
Con Norberto Bobbio scompare uno dei pochi maître-à-penser dell’Italia contemporanea, un punto di riferimento costante per l’azione politica nella prima Repubblica. A lungo egli costituì un autorevole stimolo al rinnovamento sia in campo culturale che politico, poi, dopo l’89, i cui eventi pure suonavano conferma di molte sue tesi, sembrò smarrire il filo fino a essere indotto a tradurre il suo congenito pessimismo in timore e fastidio per il nuovo. Un percorso intellettuale che si può e si deve discutere ma comunque rilevante e intenso che, nelle pagine che seguono, cerchiamo di ricostruire attraverso una sorta di dizionario della sua opera che, ovviamente, risponde soltanto al nostro giudizio sulle sue idee.
A come azionismo. La scelta culturale e politica di Bobbio. Il Partito d’Azione è stato sempre come un fiume carsico. Mazziniano all’inizio, risorse poi come rassemblement degli «impazienti» contro la condotta moderata della Destra storica a conclusione del Risorgimento. Rientrato in sonno tornò in auge nella Resistenza, richiamandosi a Piero Gobetti e a ideali liberalsocialisti, sempre con caratteri intransigenti, modernizzanti, rigorosamente laicisti e antifascisti. Un movimento prevalentemente intellettuale, fatto di «generali senza esercito», si disse anche. Questo portò alla cocente sconfitta elettorale del ’46 e al nuovo scioglimento del partito: chi confluì nel Partito socialista, chi in quello repubblicano chi, come Bobbio, preferì una militanza in campo culturale, animando appunto una «cultura militante». Un movimento per vocazione minoritario e perciò inclinante, anche per le radici prevalentemente illuministe e positiviste, a un modernismo dal sapore vagamente razionalista, avanguardistico e giacobino e insieme a una severità per una Italia considerata sempre arretrata, per un popolo italiano sempre reformandum e sempre irrimediabilmente controriformista. Un movimento che, cessata ogni possibile presenza politica, ha esercitato una potente influenza culturale. E Bobbio è stato senz’altro, negli scorsi decenni, il suo rappresentante più illustre. Sul piano culturale la direttrice è stata quella, fronte a destra, di dissociare cattolici (fonte di ogni oscurantismo) e laici liberali, fronte a sinistra, indurre una revisione nel movimento comunista che portasse a un approdo socialdemocratico di stampo positivista. Sul piano politico, le polemiche contro i ritardi dei partiti di massa e contro le due Chiese hanno sempre portato Bobbio e tutti coloro che sono stati a lui affini, non già a una posizione antipartitocratica o fautrice di una nuova Repubblica (ché anzi vi è stata quasi una sacralizzazione della repubblica fondata sulla Resistenza) quanto all’idea di una rivincita terzaforzista contro i vincitori del ’46-’48: la Dc e il Pci.
B come bipolarismo. L’avvento della seconda Repubblica e del sistema politico bipolare ha spiazzato Bobbio. Nei suoi editoriali sulla Stampa dei primi anni Novanta egli batteva e ribatteva il tasto dei pericoli plebiscitari che a suo avviso correva la nostra democrazia e lasciava così trasparire una visione élitaria del potere. Infine, la sua visione pessimistica e minoritaria lo teneva stretto a una concezione pedagogica e dirigista della politica, e quindi a una maggior confidenza col piccolo mondo antico della democrazia dei partiti oltre la quale egli non scorgeva una democrazia dei cittadini ma il fantasma del governo della plebe, l’oclocrazia plebiscitaria. E questo a seguito, anche, di un ulteriore fattore schiettamente culturale. Il suo punto di vista era rigorosamente antifascista ma non compiutamente antitotalitario (vedi dopo). Lo schema principale era per lui quello progresso-reazione. Nella destra culturale (e politica) egli vedeva il germe dell’irrazionalismo e l’anticamera del fascismo e non un polo della dialettica bipolare. Faceva fatica a concepire un mondo in cui destra e sinistra fossero ugualmente legittimate nelle loro espressioni concrete (a cominciare dal terreno culturale) e nel quale a esser bandite fossero solo le forme militarizzate ed estreme dell’uno e dell’altro campo, il mondo nuovo nel quale ci troviamo a vivere.
C come Croce. Il filosofo napoletano è stato il massimo bersaglio polemico, sul piano filosofico, di Bobbio, che lo considerò sempre estraneo al pensiero liberale. Positivismo contro idealismo, illuminismo contro storicismo, modernità contro oscurantismo, progressismo contro spirito «conservatore» e «antidemocratico». Così, non certo senza unilateralità, ha sempre visto le cose Bobbio, creando un solco profondo dentro la stessa cultura liberale giacché, appunto, egli considerava i liberali non progressisti e non positivisti come dei moderati, i moderati come dei conservatori, i conservatori come degli oscurantisti inevitabilmente inclini all’irrazionalismo sul piano culturale e al filofascismo su quello politico. (Si veda in proposito, di esemplare chiarezza in tal senso, il capitolo interamente dedicato al Croce sul Profilo e si veda anche una delle ultime interviste di Bobbio, pubblicata su Repubblica nel gennaio 2001 e intitolata: «La mia battaglia per i Lumi»).
D come Del Noce. Le posizioni di Del Noce e Bobbio furono sideralmente lontane. Forse per questo tra i due vi fu per lo più reciproco rispetto. Critico dell’ideologia antifascista il primo, nume tutelare il secondo. Questi vedeva nella sconfitta del Partito d’Azione la fine del sogno di un novus ordo politico e il «rinsaldarsi della catena spezzata tra vecchio e nuovo», Del Noce vedeva nel successo culturale dell’azionismo la conferma che l’antifascismo veniva vissuto come novus ordo, come rovinosa rottura tra passato e presente. Bobbio sottovalutava il ruolo dei cattolici nell’Italia democratica e tra di essi salvava Balbo e soprattutto Dossetti in quanto facevano «cominciare una nuova storia con l’antifascismo». L’altro diffidava di quegli stessi intellettuali cattolici per i medesimi motivi e si batteva per una presenza culturale cattolica fondata sul recupero della trascendenza. Bobbio era critico non solo del nazionalismo ma del patriottismo, l’altro ostile alla «boria antipatriottica» dei neoilluministi. E si potrebbe continuare per pagine. Il centro motore di una polemica culturale che investiva la lettura dell’intera storia politica e filosofica italiana ed europea è probabilmente da rintracciarsi in quanto segue. Per Del Noce l’errore del neoilluminismo, «filosofia mondiale», aveva origine nella riduzione della filosofia a prassi. Tale passaggio, che implicava evidentemente un’accettazione del principio fondamentale di Marx, aveva una serie di conseguenze: la secolarizzazione e l’immanentismo in primo luogo. E poi la rottura col passato religioso e con le tradizioni equiparate a superstizioni, il primato morale del futuro sul passato, il «nuovo» come criterio di misura, sino alla sostituzione della distinzione tra bene e male con quella tra moderno e antiquato, progressista e reazionario. Ancora. Tale visione portava (vedi Gobetti) a concepire la libertà non come mezzo per il raggiungimento della verità ma come fine coincidente con la verità, quindi a una visione della storia come processo di estensione indefinita della libertà ed espunzione di ogni concetto di verità visto come residuo mitico, sino a un sostanziale nichilismo. Sul piano storico-politico questo portava all’inclusione della cultura nella politica, all’antifascismo non inteso come antitotalitarismo ma come anticonservatorismo filocomunista, poiché il comunismo andava considerata una filosofia del progresso, una filosofia del primato del futuro sul passato. E portava all’idea del fascismo come errore contro la cultura e non della cultura, ciò che avrebbe messo in questione l’innocenza e la sacralità delle idee, dei Lumi. Ebbene, Bobbio si riconosceva neoilluminista, condivideva il passaggio dalla teoria alla prassi, era favorevole a secolarizzazione e immanentismo. Leggeva la storia sulla base dello spartiacque oscurantismo-rischiaramento, religione-ragione, progresso-reazione. Vedeva la libertà sia come mezzo che come fine, ponendo un freno all’estremismo del suo maestro Gobetti. Questo gli consentì un filocomunismo più e anzi rigorosamente critico ma non gli impedì la riduzione della verità a libertà e quindi la riduzione della democrazia e della politica stessa a estensione di diritti e libertà. Sul piano storico-politico egli fu favorevole all’inclusione della cultura nella politica, favorevole ai Balbo e ai Vittorini seppur mantenendo una distinzione teorica e pratica dall’idea gramsciana di «intellettuale organico». Fu antifascista ma filocomunista e dunque non antitotalitario. Giunse a vedere cultura anche nel fascismo concludendo, però, che nel ’22 le idee avevano vinto, perché reazionarie, nel ’46 avevano perso, perché progressive, confermando la sua distanza dal popolo. Infine, per Del Noce il confronto con marxismo e comunismo era sulla verità e la sua intenzione era quello di giungere alla «conversione» dei credenti in quelle dottrine. Per Bobbio il confronto coi comunisti doveva portare alla cauterizzazione dei loro sogni, all’espunzione della verità in nome della libertà. Questo spiega perché Del Noce sia stato interlocutore più importante dei comunisti italiani nella loro stagione ideologicamente forte, mentre Bobbio lo sia diventato al loro tramonto, allorché essi hanno «ridotto» il socialismo a infinità democratica. Del Noce avrebbe detto a libertarismo, permissivismo, quindi a nichilismo. In effetti la cultura di Bobbio è stata vincente nel produrre l’eutanasia dei comunisti italiani e il loro divenire «democratici di sinistra». Ma Del Noce ha avuto ragione a preconizzare un esito algidamente tecnocratico e disordinatamente libertario della decomposizione comunista.
E come empirismo. Di Salvemini Bobbio scriveva: «Divideva i filosofi in due schiere: le aquile della teologia idealistica e i passerotti dell’empirismo. Si metteva volentieri tra questi ultimi». Anche Bobbio si è messo volentieri tra questi ultimi, come consegue anche dalla guerra con Croce di cui prima si è detto. L’empirismo ha rafforzato il suo proclamato pessimismo, dunque ha confortato uno spirito critico e lo ha spinto ad approfondire sempre il discorso sui mezzi tecnici che consentono la libertà. In quest’area vi è da cogliere molto di buono nelle tante pagine bobbiane. Egli è stato, tuttavia, un empirista pratico, non di principio. Vi è da dubitare che si sia mai soffermato, come, poniamo, Lucio Colletti, sulle pagine di Berkeley e di Hume. E questo per un motivo molto chiaro. La sua vera frontiera ideale era quella tra razionalismo e idealismo, tra filosofia anglofrancese (ma soprattutto francese) e italotedesca. Mai egli ha pensato che lo spartiacque fosse tra francesi e inglesi, tra Glorious revolution e Bastiglia.
F come fascismo. Bobbio è stato un antifascista tutto di un pezzo. Tuttavia, in anni recenti, emerse il fatto che non solo la sua famiglia era stata fascista ma che egli stesso aveva chiesto favori al Duce. «Mi-ver-go-gno», disse Bobbio al Foglio. Ma di che cosa? Bobbio si vergognava del suo tiepido atteggiamento giovanile. Forse invece avrebbe dovuto vergognarsi della sua intransigenza matura, a babbo morto. Voglio dire. È più riprovevole la scarsa graniticità di Bobbio (e di tanti altri come lui) contro il fascismo trionfante o la loro rigidità posteriore contro chi si era macchiato e non aveva nascosto quella «infamia»? La questione ha una rilevanza morale. Cos’è peggio: avere una debolezza verso un regime forte o nasconderla successivamente alterando la memoria delle generazioni? Ma ha una forte rilevanza storico-politica. Tutti sanno che la stragrande maggioranza degli intellettuali italiani è stata simpatizzante, amica, collaborante non ostile al regime fascista. Perché allora nasconderlo? Per resecare il fascismo dal patrimonio di memoria nazionale. Operazione, come si capisce, falsa. E prima ancora per non ammettere che il fascismo è stato un errore della cultura e non contro la cultura (vedi sopra), quindi che la cultura non è sempre innocente e può sbagliare, quindi che il primato dei Lumi e l’irreversibilità del progresso non è un dogma (vedi sopra), quindi che forse la Rivoluzione francese è stata un dramma e non una epifania e che lo stesso vale per quella di Mosca, rivoluzione diabolicamente innocente (vedi sopra). Ma tutto ciò, questo è il più importante, nasce dallo spirito di Norimberga, nasce dallo scambiare un errore per un crimine. L’ammissione del primo illumina. La denuncia del secondo ci acceca e ci riduce a questurini e delatori persino di noi stessi. Pensiamoci tutti.
G come Gobetti. Scrive di lui Bobbio: «Un solo mese dopo la marcia su Roma, scrisse L’Elogio della ghigliottina (“E bisogna sperare che i tiranni sieno tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo”)». Critico del fascismo considerato «autobiografia degli italiani», del Risorgimento «rivoluzione fallita», del giolittismo «corruttore», dei liberali storici, «vecchi», dei popolari «privi di una dottrina originale», dei socialisti «per la loro impotenza rivoluzionaria», per i repubblicani, «devoti a un Mazzini diventato sempre più inattuale», persino di Murri, «profeta fallito, cervello dipendente, in cui l’eredità del prete s’accoppia con la pigrizia intellettuale dell’attualismo dogmatico», sognò una rivoluzione operaia e dei soviet non collettivista ma liberale. Spirito giacobino e intransigente assai più che liberale, insomma, pure fu punto di riferimento di Bobbio e di tanti altri liberali italiani della seconda metà del secolo scorso. Per il resto si veda al punto D.
H come Hitler. Incarnazione del Male assoluto. In una delle sue ultime interviste, Bobbio, dopo avere a lungo contestato ogni possibile comparabilità tra nazionalsocialismo e bolscevismo, ha mutato parere. Quella coi comunisti è stata un’«alleanza di guerra», l’idea di una contiguità tra democrazia e comunismo, tra illuminismo e marxismo «è stata coltivata dai comunisti per autogiustificarsi, è stato un tentativo di autolegittimazione dei comunisti. Noi che abbiamo combattuto il nazismo alleati dei comunisti abbiamo sempre cercato di legittimare e giustificare in qualche modo i comunisti. Era comprensibile che cercassimo di rappresentarlo come un fenomeno progressivo. Ci sforzavamo di vederne gli aspetti progressivi che dopo la caduta del comunismo non vediamo più». Parole che fanno onore al maestro dell’antifascismo italiano. E però a una domanda non si scappa. La guerra è finita nel ’45 e il comunismo nell’89. Se quella antifascista era una alleanza di guerra come mai l’unità antifascista come valore è proseguita per oltre mezzo secolo? Perché la concordia discors ideologica è proseguita attraverso la guerra fredda, ben oltre la comune sconfitta del nemico? Perché si è attesa la caduta del Muro?
I come illuminismo. Illuminista più che liberale, democratico più che liberale, giacobino più che liberale è stato Bobbio. Per sua stessa ammissione.
L come libertà. Appunto. Per anni Bobbio ha dialogato coi comunisti e in genere con la sinistra sul tema della libertà. Senza accondiscendenze e spingendoli sulla via del revisionismo teorico. Notevole fu il confronto degli anni Cinquanta con Galvano della Volpe, marxista e comunista, bensì, e tuttavia illuminista e scientista e perciò alleato di Bobbio contro l’idealismo e il crocianesimo prevalente anche nel Pci. Allora come sempre Bobbio richiamò il principio di ogni autentico liberalismo, che è quello di far capo sulla libertas minor, la difesa cioè dello spazio di sovranità individuale contro ogni invadenza dello Stato e quindi anche contro ogni riduzione della libertà individuale a quella collettiva. Constant contro Rousseau, insomma, la libertà dei moderni oltre quella degli antichi. Bobbio non ha però mai coltivato a sufficienza un’altra idea su cui poggia quella dei limiti dello Stato. L’idea dei limiti dell’individuo. Proprio perché l’individuo è portato all’errore e alla sopraffazione va limitato a maggior ragione, e per la stessa ragione direbbe Newman va limitato lo Stato, alla stregua di un super-individuo. Curiosamente, Bobbio apparentava Sant’Agostino e Rousseau che sono invece per questo rispetto agli antipodi. Su questa base naturalmente non si poteva vedere che il liberalismo aveva bisogno di un riferimento alla verità per non inclinare al nichilismo e soggiacere a opposti miti totalitari. Che la democrazia non può essere concepita come estensione indefinita della libertà e basta senza estenuarsi. Infine Bobbio non coglieva la verità interna a della Volpe in quel dialogo e perciò egli più che maieuta ha finito con l’essere notaio testamentario del comunismo. E il Pci è diventato bobbiano solo alla fine della sua storia. Per consunzione, non per convinzione o per conversione.
M come Mondoperaio. È la rivista su cui trovò compimento, nella seconda metà degli anni Settanta, il dialogo critico con i comunisti, avviato da Bobbio su Nuovi Argomenti negli anni Cinquanta. Al centro questa volta fu il tema dello Stato e dei poteri, fu messa sotto accusa da Bobbio l’idea gramsciana dell’egemonia e quella correlata del partito come moderno principe e incunabolo, a tutti gli effetti, del totalitarismo: teoria dunque incompatibile col pluralismo. Vale la pena soffermarsi su un aspetto di quella polemica: allora meno approfondito ma oggi forse più attuale. Il tema dell’egemonia non investiva solo i rapporti tra partiti e tra politica e Stato ma anche, e forse innanzitutto, chiarì Bobbio, quello tra politica e società civile. Ma dunque anche il piano economico, il che vuol dire: può esserci pluralismo civile e politico senza pluralismo economico e dunque mercato? Il che a sua volta vuol dire: il mercato è un nemico tendenziale della democrazia come alcuni ancora si ostinano a pensare o ne è il più tenace paladino? Una disputa allora agli inizi, a sinistra, e oggi non ancora conclusa.
N come Noventa. Il filosofo poco noto ma importantissimo, torinese anch’egli, buon conoscitore di Bobbio, il quale elaborò la critica al neoilluminismo esplicitamente ripresa da Del Noce (vedi alla lettera D).
O come oscurantismo. L’oscurantismo per Bobbio erano «le filosofie tradizionali di ispirazione religiosa, il dogmatismo, in generale la cultura dei secoli che gli Illuministi chiamavano il regno delle tenebre». Era oscurantista, tra gli altri, e solo per fare un esempio, gente come San Tommaso. E infatti, dice ancora Bobbio: «Certamente quelli come me che si sono considerati neoilluministi facevano riferimento a un ideale di rischiaramento, in una situazione che vedeva prevalere da un lato la filosofia romantica, idealistica di Croce e Gentile e dall’altro filosofie di ispirazione religiosa come il neotomismo dell’Università cattolica del Sacro Cuore. Le consideravamo entrambe filosofie regressive anche perché avevano in qualche modo accompagnato il fascismo». Ecco esemplificato il nobile manicheismo di Bobbio e l’appiattimento anche contro volontà di cultura e politica. Atteggiamenti comprensibili ma da superare.
P come positivismo. Il corno opposto all’oscurantismo. Ha scritto Bobbio: «Come filosofia della storia, il positivismo, da Comte a Spencer, scoprì che il progresso verso il meglio cui sarebbe andata incontro l’umanità sarebbe consistito nel passaggio dalla società militare a quella industriale, da una società di ceti controllata da sacerdoti a una società di libere classi in lotta tra loro, regolata dal sapere scientifico. In un Paese economicamente arretrato come l’Italia il positivismo era destinato ad arrivare in ritardo e, una volta trapiantato, a condurvi vita stentata». Vi è qui un po’ il succo del punto di vista di Bobbio. Vien però da chiedere: il ruolo progressivo dell’industria venne scoperto da Comte e Spencer o assai prima di loro da Smith e Hutcheson e ancor prima dalla scolastica spagnola? Questo per chiedere ancora? Non sarà che il positivismo ha solo dato una patina rigidamente ideologica e anticlericale a una cultura moderna che viceversa traeva origine da quella cristiana e avrebbe potuto giovarsi, per una sua più estesa diffusione, di un buon rapporto con essa? E non sarà che questo, all’epoca, nacque più da interessi di geopolitica che da altro? E non sarà, infine, che tale motivazione è stata decisiva anche in tempi più recenti e non sarà allora che questa è l’origine di quel minoritarismo egemonico che affiora nel testo di Bobbio e che ha caratterizzato l’establishment italiano in questo secondo dopoguerra? Una visione elitaria del potere intellettuale ed economico che ha i suoi prezzi ma anche i suoi profitti? Che produce frutti corposi (ad esempio, in campo economico Mediobanca) ma anche ne isterilisce altri (per restare allo stesso campo: l’industria a conduzione familiare)? Una filiera di interrogativi, come si vede, che porta dalla storia al presente.
Q come Quale socialismo? Il libro nel quale Bobbio condensò le sue riflessioni e il suo dialogo coi comunisti negli anni Settanta (vedi alla lettera M). A quel punto furono Craxi e Martelli a obiettargli: ma non sarà che il socialismo come prospettiva, come modello di società, come stella polare è un miraggio che confonde le idee anziché illuminarle?
R come revisionismo. Per quarant’anni, Bobbio è stato un revisionista rigoroso della cultura di sinistra, e in fondo la svolta del Pci dell’’89 è stata una sua vittoria culturale e non solo perché egli fu chiaro riferimento ideale di quell’operazione. Allo stesso tempo egli è via via diventato, specie dopo quella data, obiettivo critico del nuovo revisionismo storico e a sua volta è stato lui stesso polemico verso quella tendenza ideale. Questo perché, a causa del suo antifascismo nobilmente manicheo, egli non ha dato sbocco a una sua stessa affermazione: quella secondo cui se tutti i democratici erano antifascisti non tutti gli antifascisti erano democratici. Nonostante la consapevolezza interna a tale affermazione, mai, in fondo, anche se qualche accenno importante vi è stato, come si è detto, Bobbio è giunto a porre sullo stesso piano gli opposti totalitarismi del secolo, mentre si è attardato a sostenere la tesi che nel comunismo i mezzi erano cattivi ma i fini buoni senza vedere che la distinzione tra mezzi e fini era in quel caso improponibile e che anche ove lo fosse stata avrebbe dovuto aggiungere colpe al fenomeno comunista e non toglierle. Bobbio, insomma, non è giunto all’idea del nuovo mondo secondo cui le diverse culture e religioni hanno pari legittimità e che è la loro estremizzazione e soprattutto militarizzazione che va condannata, a destra e a sinistra, a Occidente e a Oriente. Ma questa, appunto, è un’altra storia.
S come Scalfari. Nel ’92 Scalfari ha dato voce non solo alle idee di Bobbio ma a quelle di Dossetti, di Lazzati, tutti nobili esponenti della nostra democrazia antifascista. I quali, però, in quella distretta, hanno pensato di dover difendere la mistica della prima Repubblica contro la corruzione dei partiti, scorgendo il gladium purificatore in Mani pulite. Hanno rifiutato di sentirsi corresponsabili, come classe dirigente, della classe dirigente repubblicana, e a quel punto, piuttosto che spendere autorevolmente la loro voce in nome di una seconda Repubblica non fondata sulla sentenza dei magistrati ma su un’autonoma riforma dei partiti stessi, hanno plaudito alla ghigliottina.
T come Tersite. O, per meglio dire tersitismo: l’accusa che Bobbio lanciò a liberal, nel ’96, per le sue critiche a Gobetti. Rispose Ferdinando Adornato (ripubblichiamo il tutto nelle pagine seguenti) richiamando non solo il punto di vista seccamente aristocratico di Omero nel mettere in cattiva luce il brutto e popolare Tersite ma anche quanto un tale modo di vedere sempre, dunque anche oggi, risultasse non solo ingiusto ma anche incapace di far scorgere l’andamento delle cose, dunque accecante. Che dire? Tersiteschi, nel senso di popolari, di espressione dal basso, erano stati infine i tanti antifascisti, gente comune, che aveva combattuto per la libertà e la democrazia contro gli eroici furori mitizzati dal fascismo. Le élites su quella base costituitesi, nel campo culturale, politico, economico hanno però via via assunto il punto di vista aristocratico. Quelle élites non meritavano il taglio della testa ma la critica sì. E invece il gobettismo, in nome di Omero, Achille e in genere in nome di una visione eroica e aristocratica, così paradossalmente simile a quella dei nemici fascisti di un tempo, ha oscillato tra il rifiuto di ogni critica e poi il ritirarsi amareggiato, non volendo assistere ma non volendo neanche contestare, anzi, il taglio della testa dei loro amici, dei massimi dirigenti della prima Repubblica. In nome della mistica della medesima. Opzioni poco liberali e poco riformiste.
U come utopia. Se si va alle origini prime delle convinzioni politiche, filosofiche, morali, Bobbio non inclinò mai all’utopia ma all’etica, alla fedeltà e coerenza coi principi etici. Quindi a un ancoraggio alla sfera della responsabilità e del principio di realtà non a quella opposta del sogno. Di questo bisogna continuare a dargli merito.
V come Vico. Altra bestia nera filosofica di Bobbio, da questi apparentato e non a torto per il suo storicismo a Croce (vedi alla lettera C). Recentemente Bobbio ebbe a polemizzare su Vico anche con il filosofo liberale Isaiah Berlin.
Z come Zacinto. Z come ultima lettera dell’alfabeto, epilogo, esito che lascia al silenzio della morte il compito di preparare il terreno a una memoria pacificata. Ma Z, anche come A Zacinto, la splendida poesia di Ugo Foscolo che a Bobbio dedichiamo in fine sperando non gli dispiaccia. Né più mai toccherò le sacre sponde/ ove il mio corpo fanciulletto giacque,/ Zacinto mia, che te specchi nell’onde/ del greco mar da cui vergine nacque/ Venere, e fea quelle isole feconde/ col suo primo sorriso, onde non tacque/ le tue limpide nubi e le tue fronde/ l’inclito verso di colui che l’acque/ cantò fatali, ed il diverso esiglio/ per cui bello di fama e di sventura/ baciò la sua petrosa Itaca Ulisse./ Tu non altro che il canto avrai del figlio,/ o materna mia terra; a noi prescrisse/ il fato illacrimata sepoltura.