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Cristo a cena dai domenicani

LIBERAL BIMESTRALE
di Marco Vallora
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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cop26_thC’è da sperare che non tutto sia andato in fumo con il terribile rogo della Biblioteca di Weimer: perché tutto nasce da un libro e significativamente. E da documenti pittorici da secoli trattenuti lì. Goethe il Cenacolo di Leonardo lo aveva visto dal vivo, deviando un poco la linea diretta del suo viaggio in Italia, che lo spingeva verso Roma e il Sud. Lo aveva rapito, nonostante il suo stato pietoso, «un cadavere», e lo aveva consolato dello choc di «quella meschinità tutt’altro che finita», «autentica assurdità» in muratura, che è poi il Duomo di Milano. Vale come un congedo, questo morente affresco, prima di affrontare il gelo tagliente delle Alpi, che lo riconduce in patria e lo sottrae al sogno italiano. Ma quando si occupa di «lui», è ormai tornato da anni presso il suo granduca Carlo Augusto di Sassonia e in questo delizioso librino di sapiente lettura critica, Goethe se ne occupa, partendo proprio dal volume che il pittore milanese Giuseppe Bossi concertò, per volere di Eugenio di Beauharnais, nel molto neoclassico tentativo di trasformare questo svanente capolavoro e sofferente in un indistruttibile mosaico. È Goethe a consigliare il suo granduca, in visita a una Milano tornata austriaca, di non mancare quest’opera geniale e ferita, che è stata per lui una sorta di «sesamo» decisivo per i suoi studi. Bei tempi quando i politici erano di tal fatta: Carlo Augusto acquista dal fondo Bossi, in vendita, i grandi lavori preparatori per il mosaico e le copie delle copie del Cenacolo di Vespino, Marco d’Oggiono e compagni (il vero cartone è già stato distrutto durante i bombardamenti di Milano) che porterà con sé a Weimer (quale oggi il loro destino?) e che saranno utilissimi per il lavoro di Goethe.
Un lavoro singolarissimo, «divagante», già alla maniera di Mallarmé o di Valery, che passa dalle tecniche pittoriche al ritratto psicologico di Leonardo, more Vasari, dalle colpe dei monaci, che non hanno saputo conservare quel capolavoro già compromesso, martellando e deteriorando, agli errori del rivale di Michelangelo, e alle sue virtù, ovviamente. Con una vivezza e una curiosità, mai pedante, assolutamente non mengsiana, post-neoclassica e investigatrice, con qualche tocco sorprendente, che già ci ricorda Longhi o Testori: «Anche la tovaglia con le sue pieghe piatte, le strisce decorative e i lembi annodati è appena arrivata certamente dal lavatoio del convento; scodelle, piatti, bicchieri, anch’essi copiati da quelli di cui si servivano i monaci. Sarebbe stato altamente maldestro distendere su cuscini la sacra rappresentazione. No! Bisognava ravvicinarla al presente: Cristo era a cena dai domenicani di Milano».
Presentando, quasi per la prima volta, in Italia questo gioiellino, Marco Carminati parla di «enfasi retorica ormai squisitamente romantica». Forse è piuttosto un impasto di intelligenza illuminista e di passione moderna, che rompe le barriere della retorica, muovendosi avanti e indietro come la micro-cinecamera dei crito-film di Ragghianti. Ridando sangue a una pietra esausta e consunta. E quando Goethe decifra, genialmente, questo «balletto» semiotico di gesti, tutti mediterranei, degli apostoli che reagiscono al sospetto d’essere dei Giuda in potenza, si direbbe davvero ch’egli avesse potuto leggere (cosa improbabile) i testi di Leonardo. In cui il pittore analizza vivacemente la catena di reazioni di questi volti sotto esame. Ecco che cosa sa fare un artista-critico.

Johann Wolfgang Goethe, Il Cenacolo di Leonardo, Miniature Abscondita, 98 pagine, 11 euro
 

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