
Roma, 29 ottobre 2004. La firma della Carta fondamentale europea, sottoscritta dai leader dei 25 Paesi dell’Ue, è un’altra data decisiva sulla via dell’unificazione. Oltre a essere terreno di un lavoro politico, economico e culturale che coinvolge tutto il continente, oggetto di attenzione degli analisti di geopolitica, tema costante di cronaca giornalistica, questo percorso sta diventando a poco a poco materia per un nuovo tipo di studi storici. Da qualche tempo infatti si sta facendo strada, anche negli ambienti accademici, una disciplina nata di recente e che, pur possedendo una sua precisa fisionomia e unitarietà, pur avendo un oggetto tematico ben definito nello spazio e nel tempo, si estende a diversi settori di ricerca. Si tratta della storia dell’integrazione europea, la cui genesi politica e culturale risale ai movimenti europeisti di inizio Novecento. Di questa disciplina, Maria Grazia Melchionni è da considerarsi un precursore: allieva di Giuseppe Vedovato, da lungo tempo si dedica agli studi europeistici e nel 2001 ha pubblicato il più completo manuale di storia dell’integrazione europea oggi in circolazione.
Il suo ultimo libro è una miscellanea di saggi che invitano alla riflessione: analizza i molti problemi dell’integrazione; ne ricorda figure storiche come De Gasperi, Monnet, Spinelli, Ducci e Vedovato; affronta il nodo di una concreta politica culturale europea, tanto attesa quanto ancora lontana; confronta l’approccio europeistico italiano e quello britannico. Potremmo dire che questo libro storicizza il presente teoretizzandone gli sviluppi, poiché proietta gli eventi attuali dell’integrazione europea su un duplice specchio rifrattivo: il passato reale, e non solo quello recente, e il futuro possibile. Ne sottolineo due aspetti: uno geopolitico e l’altro culturale. Esaminando gli sviluppi dell’integrazione europea sul medio e lungo periodo, l’autrice prevede anche un rinsaldamento dei rapporti fra Usa e Ue. La sua ipotesi, degna di attenta considerazione, è che se gli Usa cercano una continuità di sicurezza planetaria che permetta loro almeno tre anelli di protezione (Estremo Oriente, Eurasia, Americhe), l’Ue può offrire a essi uno spazio di sicurezza unitario dall’Atlantico agli Urali, un «polo eurasiatico occidentale» in cui l’Ue avrebbe un ruolo di guida politico-economica in una stretta partnership con la Russia. Sul fronte di una politica culturale coerente con le ambizioni della Ue, la tesi è che bisogna responsabilizzare ulteriormente le istituzioni, perché «la cultura è un importante agente catalizzatore del processo d’integrazione, ma non è un fattore d’integrazione autonomo».
Bisogna procedere dunque con cautela, per raggiungere un livello di «sincretismo culturale» coerente con la complessa identità europea, senza scuotere eccessivamente «le società europee già abbastanza travagliate dal cambiamento». Qui si inserisce, a mio avviso, la questione cruciale del recupero della tradizione. Oggi non è importante solo sottolineare il processo di europeizzazione delle altre civiltà verificatosi nei secoli scorsi e il fatto che alcuni tratti della nostra civiltà continuano, pur in un senso eccentrico, a europeizzare il mondo, ma è significativo rilevare come la cultura europea dipenda dalle sue relazioni con le altre. Tuttavia, in questo gioco intrecciato e globale, è importante soprattutto conservare l’identità di fondo dell’Europa, il suo spirito e le sue radici. Ancora una volta, il «domani» dell’Europa dipenderà dalla rinascita del suo passato.
Maria Grazia Melchionni, Quale domani per questa Europa?, Edizioni Studium, 292 pagine, 25 euro