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Guernica, la verità oltre i tabù

LIBERAL BIMESTRALE
di Valentina Meliadò
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27Com’era facile prevedere, a Norberto Bobbio continuano a venir dedicati convegni e cicli di lezioni. E giustamente, giacché il filosofo politico torinese, nella storia della cultura italiana, ha rappresentato un esempio di alta professionalità e di rara probità intellettuale.
Nondimeno le celebrazioni non sempre riescono a evitare le note stonate. E qualche volta finiscono per rendere un pessimo servizio. Grande studioso, Bobbio non si è sottratto alla tentazione dell’intellettuale militante che non si limita a far luce sulla società in cui vive ma si batte per la sua salvezza: si veda quell’Intervista sulla Repubblica (Ed. Laterza) che tanto risente di una vecchiaia avanzata e mal sopportata, con i suoi acciacchi sempre più numerosi e le sue nostalgie lancinanti. Quegli sfoghi e malumori, sui quali si sarebbe dovuto stendere un velo pietoso, diventano, invece, per Massimo L. Salvadori - v. «Bobbio. Il custode della rivoluzione democratica», Repubblica 16 ottobre 2004 - la cifra più autentica del filosofo. Sul piedistallo viene così collocato il Bobbio che considera «eversivo» (sic!) il movimento di Berlusconi, senza spiegarne la genesi, la natura, le ragioni (l’intramontabile topos gobettiano degli italiani immaturi ed eterodiretti è un passe-partout sempre pronto all’uso); che ritiene la Padania «uno sgorbio storico e geografico» senza chiedersi perché «persone di senno» abbiano potuto prenderla sul serio; che rimprovera a D’Alema di non aver sollevato la «bandiera della giustizia sociale», senza riflettere sulla crisi del Welfare State e sulla nuova, travagliata, terza via tentata da analisti come Anthony Giddens.
Per Salvadori, il pensatore, che aveva fatto i conti con i grandi realisti dell’Ottocento e del Novecento, dovrebbe essere consegnato alla storia per aver colto il nesso tra l’emergere del leghismo e del berlusconismo e il rigetto della rivoluzione azionisti! Suvvia, nun pazziamm direbbero a Napoli! Ma come si può ancora riproporre la panzana che tutti i nostri guai siano dipesi dal fallimento del Partito d’Azione? Che cosa si sarebbe dovuto fare: indurre i partiti di massa a farsi da parte per consegnare tutto il potere a una sparuta minoranza che, a dirla con don Benedetto, non sapeva cosa voleva ma lo voleva subito? A una minoranza che quando si decideva a elaborare un programma si divideva in tante correnti quanti erano i suoi leader, i quali, divisi in politica economica, in politica estera, nei riferimenti filosofici, nel giudizio sul comunismo, trovavano poi un comune denominatore solo nell’autopercepirsi come il partito delle persone oneste, secondo il più tenace stereotipo qualunquista? 
La «rivoluzione» - si chiami azionista o altro - significa una cosa ben precisa: la sospensione della vecchia legalità per attuare, anche con mezzi violenti, la trasformazione radicale del sistema politico, sociale e culturale. Nel dopoguerra a chi si sarebbe dovuto affidare questo compito, impensabile senza il rinvio sine die della democrazia (giacché le masse ineducate avrebbero votato per i partiti reazionari)? Al giovane Giorgio Bocca? Al maturo Galante Garrone? A filosofi come Calogero e De Ruggiero? E quanti di loro l’avrebbero poi accettato? Non certo uomini come Guido Calogero che, diversamente dalla maggioranza degli azionisti, vedeva nella competizione tra i partiti la quintessenza della democrazia liberale. Di queste mitologie politiche non se ne può proprio più!
 

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