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Quando il mondo parlava latino

LIBERAL BIMESTRALE
di Annamaria Guadagni
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27Media non è una parola inglese, come di tanto in tanto ci ricorda Umberto Eco. E dunque non si pronuncia «midia». Così come la par condicio non è un tic verbale, un neologismo della comunicazione politica. Sono frammenti, sopravvivenze, detriti forse, di una lingua amata e odiata che è nel dna del sapere europeo: il caro, vecchio, detestato latino, uscito dalle scuole e dalle chiese, in qualche modo «cacciato» dal Concilio Vaticano secondo e dalla riforma della scuola, che ha battezzato l’istruzione di massa. È stato allora che il latino è salito definitivamente in soffitta in nome della democrazia, della comprensione popolare, dell’accessibilità della lingua e del sapere, della traducibilità del linguaggio di Dio nelle parole vicine e accessibili ai fedeli. Il funerale della lingua degli avi fu celebrato negli anni Sessanta: la Francia cancellò il latino dalla scuola dell’obbligo, rompendo con una tradizione plurisecolare, nel 1968, sotto la spinta del Maggio francese, l’Italia seguì a ruota e - a partire da quel momento - cominciarono a salire le quotazioni dell’apprendimento delle lingue straniere. Primo fra tutti l’inglese, nuova lingua dell’impero globale e parte ormai insostituibile della trinità enunciata oggi come orizzonte del futuro per tutti gli alunni delle scuole italiane: inglese, internet, impresa.
Con questo libro, Latino. L’impero di un segno (XVI-XX secolo), Françoise Waquet, direttore di ricerca al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, racconta la lunga vita del latino, ricostruendo la parabola complessa del mondo racchiuso in quell’antico sapere. La sopravvivenza del latino, infatti, è legata non solo e non tanto all’uso e all’apprendimento linguistico, ma alla trasmissione di un sistema di civiltà, di un’etica, della religione, di forme di organizzazione sociale che ne hanno sostenuto la diffusione, di modi di vivere che hanno «dato corpo» al linguaggio. Waquet ripercorre insomma la storia della lingua che ha innervato un’intera cultura dall’antichità all’Europa moderna, rimandendo per secoli non solo la lingua dei sacerdoti, ma anche quella degli scambi internazionali, un codice sovranazionale parlato e scritto dai letterati, dai diplomatici, dagli uomini di scienza, innanzittutto perché è diventato - ed è rimasto per lungo tempo - una grande metafora, un segno dalla connotazione sicuramente elitaria, ma anche depositario del tratto umanistico e tollerante dell’Europa moderna. Ora che l’Europa va in cerca delle sue radici, e che il latino ha perso la prerogativa di tratto discriminante tra il mondo dei letterati e degli illetterati, ritrovare la «dimensione latina» dell’Occidente moderno significa interrogarsi - come fa questa suggestiva «biografia» di una lingua - sull’uso e sull’apprendimento delle lingue, ma anche sull’«investimento» culturale complessivo che le trasforma in tratto indelebile di una forma di civiltà, consentendo quel lungo viaggio attraverso i secoli che le rende connotazione imprenscindibile, identitaria, delle relazioni umane.

Françoise Waquet, Latino. L’impero di un segno (XVI-XX secolo), Feltrinelli, 416 pagine, 35 euro
 

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