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Capello, allenatore senza macchia né paura

LIBERAL BIMESTRALE
di Ferdinando Adornato
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27Quanto conta l’allenatore nel successo di una squadra? Secondo una corrente di pensiero, non ci sono dubbi: poco. Il calcio, infatti, non è una scienza esatta, gli schemi vanno bene a priori, poi il risultato di una partita è deciso dal colpo di genio del fantasista, da un cross sbagliato, da un ciuffo d’erba, dall’incertezza del portiere. La bellezza, filosofica ed estetica, del pallone è proprio questa: appartenere al destino, non alla ragione. Eppure, non tutti sono convinti. Un buon tecnico può incidere, eccome: nella preparazione tecnico-atletica, nella capacità di gestire gli umori dello spogliatoio, nell’abilità di effettuare i cambi in corsa. Un esempio lampante: Fabio Capello. L’attuale allenatore della Juventus è diventato un vincente per antonomasia, uno che riesce a conquistare scudetti e coppe in ogni luogo: Milan, Real Madrid e Roma. E i bianconeri stanno dando letteralmente spettacolo, con in aggiunta una buona dose di cinismo. 
Capello non è simpatico a troppi (a me sì, ma poco importa), parla poco, raramente accetta critiche, ma proprio per questo è uno che non veste maschere, che non si «vende» per un consenso in più. Pietro Anastasi mi disse: «Fabio, sin da giocatore, dimostrava qualità da manager. Durante i nostri viaggi, in aereo, ai tempi della Juve e della nazionale, non stava mai con noi compagni, ma in prima fila con tecnici e dirigenti. Insomma: uno nato per comandare, per prendere in mano le situazioni». Dirigente Fininvest, commentatore televisivo, adesso «mister» vincente: un percorso nitido. E da calciatore vestiva la maglia numero 10: quella dei fini dicitori, dei pensatori. Come Marcello Lippi, attuale ct azzurro, Capello è un «allenatore di cervelli». Uno che sa capire il «momento» del giocatore. Nel bene e nel male. È stato uno dei pochi a gestire, governare a valorizzare Antonio Cassano, l’Omar Sivori del Duemila. È uno che, senza problemi, spedisce Del Piero in panchina o non fa giocare Montella. È uno che, durante il match, sa trovare la soluzione giusta al momento giusto. Sotto le sue cure, il centravanti uruguayano Marcelo Danubio Zalayeta sta diventanto un asso. Un José Altafini riveduto e corretto.
Capello appartiene, dunque, alla schiera dei tecnici da prima pagina. Come fu Helenio Herrera, il Mago della Grande Inter. Un giramondo, che sapeva entrare nel cuore di qualsiasi calciatore. 
Motivandolo, facendolo sentire un dio in terra. Famosi i suoi «cartelli» nello spogliatoio: con «massime», frasi, osservazioni, citazioni degne di un Freud del football. E a Bicicli, onesta ala, ripeteva: «Credimi, sei meglio di Garrincha». Nereo Rocco, era l’antitesi del Mago. Uno da «palla avanti e pedalare», dal linguaggio pittoresco, ma dalle idee straordinariamente chiare. Primo non prenderle, il suo assioma: nell’esaltazione della scuola italiana, sì cara a Giuan Brera. Giovanni Trapattoni ne è il degnissimo erede.
Poi, venne il Verbo. E cioè Arrigo Sacchi: l’ex rappresentante, che giocò a palla nel Fusignano, colpito sulla via dell’Olanda anni Settanta. Fece grande il Milan e divise l’Italia. Adoratori e fustigatori. Sulla panchina della nazionale, perse un mondiale (Usa ’94) ai rigori. La sua fu una rivoluzione copernicana in piena regola. esaltazione delle geometrie, fantasisti e attaccanti di razza (vedi Roberto Baggio, vedi Beppe Signori) costretti a fare gli esterni di sinistra. L’Arrigo credeva soprattutto in Manicone, Galia e Zoratto. La partita più affascinante? Nessun dubbio per il Profeta della Zona: Milan-Nacional di Medellin, finale Intercontinentale del 1989. Vinsero i rossoneri per 1-0. In virtù di una rete su punizione, all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare, di Evani. Una gara vissuta a centrocampo, noiosissima. Per Sacchi, e per il suo collega colombiano Maturana, invece quella fu la «perfezione». Oggi è tempo di Capello. Del suo carattere, del suo carisma, della sua intuizione. Un po’ Herrera, un po’ Rocco, un po’ Sacchi. Insomma: l’allenatore senza macchia e senza paura, l’allenatore sospeso tra mito e modernità.
 

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