
Il libro di Giancarlo Galli Finanza bianca si dipana in due parti. Nella prima l’autore rifà la storia degli scontri fra finanza laica e cattolica in Italia. La seconda parte è una lunga intervista-racconto su Angelo Caiola quale presidente dello Ior. La constatazione di Galli è che proprio la fine della Democrazia cristiana è coincisa con una vittoria netta della finanza cattolica su quella laica, mediante la ristrutturazione del sistema bancario intorno a Capitalia, Banca Intesa, Unicredito e la liquidazione della gestione Maranghi di Mediobanca. Il libro parte dallo stesso sistema giolittiano di controllo della politica e dell’economia attraverso l’afflusso di capitale internazionale, concentrato nella Commerciale, mentre si forma una vasta rete di banche popolari per la gestione del risparmio familiare. Tale mix di capitale internazionale e locale permase attraverso tutto il fascismo, fino a De Gasperi, sotto la supervisione di Mattioli e Beneduce. È noto, invece, il grande mutamento che si è verificato nell’era Fanfani-Moro. Il ciclo fanfaniano del capitale funzionava attraverso le partecipazioni dell’Iri, onde il partito, controllato dalla corrente, controllava il governo attraverso i soldi che il governo usava per controllare le banche e le industrie. Di fronte a un tale ciclo finanziario i laici si trincerano nel castello di Mediobanca. Negli anni Ottanta il tentativo di socialisti e altri democristiani di subentrare in tale sistema non riuscì, proprio a causa delle forti competizioni interne. Da ciò è derivato il grande mutamento politico e finanziario che si è verificato dal ’92 in poi.
Il venir meno del «ciclo fanfaniano» ha naturalmente comportato una maggiore irrilevanza dello steccato tra finanza laica e cattolica, e ha emancipato quest’ultima dal suo referente politico, assicurandole un’indipendenza di azione a vasto raggio, che ne ha dimostrato la vitalità e la lungimiranza, rispetto al mero interesse alla salvaguardia degli assets famigliari. In questo senso operare ad majorem gloriam Dei (col dovuto riferimento a S. Bernardo) si rivela più efficiente dell’operare sulla semplice base del self-interest.
La domanda intorno a cui, però, ruota il libro è che cosa ne sia in questo campo della Dottrina sociale della Chiesa, definita un affascinante mistero di fede, speranza e giustizia. Volutamente il libro non offre una risposta. Ma questa la si può, forse, ritrovare in quell’affascinante libro di memorie che è L’uomo di fiducia di Ettore Bernabei (Mondadori, 1999), laddove si delinea lo scontro fra il «capitalismo cattolico» e quello «anglo-olandese». La differenza fondamentale risiede nel concetto di massimizzazione. Il capitalismo all’inglese è incentrato sulla massimizzazione, cioè non solo sulla ricerca del profitto, ma dei livelli massimi di profitto, come obiettivo essenzialmente diverso dalla mera valorizzazione del capitale. Le società che massimizzano sono diverse da quelle che non lo fanno. Queste ultime utilizzano il capitale anche per altri obiettivi, in particolare possono farlo proprio per la promozione e difesa degli ultimi. È chiaro che la globalizzazione finisce per privilegiare le prime a scapito delle seconde. È quindi chiaro che se il capitalismo cattolico, che rappresenta una società molto più confortevole in cui vivere, vuole permanere come modello di vita, dovrà, prima o poi, entrare in collisione col tipo attuale di mondializzazione delle attività finanziarie.
Giancarlo Galli, Finanza bianca. La Chiesa, i soldi, il potere, Mondadori, 229 pagine, 16 euro