
Mentre si moltiplicano riflessioni e spunti sui cosiddetti «neo-conservatori», certo una parte importante della destra americana ma, comunque, un gruppo numericamente limitato e tutto fuorché egemone, lo storico Antonio Donno propone un lavoro a più ampio raggio. Il suo In nome della libertà. Conservatorismo americano e guerra fredda (uscito per la «Biblioteca di Nuova Storia Contemporanea» diretta da Francesco Perfetti per le Lettere) è un libro prezioso, che racconta con dovizia di particolari e affettuosa fascinazione per l’oggetto dei propri studi la storia delle idee che hanno costituito negli ultimi cinquant’anni la spina dorsale della «destra» americana. L’impressione è che, come sempre, appellarsi a categorie quali «destra e sinistra» sia sostanzialmente pretestuoso: Donno conduce il lettore alla scoperta di un orizzonte più variegato, complesso, e sorpredente di quanto le rigide schematizzazioni della geografia parlamentare lascino intuire.
Un orizzonte sul quale si staglia una battaglia ancora non conclusa fra diverse tendenze intellettuali, ciascuna delle quali convinta della preminenza delle idee sugli interessi. Il «metodo» e l’«approccio» alla politica restano quelli di Albert J. Nock. «Nock - ricorda l’autore - faceva appello a quella minoranza (the Remnant) di individui, non corrotta dallo statalismo, in grado di trasmettere alle nuove generazioni quel messaggio di libertà indispensabile alla rinascita della società». Forse, negli anni si è cominciato a lavorare su numeri più importanti, ma la professione di fede nelle idee resta. Nell’ultimo libro di Pat Buchanan, When the Right Went Wrong, il repubblicano dissidente cerca di rifarsi a una trinità conservatrice composta da Robert Taft, Barry Goldwater e Ronald Reagan (la figura con la quale, sottolinea Donno, «il movimento conservatore americano giungeva al suo primo grande successo politico dopo più di trent’anni di impegno e di lotte»). Solo quest’ultimo sopravvive nel pantheon dei neoconservatori, poco portati a comprendere le ragioni del grande isolazionista Taft, ma pure l’anticomunismo a tutto tondo, e venato di antistatalismo, di Goldwater (con la cui cocente sconfitta, attraverso la quale però una «forte militanza conservatrice» s’innerva nel partito repubblicano, s’identifica il punto di svolta nella storia del conservatorismo moderno).
Donno invece proprio del mondo di Taft e Goldwater ci parla: un mondo nel quale i punti di riferimento intellettuali si chiamavano Albert J. Nock, Frank Chodorov, Bill Buckley. I primi due, profeti adamantini di un individualismo radicale. Il terzo, grande regista, con la sua National Review, di un conservatorismo meno ostile all’intervento dello Stato, accettato in generose proporzioni se non altro in funzione anticomunista. Donno parla dell’anima libertaria della destra americana (la cosiddetta Old Right), ma non tralascia fortune e vizi dei suoi diretti antagonisti, correnti di pensiero a volte incarnate da un solo autore, ma che ancora oggi esercitano un’influenza importante. In nome della libertà è un utilissimo atlante, per fare i conti con la complessità della rive droite statunitense oltre le semplificazioni giornalistiche.
Antonio Donno, In nome della libertà. Conservatorismo americano e guerra fredda, le Lettere, 300 pagine, 20 euro