
L’impresa fiumana, vista con occhi inglesi. Non è certo il meno interessante degli episodi rievocati da Maurizio Serra nel suo Dopo la caduta, anche se non ha il rilievo storico degli altri tre: la resa del Giappone, il processo di Norimberga e la fine della Repubblica democratica tedesca. Serra parte dai rapporti che D’Annunzio ebbe prima della grande guerra con l’establishment letterario britannico, dal quale non gli erano mancati riconoscimenti specie per le opere narrative e teatrali. L’incontro letterario divenne però uno scontro quando la politica entrò in gioco con l’occupazione della città dalmata da parte dell’«uomo d’arme», una mossa che pur senza metterle in pericolo aveva disturbato l’ordinato svolgimento delle discussioni di Parigi, nel corso delle quali Lloyd George, avendo assicurato alla Gran Bretagna tutto ciò che le interessava, doveva mediare tra il duro realismo di Clemenceau e l’astratto idealismo di Wilson.
Acutamente l’autore osserva che le ragioni dell’insofferenza e dell’ostilità britannica alla pretesa dell’opinione pubblica nazionalista italiana di applicare a Fiume il principio della nazionalità - D’Annunzio se ne era fatto portavoce e guida - risiedevano nel timore di Londra che apparissero evidenti «le diffidenze e le ambiguità che avevano gravato il rapporto (britannico) con l’Italia» alla vigilia dell’intervento e durante la guerra. La «caduta» di Fiume fu vista perciò dalla stampa e dai politici inglesi con sollievo.
Il processo di Norimberga è rivisitato da Serra non con un saggio, ma mediante un’intervista con Anthony Freire Marreco, che fu uno dei membri britannici del collegio d’accusa a quel processo insieme agli statunitensi, ai sovietici e ai francesi. È un dialogo brillante, al quale l’intervistatore fornisce un contributo sostanziale con le sue osservazioni, seguendo il collaudato modello del Passeggero del secolo, che egli ha scritto con François Fejtö.
Emergono dal colloquio certi dubbi come quello sulla retroattività della norma penale applicata agli accusati o quello sul modo in cui si evitò la trattazione del massacro di Katyn, che i sovietici volevano attribuire ai tedeschi, nonché l’imbarazzo dei vari pubblici ministeri di fronte al brutale brindisi: «Bevo al vostro dovere: impiccateli tutti!», pronunziato da Viscinski al termine di un pranzo.
La caduta del Giappone è rievocata invece al termine di un pellegrinaggio in varie tappe: Kyoto, per più di mille anni capitale dell’impero, Okinawa, dove cominciarono a rovesciarsi le sorti della seconda guerra mondiale, Hiroshima e infine Tokio, dove si svolse l’ultimo atto, seguito dal processo che ripeté quello di Norimberga e dalle esitazioni degli Stati Uniti sulla sorte dell’imperatore, per un anno sotto la minaccia e la protezione del proconsole Douglas Mac Arthur. L’itinerario seguito mette in evidenza gli aspetti personali della sconfitta per un popolo battuto e invaso per la prima volta nella sua storia e ormai privo di certezze secolari come quella della natura divina dell’imperatore. Non sono ignorati neppure gli aspetti politici come il preteso significato di «avvertimento ai sovietici» che avrebbe avuto il lancio dell’atomica. La sorte della Repubblica democratica tedesca è l’argomento dell’ultimo, saggio che ripercorre i quattro decenni che videro quello Stato effimero nascere faticosamente dalle esitazioni di Stalin, crescere nel disprezzo degli occidentali e nella diffidenza degli «amici» (compresi i sovietici), affermarsi come Stato-avanguardia almeno tra gli altri satelliti e cadere proprio quando le era stata riconosciuta dalla comunità internazionale la sospirata legittimità.
Maurizio Serra, Dopo la caduta, Ideazione Editrice, 209 pagine, 10 euro