
Sarebbe interessante capire con precisione in che modo la letteratura americana viene importata in Italia, attraverso quali canali, secondo quali input od orbite editoriali. L’impressione di chi scrive è che veri conoscitori della letteratura americana del nostro tempo, veri eredi (nel bene e, se vogliamo, anche nel male) di Fernanda Pivano, in Italia non ve ne siano. Possiamo dire che, di norma, nel nostro mercato il romanzo è privilegiato rispetto al racconto, e perciò i più penalizzati nelle traduzioni sono gli scrittori di racconti - e questo a dispetto dell’affermazione planetaria di autori come Flannery O’Connor (scoperta da noi trent’anni dopo la sua morte) o Raymond Carver, che l’ondata dei suoi allievi (Leavitt, e soprattutto McInerney) aveva riversato sulle nostre spiagge già una ventina d’anni fa, ma senza esito - tanto che occorse poi l’impegno esclusivo di una casa editrice, la Minimum Fax, a imporli. Per non parlare di scrittori immensi ma sepolti dalla loro fama: pochi, ad esempio, conoscono a fondo i racconti di Truman Capote. Concludo la mia omelìa raccomandando di non fare la stessa cosa con la canadese Alice Munro, che grazie a Einaudi (e grazie soprattutto a Jonathan Franzen, che la raccomanda caldamente, a ragione) stiamo cominciando a conoscere in Italia quando la signora si avvicina a quell’età e a quella fisionomia cui, purtroppo, si addice la parola «vecchietta».
Paragonata ai grandi del racconto (tra cui la stessa O’Connor, che non era molto più vecchia di lei), Alice Munro è in realtà un felice numero primo. Scrivere racconti non richiede, come nel romanzo, la forza delle idee (anche e soprattutto delle idee narrative), ma una grande attenzione, una sviluppatissima capacità di ascolto delle vibrazioni, delle palpitazioni della materia narrativa. Per lo scrittore di racconti non c’è elemento narrativo - persona, oggetto, strada, cielo, erba, tutto - che non viva una vita propria, sempre imprevedibile, con la quale la struttura narrativa deve incessantemente fare i conti. Basta leggere il bellissimo Nemico, amico, amante..., che oltre a un ritratto molto vivo del Canada - che poco ha in comune con gli Usa - ci offre un esempio del contributo che un vero scrittore può dare alla definizione di un’antropologia dei nostri giorni. L’uomo è davvero quello che crediamo di conoscere? Le selezioni che operiamo tra gli individui sono fondate? Leggete il racconto iniziale, che dà il titolo al libro. Una serie di ribaltamenti del punto di vista - ma non al modo meccanico di tanti scrittori dipolomati ai corsi di creative writing e già pronti a firmare sceneggiature a Hollywood - ci offrono livelli di conoscenza sempre nuovi dei diversi personaggi.
Nessuno scrittore vivente ha la capacità di Alice Munro di farci scontrare fisicamente, attraverso l’arte, con il sempre risorgente mistero dell’altro e con la scontatezza, non meno risorgente, dei nostri schemi mentali.
Alice Munro, Nemico, amico, amante..., Einaudi, 320 pagine, 18 euro