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Il calcio senza astio dei tempi di Gilmar

LIBERAL BIMESTRALE
di Darwin Pastorin
Liberal n. 26 - Ottobre-Novembre 2004

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cop26_thMia madre, frugando nella mansarda della ormai antica casa torinese, ha trovato l’orsetto che mi accompagnò, in quel lungo viaggio in nave, dal Brasile in Italia. Quell’orsetto fu per me amico e confidente, l’eroe che combatteva salgarianamente al mio fianco contro misteriosi pirati di misteriose isole del tesoro.
Ora è il compagno di sogni di mio figlio Santiago. Lasciare San Paolo per me, bambino, rappresentò un trauma. Lasciavo i miei amici (neri, mulatti, ebrei, polacchi, giapponesi), le partite del Palmeiras, la mia squadra del cuore, i miei primi miti calcistici. Uno su tutti: il portiere Gilmar, campione del mondo nel 1958 in Svezia. Sul suo petto, pianse il ragazzino Pelé, il fenomeno apparso come una stella cometa, come una nuova epifania calcistica. Gilmar, per un certo periodo, frequentava la mia famiglia: era fidanzato con una mia cugina e io mi sentivo orgoglioso di essere preso per mano da un campione che tutti adoravano. Per la sua bravura, per la sua serietà, per il suo inconfondibile stile. Aveva, per dire, la freddezza di Dino Zoff: nessun gesto inutile, nessun tuffo plateale. Rappresentava l’essenza del ruolo più affascinante, più letterario, più romantico. Riscattò, con i suoi successi, lo sventurato Moacyr Barbosa, diventato, nella cattiva coscienza collettiva, l’unico colpevole della disfatta del 1950 al Maracanà, Uruguay in trionfo, Seleçao in lacrime.
Anche in televisione il football era felicità.
Ricordo un varietà di successo, con attori vestiti con i simboli delle società, quello del Palmeiras era il piriquito, il pappagallo. Mi divertivo tantissimo a sentire le battute, le prese in giro, quel pallone senza astio, senza cattiveria, senza veleni. In quegli anni giocava, sempre nel mio Palmeiras, José Altafini, che chiamavano «Mazola» (con una zeta sola) per la sua somiglianza con capitan Valentino. Un centravanti d’istinto, abile palleggiatore, che a lungo contese il posto in nazionale all’immenso Vavà. Ma era Garrincha, l’allegria della gente, l’idolo dei poveri, il calciatore più amato, l’esteta inconsapevole di un dribbling rivoluzionario. Didì illustrava la precisione geometrica, Zagallo era il fine tessitore tra centrocampo e attacco, Nilton Santos l’intelligenza tattica. Lungo la strada di pietre e passione di Rua Nossa Senhora da Lourdes, più che al variegato zigzagare dell’aquilone, mi dedicavo alle finte di Garrincha e ai colpi di tacco di Pelé. E, la domenica, andavo allo stadio «Palestra Italia» ad ammirare i miei beniamini, mentre mio fratello Lamberto, il maggiore, simpatizzava per i rivali, quelli del Corinthians.
Mia madre mi leggeva le favole di Monteiro Lobato, mentre mio padre, con il compensato, mi aveva costruito un cavallo di legno: potevo, così, emulare Roy Rogers, il cow-boy con la chitarra del mio telefilm preferito. Lasciavo il Brasile con malinconia, già con saudade. Andavo verso un mondo nuovo, la terra dei miei genitori. Addio Mané, Roy, Mazola. Addio compagni di gioco e di speranza. Addio quartiere Cambuci.
Ora, a quasi cinquant’anni, rivivo quelle stagioni della mia infanzia con dolcezza e nostalgia. Forse perché erano giovani tutti, papà e mamma, zii e nonni. Forse perché quel calcio possiede tuttora, nel mio cuore, nella mia anima, la forza della poesia, dell’utopia, dell’immaginazione. Con Altafini, mio compagno a Sky Sport, parlo spesso di quei giorni là. E io, Altafini-Mazola l’ho visto in azione quand’era ragazzino. Correva sulle nuvole e realizzava reti abbaglianti. Io gli battevo le mani, e sorridevo al giorno e alla notte. Racconto anche queste storie a Santiago, prima del bacio della buonanotte.
 

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