
Un libro gradevolmente inattuale, ma la cui forza d’insinuazione riesce a farsi strada fino ai nostri giorni, è Zuckerman scatenato di Philip Roth, già edito negli anni Ottanta, dei quali il libro è figlio. La traduzione del titolo risente del taglio interpretativo che compare sul risvolto di copertina, e che coglie solo una parte del problema. In realtà la traduzione giusta, ancorché brutta, sarebbe Zuckerman senza legami, che toccherebbe anche il lato passivo, doloroso della vicenda. Che è una vicenda di disordine generale, universale, colta da un punto d’osservazione apparentemente piccolissimo. Chi è Nathan Zuckerman? È uno scrittore di buona fama che, un bel giorno, diviene una celebrità mondiale con un romanzo intitolato Carnovsky, suo doppio, nel quale, senza inibizioni, Zuckerman spara a zero contro la propria educazione ebraica, la propria famiglia e soprattutto, sia pure implicitamente, contro il proprio padre, che è ebreo fino in fondo, sempre oppositore di tutti i governi e, adesso, in punto di morte.
La fama sovrasta Zuckerman, che ne ricava piaceri altrimenti impossibili uniti a minacce di morte dirette all’amata madre. Ormai la gente lo riconosce non già come l’autore di Carnovsky, ma come Carnovsky stesso. Ed è perfettamente inutile che il Nostro neghi quell’identità. Se da principio possiamo sorridere di quell’indebita identificazione, e concordiamo col protagonista quando dice «io non sono così», a poco a poco ci accorgiamo che le cose non sono così semplici, perché la parola scritta - il sistema della comunicazione, quello dell’editoria ecc. - è un preciso potere all’interno del quale lo scrittore si va a collocare decidendo (ma questa è una cosa di cui ci si accorge sempre tardi) fino a che punto vendersi a quel sistema, a quel mercato. Così Zuckerman si rende conto che reclamare i diritti di uno Zuckerman-fuori-dal-romanzo (bravo ragazzo, figlio esemplare, ecc.) è una pia illusione. Non è che il mercato editoriale sia cattivo, lui è quello che è. Siamo noi che dobbiamo conoscerci e proteggerci. Col suo successo planetario, Zuckerman si trova proiettato in un mondo senza legami, un mondo che non voleva, e che gli costa - anche se lui poi fingerà di non aver capito - la maledizione del padre morente. Roth non dà giudizi: è troppo intelligente per farlo.
Quel padre ha fatto bene a maledire il figlio esattamente quanto il figlio ha fatto bene a scrivere Carnovsky. Qui l’oggetto non sono più la letteratura, i media, il rapporto scrittore-pubblico o le vicende private di uno scrittore celebre: è, semplicemente, la Storia. E anche se a noi appare casuale essa è sempre lo svolgersi conseguente di quanto è stato capito e di quanto non lo è stato, della coerenza e dell’incoerenza; e noi lettori avvertiamo in questo caos il rombo di un unico, grande motore che ci porta tutti non si sa se verso il Nulla o verso un Destino che, semplicemente, noi non conosciamo perché non è nostro.
Philip Roth, Zuckerman scatenato, Einaudi, 180 pagine, 14 euro