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Ryszard & Wojciech

LIBERAL BIMESTRALE
di Renzo Foa
L'enigma Jaruzelski:
l'altra faccia del patriottismo

Liberal n. 38 - dicembre 2006 gennaio 2007

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Alla metà di agosto del 1989, un intellettuale cattolico, il professor Tadeusz Mazowiecki, diventò capo del governo polacco, grazie alla vittoria elettorale ottenuta da Solidarnosc nelle prime elezioni sostanzialmente libere svoltesi in un Paese dell'Est europeo. Ciò avvenne due mesi e mezzo prima della caduta del Muro di Berlino, che è considerato l'atto simbolico della fine del potere temporale del comunismo. La svolta che si consumò a Varsavia, sul piano storico, rappresentò lo sbocco del lungo e contrastato processo iniziato nove anni prima, nell'estate del 1980, quando gli operai delle grandi imprese industriali scesero in sciopero contro l'aumento dei prezzi dei generi alimentari. Fu una rivolta sociale e politica che ebbe per protagonista l'elettricista Lech Walesa e per epicentro i Cantieri navali di Danzica, dove si realizzò il fenomeno dell'unificazione tra la protesta del mondo del lavoro, sostenuto dalla Chiesa, e l'azione del dissenso intellettuale. L'altra novità dell'agosto 1980 fu rappresentata dal fatto che il regime rinunciò al riflesso condizionato della repressione, cedette e aprì un difficile dialogo. Fra la sorpresa del mondo, lunghe dirette televisive amplificarono le estenuanti trattative fra Walesa e il vice presidente del Consiglio Mieczyslaw Jagielski, durante le quali si discuteva di tutto, di rivendicazioni salariali e politiche, di soldi e di libertà sindacale. Così, quando venne firmato l'accordo, era il 30 agosto, tutti capirono che non si trattava del semplice epilogo di un'agitazione sociale, ma dell'inizio di un mutamento di cui era difficile vedere i tempi e la natura della conclusione. Questo mutamento fu fortemente osteggiato dai sovietici e venne brutalmente interrotto alla metà di dicembre del 1981, con il colpo di Stato attuato dal generale Wojciech Jaruzelski. Si pensò - l'opinione era quasi unanime - che non sarebbe stato ripreso, che sarebbe stato azzerato dalla variante polacca di ciò che era accaduto nel 1953 a Berlino, nel 1956 a Budapest e nel 1968 a Praga. Svanì definitivamente l'illusione della riformabilità del comunismo dall'interno, che era stato da sempre l'appiglio culturale di quella parte della sinistra che si era resa conto del fallimento del modello, ma che continuava a volerne salvare i principi ispiratori. In Europa iniziò una fase di attesa, fra la preoccupazione che la restaurazione del vecchio ordine fosse almeno tollerabile, che la repressione restasse nelle forme di un giro di vite soft, da una parte, e dall'altra la certezza che quei regimi fossero giunti alla loro fase terminale, anche se nessuno riusciva a immaginare come avrebbero potuto finire. La vera paura era l'esplosione, era il timore che all'ordine delle dittature seguisse solo il disordine. Comunque, restava dominante la convinzione dell'eternità degli assetti del Novecento, dell'eternità del comunismo sovietico, dell'eternità della divisione in due del continente. Ci si aspettava, al massimo, qualche variazione. Appunto piccole aperture, riforme interne, un maggiore rispetto dei diritti individuali, ma nel rispetto dei blocchi e dei sistemi contrapposti, in un continuo alternarsi di fasi di «guerra fredda» e di distensione. Più deciso degli europei era invece Ronald Reagan, poco compreso su questa sponda dell'Atlantico, ma attivo nello stringere l'«impero del male» nell'assedio politico, economico, commerciale e militare, assedio che fu una delle cause scatenanti dell'implosione consumatasi tra il 1989 e il '91. In realtà, nella notte tra sabato 12 e domenica 13 dicembre del 1981, quando assunse i pieni poteri, proclamò lo stato d'assedio e fece arrestare dirigenti e attivisti di Solidarnosc, Jaruzelski aveva solo congelato la crisi polacca. Non aveva chiuso la partita. Non aveva avuto la forza per farlo e forse - questo è il grande dubbio - nemmeno la volontà. «L'uomo forte» di Varsavia, comandava e controllava l'esercito, un'istituzione che anche durante il regime comunista era riuscita a conservare una sorta di sacralità. Un anno e mezzo prima aveva assunto la guida del governo e da qualche mese anche quella di ciò che restava del partito comunista (che si chiamava Partito operaio unificato). Era riservato nel carattere, austero nel portamento, si mostrava consapevole dei limiti del suo potere. Ma soprattutto era rispettoso dell'altra grande istituzione, la Chiesa, e del patto di coesistenza stretto fin dal 1956 dal regime con il cardinale Stephan Wiszynski. Era soprattutto un personaggio difficilmente perscrutabile.

Un primo ricordo personale. Lo incontrai nel 1988 a Varsavia, al Palazzo del Belvedere. Avevo letto di lui tutto il leggibile, la sua storia personale, la tragedia del 1939 quando con la sua famiglia venne deportato in Unione Sovietica, dopo la spartizione della Polonia fra Stalin e Hitler, la morte del padre, la sua scelta di arruolarsi nell'esercito inquadrato dai sovietici, la sua partecipazione prima alle controffensive della seconda guerra mondiale - c'era anche lui ad aspettare, a est della Vistola, che i tedeschi schiacciassero l'insurrezione di Varsavia - e poi alla repressione dei gruppi di «partigiani bianchi» che continuarono a combattere dopo il 1945, la sua rapidissima e brillante carriera successiva. Era già stato rivelato che nell'agosto del 1980 aveva rifiutato apertamente di guidare le forze armate nella repressione degli scioperi. Gli era stato chiesto, in un drammatico colloquio, da Edward Gierek e aveva opposto un no. Gierek era il capo comunista che aveva cercato di imprimere al regime una svolta tecnocratica ed efficientista, ma aveva completamente fallito e venne così travolto dalla disillusione, esattamente come il suo predecessore, quel Wladislaw Gomulka che era stato portato al potere nel 1956 dalla rivolta antistalinista e che era riuscito a bruciare rapidamente un capitale di fiducia. Jaruzelski mi apparve come un uomo schiacciato dalla consapevolezza del peso di una storia segnata dal rifiuto con cui si erano scontrati i suoi predecessori, consumando con il passare dei decenni non solo il consenso - ogni regime vive stagioni di consenso - ma anche la pur semplice sopportazione. Mi colpì il suo linguaggio. Era scarno e anche quando rifletteva il tradizionale gergo, lo schematico «comunistese», i concetti che esprimeva erano altri. Non c'era alcun impianto ideologico, al contrario c'era solo realismo nel descrivere una società che non lo accettava, che lui cercava non di governare, ma solo di amministrare, in attesa che qualcosa - di indefinibile - consentisse la ripresa del dialogo e sbloccasse la Polonia. Vestiva la sua uniforme militare e, forse proprio per l'abbigliamento, le sue parole assumevano un po' di forza solo quando erano assimilabili a un afflato nazionalista: si lasciò sfuggire un tono di sdegno solo quando raccontò delle condizioni che gli erano state poste nel negoziato sul debito estero, condizioni che viveva come un'umiliazione non politica ma patriottica. Ebbe un solo istante di orgoglio, quando accennò alla perestrojka gorbacioviana che sentiva comune alla formula, il «rinnovamento socialista», con cui nel 1980 il Poup aveva affrontato l'irruzione di Solidarnosc sulla scena. Uscendo, mi accorsi che non aveva detto quasi nulla, che era stata una conversazione a cui era impossibile dare un titolo. Mi convinsi che era pienamente consapevole di guidare un regime debole, della stanchezza e della sfiducia dei polacchi, della forza del mito di Solidarnosc che pure era stata messa a tacere, del ruolo dominante della Chiesa, prudente in patria, ma chiara attraverso le parole che Giovanni Paolo II pronunciava a Roma e nel mondo. Dopo il 1989, sarebbe stato definito una «figura tragica», per i ruoli diversi che aveva svolto: autore di un tentativo di apertura, poi protagonista della chiusura e della repressione, infine gestore di una transizione indolore, prima che cadesse il Muro di Berlino, prima che implodesse l'Unione Sovietica. Era considerato uno di quegli uomini capaci di scegliere il «male minore». Mi ero riletto il testo del discorso che la mattina del 13 dicembre del 1981 aveva pronunciato per annunciare l'instaurazione dello stato d'assedio, l'auto-golpe, come venne definito. C'era un tono disperato. Sette anni prima non me ne ero accorto, se non altro perché era stato un giorno di angoscia. Invece aveva dichiarato di aver preso la sua decisione «con il cuore a pezzi, con amarezza» e aveva aggiunto: «Poteva andare diversamente, sarebbe dovuto andare diversamente». Era stato un proclama soft, denso di riconoscimenti nei confronti della Chiesa e con numerosi riferimenti alla difesa dell'indipendenza nazionale. Alcune frasi ricordavano la supponenza di Charles de Gaulle: «La storia non ci perdonerà mai se falliremo... La Polonia non è ancora perita finché noi vivremo...».

L'enigma di Jaruzelski sta tutto nella difficoltà di rispondere a una domanda. Questa: il 13 dicembre del 1981, assumendo i pieni poteri e mettendo la Polonia sotto il controllo delle forze armate, evitò un intervento militare sovietico? Fu il «male minore» rispetto al «male maggiore»? Il «male minore» grazie al quale ci fu solo il congelamento della crisi, che poi ebbe il suo sbocco naturale nell'agosto del 1989. Un rinvio, una semplice questione di tempo. Oppure a indurre il Cremlino a rinunciare a una prova di forza diretta furono le pressioni internazionali, in primo luogo quelle dell'amministrazione americana che era puntualmente informata dei piani militari di invasione, grazie all'azione di spionaggio di Ryszard Kuklinski? La storia di Kuklinski si è intrecciata più volte con quella di Jaruzelski. Si può dire, anzi, che siano due vicende parallele, per quanto opposte. A entrambi sono attribuiti meriti e addebitati tradimenti. Tutti e due hanno rivendicato «l'amor di patria» come ragione principale, se non unica, delle loro scelte. Il primo trasmettendo alla Cia tutta la documentazione segreta che gli passava sotto gli occhi - si trattava dei piani militari del Patto di Varsavia - e confidando nel potere di deterrenza del governo di Washington, il secondo giocando una partita a scacchi all'interno dei vertici del blocco comunista. Il primo avendo scelto la democrazia occidentale e il suo sistema di valori, il secondo essendosi collocato lungo quel filone tragico e doppiamente perdente che fu il «comunismo riformatore», cioè l'illusione che il modello stalinista fosse l'errore di un giusto progetto e che fosse superabile dall'interno. La loro vita era stata l'esercito polacco, un'istituzione molto particolare nella storia dell'Est tra il 1945 e il 1989, forse l'unica ad aver dimostrato un po' di autonomia in un quadro politico dominato totalmente dall'idea totalizzante del ruolo del partito, il partito comunista. Ripensando a quegli anni c'è una sorta di ballottaggio: chi dei due dette il maggiore contributo a evitare un possibile intervento militare sovietico in Polonia, sul modello del '56 ungherese e del '68 cecoslovacco e quindi tutte le devastanti conseguenze sull'Europa e sul mondo?

C'è una domanda preliminare: i sovietici, la gerontocrazia che governava allora l'Urss, aveva davvero scelto l'opzione dell'intervento militare diretto o, quanto meno, questa opzione era una priorità? Inutile ricordare che la preoccupazione generale, fin dall'agosto del 1980, avesse al centro un simile scenario. Inutile ricordare che i piani militari erano pronti e aggiornati. Inutile ricordare tutte le forme di pressione esercitate da Mosca sulle autorità di Varsavia, sia in incontri diretti sia in lettere da governo a governo e da partito a partito, sia in proclami affidati alla stampa ufficiale. Inutile anche ricordare che il Cremlino aveva anche discusso l'ipotesi con gli alleati più fidati. Nonostante la riservatezza e i messaggi cifrati, si era già in un'epoca di trasparenza e la stampa occidentale fu spesso destinataria di documenti segreti, che poi rimbalzavano a Est attraverso le potenti trasmissioni della radio Free Europe. Ma, soprattutto, senza dover aspettare l'apertura degli archivi si sapeva che la «questione polacca» era per Breznev e per i suoi anziani soci molto complicata. Perfino una parte degli alleati più fedeli nutriva dubbi di fronte alla prospettiva di un'invasione. Ad esempio, il tedesco orientale Erich Honecker, pur considerando insopportabilmente pericolosa per il suo potere l'apertura pluralista polacca e pur chiedendo che venisse soffocata con la forza, temeva le ripercussioni negative della partecipazione tedesca, avvertiva l'incubo rappresentato dal precedente del '39, con l'assimilazione della Ddr al Terzo Reich. Anche l'ungherese Janos Kadar - pur consenziente - preferiva restare al riparo e salvare l'immagine del «socialismo del gulasch». Per non parlare, ovviamente del rifiuto opposto dalla Romania di Nicolae Ceaucescu, il più chiuso di tutti sul piano politico, ma nello stesso tempo il più allarmato di fronte al rischio di un'ulteriore rottura con l'Occidente. Il cuore del problema era però rappresentato dal fatto che - contro tutte le previsioni seguite al 1975, cioè alla sconfitta americana in Asia - l'impero sovietico aveva raggiunto il massimo della sua espansione globale, ma era nell'impasse. In un breve lasso di tempo si erano concentrate due rotture dell'equilibrio Est-Ovest: la partita sui missili a medio raggio in Europa, provocata dall'Urss, a cui era stata data una pronta risposta dal democratico Jimmy Carter su sollecitazione del socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt e l'invasione sovietica dell'Afghanistan. Il diretto e massiccio intervento a Kabul, attuato nel giorno di Natale del 1979, aveva già avuto per Mosca pesanti effetti non previsti.

Non penso solo alle difficoltà sul terreno, dove il rifiuto della modernizzazione imposta con il modello comunista aveva creato terra bruciata, ma anche alla risposta che proprio Carter, passato alla storia come un presidente debole, incapace di superare la «sindrome del Vietnam», aveva invece dato. Aveva deciso e attuato sanzioni, si era trascinato dietro i sempre riluttanti alleati europei, e con il boicottaggio delle Olimpiadi moscovite aveva inflitto un'umiliazione esemplare alla seconda potenza mondiale, la cui leadership si era convinta di essere diventata la prima. L'occupazione della Polonia cosa avrebbe provocato? Avrebbe segnato un punto di non ritorno, con l'isolamento del «socialismo reale» che aveva bisogno di scambi e di tecnologia? Naturalmente molto sarebbe dipeso anche dalla reazione dei polacchi. E questa era la grande incognita. La crisi, maturata nel decennio di potere di Edward Gierek, aveva assunto una dimensione devastante: la società, quasi nel suo insieme, se ne era andata da un'altra parte. Il rifiuto era diventato un ripudio generalizzato. Il crollo politico era stato accentuato dalla bancarotta economica e finanziaria. Era stato accumulato un debito colossale verso l'Occidente, per sostenere un progetto fallimentare di modernizzazione industriale. Così la gran parte della produzione era ormai destinata all'esportazione. Le strutture del partito e dello Stato erano dominate dall'inefficienza e dalla corruzione. Alla fine degli anni Settanta i negozi erano vuoti. Le epurazioni del 1968 e del 1970 avevano decapitato le vecchie élites e bloccato l'accesso delle nuove, creando un esteso fenomeno di dissenso. Il partito, trasformato in tecnocrazia, si era svuotato. I punti di riferimento pubblici erano la Chiesa e il neonato sindacato indipendente. Cosa sarebbe accaduto nel momento dell'occupazione? Vi avrebbe partecipato - e come - l'esercito polacco? Quale forza avrebbe assunto la reazione popolare? Su quale classe dirigente il Cremlino avrebbe potuto contare? E poi si sarebbe combattuto? Ci sarebbe stata una guerra e quanto sarebbe durata? Queste erano le incognite, al di là degli schemi che riproponevano i due precedenti ungherese e cecoslovacco.

Dal 30 agosto del 1980, giorno della firma degli accordi di Danzica, all'inizio dell'estate del 1981 - nonostante l'ombra della pressione sovietica - la Polonia visse una fase di effervescenza. Il pluralismo sindacale era diventato in realtà pluralismo politico. Alla vecchia peculiarità, cioè l'esistenza di una Chiesa che svolgeva un ruolo di potere e che quindi limitava la pervasività del totalitarismo, se n'era aggiunta un'altra: l'esistenza di Solidarnosc. Il paradosso era rappresentato dalla debolezza assoluta del governo e del partito. Era una società in via di liberazione, ma in un contesto internazionale bloccato. Un equilibrio difficilissimo da mantenere. Ciò che restava del Poup scommise sull'unica formula che potesse garantirlo e che suonava «rinnovamento socialista». Cosa significava? Che margini aveva?

Un secondo ricordo personale. In quel 1981 andai due volte a Varsavia. La prima, in luglio, arrivai poco dopo che ne era ripartito il ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromiko dopo colloqui che avevano disteso il clima fra le due capitali e spezzato la tensione nata dalla diffidenza del Cremlino verso ciò che avrebbe potuto accadere nel Poup all'imminente congresso straordinario convocato per rispondere, sul piano politico, all'irruzione di Solidarnosc. Lo confesso: nutrivo un ottimismo fuori misura perché ero convinto che la svolta francese, con l'ascesa di François Mitterrand all'Eliseo, e la stabilizzazione sulle rive della Vistola potessero essere due tasselli simmetrici di un'evoluzione della situazione europea, in controtendenza con il deterioramento della situazione internazionale. Lavorai inseguendo questa illusione. Ascoltai dirigenti del partito che dicevano e ripetevano che il congresso «sarà l'inizio della soluzione della nostra crisi politica», che «non ci sono alternative credibili alla scelta del dialogo e del rinnovamento», che «stiamo discutendo, stiamo studiando, stiamo cercando. Possiamo definirci in tanti modi. Credo che il più appropriato sia: un laboratorio». Dopo un anno drammatico, teso, dove i mesi erano scorsi sull'orlo del baratro e su un'altalena di paure, colsi una ventata di ottimismo e di fiducia, anche se tutto continuava a indicare che la strada sarebbe stata ancora lunga, difficile, pericolosa, soprattutto dura. Tutti coloro con cui parlavo spiegavano che si cominciava a intravedere da lontano la fine del tunnel. Forse non ne erano convinti, ma lo speravano davvero. Naturalmente per strada ti imbattevi solo in lunghe code. Si aspettava in fila per acquistare qualche pacchetto di sigarette. Dopo il chiosco del tabaccaio ne cominciava un'altra, che finiva in un negozio desolatamente spoglio. Dalla vetrina si poteva seguire il rito del razionamento: la commessa che tagliava un bollino e consegnava un panetto di burro, appoggiando a ogni operazione le forbici sul bancone. Chiedevi e ti rispondevano che per tutto giugno si era trovata la carne solo al mercato libero. Detersivi nemmeno a parlarne. Dicevano che in Slesia era ancora peggio. Sentivi che in vacanza quell'anno non si andava. I sindaci delle località turistiche avevano già fatto sapere che i negozi non avrebbero venduto ai forestieri. La vita quotidiana dei polacchi era sottoposta a una pressione costante. C'erano tutte le condizioni perché la sensibilità nervosa di un'intera nazione fosse esposta al rischio di un collasso. Ne parlavi, ma ti avvertivano subito che non si era toccato il fondo, che «questo inverno forse mancherà tutto. I primi segni di ripresa dovrebbero farsi sentire in marzo». Dietro alle code, sopportate con pazienza, il quadro, tracciato in cifre, dava l'idea che l'eredità lasciata dal decennio di Gierek era catastrofica: la produzione industriale era crollata ai livelli del 1976, il blocco delle importazioni dall'Occidente aveva sconvolto il tessuto economico a ogni livello, le fabbriche che funzionavano erano quelle alimentate dai rifornimenti dei Paesi del Comecon. C'era la consapevolezza di aver «perso la nostra sovranità economica» e anche la sensazione un po' paradossale, espressa in una battuta a doppio senso, che «i sovietici non hanno alcun bisogno di invaderci, gli basterebbe chiudere i rubinetti».

Davanti a un simile fallimento, l'estate di Danzica, l'anno prima, aveva assunto un senso salvifico perché aveva segnato la rottura con il passato e innescato una fiducia generale nella possibilità di farcela. Qualche giorno prima, a Poznam, decine di migliaia di persone avevano ricordato la rivolta operaia del 1956. Sul monumento - due croci alte ventun metri - le date segnavano le tappe lungo le quali era franato il socialismo reale polacco. Il '56, con la fine dallo stalinismo. Il '68, con la repressione degli intellettuali e la campagna antisemita che ferì a morte il cervello del Paese. Il '70, con la protesta nelle città del Baltico che segnò la fine di Gomulka. Poi il '76, quando si incrinò la gestione di Gierek. Infine il 1980. Pensai che non ci fosse spazio per un'altra data, che non ci fossero prove d'appello, che il diritto a governare non poteva più venire al Poup dalla collocazione geopolitica della Polonia, quanto dalla fiducia che avrebbe saputo riconquistare e dal suo equilibrio con Solidarnosc e con la Chiesa. Sembrava che ci fosse, nell'opinione pubblica, fiducia in Stanislaw Kania, l'uomo che aveva sostituito Gierek alla guida del Poup, e in Jaruzelski, che era capo del governo. Sembrava che il pluralismo introdotto dal sindacato indipendente avesse creato una condizione favorevole allo stesso partito, la cui ricostruzione era considerata essenziale alla stabilità. Anche Solidarnosc stava preparando il suo congresso e Walesa girava per il Paese a lanciare appelli alla responsabilità. La Chiesa, che aveva appena perso Wyszynski, morto il 28 maggio, non si era discostata di un centimetro dalla saggezza del grande patriarca, che era ricordato nella grande Piazza varsaviese della Vittoria da un'immensa croce di fiori e di lumini composta per terra. Si parlava di tutto ciò che poteva riferirsi alla democrazia politica, senza però nominarla esplicitamente, e cioè di autogestione, di decentramento dei poteri, del ruolo indispensabile dei mass-media. Avvertii un'unica grande paura: che si trattasse solo una tregua.

Era stata solo una tregua. Tornai dopo due mesi per accorgermi che, nel frattempo, erano rimaste le code, la paralisi produttiva se possibile si era aggravata, che il potere - si diceva ormai così, senza distinguere tra governo e partito - la Chiesa e Solidarnosc continuavano a parlare di dialogo, ma che era svanito l'ottimismo. L'ottimismo era stato un fattore importantissimo, aveva attenuato le tensioni, rimosso la diffidenza, limitato la sfiducia. Una volta svanito, c'erano solo problemi irrisolvibili. Cos'era successo? Credo, molto semplicemente, che la formula del «rinnovamento socialista» fosse una chimera. Che il potere avesse dato per un anno tutto quello che poteva dare, ma che non potesse spingersi oltre. Che a parole si potesse fuggire in avanti, ma che nei fatti si era rimasti fermi. Lo sbocco dell'estate di Danzica avrebbe dovuto essere l'inizio di un'effettiva democratizzazione. Così era atteso da tutti, anche se ufficialmente non era all'ordine del giorno e si sarebbe dovuto aspettare fino al 1989. Per questa ragione di fondo si arrivò al 13 dicembre, che divenne inevitabile non tanto per la pressione sovietica o per la minaccia di un'occupazione, ma per la solo esistenza dell'Urss e del blocco che aveva costruito, per i limiti insuperabili che erano fissati dall'ideologia e dalla geopolitica. Walesa, uomo responsabile, avrebbe potuto continuare ancora ad arginare le impazienze della sua base, la Chiesa avrebbe potuto continuare ancora a cercare di mediare, Jaruzelski - che era già diventato il padrone assoluto del potere - avrebbe potuto ancora essere il garante della stabilità agli occhi di Mosca. Ma la libertà individuale, quella sindacale e quella dei media, conquistate nel 1980 avevano bisogno di essere strutturate in una democrazia, con nuove regole, con rappresentanze elettive. Senza, avevano finito per prevalere la sfiducia reciproca e, quindi, la chiusura. Era il comunismo in sé a non essere rinnovabile.

Ritrovai lo stesso clima di sfiducia, sette anni dopo, nel 1988, quando oltre a Jaruzelski incontrai il primate, il cardinale Joseph Glemp, e i più importanti esponenti e consiglieri di Solidarnosc, il sindacalista Zbigniew Bujak e i dissidenti Bronislaw Geremek, Adam Michnik e Tadeusz Mazowiecki. Alla luce del sole e senza sotterfugi. La Polonia viveva ancora una situazione di stallo, ma tutti guardavano a Mosca, questa volta senza preoccupazione, ma cercando un incoraggiamento. Tutti dicevano che se nel 1980-'81 al Cremlino ci fosse stato Gorbaciov la storia sarebbe andata diversamente. Erano giudizi convinti, sinceri, ma mi erano sembrati quasi un esorcismo. I paralleli tra la crisi polacca e quella aperta in Urss erano stringenti, analoghe erano le spinte politiche, identici i problemi, simili le resistenze. C'era solo un problema, ancora irrisolvibile: si trattava di due mondi che restavano separati, nonostante la vicinanza delle analisi e il pragmatismo dei discorsi che si sentivano. Da un lato c'era il potere che continuava a cancellare Solidarnosc, dall'altro lato c'era il sindacato che spingeva come poteva per tornare a esprimersi, per dimostrare che con il colpo di Stato non era stato cancellato, esisteva ancora, era il rappresentante della gran parte della società. Era in corso, in quel periodo, un teso patteggiamento. Ma c'era una pregiudiziale reale: il potere ribadiva di essere impegnato sulla via del pluralismo, anche se aggiungeva sempre l'aggettivo «socialista», insisteva sul fatto che il dialogo non aveva alternative, ma precisava che il pluralismo non poteva rimettere in discussione il sistema, anche se nessuno più sapeva dire cosa fosse quel sistema. Solidarnosc replicava, in modo semplice, che la questione non era nominalistica, non era riducibile a una formula, ma era di sostanza: la società era un partner del potere o era un puro oggetto? Era al lavoro un organismo consultivo, creato e presieduto da Jaruzelski, a cui i rappresentanti di Solidarnosc partecipavano solo come indipendenti. E solo come indipendenti avrebbero potuto candidarsi alle elezioni amministrative. In più avrebbero dovuto sottoscrivere un drastico patto anti-crisi - di questo si discuteva in quei giorni - ma senza ricevere nulla in cambio. Ecco, c'era una sfiducia reciproca completa. Qualche giorno dopo, quando il governo si attribuì «poteri straordinari» per attuare unilateralmente le misure anti-crisi, ci furono scioperi e anche l'occupazione dei Cantieri Lenin di Danzica. La protesta operaia restò isolata e fu sconfitta senza alcun atto repressivo. Però ricordo ancora come quegli antieroi uscirono dai cantieri: piangevano per la stanchezza, la tensione e la delusione, ma aveva costruito una grande croce di legno e si misero in corteo dietro la croce e dietro la bandiera polacca. Chi volle capire, capì che i simboli del mondo del lavoro erano ormai quelli e che il Novecento si stava chiudendo.

Il 13 dicembre del 1981, Jaruzelski ricordò a molti Augusto Pinochet. Fortunatamente non lo fu. Prevalse in lui il nazionalista responsabile, il generale che voleva evitare di ferire ulteriormente il proprio Paese. Il suo fu un regime soft. La tragedia ebbe una dimensione più contenuta di quanto non si temesse. Nella lettura della storia - verificate le fonti e ascoltate le testimonianze - contano alla fine anche le impressioni personali. Io resto convinto che quella prova di forza fosse evitabile, che l'invasione sovietica, per quanto pronta, non fosse nell'ordine delle certezze, a causa della guerra in corso in Afghanistan e grazie alle pressioni americane, facilitate anche dal lavoro della «spia» Ryszard Kuklinski, uno dei tanti antieroi di quel periodo. Sono convinto che Jaruzelski non seppe compiere lo strappo che serviva - cioè l'apertura democratica - perché non riuscì a rompere con la sua cultura di uomo d'ordine, in quanto militare e in quanto comunista. In queste settimane si è ricordato Imre Nagy, il quale il 4 novembre del 1956, scelse di rinunciare a se stesso e di parlare a nome di un popolo che oggi lo ricorda nel pantheon dei suoi padri. Un altro personaggio, Alexander Dubcek, nell'agosto del 1968, si comportò in modo analogo, anche se la minor ferocia dei tempi gli salvò la vita. E anche lui, in Slovacchia, è nel pantheon dei padri. Si può pensare che il prezzo del 13 dicembre sia stato pagato da Jaruzelski nel momento in cui accettò di cedere il potere in modo indolore, acconsentendo prima le libere elezioni e poi incaricando Tadeusz Mazowiecki di formare il governo. Rinunciò a se stesso con otto anni di ritardo, forse per stanchezza, forse per convinzione, forse perché sapeva che non esistevano alternative, forse perché aveva capito che la storia del potere temporale del comunismo era finita. C'era comunque ancora l'Urss, per quanto alla vigilia del crollo, ed era ancora in piedi il Muro di Berlino. Si è detto che si tratta di una «figura tragica». È infatti riuscito a essere nel giro di pochi anni l'uomo del golpe, della chiusura, della repressione, e l'uomo dell'apertura. Non di un'apertura qualsiasi, ma di quello che è stato il primo vero atto in Europa di rinuncia al potere da parte di uno dei regimi totalitari del Novecento. Un vero, affascinante enigma della storia.
 
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.

I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.

Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.

E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.

Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.

Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.

Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.

Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.