
Benedetto Croce è stato a lungo dimenticato, perfino le sue opere erano introvabili nelle librerie, prima che Adelphi iniziasse a ristamparle. Ora sono riproposte, sotto il titolo di Taccuini di guerra, quelle pagine del suo ultraquarantennale diario che vanno dal 25 luglio del 1943 alla fine del ’45. Da leggere sia come una testimonianza storica sia come un romanzo. Del resto c’è quel periodo in cui a Napoli passò il fronte con i bombardamenti prima alleati e poi tedeschi; ci sono le settimane in cui Sorrento (dove Croce si era trasferito) fu «terra di nessuno» con i fascisti che non sapevano da che parte stare; ci sono i colloqui non solo con i vecchi amici di sempre, ma anche con gli sconosciuti che si presentavano a parlare e a chiedere opinioni (e favori); ci sono i faticosi viaggi a Bari e a Roma nell’Italia devastata dalla guerra; c’è il flusso degli ufficiali inglesi e americani che si consultavano con quella che era la figura più importante dell’Italia pre-fascista; ci sono i giornalisti che vanno a chiedere interviste e articoli; c’è il primo risveglio della vita democratica. Naturalmente c’è soprattutto il Croce politico che, come ci ricorda Piero Craveri in un saggio che in realtà è una vera e propria introduzione, «svolse la decisiva funzione di raccordo tra il governo del re, presieduto dal maresciallo Badoglio, e i partiti dell’opposizione antifascista» e lavorò per «assicurare la continuità dello Stato».
Un ruolo importante, in certi passaggi centrale, ma in seguito quasi rimosso, schiacciato dall’irruzione sulla scena del «vento del Nord», cioè della Resistenza, e dall’affermazione dei due grandi partiti di massa e dei loro leader, De Gasperi e Togliatti, che rese marginale la funzione del vecchio partito liberale. In fondo questo è il senso dei Taccuini di guerra. Sottolineano - si direbbe oggi in diretta - la transizione italiana dal fascismo all’«Italia del sud» e poi dall’«Italia del sud» alla ricostruzione con i governi del Cln (con Ivanoe Bonomi e Ferruccio Parri), durante la quale Croce - che si ritrovò naturalmente alla guida dei liberali - comprese bene la rottura avvenuta anche sul piano delle idee, ma lavorò intensamente, come in seguito fece anche alla Costituente, per affermare la continuità della storia nazionale.
C’è quindi un aspetto di questa testimonianza, che colpisce in modo particolare. È la sofferenza di fronte alla diaspora liberale e all’impossibilità di ridare uno spazio politico al liberalismo, che il fascismo aveva schiacciato e che non era in grado di fronteggiare la nascente doppia egemonia democristiana e comunista. Una sofferenza che si esprime in particolare nei confronti del Partito d’azione e della sua fuga a sinistra, che a volte è vera e propria irritazione e che è sottolineata dall’intensità polemica dei dialoghi con i suoi amici che ne facevano parte, a cominciare da Adolfo Omodeo. Del resto, dei Taccuini di guerra i dialoghi - accanto ai pensieri di Croce - sono la vera anima, in cui gli interlocutori di Croce sono sia i suoi amici politici come Enrico De Nicola, Vittorio Emanuele Orlando, Carlo Sforza e Alberto Tarchiani, sia Pietro Badoglio e il principe Umberto, sia i nuovi protagonisti come Palmiro Togliatti, che si trovò al fianco nel governo di Salerno (particolarmente curiose sono le discussioni sull’abdicazione di re Vittorio Emanuele III e anche quelle sulla distribuzione dei dicasteri ministeriali).
Il tutto con la possibile conclusione, giustamente sottolineata da Craveri: si tratta di due anni e mezzo di riflessioni da recuperare sull’unità e la continuità della storia italiana del Diciannovesimo secolo, attraversata dal fascismo e dall’antifascismo.
Benedetto Croce, Taccuini di guerra, Adelphi, 505 pagine, 30 euro