
Toccare il fondo. E ritornare a galla vietando al cuore di sanguinare. Marianne Faithfull, sdrucita signora delle discese ardite e delle risalite, ci offre con Before The Poison uno dei dischi più intensi e struggenti di una carriera vissuta sull’orlo del precipizio. Nata nel 1946 nel quartiere londinese di Hampstead, figlia di una baronessa e di un devoto servitore della British Intelligence, a 18 anni trasloca dall’esclusivo college di Reading per ghermire gli iridescenti fiori della Swinging London. Occhi color del cielo e viso d’angelo, nel marzo del ’64 Marianne scruta in un party quell’accozzaglia di groupies senza fissa dimora, rockstars momentaneamente in auge, attori disoccupati. In quella marcia stonata dello show-business è lei la snobistica eccezione che si fa notare da Andrew Loog Oldham, il manager dei Rolling Stones. Ha una faccia «vendibile», è il responso. Miss Faithfull sorride incredula quando entra in sala d’incisione. Ad attenderla ci sono Mick Jagger e Keith Richards con una canzone da sovrapporre al suo snobismo, As Tears Go By, che lei interpreta con sorprendente dimestichezza e una voce timidamente garbata. Seguono tre ellepì e l’alta società è ai suoi piedi: ora le feste le organizza lei, invitando notabili rock e non. E il binomio Marianne-Rolling Stones è un affare serio: sempre insieme, paradisi artificiali compresi. Una notte di febbraio del ’67 la polizia irrompe nella dimora Tudor di Keith Richards. Marianne, orgiastica venere nuda, raccoglie da un letto sfatto la sua pelliccia e sfugge alla retata. Ma poi precipita nell’abisso violentata dalle droghe. Scolorita replicante della ragazza d’un tempo, fa coppia fissa con Jagger che le dedica la canzone Lady Jane traendo spunto dall’epistolario d’amore fra Enrico VIII e Jane Seymour. Nuota controcorrente cercando nuovi stimoli a teatro e al cinema, giacché con la musica è meglio lasciar perdere. Nel ’69, orchidea sfiorita, sta per prendere con Jagger un volo per l’Australia, destinazione il set del film Ned Kelly, ma resta a terra in crisi d’astinenza. Esce dalle cronache e lui esce per sempre dalla sua vita. È feroce e disperata nel raccogliere i cocci del corpo e dell’anima. Nel ’79, dopo timidi contatti con l’establishment musicale, esibisce tutto il fango del suo dolore con l’album Broken English. Il suo canto, che si è fatto scuro e fumoso, transita dal rock crudele al pop cinico di Dangerous Acquaintance (’81), dalla nitida desolazione da chanteuse di Strange Weather (’87) alla cupezza di A Secret Life (’95). Si riscatta nel ’96 con 20th Century Blues, quando intona in concerto il decadentismo di Brecht e Weill facendosi accompagnare dal pianoforte.
E adesso? Con Before The Poison Marianne Faithfull coglie i fiori «maledetti» dell’ennesima rinascita. Nick Cave e PJ Harvey, icone dark, le hanno offerto musiche sublimi che lei ha imbottito di parole dure, tenere, appassionate. Damon Albarn, leader dei Blur, le ha scritto Last Song, polverosa e sofferta melodia; il cantautore americano Jon Brion le ha confezionato la ninnananna di City Of Quartz. Emoziona, Marianne, quando inasprisce The Mistery Of Love, ballata elettrica griffata PJ Harvey e, ancora della cantautrice, calpesta il rock di My Friends Have per poi esasperare le accelerazioni di Before The Poison e recitare sugli accordi di No Child Of Mine, standosene in bilico sul folk. Commuove, Marianne, quando attraversa le tenebre di Nick Cave fra rock-blues dissonante (Desperanto) e agrodolci ballate (There Is A Ghost, Crazy Love) facendosi scivolare addosso, con nonchalance, quel tenero e crudele romanzo che è la sua vita.
Marianne Faithfull, Before The Poison, Naïve, 20 euro