
In questa rubrica, nel numero 15 di liberal, avevo tentato di rappresentare le grandi doti di scrittore di Antonio Baldini, lamentando che, a parte i carteggi, delle sue opere non era stato ristampato niente. Ma per fortuna vengo ora smentito dalle Edizioni Metauro che hanno messo recentemente sul mercato Le scale di servizio e una seconda ristampa del più famoso Michelaccio. Ho ricevuto i due libri dall’editore Donati di Pesaro, responsabile delle Edizioni Metauro. In tempi precedenti altre opere di Baldini sono riapparse come La dolce calamita (Sellerio, Palermo); Nostro purgatorio a cura dell’Università di Trento e altre cose ancora. Sono stato molto lieto dell’informazione che ha ridato fiducia a me e ai lettori. Quanto agli epistolari, oltre a quello con Papini (’84), con Palazzeschi (’89), sempre a cura di Marta Bruscia, anche quelli con Giuseppe De Luca (’90), con Prezzolini, con Marino Moretti sono stampati dalle Edizioni di Storia e Letteratura.
Direttamente dalla famiglia Baldini, che ringrazio, ho ricevuto quasi a coronamento una vera e propria «chicca»: l’epistolario con Emilio Cecchi, a cura di Clotilde Angelini e di Marta Bruscia. Il carteggio con Cecchi va dal 1911 al 1959 ed è di piacevole lettura con un impegno stilistico di entrambi e di grande importanza storica per avere una più profonda visione della letteratura e della cultura del Novecento. Ho già detto altre volte della mia ammirazione per Baldini narratore (Michelaccio, Melafumo, Maestro Pastoso, Rugantino ecc.) e debbo aggiungere che considero da sempre Emilio Cecchi tra i pochissimi Grandi Maestri del secolo scorso. Siamo dunque, per la presenza di Baldini nel panorama contemporaneo a buon punto, anche se pensiamo che sarebbe importante disporre di una vera e più larga distribuzione dei libri. E questo speriamo accada soprattutto per Beato tra le donne (1940), vero capolavoro.
Michelaccio, dunque: «Mangiare, bere e andare a spasso». E ancora «voja de lavorà sartame addosso». Baldini, scrivendo a Cecchi nel 1920 diceva: «Io vivo tranquillo ma con poca voglia di lavorare. Ho ricominciato Michelaccio perché mi pare che in fondo bene o male sia quella per me la via buona». Il viaggio di Michelaccio verso Roma, passando da un ambiente all’altro, favolosi castelli o radure di verde, bene dormire, trattenersi pochissimo in un convento o seguitare a dormire tranquillamente mentre un fulmine entra nella sua stanza, incontrare briganti e soldati. Intanto, ha «inteso che il dolore più che dolore non può: così come la donna più che ingannare non può; l’amico più che tradire non può; e chi vive più che morire non può».
Michelaccio non si fida «del sol di maggio, delle strade molto battute, dei campanili in vista da lontano; dell’acqua che bolle nel rame». Si fida invece «del nemico che fugge, della dama che dorme, dell’uva quand’è passita, di Cristo resuscitato e di chi non ha motivo di farmi del male». E anche di diverse altre cose non si fida (per esempio delle donne magre e infarinate e delle sere senza vento). Si avvicina a Roma con gran rispetto: da dieci minuti ch’era entrato si sentiva romano anche lui. Romano restò in sempiterno.
Nella sua introduzione alla ristampa di Michelaccio Marta Bruscia, contro il parere che definisce la figura del protagonista indifferente ed estranea a ogni impegno, indica invece «sano realismo per Michelaccio che ha sufficientemente sperimentato le avventure del mondo».