo in cui i terroristi fioriscono così come gli Stati che sovvenzionano il terrorismo e in cui dittatori sviluppano armi di distruzione di massa e, per tutta risposta, altri Stati ancora sviluppano anch’essi altre armi di distruzione di massa. A questo punto diventerebbe difficile evitare una nuova corsa agli armamenti nucleari tra il Giappone, la Corea, la Cina e forse anche Taiwan, oltre all’India e al Pakistan. E poi anche in Medio Oriente si potrebbe assistere a una corsa agli armanenti nucleari tra l’Iran, la Turchia, l’Egitto e Israele. E questo vi pare un mondo vivibile? Forse non è il mondo in cui potremo vivere ma è sicuramente il mondo che potremo avere. L’alternativa rimane quella di stare a guardare. Ed è proprio questo che voglio comunicare agli europei: questo è il futuro che ci potremo trovare di fronte fra dieci anni. E forse dobbiamo prendere sul serio il fatto di come vogliamo gestire questo futuro. Siamo tutti solidali con le vittime del terrorismo, che siano americane, italiane, irachene o israeliane, cristiane o musulmane o ebree. Ma in fin dei conti, anche combattere il terrorismo è una forma di solidarietà.
(Traduzione dall’inglese di Valeria Beltrani)
(Testo raccolto da Francesca Pierantozzi)