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Essere banchieri sulle orme di Escrivà

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27Un banchiere di prima grandezza (ancorché poco conosciuto al pubblico), di enorme potere grazie alla fitta rete di amicizie e relazioni, che decide di «esporsi» in un libro, è già di per sé una novità. Forse un segno dei tempi nuovi: archiviando quelli di un Mattioli o di un Cuccia, per i quali il silenzio era un dogma. Ettore Gotti Tedeschi, trent’anni di carriera sulle spalle, ha rotto il tabù. Non per offrirci indiscrezioni e retroscena, ma per affrontare, in un serrato dialogo con lo scrittore Rino Cammilleri, un tema cruciale, concretissimo e di estrema attualità, specie in Italia: è possibile conciliare la Dottrina sociale della Chiesa, l’essere cioè «buoni cattolici», con il capitalismo, la globalizzazione, il profitto, l’attività finanziaria? Senza tortuosi ragionamenti, Gotti Tedeschi afferma categorico che «capitalismo e globalizzazione non sono demoni da combattere, ma i fili di una rete complessa che possono entrare a buon diritto, nella famosa cruna dell’ago». Ribadisce che «il cattolicesimo non è mai stato contro le leggi di mercato, né contro lo sviluppo. E, se fosse stato applicato nei suoi principi, oggi rappresenterebbe un valore indispensabile nella responsabilizzazione personale delle azioni economiche».
Questo proclamare con forza il valore dell’«identità cattolica» anche in ambito economico-finanziario assume una valenza particolare in questo periodo, dopo l’attacco del laicismo Nord-europeo al ministro Rocco Buttiglione di cui Gotti Tedeschi difende a spada tratta i comportamenti e il coraggio di definirsi: «Dovremmo imitarlo, in ogni campo - mi ha detto - invece di mostrarci spesso tiepidi, compromissori». Le pagine sono un batti-ribatti lungo questa lunghezza d’onda, ricercando gli insegnamenti di Josemaria Escrivà de Balaguer, il santo fondatore dell’Opus Dei a cui Gotti Tedeschi è assai vicino o di monsignor Luigi Giussani, carismatica guida di Comunione e Liberazione. È il concetto che «per dare un senso alla propria vita», occorre agire con impegno «nella quotidianità del lavoro, scoprire il razionale nel senso religioso, ispirare a esso le nostre azioni». Poi, una frecciata pesante: «Avendo perso la morale, a noi resta solo la cultura cattolica, che per fare economia è insufficiente (…) La morale cattolica è vivibile e applicabile individualmente, non come regola: la ricerca della salvezza è individuale, come l’acquisizione dei meriti».
Letto il libro, m’è parso doveroso porre Gotti Tedeschi di fronte a un problema scottante. L’Italia attraversa una fase delicata della sua storia e sul Paese incombe l’ombra del «declino»; la galassia bancaria e finanziaria è al centro di polemiche, e l’immagine che ne ha l’opinione pubblica, i risparmiatori, non è delle migliori. Anzi. Tuttavia, poiché esponenti che si richiamano alle «radici cattoliche» e alla Dottrina della Chiesa occupano un gran numero di cariche nei centri nevralgici, come la mettiamo? Gotti Tedeschi risponde spiegando che «economia e finanza sono strumenti neutrali, quindi dipende dal chi li usa… Ma spesso ci si trova a fronteggiare concorrenti sleali, e allora il cattolico, a evitare il peggio, finisce con l’adottare il machiavellismo del “fine che giustifica i mezzi”». Un errore? «Certamente. Si prenda ad esempio Buttiglione!». È insomma un cattolicesimo liberale robusto, fedele ai principi, davvero preoccupato del Bene comune, che scoperchia i sepolcri imbiancati, quello di Gotti Tedeschi. Leggere il suo dialogo-saggio, per rendersi conto di questo vento nuovo, che non si limita a «conciliare», ma unisce etica-economia-finanza nel cammino verso un unico traguardo: la valorizzazione dell’Uomo.

Rino Cammilleri - Ettore Gotti Tedeschi, Denaro e paradiso. L’economia globale e il mondo cattolico, Piemme, 144 pagine, 12,50 euro
 

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